
Regia di Todd Haynes – USA, 2023 – 113′
con Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton
Ai recenti Academy Awards correva per la statuetta di miglior sceneggiatura originale, firmata da Samy Burch. Parliamo del nuovo acuto e sfidante film di Todd Haynes, “May December”, autore statunitense che si è imposto per titoli complessi ed enigmatici come “Lontano dal paradiso” (2002), “Io non sono qui” (2007), “Mildred Pierce” (2011, miniserie) e “La stanza delle meraviglie” (2017). Con “May December” – al cinema con Lucky Red – Haynes si confronta con un chiacchierato e insidioso fatto di cronaca americano: la vicenda di un’insegnante che ha avviato una relazione con un giovane minorenne. Il film ha come protagoniste due attrici maiuscole, le Premio Oscar Natalie Portman e Julianne Moore. Accanto a loro il giovane in ascesa Charles Melton. La storia: Stati Uniti, Elizabeth (Portman) è una nota attrice che sta preparando il suo nuovo film. Si reca in Georgia per incontrare Gracie (Moore), cinquantenne protagonista di un scandaloso fatto di cronaca avvenuto vent’anni prima: una relazione con il giovane studente delle medie Joe, per la quale venne incriminata per abusi sui minori. Tempo dopo, calmata la bufera giudiziaria e con la maggiore età del ragazzo, Gracie e Joe si sono sposati e hanno formato una famiglia. A vent’anni di distanza, Elizabeth è interessata a farne un film, così trascorre del tempo con la coppia cercando di approfondirne la storia e gli aspetti psicologici. Il problema è che la sua presenza suscita tensioni, frantumando silenzi e rimossi… “La storia sobbolliva di un’ambiguità morale e narrativa – spiega il regista Haynes – che, in un film, avrebbe coinvolto lo spettatore (…). Oltre ad essere del materiale estremamente avvincente, il progetto mi ha fornito l’opportunità tanto attesa di lavorare con Natalie Portman – per innescare il vortice riflessivo di un’attrice che interpreta un’attrice – e come se questo non bastasse, di porla accanto a Julianne Moore nel ruolo feroce e imperscrutabile di Gracie”. “May December” è un film complicato da maneggiare, di certo virato sui toni ombrosi. Alla base c’è un fatto di cronaca, che già dalle premesse manifesta tutta la sua problematicità: una famiglia che si forma a partire da un abuso, dalla relazione di una donna adulta con un preadolescente. Il regista Haynes, che ha mestiere e una chiara marca stilistico-narrativa, non si è ovviamente limitato a una narrazione piana, ma al contrario ha costruito un fumoso e intenso racconto psicologico. Un duello al femminile, un dilemma morale, dai riverberi artistici: le citazioni vanno da “Eva contro Eva” a molti titoli di Ingmar Bergman. Il fatto di cronaca sembra scivolare quasi in secondo piano, “depotenziato”, perché tutto si gioca nel dialogo composto e feroce tra Elizabeth e Gracie, tra l’attrice hollywoodiana pronta a vampirizzarne la storia per fini di scena, e la donna che ha commesso un reato raccontandolo però al mondo come un atto di “incolpevole” e incontrollabile amore. Lo spettatore si perde così nei cunicoli della trama, ma soprattutto nei tornanti dell’animo delle due protagoniste. Un film sfidante dal punto di vista morale, che affascina soprattutto per la regia e le interpretazioni di livello, un po’ meno per l’impianto del racconto: una asettica dissezione psicologica di un legame nato su un terreno inappropriato.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche
Abusi sui minori, Cinema nel cinema, Cronaca, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Mass-media, Matrimonio – coppia, Media, Politica-Società, Psicologia
May December si concentra sull’uso mercenario che Hollywood fa di queste storie per raccontarsi narcisisticamente, in un atteggiamento predatorio, manipolatorio e egocentrico non dissimile a quello di Gracie. A cui Elizabeth somiglia sempre più e non solo per la bravura mimetica di Natalie Portman. È questa la chiave di lettura grazie a cui capire meglio May December.
Due donne allo specchio: un’immagine che si sovrappone l’una all’altra, che si moltiplica fino a diventare la stessa. In un continuo gioco di seduzione e repulsione, dove ci si trucca per diventare qualcun altro, in uno sdoppiamento dove l’arte tenta di replicare la realtà, ma finisce con il contagiarla o restarne, al contrario, prigioniera.
Ruffiano, ruffianissimo, tanto ruffiano che arriverà agli Oscar
ALCUNI FATTI DA CONOSCERE PER CAPIRE MEGLIO MAY DECEMBER

IL TITOLO
Più che un mistero, un lost in translation involontario. Nessuno spettatore anglofono s’interroga sul significato del titolo May December, perché è un’espressione piuttosto comune in inglese. Maggio e dicembre sono due mesi molto distanti tra loro nel calendario: l’espressione li accosta per fare riferimento a relazioni e rapporti caratterizzati da un profondo divario d’età.

LA STORIA VERA DIETRO AL FILM
May December è liberamente ispirato a un famoso caso di cronaca statunitense degli anni ‘90. Nel 1997 l’insegnante 34enne Mary Kay Letourneau fu al centro di uno scandaloso processo giudiziario e mediatico per aver abusato di un suo studente 12enne. Scontò 7 anni e mezzo di prigione dopo aver avuto rapporti sessuali reiterati col ragazzo e aver dato alla luce in carcere a due figli concepiti con lui. Così come nel film, anche nella realtà Letourneau sostenne di essere innamorata del ragazzo. Una volta uscita di prigione, i due si sposarono, rimanendo insieme per 15 anni. Si sono separati nel 2019.

LA MUSICA “RICICLATA”
Difficile non notare l’intensa colonna sonora di May December, inserita nel film quasi a spezzare l’attenzione del pubblico, a sottolineare la finzione di Hollywood che ricostruisce “una storia vera” e le menzogne quotidiane con cui quella storia viene messa in scena dai suoi protagonisti. Le musiche di May December sono una rielaborazione di Marcelo Zarvos di una colonna sonora precedente. Il tema di pianoforte ricorrente è quello del film “Messaggero d’amore” di Joseph Losey, film dimenticato del 1971. La colonna sonora venne composta da Michel Legrand, leggendario musicista francese autore di oltre 200 colonne sonore e vincitore di 3 Oscar. Sul set di May December, nelle scene senza dialogo, decise di far suonare proprio il tema di “Messaggero d’amore”.
LE QUAGLIE DI CHARLES MELTON
Per l’attore Charles Melton quello in May December è stato il ruolo della rivelazione, con cui è andato a caccia della sua prima nomination agli Oscar. Non male per un interprete che, prima di lavorare con Todd Haynes, era considerato un belloccio delle serie TV. Melton è salito subito a bordo quando gli è stata proposta la parte “scoprendo in Joe sentimenti che non facevo fatica a pensare miei”. Melton riesce poco a poco a prendersi la scena, fino alle intense scene finali sul tetto e alla cerimonia del diploma, in cui trasmette forti emozioni con grandissima intensità. Per interpretare Joe, il 36enne marito di Gracie rimasto “intrappolato” nel legame che ha definito la sua vita, Melton ha dovuto perdere la sua forma fisica impeccabile. Todd Haynes gli ha chiesto di prendere peso ma, data la breve lavorazione del film, è stato una sorta di work in progress. Nella scena della cena a casa di Gracie e Joe per esempio, Melton ha mangiato per tutto il tempo le quaglie fritte che aveva nel piatto, facendosele continuamente portare di nuovo, “ingrassando” in tempo reale.
LA SCENA CULT DEGLI HOT DOG
All’inizio della pellicola Gracie apre il frigo della cucina, uno zoom la rincorre e, con aria drammatica, prorompe: “non credo che abbiamo abbastanza hot dog”. Attacco di un passaggio di pianoforte emozionante, intenso, melodrammatico. Risatine in sala. La scena degli hot dog è volutamente camp, ridicola, ma ci consegna una delle chiavi di lettura del film. La vita di Gracie è “messa in scena” come una soap opera a cui talvolta finisce per somigliare, così come il film con le sue luci smarmellate, la sua musica enfatica. Scopriamo poi che si trasforma in una crisi ogni ordine cancellato delle torte, ogni odore di fumo che contamina la camera da letto, ogni piccolo intoppo che “spezza” la finzione in cui Gracie è una donna conquistata dal marito e non una predatrice sessuale che tiene ancora intrappolata la sua vittima, che è invecchiata senza mai crescere. Ogni rottura della perfezione che si è costruita attorno, della femminilità che le è stata insegnata, dell’ingenuità aggressiva e sicura di sé che irradia, è intensamente drammatica, stressante.
Recensioni
3,4/5 MYMovies
9/10 IGN Italia
8/10 Everyeye Cinema
MGF

Vengono definite Comunità montane quelle unioni di comuni, enti locali costituiti fra comuni montani e parzialmente montani, anche appartenenti a province diverse. Queste devono prevedere, come obiettivo principale, la valorizzazione di tipo socio-economico-territoriale delle zone montane coinvolte dall’accordo e l’esercizio associato (o condiviso) delle funzioni comunali che coinvolgono le comunità che ne fanno parte.
Affinché possa avvenire la costituzione di questa comunità, è necessario che venga redatto un provvedimento dal Presidente della Giunta regionale interessata. Una volta costituite, queste comunità dispongono di un organo rappresentativo e un organo esecutivo, questi sono composti da tutti i sindaci e dall’insieme degli organi dei comuni aderenti. Non solo, essi dispongono di una figura di Presidente, un vicepresidente e degli Assessori.




Dopo Ariel (1988) realizza nel 1989 La fiammiferaia, con cui prosegue la sua indagine attraverso l’universo del proletariato tramite la storia di Iris, un’operaia di cui racconta la triste esistenza in fabbrica e le delusioni amorose.

Napoleone chiude gli occhi per sempre sull’isola-prigione di Sant’Elena, uno scoglio sperduto nell’oceano Atlantico, a 1.900 km dalla costa africana. Ad assicurarsi lo scoop è il giornale inglese The Statesman, nell’edizione del 4 luglio 1821: due mesi dopo l’evento. La contessa de Boigne, animatrice di salotti fra Londra e Parigi, ricorderà nelle sue Memorie: «Uomini del popolo, piccoli borghesi si incontravano per strada stringendosi la mano piangendo, ma la massa dell’opinione pubblica, schierata con la monarchia, felice della pace e della prosperità ritrovata, rimase inerte».
Per quasi sei anni, dal dicembre 1815, l’uomo che aveva segnato i destini d’Europa visse in un’abitazione (Longwood House) su quell’isola in mezzo al nulla dal clima malsano, caldo e umido, flagellata da venti fortissimi e senza nessuna comodità. La casa era infestata da insetti, zanzare e topi. Il circondario era sorvegliato costantemente dai gendarmi agli ordini dell’ostile governatore britannico Hudson Lowe. In quel contesto, la salute di Napoleone non poteva che peggiorare rapidamente. Il suo medico personale, l’irlandese O’Meara, gli diagnosticò un’epatite cronica. Nel 1818 il dottore fu costretto a lasciare Longwood House, perché Lowe non approvava la sua crescente familiarità con il prigioniero.
Le pillole mercuriali usate frequentemente dai medici che lo curarono non fecero che peggiorare la situazione. A 51 anni Napoleone ne dimostrava venti di più: era molto sovrappeso e, nelle rare uscite in giardino, doveva appoggiarsi al braccio di Marchand. Nell’ aprile del 1821 il male (un’ulcera cancerosa: fu questa infine la causa di morte) si manifestò in tutta la sua violenza: crampi allo stomaco, vomito, vertigini, sudori abbondanti. Per mettere a suo agio il malato, fu montato il suo letto da campo nel salone, più grande e meglio areato della sua piccola stanza. E fu lì che, nel pomeriggio del 3 maggio, l’abate Vignali gli somministrò l’estrema unzione. La notte fra il 4 e il 5 maggio fu agitatissima: Napoleone delirava, parlava a stento, pronunciava parole incomprensibili. Mormorò “la France, l’armée, tête d’armée, Joséphine». Poi più nulla. La piccola corte dal mattino presto si era radunata per assisterlo fino alla fine.

Nella storia del cinema i “film su strada” hanno fotografato anima e cultura di moltissimi Paesi e periodi storici. Quello dei road movies è uno dei generi cinematografici più iconici e peculiari di tutti, costellato da pellicole nelle quali i protagonisti sono sempre alla ricerca o in fuga da qualcuno o qualcosa. Tutto questo a bordo di veicoli iconici, entrati nel cuore di cinefili (e non solo) di tutto il mondo.
I protagonisti del road movie sono in movimento per tutto il film; pertanto, sono elementi iconografici importanti i mezzi di trasporto (principalmente automobili), le riprese “a carrellata” e gli spazi aperti. I road movie del secondo dopoguerra sono stati fortemente influenzati dal romanzo Sulla strada di Jack Kerouac (1957), in quanto in esso viene delineato il futuro dei road movie, fornendo la sua principale narrativa di esplorazione, ricerca e viaggio.

