HERE: LA RECENSIONE E L’USO DELL’AI

Regia di Robert Zemeckis – USA, 2024 -104′
con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany
ZEMECKIS È ANCORA AFFAMATO DI VITA E FIRMA UN’OPERA MALINCONICA E DOLCISSIMA SULL’ESISTENZA UMANA.
Un terreno preistorico, e la casa che sorgerà su quel terreno. Quella casa ospiterà generazioni di famiglie, dall’homo sapiens agli indigeni ai coloni, fino ad un nucleo domestico afroamericano contemporaneo. E nel salotto di quella casa scorreranno vite sempre diverse e sempre uguali, popolate da mariti, mogli, figli, nonni, nipoti.
Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo, racchiudendo tutti in uno spazio che è a tratti rifugio e a tratti trappola, scrigno fatato e camera mortuaria, luogo di creazione – di arte, di progenie, di speranze – o di quieta implosione e rimpianto, in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana.
L'”Here” and now, il qui e ora, diventa il qui e sempre, perché all’unità di luogo non corrisponde un’unità di tempo, anzi: il tempo viene frammentato, shakerato, disallineato e reso eterno nella sua ripetitività, riportando il percorso di innumerevoli famiglie che vivono in quell’unico luogo gioie e tragedie, nascite e lutti, e quel numero limitato di Giorni del Ringraziamento e Natali che scandisce il tempo, per tutti noi, all’interno del cerchio della (nostra) vita. “Il tempo vola”, ripeterà un personaggio, e in un attimo quello che sembrava infinito diventa momentaneo. E forse ci diremo: “Avrei voluto fare di più, con questi anni”
La sensazione, per lo spettatore come per i personaggi in scena, è insieme claustrofobica e familiare. Zemeckis crea la parabola struggente della vita, affrontando anche l’inevitabilità della morte che arriva improvvisa, mai come ce la saremmo aspettata. Dentro questa parabola c’è anche la summa del percorso cinematografico del regista, che si autocita infinite volte: attraverso le scatole di un trasloco marcate Allied, attraverso un Beniamino Franklin che cerca il fulmine come il Doc di Ritorno al futuro, o un pilota che rischia la vita come quello di Flight, e naturalmente attraverso la coppia centrale del film, interpretata da Tom Hanks e Robin Wright che erano il cuore tenero di Forrest Gump.
Il regista muove le sue figurine come in un diorama esistenziale per esorcizzare la paura di vivere, e soprattutto quella di morire: emblematica la scena in cui, in quella stanza che abbiamo osservato per tutto il film, non ci accorgiamo che c’è un corpo inanimato steso a terra, dentro quel rettangolo che chiamiamo vita.
Here è l’opera malinconica e dolcissima di un regista settantenne che è sempre stato affamato di vita, e che l’ha raccontata come un’avventura surreale (Ritorno al futuro), un mistero insondabile (Contact), anche una farsa legata alle nostre illusioni (La morte ti fa bella). I suoi protagonisti possono diventare cartoni animati senza colpa perché “disegnati così” (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), fantasmi (A Christmas Carol), marionette di legno desiderose di diventare esseri umani (Pinocchio). Alcuni si perdono (Cast Away) per ritrovarsi più consapevoli, altri diventano consapevoli scoprendo Le verità nascoste. E tutti camminano su un filo teso sopra al nulla (The Walk), in equilibro tra la vita e la morte, talvolta gettandosi nel vuoto nella speranza di trovare un appoggio sicuro (Allied – Un’ombra nascosta) perché la vita è incerta, ma ricca di possibilità.
Paola Casella – MyMovies
Inchiodandoci nello stesso angolo per quasi due ore come nessuno aveva mai fatto prima, Here sembra lanciare una provocazione allo spettatore e gli chiede di non rimanere immobile mentre la vita ci scorre davanti, perché gli attori di questa storia siamo noi.
Idea folgorante e messa in scena di assoluto impatto per una storia estremamente luminosa, in grado di dialogare immediatamente con il pubblico. Struttura originale che ruota attorno ad un punto d’osservazione fisso, portandoci a riflettere sulla vita, sullo spazio e sul tempo. Un’opera poetica, armoniosa e carica di bellezza.
Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Ciak Magazine
4/5 Sentieri selvaggi
L’UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN HERE
L’uso dell’intelligenza artificiale in “Here” per ringiovanire gli attori è solo la punta dell’iceberg di un film che, pur sfruttando le potenzialità della tecnologia, non perde mai di vista la bellezza delle emozioni umane.
Con il suo ultimo progetto il regista Robert Zemeckis spinge ulteriormente i confini di ciò che è possibile sul grande schermo, utilizzando la più avanzata tecnologia per ringiovanire i suoi protagonisti, Tom Hanks e Robin Wright, grazie all’intelligenza artificiale. Un’innovazione che non solo affascina, ma riscrive le regole della narrazione cinematografica.
“Here” è un film che non si limita a raccontare una storia, ma offre un’esperienza visiva senza precedenti, dove il tempo si svela in tutte le sue sfumature.
L’uso dell’IA in “Here” è una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontare una storia. La tecnologia, infatti, ha permesso di ottenere effetti di ringiovanimento (e invecchiamento) in tempo reale durante le riprese, un risultato che non sarebbe stato possibile con le tradizionali tecniche di CGI, che richiedono tempi più lunghi e costi più elevati. La compagnia Metaphysic, specializzata in trasformazioni facciali assistite dall’IA, ha sviluppato un sistema che ha consentito di “ringiovanire” e “invecchiare” i volti di Hanks e Wright, creando un effetto di continuità che, pur rimanendo fedele alla realtà, è riuscito a trasmettere l’illusione del passare degli anni in modo perfetto.
La sfida di Zemeckis era duplice: non solo utilizzare la tecnologia per ringiovanire gli attori, ma anche garantire che le loro performance rimanessero credibili e naturali. In un’intervista, Tom Hanks ha spiegato come il lavoro di preparazione fosse stato complesso. Ogni giorno, gli attori dovevano essere pronti a interpretare versioni di sé stessi in età diverse, passando dal giovane diciassettenne alla versione più adulta del personaggio, senza mai perdere la coerenza emotiva. Un lavoro che richiedeva non solo abilità attoriali, ma anche un’analisi profonda di come cambiano le persone nel tempo.
Il “de-aging” è diventato una pratica comune nell’industria cinematografica, ma “Here” si distingue per la sua cura nei dettagli. A differenza di film come “The Irishman” di Martin Scorsese, dove i movimenti del corpo degli attori non riuscivano a replicare quelli di un giovane, Zemeckis ha studiato minuziosamente anche come i personaggi si muovono nelle diverse fasi della loro vita.
“Here” non è solo un film tecnicamente straordinario, ma segna anche un punto di svolta nella relazione tra cinema e tecnologia.
L’uso dell’intelligenza artificiale nel processo di realizzazione non è solo una tendenza passeggera, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova era cinematografica, in cui la tecnologia diventa parte integrante del processo creativo. Con l’IA, infatti, è possibile esplorare nuove frontiere narrative, come quella della manipolazione del tempo e dello spazio, senza le limitazioni delle tradizionali tecniche di produzione.
L’uso dell’IA in Hollywood sta suscitando discussioni e controversie, soprattutto riguardo alla sua capacità di sostituire o modificare il lavoro umano. I sindacati degli attori, come il SAG-AFTRA, hanno imposto delle restrizioni sull’uso dell’IA, ma ciò non ha impedito agli studi di esplorarne le potenzialità. In “Here”, Zemeckis dimostra che l’intelligenza artificiale non è un sostituto dell’arte della recitazione, ma piuttosto uno strumento che può essere utilizzato per amplificare la capacità espressiva degli attori e per raccontare storie che prima sembravano impossibili da realizzare.
Fonte: cryptohack.it
MGF