Regia di Matteo Garrone – Italia, Belgio, 2023 – durata 121′

con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo

 

 

 

 

 

Matteo Garrone entra nella corsa per gli Oscar: Io Capitano, candidato ufficiale dell’Italia al miglior film internazionale dell’edizione 2024, è stato scelto per la cinquina finale della notte delle stelle del 10 marzo.

SEYDOU E MOUSSA SONO PINOCCHIO E LUCIGNOLO IN PARTENZA PER IL PAESE DEI BALOCCHI, CIRCONDATI DA GATTI E VOLPI PRONTI A PREDARE SULLA LORO INGENUITÀ

Come Benigni con “La vita è bella”, così Matteo Garrone in “Io Capitano” aveva di fronte a sé un problema di rappresentazione collegato alla difficoltà di mettere in scena una realtà così tanto analizzata, discussa e mostrata da rischiare di rimanere un passo indietro rispetto all’immaginario corrente; oppure di scavalcarlo con il pericolo di risultare inverosimile. Tenendo presente che il dramma dei migranti rispetto all’Olocausto ha un livello di attualità maggiore, nel suo essere un fenomeno in corso di svolgimento con cui in Italia siamo abituati a confrontarci non solo attraverso giornali e televisioni ma anche nella vita di tutti i giorni, nei mari e sulle coste interessate agli sbarchi.

Un carico di concretezza di cui, in “Io capitano”, riscontriamo traccia nelle scelte del regista di contaminare la realtà con una dimensione favolistica senza però venire meno all’aderenza con le immagini che testimoniano le cronache dei nostri giorni e, d’altra parte, aprendosi a un’universalità fuori dal tempo che fa della vicenda di Seydou e Moussa – adolescenti senegalesi decisi a raggiungere l’Europa per diventare star della musica – una storia leggibile anche al di fuori delle questioni politiche ed emergenziali a cui è naturale associarla. Facendo riferimento alla filmografia di Garrone e considerando le caratteristiche appena menzionate, “Io capitano” si presenta come una versione contemporanea del suo precedente lavoro, “Pinocchio”, al quale lo lega non solo il viaggio come struttura del racconto, la giovinezza dei personaggi e il desiderio di cambiare la propria condizione, ma anche la similitudine di alcuni passaggi, primo fra tutti il richiamo emotivo nei confronti della figura genitoriale – in questo caso quella materna – e poi la raffigurazione di certi accadimenti: il ritrovamento di Moussa da parte di Seydou, simile a quello del ricongiungimento tra Pinocchio e Geppetto nel ventre della balena e, ancora, i ragazzi nel carcere libico simili a quelli segregati da Mangiafuoco nel paese dei Balocchi.

Situazioni la cui improbabilità – si pensi alla maniera in cui Seydou si salva dalle grinfie dei suoi carcerieri, aiutato da un compagno di sventura che ricorda la fatina di Collodi – trasfigurano la realtà spingendola verso una contingenza archetipica propria delle favole. Carlo Cerofolini – Ondacinema Lungi dall’essere un film buonista, “Io capitano” non concede alcuno sconto all’orrore dell’esperienza vissuta dai suoi personaggi, presente soprattutto nelle sequenze all’interno del carcere libico. La versatilità di “Io Capitano” e, dunque, la sua capacità di attirare un pubblico eterogeneo consistono anche nel saper essere più cose insieme, di fare dell’eccezionalità presente nella vicenda di Seydou e Moussa non solo materia di riflessione e di denuncia del destino iniquo, ma anche volano di uno spirito d’avventura ormai estinto a causa della sempre maggiore invasività della componente tecnologica. Lo spirito d’avventura è qui capace di mettere in moto una catarsi che si compie anche nella trasformazione dei personaggi, che da vittime diventano eroi per come, a un certo punto, riescono a prendere in mano le loro vite, influenzandone il corso. Detto questo, a vincere in “Io capitano” è l’essenza di una poesia sentimentale che non ha bisogno di forzare la mano, capace com’è di avvicinare lo spettatore all’esperienza dei protagonisti, riducendo le distanze tra l’ordinario delle nostre vite e l’eccezionalità di ciò che vediamo sullo schermo. Senza contare che “Io capitano”, alla pari delle favole che si rispettano, riesce anche a esprimere una sua morale raccontando di come siano gli uomini e non la natura a rendere peggiore il mondo.

Carlo Cerofolini – Ondacinema

Recensioni
3,8/5 MyMovies
6,5/10 IGN Italia
3/5 Cineforum

Una coproduzione internazionale ispirata alle storie vere di alcuni ragazzi che hanno vissuto il viaggio dei due protagonisti. Il film è stato premiato al Festival di Venezia, ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards. Il film è stato premiato a San Sebastian

I MIGLIORI FILM SUL TEMA DEI MIGRANTI

 

L’emigrante di Charlie Chaplin (1917). Capostipite dei film sulle migrazioni, narra l’epopea di Charlot prima su una nave che porta in America centinaia di persone alla ricerca di una nuova vita, e poi a New York, dov’è disoccupato e si innamora di una ragazza.

 

 

Mosca a New York di Paul Mazursky (1984). Racconta le vicende di un sassofonista sovietico interpretato da Robin Williams che, arrivato col Circo di Mosca a New York, decide di chiedere asilo politico. Riuscirà a cambiare la sua vita grazie all’aiuto di un avvocato, di una ragazza messicana e di un giovane di colore.

 

 

 

 

 

 

Lamerica di Gianni Amelio (1994). È la grande emigrazione dall’Albania negli anni ’90, con i barconi in fuga da un Paese povero e dilaniato.

 

 

 

 

L’odio di Mathieu Kassovitz (1995). Uno dei film più apprezzati degli anni Novanta. Narra una giornata nelle banlieue parigine seguendo le vicende di Vinz, ebreo, di Said, di origini maghrebine, di Hubert, nero. La storia si sviluppa attorno al loro amico sedicenne Abdel, picchiato dalla polizia.

 

 

 

 

 

Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana (2005) Rovescia il tema del salvataggio in mare. A essere salvato è il giovane figlio di un industriale bresciano sbalzato in acqua nel corso di una vacanza in barca a vela. Sarà issato a bordo di un barcone che trasporta migranti.

 

 

 

 

 

District 9 di Neil Blomkamp (2009). Prendendo l’ispirazione nel titolo dalle vicende ai tempi dell’apartheid nell’area residenziale che a Città del Capo è denominata District Six, racconta di un mondo fantascientifico dove xenofobia e segregazione razziale sono messe in atto dagli umani contro una minoranza aliena.

 

 

 

 

Terraferma di Emanuele Crialese (2011). Premio speciale della giuria alla 68esima Mostra di Venezia, racconta la storia di un’isola siciliana, abitata dai pescatori e quasi ignorata dal turismo. Investita dagli arrivi dei migranti, l’isola si troverà al centro di una nuova politica di respingimento che ignora le leggi del mare e l’obbligo di soccorso.

 

 

 

 

 

Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki (2011). La storia del lustrascarpe Marcel Marx che si adopera per salvare un ragazzino africano incontrato per caso, arrivato in Francia in un container e sfuggito alla polizia.

 

 

 

 

 

La prima neve di Andrea Segre (2013). E’ la storia dell’incontro tra Dani, originario del Togo e arrivato in Italia in fuga dalla guerra in Libia, e Pietro, falegname e apicoltore, sulle montagne del Trentino.

 

 

 

 

 

Samba di E. Toledano e O. Nakache (2014). La storia di Samba Cissé, un senegalese in attesa di un permesso di soggiorno che non arriva mai. Costretto da dieci anni in un centro di accoglienza a Parigi e con la costante paura di essere espulso, si rivolge a un’associazione che si occupa di questioni giuridiche legate all’immigrazione. A occuparsi del suo caso sarà Alice, una giovane donna borghese in congedo lavorativo.

 

 

 

Fuocoammare di G. Rosi (2016). Documentario Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino, è dedicato all’isola di Lampedusa e ai suoi migranti. Il film testimonia la vita sul confine simbolico più importante d’Europa, raccontando il punto di vista dei lampedusani e quello dei migranti.

 

 

 

 

 

MGF