Regia di Ridley Scott – Gran Bretagna, USA, 2024 – 150′
con Paul Mescal, Connie Nielsen, Denzel Washington

 

 

 

 

 

SANGUE E RABBIA PER UN SEQUEL EPICO, POTENTE E A TRATTI VISIONARIO

Un film che risuona fin dal titolo. Possente, gigantesco, pensato seguendo le logiche del miglior cinema di Hollywood, tra l’enfasi e la spettacolarità. Un cinema che sta mancando, e che si sta rivolgendo solo a un pubblico distratto. Uno spettacolo, vi anticipiamo, che inizia fin dalla prima sequenza, pensata da Ridley Scott seguendo le logiche di certi kolossal del passato: Ben-Hur, Quo vadis? e pure Spartacus, con tanto di citazione. Ecco, Il Gladiatore II, nella sua turgida ricerca della maestosità e dell’epica, non è solo un grande sequel, ma è anche l’intuizione artigiana di un cinema legato al passato ma, intanto, straordinariamente proiettato verso il futuro.
Viste le premesse, non era facile né tantomeno scontato che il risultato, alla fine, superasse addirittura le aspettative. Del resto, è tutt’altro che semplice realizzare un seguito di una pellicola – che piaccia o no – leggendaria e appartenente ad un passato oggi molto lontano. Eppure, con rigore, lucidità e intuizioni narrative, Scott è riuscito a mantenere lo spirito originale de Il gladiatore (uscito venticinque anni fa), pur strutturando un film a sé stante, che ha una sua forte propensione contemporanea, quasi visionaria. E potremmo dire, senza paura di venir contraddetti, che Il Gladiatore II, data la sceneggiatura firmata da David Scarpa, è anche il titolo più politico e politicizzato del regista. E visti i tempi, in cui pochi autori hanno il coraggio di dire ciò che pensano (in un film o in un’intervista), quella di Scott è una forte dichiarazione di intenti. Sangue, sabbia, vendetta e redenzione, lungo un viaggio a tratti lisergico e spirituale. Il gladiatore II è la parafrasi anticata di un mondo, però, drammaticamente moderno. Un mondo avvilito dallo status quo, dall’ossessione per il potere, dalla guerra come habitat naturale di una classe politica rivoltante e senza scrupoli (la stessa con cui, sfortunatamente, ci troviamo a confrontarci). Per questo, la eco dello script ha i giusti riverberi, e la giusta precisione linguistica nel proporre una Roma sull’orlo del collasso.Ciò che fa la differenza ne Il Gladiatore 2, oltre al legame generazionale tra Lucio e Massimo (una sorta di passaggio, anch’esso leggibile attraverso una focalizzazione contemporanea), è infatti la traccia politica di una storia, diremmo, misurata al centimetro da Scott, che segna un parallelo lampante tra l’Impero Romano e gli Stati Uniti d’America. Il sogno di Roma, che tuona e risuona nell’indole di Lucio e poi in quello di Marco Acacio, ormai disilluso, sarà la stessa promessa tradita rispetto alla libertà del sogno americano. Ridley Scott parla di democrazia, di oppressione, di civiltà, di rivoluzione e di resistenza. E lo fa con un linguaggio cinematografico straordinariamente pop, senza lesinare appunto un’indole spettacolare che, tra combattimenti e arene, fino al cielo di Roma, è in grado di far vibrare, letteralmente, la poltrona su cui siete seduti. Con un appunto: per favore, non cercate veridicità o attinenza storica, il cinema non è pensato per essere storiograficamente accurato.

Damiano Panattoni – Redattore Movieplayer


Ridley Scott e un sequel a regola d’arte. Potente, cinematografico, ideale rispetto all’originale, per una storia dallo spirito anche politico. Una chiave di lettura che esce fuori scena dopo scena, di pari passo alla spettacolarità di un film avvicinabile alla miglior esperienza filmica possibile.


Ridley Scott fornisce del sano cinema di genere gestendo la memoria di Massimo nel modo giusto, senza eccessi di nostalgia o ansia da prestazione; concentrandosi semmai sui nuovi personaggi i quali, pur rimanendo soprattutto attanti, funzionano grazie allo sforzo del cast e a una sceneggiatura piena di dettagli tanto minuti quanto eloquenti.


Recensioni
4/5 Ciak Magazine
8/10 IGN Italia
4/5 Movieplayer

 

LE ORIGINI E L’EVOLUZIONE DEI COMBATTIMENTI TRA GLADIATORI

 

La tradizione romana dei gladiatori trasse origine dalle usanze di altre popolazioni italiche: gli etruschi secondo alcuni studiosi e i campani secondo altri. Nei primi tempi i combattimenti erano organizzati dalle famiglie ricche in occasione della morte di uno dei loro membri.

Il primo combattimento in assoluto è attestato nel 264 a. C., quando nel Foro Boario di Roma si scontrarono tre coppie di gladiatori per i riti funebri del patrizio Bruto Pera. Con il passare degli anni i combattimenti divennero sempre più popolari e gradualmente si diffusero in tutte le città dell’impero. Inoltre, da evento “privato” si trasformarono in un affare di Stato: in genere erano inseriti in celebrazioni più ampie ed erano finanziati dagli esponenti politici che intendevano guadagnare il consenso della popolazione.

 

Si diceva che per tenere buona la plebe romana fosse necessario offrirle panem et circenses, pane e spettacoli. In età imperiale (iniziata, come sappiamo, nel 27 a. C.) il ruolo dello Stato e degli imperatori nell’organizzazione dei giochi gladiatori divenne ancora più importante.
I combattimenti avevano luogo nelle arene (o anfiteatri), presenti in numerose città romane.
La più grande fu inaugurata a Roma nell’anno 80 d. C.: l’anfiteatro Flavio, il Colosseo.

 

In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra, costretti a combattere nell’arena dietro minaccia di morte. Con il passare degli anni, però, entrarono nel novero dei lottatori anche schiavi condannati dai tribunali e uomini liberi che sceglievano volontariamente di partecipare ai combattimenti.
I gladiatori rischiavano la vita, ma se dimostravano valore erano ricompensati con il prestigio e, talvolta, con la ricchezza. Persino alcuni imperatori vollero cimentarsi nei combattimenti, in parte per spirito di avventura e in parte per acquisire popolarità, ma in genere i loro incontri erano “addomesticati” e il rischio per l’incolumità era ridotto al minimo.
Per addestrare i gladiatori esistevano apposite scuole, la più famosa delle quali aveva sede a Capua.

 

Ogni spettacolo includeva diversi combattimenti, ciascuno dei quali durava in media 10-15 minuti e terminava quando uno dei due combattenti era neutralizzato o ucciso. La sorte dello sconfitto dipendeva dall’organizzatore/finanziatore dei giochi (editor), che poteva decidere per la morte o per la salvezza, spesso seguendo gli umori della folla. L’editor esprimeva la sua decisione con un gesto, ma non è certo che per decretare la morte volgesse il pollice verso il basso, come in genere si ritiene. Il gesto esatto non è noto.
I vincitori erano ricompensati con un premio messo in palio dall’editor e con un ramo di palma. Nel caso dei prigionieri di guerra, la vittoria poteva essere ripagata anche con la liberazione.

I gladiatori erano suddivisi in varie categorie, ognuna equipaggiata con uno specifico armamento. In origine, erano classificati su base etnica: sanniti, celti, traci, ecc., ma con il passare del tempo furono definite altre categorie, non legate solo all’origine “nazionale” dei combattenti.

Reziario: armato con un tridente, un pugnale e una rete da pesca per immobilizzare l’avversario, ma privo di armature pesanti.
Mirmillone: armato con il gladio e protetto da uno scudo rettangolare, da parabraccia e schinieri.
Secutor: un mirmillone specializzato nel combattimento contro i reziari, che portava un elmo rotondo, per non offrire appigli alla rete dell’avversario.
Oplomaco: armato con lancia e gladio, protetto da uno scudo rotondo, dall’elmo, da parabraccia e da schinieri.
Esistevano anche altre categorie e in età imperiale sono attestati persino gladiatori a cavallo o su carri da guerra.

 

 

Gli spettacoli dei gladiatori raggiunsero la massima popolarità durante l’età imperiale. Il declino iniziò nel III secolo d. C. quando, a causa della crisi dell’impero, la classe politica aveva a disposizione meno fondi da destinare ai giochi. Inoltre l’avvento del cristianesimo (religione ufficiale dell’impero dall’anno 380) mise fine alle feste pagane, al cui interno si tenevano spesso gli spettacoli nelle arene, e in due occasioni, nel 399 e nel 438, gli imperatori emisero divieti di organizzare combattimenti tra gladiatori.
L’ultimo combattimento conosciuto ebbe luogo nel 439, quando l’interesse del pubblico era ormai scemato in tutto il mondo romano.

Fonte: Geopop

 

MGF