Regia di Alessandro Genovesi – Italia, 2025 –
con Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Giulia Bevilacqua

 

 

 

 

 

UNA FORMULA RASSICURANTE PER IL TERZO CAPITOLO DELLA MINISAGA DEDICATA ALLA FAMIGLIA ROVELLI

Il regista-sceneggiatore milanese Alessandro Genovesi si è imposto negli ultimi quindici anni con titoli comici di richiamo, stringendo un sodalizio di ferro con Fabio De Luigi: tra i più noti “La peggior settimana della mia vita” (2011), “Soap opera” (2014) e “Ridatemi mia moglie” (2021). A questi si aggiunge il ciclo dedicato alla famiglia Rovelli: “10 giorni senza mamma” (2019) e “10 giorni con Babbo Natale” (2020). A distanza di alcuni anni Genovesi, insieme alla cordata Colorado Film, Medusa e Prime Video, ne firma un terzo episodio: “10 giorni con i suoi” (2025), coinvolgendo sempre Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, cui si sono aggiunti Dino Abbrescia, Giulia Bevilacqua e Marcello Cesena.
La storia. La famiglia Rovelli, composta dai genitori Carlo e Giulia, dai tre figli Angelica, Tito e Bianca, si reca in Puglia per accompagnare la primogenita che si trasferisce lì per frequentare l’università e stare vicina al suo fidanzato. A ospitarli è la famiglia del ragazzo, i Paradiso…
“Tutta la saga – ha dichiarato il regista – è in qualche modo un esperimento sociale: siamo cresciuti nella realtà in parallelo ai personaggi di finzione, la famiglia Rovelli. In questo nuovo film si affrontano tematiche diverse, complesse, sulla separazione dai figli che crescono e iniziano la loro vita ‘adulta’, sulla coppia che affronta cambiamenti e nuovi movimenti”. “10 giorni con i suoi” corre agile sul binario della commedia semplice, che omaggia i modelli hollywoodiani alla “Ti presento i miei” (2000) ma anche i riusciti campioni di incasso italiani come “Benvenuti al Sud” (2010) o il francese “Giù al Nord” (2008). Al centro del racconto troviamo genitori che da un lato vedono i figli uscire dal nido per inseguire i propri sogni, e dall’altro sono richiamati a nuove responsabilità per gravidanze inattese. Questi temi, sulla carta densi e stratificati, vengono però diluiti in una narrazione a caccia più di risate che di riflessioni. La regia di Genovesi è al servizio di un copione brillante dall’andamento fin troppo prevedibile, ben sorretto comunque da attori dalla comicità rodata.
“10 giorni con i suoi” è un titolo d’evasione senza troppe pretese, che punta a unire grandi e piccoli con una comicità frizzante, accessibile, non volgare. Qua e là qualche inciampo gratuito o banalità, ma comunque un film consigliabile, semplice e divertente.
Questa saga ha inoltre il pregio di non risultare mai troppo lontana dalla realtà (fatta eccezione qui per il prete interpretato da Marcello Cesena in modo delirante) e di suscitare empatia anche nel pubblico che ne ha confermato il successo nel tempo. E questa nuova puntata non sarà da meno delle precedenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Famiglia, Società, Amore, Figli-Genitori


Storie di famiglia e portate avanti con garbo, fra comicità fisica, in cui è maestro il protagonista Fabio De Luigi, e qualche incursione in temi in cui tutti possiamo identificarci come i figli che crescono troppo presto, l’amore che dopo anni rischia di trasformarsi e in generale la composita lotta quotidiana per mantenere attiva e vivace un nucleo familiare.


10 giorni con i suoi è una commedia piacevole e leggera, in grado di offrire un intrattenimento genuino con una trama piuttosto semplice. La bellezza del film risiede nelle performance degli attori (resta sempre molto fluida la chimica tra Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) e nei momenti comici che si intrecciano con alcune situazioni più delicate ed emozionanti.


Recensioni
3,5/5 Coming Soon
3,5/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

L’EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA ROVELLI

DIECI GIORNI SENZA MAMMA

 

Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Sebbene alcune vicende siano esilaranti, dietro si nasconde la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli e che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time: Valentina Lodovini interpreta un ruolo femminile dal sapore finalmente contemporaneo. Non tutto però risulta essere armonico e alcune scene sono al limite dell’assurdo. Ma il film ha comunque il pregio di mettere in discussione il tradizionale ritratto dei ruoli di mamma e papà.

 

DIECI GIORNI CON BABBO NATALE

 

Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Il Natale è in arrivo, e mentre Carlo spera nel buon esito di un colloquio per tornare a fare il suo mestiere, Giulia riceve un’offerta che sarà difficile rifiutare: l’incarico dei suoi sogni non a Roma, dove abitano i Rovelli, ma a Stoccolma. E l’incontro decisivo con la dirigenza è fissato per la vigilia di Natale. Considerato anche l’allontanamento progressivo dei loro figli – Camilla l’ecologista in crisi adolescenziale, Tito attratto dalla destra neonazista – Carlo decide di riesumare il camper con cui lui e Giulia hanno viaggiato da giovani per trasformare la trasferta della moglie a Stoccolma in una gita di famiglia. E lungo la via i Rovelli raccoglieranno anche l’ospite più inatteso: un tipo strano che sostiene di essere Babbo Natale.

 

 

DIECI GIORNI CON I SUOI

 

Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.

 

MGF

 

 

 

                       

La Messa di Requiem in Re minore per soli, coro ed orchestra K 626 è l’ultima struggente composizione di  Mozart, che morì per cause non definite la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1791, a soli 35 anni e poche ore dopo aver composto il Lacrimosa, che conclude la III sequenza della Messa di Requiem.

 

La Messa di Requiem, rimasta incompiuta per la morte dell’autore, fu completata successivamente da Franz Xaver Süssmayr, allievo di Mozart, al quale il compositore affidò tutte le note del componimento prima di morire.
L’opera è legata alla controversa vicenda della sua morte avvenuta il giorno successivo al completamento delle parti vocali del Lacrimosa.

 

 

Stendhal parla di un anonimo committente che incaricò Mozart, malato e caduto in miseria, di comporre in quattro settimane una messa da requiem, dietro compenso di cinquanta ducati. L’anonimo committente si scoprì poi essere il conte Franz von Walsegg: nella sua corte nei pressi di Vienna egli disponeva di una piccola orchestra e, per onorare la memoria della defunta moglie, voleva eseguire una messa funebre.

Franz Xaver Süssmayr

 

Completato quasi certamente entro la quaresima del 1792, il Requiem venne ritenuto per un certo periodo opera del solo Mozart anche per il fatto che la calligrafia di Süssmayr risulta essere molto simile a quella di Mozart: fino agli inizi degli anni novanta del XX secolo si riteneva infatti che l’indicazione, posta in testa alla prima pagina, recitante “di me W.A Mozart mppa. 1792″ fosse stata apposta da Mozart stesso.

 

Il Requiem di Mozart fu eseguito per la prima volta a Vienna nel 1792, con la partitura ancora una volta redatta da Süssmayer, come “autentica” opera di Mozart. Il promotore, il conte Walsegg, da quel momento scompare nell’ombra della storia, e l’opera quale “testamento musicale di Mozart”, ammirata come la sua ultima grande composizione, resta a documentare l’ispirazione e l’arte del geniale musicista.

Fu probabilmente solo con l’edizione a stampa di Johann Anton Andrè del 1827 che parte dei dubbi vennero fugati: forse per la prima volta nella storia della musica, una partitura venne pubblicata con un commento critico nel quale si tentava di stabilire con certezza ciò che è certamente di Mozart e ciò che è di pugno d’altri; l’edizione Breitkopf indicò poi con una M il materiale sicuramente mozartiano e con una S quello attribuito a Süssmayr.

Fra i momenti di maggiore ispirazione drammatica spicca sicuramente il Lacrimosa, il brano più struggente e conosciuto di tutto il Requiem.
Fu composto in Re Minore ed in 12/8. Il compositore riesce, attraverso l’utilizzo di brevi frasi di crome ascendenti e discendenti assegnate ai violini e contornate da una scrittura corale di ampio respiro, a creare un effetto di pianto a stento trattenuto, di preghiera umile e devota,  le voci hanno un impasto molto scuro e molto drammatico, e l’Amen conclusivo in Forte esprime tutto il fervore religioso dell’autore. Mozart mostra una sensibilità e un coinvolgimento emotivo che si avvicinano a quelle del secolo successivo . E’ una musica molto carica, molto densa, drammaticamente e drammaturgicamente importante.

Il Lacrimosa è da sempre considerato un banco di prova per direttori d’orchestra: sbagliarne il tempo significherebbe perderne tutta la drammaticità.

 

“Lacrimosa dies illa,
Qua resurget ex favilla,
Judicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus: Pie Jesu, Domine,
Dona eis requiem. Amen.”

“Giorno di pianto
quello in cui risorgerà tra le faville il colpevole,
per essere giudicato.
Abbi pietà di costui, o Dio. Pio Gesù, Signore,
dona loro l’eterno riposo. Così sia.”

 

 

 

Vi lascio il link per ascoltare la magistrale interpretazione del Lacrimosa eseguito dalla Wiener Philarmoniker con direzione di Herbert von Karajan

https://www.youtube.com/watch?v=Y9hL78g3Sj8

 

 

Redatto da MGF su varie fonti

MADONNA DEI PELLEGINI – Caravaggio (1604-1606)

 

Un’opera che all’epoca fece scandalo, perché Caravaggio cercava i suoi modelli tra i poveri: feccia, sporchi, spesso anche criminali.
L’opera fu rifiutata dal committente, proprio perché la modella era stata riconosciuta come una donna che esercitava la prostituzione.

Come Papa Francesco, Caravaggio prendeva gli ultimi del mondo e li elevava alla divinità, come il Cristo accoglieva e perdonava; e il saluto al nostro caro Pontefice che torna alla Casa del Padre è la stessa preghiera di San Francesco d’Assisi, per il tramite della Madonna che lui tanto amava: che con gli ultimi del mondo sia lieto il nostro passo, seguendo il suo dolce esempio.

 

Beatrice, tutto lo staff e la direzione del Cinema Fratello Sole

 

MGF

ALLELUIA

Dall’ebraico Halləluyah, parola composta da hallelu (‘sia lode’) e yah (prima parte del tetragramma sacro che indica il nome di Dio in ebraico e che non va mai né scritto né pronunciato nella sua interezza).

 

Il tempo di Quaresima è tempo di penitenza e digiuno per la rinascita ad una nuova vita in Cristo, così anche la liturgia “digiuna” per prepararsi all’evento glorioso della risurrezione del Signore.
Durante la Quaresima siamo chiamati a concentrarci sull’attesa del Regno di Dio che si apre per noi con la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Ecco spiegato il motivo del perché non si canta l’Alleluia.
Ma ecco arrivare la mezzanotte di Pasqua!
La Veglia Pasquale non è una messa come le altre. È quella della notte in cui la Chiesa celebra il trionfo di Cristo sulla morte. E qui la liturgia “rompe” il digiuno perché la Resurrezione cambia tutto e quella parola prima proibita irrompe in tutta la sua pienezza.
Sant’Agostino diceva: “ Cantiamo l’alleluia a Dio che è buono, che ci libera da ogni male ” (Discorsi 256). A Pasqua questo alleluia esplode con forza, perché non c’è più morte da temere, nessun peccato che non sia stato sconfitto.

 

L’alleluia più famoso e forse più maestoso e da tutti conosciuto è indubbiamente l’Halleuiah dal Messiah di Händel.
Il Messiah è nato quando la natura sperimentale di  Händel si è confrontata con il cambiamento dei gusti del pubblico di Londra e la politica della chiesa inglese. Il Vescovo di Londra in quel periodo aveva vietato esibizioni di opere religiose su palcoscenici londinesi, quindi Händel decise di scrivere un’opera adatta ad essere rappresentata in un concerto in chiesa.
Nell’agosto del 1741 il librettista Charles Jennens, ispirato dal Book of Common Prayer of the Church of England (il testo di riferimento dottrinale e liturgico della Chiesa d’Inghilterra  scritto dall’arcivescovo anglicano di Canterbury Thomas Cranmer nel 1549 ), inviò a Händel un nuovo testo basato sulla figura del Messia.

Händel ne fu colpito intuendone subito le potenzialità, e, in preda a una vera e propria vena creativa, ultimò in soli 24 giorni quella che sarà la sua più famosa composizione: il Messiah che, con il suo coro Hallelujah, è tra le opere più popolari della musica corale. Messiah è stato sicuramente il fulcro della carriera di Handel. Il 6 aprile 1759, il compositore fece la sua ultima apparizione pubblica dirigendo il Messiah a Londra. Otto giorni dopo morì all’età di 74 anni.

 

 

 

Il Messiah HWV 56 di  Händel  è basato su tre concetti principali: storia della natività di Gesù, la crocifissione e redenzione dell’umanità e un commento sull’anima cristiana e della Vittoria sulla morte. Il testo del Messiah scritto da Charles Jennens intendeva essere una dichiarazione di fede nella divinità di Cristo.
L’ Hallelujah di Händel è veloce ed allegro, potente ed agile, gioioso e vivace: la tradizione vuole che il re Giorgio II, quando sentì questo coro per la prima volta, era così agitato che balzò in piedi, seguito da tutti gli altri.

 

 

Vi lascio il testo e il link per ascoltare la versione eseguita dalla Royal Choral Society accompagnata dalla Royal Philarmonic Orchestra alla Royal Albert Hall di Londra.

Buon ascolto e Buona Pasqua!

George Friedrich Händel, The Messiah, «Hallelujah»

Hallelujah! For the Lord God Omnipotent reigneth.
The kingdom of this world is become
the kingdom of our Lord and of His Christ;
and He shall reign for ever and ever
King of Kings and Lord of Lords. Hallelujah!

Alleluia! Poiché il Signore Dio Onnipotente regna.
Il regno di questo mondo è diventato
il regno di nostro Signore e del Suo Cristo;
ed Egli regnerà nei secoli dei secoli
Re dei Re e Signore dei Signori. Alleluia!

 

https://www.youtube.com/watch?v=IUZEtVbJT5c

 

MGF

NOLI ME TANGERE 

“Non mi trattenere”, così si rivolge Gesù a Maria di Magdala, di fronte al sepolcro vuoto, “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre, ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.”
Bramantino affresca questa scena, così spesso poco ricordata, e lo fa in maniera davvero magistrale.
In questo momento, il Cristo non ha ancora compiuto interamente il Suo compito di redenzione dei peccati, e lo leggiamo chiaramente nella stanchezza del Suo volto, nella molle pesantezza del braccio che solleva verso Maria, forse per evitarle di avvicinarsi ulteriormente, forse per donarle un piccolo gesto di affetto prima di darle l’importante compito di andare ad annunciare a tutti di averlo visto, di avergli parlato.

Quanto è umano, questo Cristo, quanto è nostro Fratello: fattosi carne nel grembo di Maria Sua Madre, Egli è al tempo stesso Dio e Uomo. Ma quanto spesso avvertiamo la distanza, l’abisso che ci separa dalla Sua divinità?
Ecco, Bramantino con quest’opera semplice ci ricorda che in realtà la distanza non è così incolmabile: Lui è stato uomo come lo siamo noi, dimostrandoci con l’esempio vivente che portarci più vicini a Dio non è impossibile.

In quest’opera possiamo vedere tutto il lato umano di questo Dio che si è fatto Uomo per noi, per redimerci e guidarci: ha la posa e l’espressione di una qualsiasi persona che sta cominciando a sperare davvero che la settimana di lavoro possa giungere al termine, qualcuno che è passato attraverso la sofferenza e che ne è uscito, provato e tuttavia vittorioso.


C’è dignità, nello sguardo di questo Cristo, dignità e forza: la Sua opera non è ancora compiuta, e Bramantino sembra quasi suggerire che quel “Non mi trattenere” non sia solo un modo per liquidare in fretta una persona perché si ha da fare. Sembra di intravedere, dietro a quel gesto, quasi la richiesta di una gentilezza: è allo stremo delle forze, è morto e risorto, e forse fermarsi il tempo di un gesto d’affetto gli renderebbe ancora più difficile ripartire e portare a termine la Sua opera.
Non può ancora trattenersi, perché deve “occuparsi degli affari del Padre Suo”, come diceva a dodici anni quando restava al Tempio a discutere con i saggi. Ma, quando si tratterrà, sarà per la gioia e la salvezza di tutti.
E quel Dio che a volte sembra così lontano e indifferente diventa in quest’opera un Fratello, qualcuno al cui fianco si può camminare con passo lieto, qualcuno che ci indicherà la Via.
Terminate le sofferenze di questa vita ci sarà la Resurrezione, sembra dire quest’opera: manca poco, e poi il sole sorgerà di nuovo, una lesta aurora di gioia che ci ripagherà di tutti gli sforzi compiuti.

 

Beatrice Fiorello

 

MGF