POVERE CREATURE!
Regia di Yorgos Lanthimos – USA, 2023 – 141′
con Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe

 

 

 

 

 

UN’ENERGIA VISIVA ESPLOSIVA CHE ESALTA LA FANTASIA INTERPRETATIVA DI EMMA STONE. E SI RIDE, DELLA COMICITÀ PIÙ ACUTA.

Oltre alle cicatrici che lo sfigurano e alle terribili menomazioni del suo fisico, Godwin Baxter deve a suo padre anche una sincera passione per il metodo scientifico e le pratiche chirurgiche. L’esperimento che più lo inorgoglisce è Bella, che tratta come una figlia. L’ha trovata cadavere, incinta di un feto ancora vivo, e le ha ridato il respiro e trapiantato il cervello del neonato. Ora Bella, già cresciuta e splendida nel corpo, cresce rapidamente anche nelle facoltà mentali, imparando a camminare, parlare e, soprattutto, desiderare. A nulla vale, a questo punto, il tentativo del suo creatore di fermarla: God(win) le ha dato la vita e, con essa, il libero arbitrio.
La donna bambina va alla scoperta del mondo con uno sguardo nuovo, affamato e primigenio, che non ha memoria delle regole e dei pregiudizi che muovono la società, non conosce vergogna ma solo curiosità. Farà esperienza di quanto il suo comportamento sia contrario alla norma, e di quanto la norma sia lontana tanto dalla logica che dalla natura.
Quale miglior occasione, per Lanthimos, per fare sempre meglio ciò che ha sempre fatto? La Bella di Emma Stone è infatti il viatico ideale, la lente distorta che occorre per guardare con lucidità la realtà nelle sue componenti principali (già illuminate ne La favorita): mostruosità e ironia.

Povere creature! ne aggiunge o consacra un’altra: la libertà. Una dimensione rischiosa, sempre sfuggente, perché, nella scienza come nell’esistenza, “è così finché non si trova un altro modo” e ancora e ancora. Una trasformazione antropologica e sociale è dunque possibile? Una reale libertà del femminile? O è solo una favola di fanta-scienza? Per rispondere, il regista greco lancia la sua Eva in un viaggio senza tempo (non è cambiato molto, nei secoli, in materia di relazioni uomo-donna), liberando contemporaneamente un’energia visiva esplosiva, che frulla suggestioni pittoriche e organiche, impressionismo ed espressionismo, esalta il racconto vittoriano dello scozzese Alisdair Grey alla base del film, la fantasia interpretativa della Stone e il lavoro immaginifico di scenografi e costumisti.
Più simile al Candido voltairiano che al mostro di Frankenstein, la creatura di Yorgos Lanthimos fa esperienza dell’abbondanza cromatica del mondo e della scarsità di empatia dei suoi abitanti, passando in rassegna un campionario maschile tragicomico (il buono, il geloso, il padre, il cinico, il crudele) che ha in comune la tendenza a volerla rinchiudere nel proprio universo, con la scusa di offrirle protezione. E si ride, con Povere creature!, della comicità più acuta: quella che non nasconde il suo lato oscuro.

Marianna Cappi – MyMovies


Cosa accadrebbe se resettassimo il nostro cervello? Quale sovrastruttura intaccherebbe per prima la nostra mente? Quale istinto primordiale si scatenerebbe senza alcun filtro? A queste domande cerca di rispondere Povere Creature!, il film di Yorgos Lanthimos tratto dal romanzo di Alasdair Gray. Il vincitore del Leone D’oro 2023 è un film potente, ironico e grottesco, ma soprattutto è un manifesto politico, un’analisi disincantata della società che il regista greco osserva attraverso la lente della fiaba gotica.
Carmen Palma – Sentireascoltare.it


Recensioni
5/5 Cinematographe.it
4/5 Cinefilos.it
4,2/5 MyMovies

 

IL CINEMA GOTICO

 

I film gotici sono quelli di un genere specifico che tenta di ricreare i temi e gli ambienti presenti nella letteratura gotica classica. I temi spesso ruotano attorno a stati emotivi ossessivi, trame familiari malvagie, il male e il soprannaturale, sebbene ce ne siano molti altri e diverse varianti. Una caratteristica distintiva di molti film gotici è l’ambientazione in cui i personaggi esistono, spesso fornendo sia l’atmosfera che il progresso della trama. Dall’inizio dell’industria cinematografica ci sono stati tentativi di creare versioni cinematografiche della letteratura gotica classica del XVIII e XIX secolo e di catturare l’essenza del genere in nuovi racconti ambientati in tempi moderni.

Questi film sono considerati diversi dai film horror in quanto usano raramente gli stessi dispositivi per creare suspense, generalmente mancano scene che coinvolgono grandi quantità di sangue e tendono a concentrarsi maggiormente sull’interazione tra i personaggi come punti di tensione o trama.
Una delle aree della letteratura gotica che alcuni sostengono sia stata migliorata dai film gotici è la rappresentazione dell’ambiente attorno ai personaggi. Attraverso l’uso di luci e set realistici, i film sono in grado di trasmettere il senso oscuro del mistero che alcune ambientazioni dovrebbero contenere.

 

 

 

 

             

 

Il cinema gotico nasce con pellicole come Nosferatu o Il golem, passando per la casa di produzione Hammer (serie di film di Dracula, de La mummia e di Frankenstein), Terence Fisher, Roger Corman e Mario Bava.
Tim Burton è senz’altro uno dei registi cardine del cinema gotico contemporaneo, ma non del gotico classico poiché ne offre una versione contaminata da influenze glam e pop e da una forte ironia.
Temi e personaggi ricorrenti sono mostri, vampiri, zombie (o altre forme di non-morti), lupi mannari, fantasmi, demoni, antiche maledizioni, creature possedute dal demonio, occulto, animali demoniaci, oggetti inanimati dotati di una vita proveniente dalla magia, streghe, scienziati pazzi, case infestate, cannibali e creature extraterrestri.

Storie e personaggi provenienti dalla letteratura, specialmente dai romanzi gotici, sono diventati molto popolari ed hanno ispirato molti sequel e remake. Tra questi sono da ricordare Dracula, Frankenstein, La mummia, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, l’uomo invisibile, i racconti di Poe e Lovecraft.

 

I film horror giapponesi, che puntano molto su atmosfere inquietanti, stanno riscuotendo in tempi recenti un certo successo, tanto che di alcune di queste pellicole vengono girati dei rifacimenti (remake) negli Stati Uniti (tra questi, The Ring, The Grudge, Dark Water e The Eye).
Generalmente i film horror estremo-orientali tendono a descrivere per lo più storie di fantasmi e vendette, mentre quelli occidentali si basano più su mostri concreti, spesso creati dalla società stessa.

 

 

 

In tempi recenti si sta formando poi un nuovo filone, quello che può essere definito come Horror spagnolo (nato, sostanzialmente da Guillermo del Toro, il cui film più rappresentativo è Il labirinto del fauno e rimane il migliore ed il più rappresentativo per la presenza di tutte le tematiche essenziali) che ha come tratti caratteristici la presenza di bambini sospesi tra due mondi, uno reale e l’altro fantastico/spiritico; questi film hanno ampie connessioni con la realtà attuale o storica e più in generale tendono ad essere usati come mezzo per descrivere stati d’animo o agnizioni completamente realistiche, di cui la componente fantastica fa da contraltare creando un mondo di fuga, ma al tempo stesso ignoto, e quindi spaventoso.

 

 


 

Consigli di lettura

POVERE CREATURE!
Romanzo di Alasdair Gray
Safarà – Editore

 

 

MGF

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

 

 

 

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

 

 

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

 

 

 

Una poesia dall’orchestrazione perfetta, non solo Montale ci fa “vedere” il girasole, ma ci fa sentire la sua energia, la sua vitalità, ci immerge nel significato profondo di questo fiore. Nella prima strofa ci offre una descrizione fisica del girasole, dal “volto giallino”, che si riflette nello specchio azzurro del cielo; ma in questa parte è anche palese la voce del poeta, l’ansia che è soltanto sua e certo non appartiene al sole, e quel “terreno bruciato dal salino” che allude a una condizione esistenziale, a una sorta di aridità interiore. Montale cerca di sfuggire al proprio male di vivere e trasforma il fiore del sole nel correlativo oggettivo della felicità stessa.

 

EUGENIO MONTALE

Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975, è una delle figure più emblematiche e innovative della poesia italiana del Novecento. La sua poetica si distingue per una marcata evoluzione stilistica e tematica, ma alcuni elementi rimangono costanti, delineando la sua unica voce poetica. Montale si allontana dalle tradizioni retoriche e dall’ottimismo del Crepuscolarismo e del Futurismo, scegliendo invece un linguaggio essenziale, talvolta ermetico, che sottolinea la difficoltà della comunicazione e l’isolamento dell’individuo nel mondo moderno.
Uno dei concetti centrali nella poesia di Montale è quello dell’”adversus“, un ostacolo o una barriera che impedisce all’individuo di raggiungere una comprensione o un’armonia completa con il mondo circostante. Questa sensazione di estraneità e separazione diventa un leitmotiv nelle sue opere, spesso contrapposto alla ricerca di momenti di “illuminazione”, brevi e fugaci epifanie in cui il poeta percepisce una connessione o una rivelazione.
La natura, in particolare il paesaggio ligure della sua giovinezza, occupa un posto di rilievo nella poetica montaliana. Tuttavia, a differenza della tradizione romantica, la natura non è idealizzata o consolatoria, ma rappresenta spesso un contrasto tra la bellezza esteriore e l’angoscia interiore. La figura femminile, soprattutto attraverso la misteriosa presenza di Clizia, assume un ruolo centrale, simboleggiando l’irraggiungibile, l’assoluto e, allo stesso tempo, l’incomunicabilità.
Montale affronta temi universali come l’amore, la morte, il tempo e l’esistenza con uno sguardo critico e talvolta disincantato, evidenziando la tensione tra l’individuo e un mondo incomprensibile e mutevole. Attraverso una sintesi unica di tradizione e innovazione, la poetica di Montale rappresenta un punto di riferimento fondamentale nella letteratura italiana, segnando una svolta nella poesia del ventesimo secolo e influenzando generazioni di poeti a venire.

Fonti:

https://sapere.virgilio.it/scuola/superiori/letteratura-storia-filosofia/letteratura-del-novecento/montale-vita-e-opere

 

MGF

Regia di Thaddeus O’Sullivan – USA, 2023 – 91′
con Maggie Smith, Laura Linney, Kathy Bates

 

 

 

 

 

UN FILM PIACEVOLE COME UNA TAZZA DI TÈ IRLANDESE. CON UN CAST DI ESPERTE CHE CI FA SORRIDERE E COMMUOVERE.

Dublino, 1967. A quarant’anni di distanza dalla sua partenza per gli Stati Uniti, Chrissie Limey torna alla casa dove è nata e ha trascorso la sua adolescenza, per partecipare al funerale della madre Maureen. La comunità la accoglie con sorpresa, in particolare Lily, la migliore amica di Maureen, ed Eileen, che è stata la migliore amica di Chrissie. Il grande assente è Declan, il figlio di Lily, morto da giovane per annegamento – lui che sapeva nuotare come un pesce. Quando erano ragazzi Chrissie, Eileen e Declan erano inseparabili, e Chrissie e Declan erano una coppia innamorata.
Poi però è successo qualcosa che ha creato divisioni insanabili all’interno del gruppetto, e che ha determinato la partenza di Chrissie per gli Stati Uniti. Il funerale di Maureen è anche l’occasione per assegnare un premio ad alcuni membri della comunità: un pellegrinaggio a Lourdes, che potrebbe ridare la parola ad un bambino e la speranza ad Eileen. Quel viaggio diventerà soprattutto un’occasione di perdono e di riconciliazione – se coloro che l’hanno intrapreso sapranno accoglierle.
The Miracle Club ha un titolo fuorviante, perché fa presupporre una commedia scanzonata, di quelle in cui un gruppo di attrici âgée gigioneggiano per suscitare l’ilarità del pubblico.
Qui il gruppo centrale di attrici è effettivamente âgée, ma la storia non è comica, anche se non mancano i siparietti divertenti. La trama ha parecchie fragilità e l’ambientazione irlandese fa leva su molti stereotipi cinematografici, che il regista dublinese Thaddeus O’Sullivan cavalca senza esitazione, ma il gruppetto di interpreti formato da Kathy Bates, Laura Linney, Maggie Smith e un quasi irriconoscibile Stephen Rea riesce a tenere alta l’attenzione del pubblico. A rubare la scena, come sempre, è la quasi nonagenaria Smith nel ruolo di Lily, una madre gravata dal lutto e dal senso di colpa che però non ha perso l’ironia e la capacità di dimostrarsi affettuosa e fedele.

Kathy Bates ritorna in gran forma (anche fisica) per calarsi nel ruolo complesso di Eileen, madre di famiglia che non ha mai lasciato il suo quartiere, con un marito brontolone (l’irresistibile Stephen Rea) ad incarnare un certo maschilismo d’antan. Laura Linney dà alla sua Chrissie reticenza e misura, raccontando una donna che ha imparato l’empatia pur non avendone ricevuta alcuna nel proprio passato, custode di un lontano rancore di cui vorrebbe liberarsi.

La ricostruzione d’ambiente è attenta anche se un po’ stucchevole, e l’intera confezione è piacevole, nonostante (o grazie a) l’adesione a molti cliché: una rassicurante tazza di tè irlandese servita da un cast di professioniste esperte nel far commuovere e sorridere.

Paola Casella – MyMovies


“Questo è un road movie, un viaggio di scoperta dove non sai cosa troverai alla fine. Tutto ciò che le protagoniste sanno è che si stanno lasciando la vita alle spalle.“ Thaddeus O’Sullivan


Recensioni
3,2/5 Movieplayer
4/5 Ciak Magazine
2,7/5 MyMovies

 

MAGGIE SMITH: 89 ANNI E UNA LUNGA CARRIERA RICCA DI SUCCESSI

Dame Maggie Smith (28 dicembre 1934 – Londra) è una vera e propria luce verde speranza (ancora oggi e nonostante l’età) nella cinematografia mondiale, una delle migliori attrici inglese che il panorama della Settima Arte abbia avuto. Una voce, un volto e delle movenze che non usciranno mai dalla testa dello spettatore. Irresistibile, mai sottovalutata, una vera pietra rara da incastonare nella memoria collettiva e che tutti, nel nostro piccolo, vorremo possedere.

 

 

 

GLI INIZI – Nel 1958 ottiene il primo ruolo da protagonista nel film Senza domani di Seth Holt, che le vale una candidatura ai BAFTA Awards come miglior attrice debuttante.

LA CONSACRAZIONE – Il ruolo che la consacra come icona del cinema è quello di Desdemona in Otello, film del 1965 con Laurence Olivier. Smith ottiene una candidatura ai Golden Globe come migliore attrice e una all’Oscar come miglior attrice non protagonista

 

 

 

IL PRIMO OSCAR – Nel 1969 Maggie Smith è la protagonista assoluta de La strana voglia di Jean di Ronald Neame. Nella pellicola interpreta l’anticonformista professoressa Jean Brodie. Per quel ruolo le viene assegnato il BAFTA Awards e vince il primo Oscar come miglior attrice protagonista nel 1970

 

 

 

ANNI D’ORO – Gli anni Settanta per Smith proseguono nel segno del successo con In viaggio con la zia (1972), dove interpreta l’eccentrica zia Augusta, che le vale una candidatura ai Golden Globe e all’Oscar come migliore attrice protagonista. Nel 1976 recita poi in Invito a cena con delitto di Robert Moore, dove prende la parte dell’investigatrice Dora Charleston, e nel 1978 in Assassinio sul Nilo tratto dal romanzo di Agatha Christie

 

 

 

IL SECONDO OSCAR – Nel 1979 fa parte, con Michael Caine e Jane Fonda, del cast di California Suite di Herbert Ross. Smith, che nella commedia interpreta un’attrice lunatica, vince il suo secondo Oscar, stavolta come miglior attrice non protagonista. Riceve inoltre il Golden Globe e una candidatura ai BAFTA

 

 

 

GLI ANNI OTTANTA – Nel 1985 Smith intepreta Charlotte, dama di compagnia di Helena Bonham Carter, in Camera con vista di James Ivory. Grazie a questo ruolo vince il secondo Golden Globe con miglior attrice e ottiene una candidatura all’Oscar Gli anni Ottanta proseguono con La segreta passione di Judith Hearne (1987) di Jack Clayton. Per l’interpretazione della protagonista, una cinquantenne insegnante di pianoforte, Smith riceve il BAFTA alla miglior attrice

 

ANNI NOVANTA – Negli anni Novanta, l’attrice britannica trova l’ennesima ondata di successo grazie alla sua doppia partecipazione nel film Sister Act (1992) e nel suo sequel (1993). In entrambi interpreta la Madre Superiora del convento a fianco della “suora scatenata” Whoopi Goldberg. Maggie Smith è protagonista anche di Un tè con Mussolini (1999). Grazie all’ennesima magistrale interpretazione, per la regia di Franco Zeffirelli, l’attrice britannica chiude un altro fortunato decennio ottenendo il suo settimo BAFTA Award

 

 

ANNI DUEMILA – Smith si fa conoscere anche ai più giovani lungo tutti gli anni Duemila, nei quali viene ricordata per l’interpretazione della (severa ma buona) professoressa Minerva McGranitt nella serie Harry Potter

 

 

 

 

ANNI DUEMILADIECI – Tra i ruoli iconici di Smith non si può non citare quello di Violet, Contessa Madre di Grantham, nella serie televisiva Downtown Abbey. Per la sua intepretazione riceve due premi Emmy (2011 e 2012), una candidatura come miglior attrice non protagonista ai BAFTA (2012) e ottiene una vittoria al Golden Globe come miglior attrice non protagonista in una serie (2013)

 

 

 

 

MGF

 

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Itaca, scritta nel 1911, appartiene al secondo periodo della produzione di Kavafis quando il poeta abbandona il simbolismo per recuperare la tradizione ellenistica realizzando così i suoi massimi capolavori. Nella lirica il riferimento al mito e alla classicità appare evidente fin dal titolo: Itaca, la terra natìa di Ulisse, la promessa universale del ritorno.
Attraverso la metafora del viaggio dell’eroe greco Kavafis narra una verità esistenziale: la navigazione di Ulisse si trasfigura così nel percorso della vita che in realtà non ha altra meta se non il viaggio.

 

COSTANTINO KAVAFIS

Kostantinos Petrou Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1933) è stato un poeta e giornalista greco. Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo, e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista. Pubblicò 154 poesie ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Le poesie più importanti furono scritte dopo il suo quarantesimo compleanno. Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto, da famiglia greca. Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export, tuttavia nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool. Kavafis tornò ad Alessandria nel 1882. Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell’anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita. Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent’anni. Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì nel 1933. Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.
Le liriche di Kavafis hanno spesso carattere epigrammatico ed essenziale; lo stile è caratterizzato da un vena ironica, rivelatrice di un atteggiamento disincantato verso la realtà. La poesia, occasione di nobilitazione e di riscatto dalla miseria umana, è per Kavafis fondamentalmente memoria, rielaborazione di un passato che se da un lato è biografico dall’altro si incarna nella storia e nella tradizione di un popolo, di una civiltà. In questa chiave si iscrive la scelta del poeta di usare il greco, lingua parlata dalla madre del poeta, e di far rivivere, attraverso le sue liriche, fatti e personaggi dell’epoca ellenistico-romana e bizantina.

 

MGF

 

Regia di Wim Wenders – Giappone, Germania, 2023 – 123′
con Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano

Il film è stato premiato al Festival di Cannes

 

 

 

 

IL RITRATTO DELLA SERENA E COMPOSTA SOLITUDINE DI UN UOMO CHE HA FATTO PACE CON I SUOI ERRORI DEL PASSATO

Tokyo, oggi. Hirayama è un sessantenne giapponese che pulisce i bagni pubblici della città con attenzione meticolosa ai dettagli e dedizione certosina al suo lavoro. Ogni giorno segue la stessa routine: un’attenta pulizia personale prima e dopo quella dei bagni altrui, un’innaffiata alle piante che ha salvato dalla disattenzione cittadina, un panino al parco all’ora di pranzo. Lungo il suo percorso talvolta si ferma a osservare le piante che lo sovrastano scattando foto alle chiome, o fa uno spuntino presso qualche tavola calda. E ogni tanto fa qualche incontro: con Takashi, il ragazzo che rileva il turno pomeridiano di pulizia dei bagni, con una ragazza al parco, con un senzatetto scollato dalla realtà, con la proprietaria di un ristorante che gli riserva piccoli trattamenti di favore. E quando sale a bordo del suo furgone ascolta Lou Reed (con e senza i Velvet Underground) e Patti Smith, The Animals e Van Morrison, Otis Redding a Nina Simone, così come quando è a casa legge William Faulkner e Patricia Highsmith, ma anche la “sottovalutata” Aya Koda.
Perfect Days racconta le “giornate perfette” di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana. L’uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l’occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa.
Wim Wenders, in veste di regista e sceneggiatore (con Takuma Takasaki), mette a frutto la sua grande familiarità con il documentario per creare un film di finzione che segue le giornate del suo protagonista come una camera nascosta, e poi però racconta i sogni di Hirayama come un’elaborazione artistica del giorno appena vissuto.
La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell’inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante) accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di Franz Lustig accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un’altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato.
Koji Yakuso, che alcuni ricorderanno in Babel di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore’eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto.
Il suo Hirayama è il baluardo di un passato recente che è già modernariato, e conserva un afflato poetico persino attraverso il lavaggio di bagni frequentati da persone per cui è invisibile. Hirayama continua la sua metodica affermazione di sé all’interno di un universo per molti versi indifferente, consapevole che “il mondo è fatto di molti mondi” e solo alcuni sono connessi, ricordandoci che esiste un “ora” che va rispettato in quanto tale senza correre dietro al futuro, perché “il futuro succederà la prossima volta”.

Paola Casella – MyMovies.it


Parole quasi nessuna, solo qualche fotografia di rami che si stagliano sul cielo alla ricerca di una pace che non è rinuncia né moderazione ma piuttosto una silenziosa forma di empatia universale. Per invitarci a pensare che la felicità può essere anche la cancellazione dei desideri.


Wim Wenders ha spiegato che Perfect Days nasce come una serie di documentari brevi chiamati a testimoniare la riqualificazione di diciassette bagni pubblici, realizzati da alcuni celebri architetti giapponesi nell‘ambito del “Tokyo Toilet Project”; presumibilmente, si trattava anche di un pretesto per raccontare la vita nei parchi o sui marciapiedi circostanti, poi evolutosi strada facendo in un film di finzione scritto con Takuma Takasaki e incentrato sull’addetto alle pulizie dei servizi igienici, un personaggio di fantasia del quale la pellicola ricostruisce la routine giornaliera con meticolosa attenzione.


Recensioni
4/5 MyMovies
5/5 Sentieri Selvaggi
8,5/10 IGN Italia

 

IL PROGETTO “THE TOKYO TOILET”

Sebbene il Giappone sia universalmente riconosciuto come uno dei paesi più puliti al mondo, con bagni pubblici che mantengono uno standard di igiene superiore rispetto ad altri luoghi, l’uso di tali strutture è limitato a causa degli stereotipi noti in giapponese come i ‘4 K’ (kusai – maleodoranti, kurai – buio, kowai – spaventosi e kitanai – sporchi).

         

Per abbattere questi pregiudizi, la Nippon Foundation ha intrapreso un progetto ambizioso: il Tokyo Toilet, partito nel 2020, che rientra nella grande opera di abbellimento urbano della metropoli – che tra tutti ha interessato anche la costruzione del New National Stadium – finalizzata ad ospitare la XXXII edizione dei Giochi Olimpici di Tokyo nel 2021.

La collaborazione tra funzionari locali, ente del turismo e The Nippon Foundation ha portato quindi al compimento di nuove unità di servizio igienico. Obiettivo dichiarato dell’iniziativa è smentire il luogo comune dei 4 K per farne invece nuovi simboli di ospitalità, spazi all’insegna dell’accessibilità e dell’inclusione. Sono in tutto sedici le firme prestigiose che hanno curato il restyling delle diciassette toilette pubbliche a Shibuya, uno dei quartieri più colorati, frenetici e caratteristici della capitale nipponica.

                                          

Il risultato è una perfetta sintesi tra estetica, funzionalità e, soprattutto, accessibilità.  Queste strutture non sono solo visivamente piacevoli ma anche funzionali, promuovendo così una visione più positiva e accogliente dell’uso dei bagni pubblici. I progettisti e designer coinvolti sono Kengo Kuma, Shigeru Ban, Tadao Ando, Toyo Ito, Tomohito Ushiro, Masamichi Katayama / Wonderwall, Junko Kobayashi, Takenosuke Sakakura, Kashiwa Sato, Kazoo Sato, Nao Tamura, NIGO®, Marc Newson, Shigeru Ban, Sou Fujimoto, Miles Pennington / UTokyo DLX Design Lab, Fumihiko Maki. Questi visionari hanno trasformato i bagni pubblici in autentiche opere d’arte accessibili a tutti, rappresentando un passo verso una società che abbraccia la diversità.

 

MGF