Docufilm diretto da Ali Ray e Phil Grabsky
Durata 90′

NATIONAL GALLERY 200 mostra come il potere della grande arte
risieda nella sua capacità di comunicare con chiunque,
indipendentemente dalle conoscenze storiche, dal background e
dalle convinzioni dei singoli.

 

 

 

Prodotto da Phil Grabsky con Exhibition on Screen, tassello dopo tassello il film cerca di mostrare come l’arte possa parlare a tutti e come tutti i visitatori possano, a loro volta, confrontarsi con le singole opere, senza sentirsi intimidite dalla loro storia e dal loro prestigio. Il tentativo dei due registi è quello di incoraggiare il pubblico a guardare coi propri occhi quadri e sculture, senza perdersi dietro la fotografia affrettata e senza rinunciare a creare un contatto personale con l’opera che hanno di fronte, per capire se ha qualcosa da raccontare che possa – in qualche modo – essere connessa alla nostra vita.


Questo museo pubblico inglese, il primo nella storia in Europa ad aprire gratuitamente per la fruizione di tutti, accoglie gli spettatori del film facendo scoprire alcuni capolavori della sua collezione – acquisita negli anni, tra denaro pubblico e donazioni private -, sia noti (come Leonardo, Bellini, Bruegel, Tiziano), sia più di “nicchia”, seppur si parli sempre di grande storia dell’arte antica e moderna (Salvator Rosa, Bartolomé Bermejo, Louis-Léopold Boilly…)


Recensione MyMovies 4/5

 

IL GABINETTO DELLE CURIOSITA’: LA NASCITA DEL MUSEO

 

 

Oggi siamo abituati ad avere musei in ogni città, dalle più piccole con le loro minuscole sale di opere locali e documentazioni di epoche passate, alle più grandi con i loro giganteschi atri colmi di capolavori provenienti da ogni parte del mondo.
Ma da dove arriva l’idea di stipare opere e curiosità e mostrarle al pubblico? Chi, per primo, ha deciso di radunare quadri, sculture, reperti, in un solo posto?

 

L’idea di museo nasce nel Rinascimento, periodo che di fatto ebbe inizio con la riscoperta dei reperti sepolti sotto a Roma: nacque la moda delle sculture in stile ellenico, ripresa dalle riproduzioni in marmo di epoca romana ritrovate sottoterra, e chiunque abitasse nella zona e avesse abbastanza denaro da potersi accaparrare un reperto corse a procurarsi il maggior numero possibile di opere.

Il passaggio dal recupero all’assunzione di artisti contemporanei, che scolpissero opere con lo stesso stile, fu decisamente breve.
Spesso, queste opere venivano poste in specifiche stanze ad esse dedicate, perché il padrone di casa potesse stupire gli ospiti mostrando loro la propria collezione, ottenuta grazie al denaro: l’arte era, ancor più di prima, diventata uno status symbol.

 

 

Più o meno nello stesso periodo, grazie al diffondersi dei prodromi di varie discipline scientifiche, alcuni collezionisti più interessati alla natura che all’arte cominciarono a collezionare reperti naturalistici: animali imbalsamati, scheletri, piante. Anche questi oggetti, spesso curiosità importate da terre lontane, trovarono posto in piccole stanze ad esse dedicate: i gabinetti delle curiosità.
Le prime notizie certe su queste stanze, che a seconda delle aspirazioni di grandeur del proprietario (nonché della sua disponibilità economica) potevano essere di varie dimensioni, risale circa al 1520: Albrecht Dürer, stimato incisore e artista dell’epoca, fece recapitare al suo committente, il principe Cristiano I di Sassonia, alcuni oggetti da lui cercati e trovati durante il suo viaggio nei Paesi Bassi: delle corna animali, gigantesche pinne di pesci, alcuni frammenti di corallo e persino un’arma proveniente dalle Indie Orientali. Questi “souvenir” erano specificatamente destinati alla Kunstkammer (stanza dell’arte) del principe.

 

 

Cristiano I è anche uno dei primissimi che seguì una sorta di filo logico per l’allestimento della propria Kunstkammer: raccolse informazioni, e si attenne al suggerimento per il quale ogni Kunstkammer che si rispetti deve avere alcuni elementi specifici: sculture e dipinti, curiosità locali e provenienti da paesi lontani, e reperti di animali strani e curiosi, come palchi di corna, artigli, piume… naturalmente, all’epoca non era così facile collegare un reperto alla propria origine (capitò persino con delle reliquie!), pertanto la sezione zoologica di queste stanze fa spesso sorridere. In alcuni casi, si trovano ancora vecchi collage di ossa e tessuti spacciati per scheletri di fate: oggi possiamo pensare a questi strafalcioni con un sorriso, ma per l’epoca una creatura mitologica doveva essere un notevole pezzo da collezione!

 

 

 

L’elezione dei gabinetti delle curiosità a status symbol, col progredire dei tempi, si espanse dalla nobiltà alla borghesia: e a ben pensarci, chi meglio di un mercante, per raccogliere cimeli da ogni angolo del mondo? Le Wunderkammern (stanze delle meraviglie) borghesi spesso contenevano più cimeli naturalistici che arte, ma contribuirono alla diffusione di quest’abitudine alla raccolta ed esposizione di pezzi unici; il desiderio di mostrare la propria ricchezza probabilmente fece il resto, portando poco a poco all’apertura al pubblico di queste stanze delle meraviglie, dove anche oggi, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso, tutti noi possiamo godere di arte, storia e natura.

 

 

E a ben pensarci è straordinario: se non ci fossero i musei, dovremmo girare il mondo per vedere cose nuove, anche solo una statua greca o un pesce che vive solo nelle acque del Pacifico. Invece, grazie al desiderio dei potenti di mostrare la propria ricchezza, eccoci a godere delle meraviglie del mondo con niente più che un’oretta in treno, un biglietto d’ingresso e un pranzo al sacco. Per una volta, le manie di grandeur della classe nobile sono permeate nel tessuto dell’intera società, e hanno aperto mondi che altrimenti ci sarebbero stati preclusi.
Per cui, quando andrete in vacanza e comprerete l’ennesimo magnete per il frigorifero, ricordatevelo: un tempo, il vostro souvenir dalla montagna sarebbe stato esposto in una Wunderkammer, quindi crepi l’avarizia! Dobbiamo portare avanti la tradizione museale!

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Regia di Todd Haynes – USA, 2023 – 113′
con Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton

 

 

 

 

Ai recenti Academy Awards correva per la statuetta di miglior sceneggiatura originale, firmata da Samy Burch. Parliamo del nuovo acuto e sfidante film di Todd Haynes, “May December”, autore statunitense che si è imposto per titoli complessi ed enigmatici come “Lontano dal paradiso” (2002), “Io non sono qui” (2007), “Mildred Pierce” (2011, miniserie) e “La stanza delle meraviglie” (2017). Con “May December” – al cinema con Lucky Red – Haynes si confronta con un chiacchierato e insidioso fatto di cronaca americano: la vicenda di un’insegnante che ha avviato una relazione con un giovane minorenne. Il film ha come protagoniste due attrici maiuscole, le Premio Oscar Natalie Portman e Julianne Moore. Accanto a loro il giovane in ascesa Charles Melton. La storia: Stati Uniti, Elizabeth (Portman) è una nota attrice che sta preparando il suo nuovo film. Si reca in Georgia per incontrare Gracie (Moore), cinquantenne protagonista di un scandaloso fatto di cronaca avvenuto vent’anni prima: una relazione con il giovane studente delle medie Joe, per la quale venne incriminata per abusi sui minori. Tempo dopo, calmata la bufera giudiziaria e con la maggiore età del ragazzo, Gracie e Joe si sono sposati e hanno formato una famiglia. A vent’anni di distanza, Elizabeth è interessata a farne un film, così trascorre del tempo con la coppia cercando di approfondirne la storia e gli aspetti psicologici. Il problema è che la sua presenza suscita tensioni, frantumando silenzi e rimossi… “La storia sobbolliva di un’ambiguità morale e narrativa – spiega il regista Haynes – che, in un film, avrebbe coinvolto lo spettatore (…). Oltre ad essere del materiale estremamente avvincente, il progetto mi ha fornito l’opportunità tanto attesa di lavorare con Natalie Portman – per innescare il vortice riflessivo di un’attrice che interpreta un’attrice – e come se questo non bastasse, di porla accanto a Julianne Moore nel ruolo feroce e imperscrutabile di Gracie”. “May December” è un film complicato da maneggiare, di certo virato sui toni ombrosi. Alla base c’è un fatto di cronaca, che già dalle premesse manifesta tutta la sua problematicità: una famiglia che si forma a partire da un abuso, dalla relazione di una donna adulta con un preadolescente. Il regista Haynes, che ha mestiere e una chiara marca stilistico-narrativa, non si è ovviamente limitato a una narrazione piana, ma al contrario ha costruito un fumoso e intenso racconto psicologico. Un duello al femminile, un dilemma morale, dai riverberi artistici: le citazioni vanno da “Eva contro Eva” a molti titoli di Ingmar Bergman. Il fatto di cronaca sembra scivolare quasi in secondo piano, “depotenziato”, perché tutto si gioca nel dialogo composto e feroce tra Elizabeth e Gracie, tra l’attrice hollywoodiana pronta a vampirizzarne la storia per fini di scena, e la donna che ha commesso un reato raccontandolo però al mondo come un atto di “incolpevole” e incontrollabile amore. Lo spettatore si perde così nei cunicoli della trama, ma soprattutto nei tornanti dell’animo delle due protagoniste. Un film sfidante dal punto di vista morale, che affascina soprattutto per la regia e le interpretazioni di livello, un po’ meno per l’impianto del racconto: una asettica dissezione psicologica di un legame nato su un terreno inappropriato.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Abusi sui minori, Cinema nel cinema, Cronaca, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Mass-media, Matrimonio – coppia, Media, Politica-Società, Psicologia


May December si concentra sull’uso mercenario che Hollywood fa di queste storie per raccontarsi narcisisticamente, in un atteggiamento predatorio, manipolatorio e egocentrico non dissimile a quello di Gracie. A cui Elizabeth somiglia sempre più e non solo per la bravura mimetica di Natalie Portman. È questa la chiave di lettura grazie a cui capire meglio May December.


Due donne allo specchio: un’immagine che si sovrappone l’una all’altra, che si moltiplica fino a diventare la stessa. In un continuo gioco di seduzione e repulsione, dove ci si trucca per diventare qualcun altro, in uno sdoppiamento dove l’arte tenta di replicare la realtà, ma finisce con il contagiarla o restarne, al contrario, prigioniera.


Ruffiano, ruffianissimo, tanto ruffiano che arriverà agli Oscar

 

ALCUNI FATTI DA CONOSCERE PER CAPIRE MEGLIO MAY DECEMBER

IL TITOLO
Più che un mistero, un lost in translation involontario. Nessuno spettatore anglofono s’interroga sul significato del titolo May December, perché è un’espressione piuttosto comune in inglese. Maggio e dicembre sono due mesi molto distanti tra loro nel calendario: l’espressione li accosta per fare riferimento a relazioni e rapporti caratterizzati da un profondo divario d’età.

 

 

Mary Kay LeTourneau

LA STORIA VERA DIETRO AL FILM
May December è liberamente ispirato a un famoso caso di cronaca statunitense degli anni ‘90. Nel 1997 l’insegnante 34enne Mary Kay Letourneau fu al centro di uno scandaloso processo giudiziario e mediatico per aver abusato di un suo studente 12enne. Scontò 7 anni e mezzo di prigione dopo aver avuto rapporti sessuali reiterati col ragazzo e aver dato alla luce in carcere a due figli concepiti con lui. Così come nel film, anche nella realtà Letourneau sostenne di essere innamorata del ragazzo. Una volta uscita di prigione, i due si sposarono, rimanendo insieme per 15 anni. Si sono separati nel 2019.

 

Michel Legrand

LA MUSICA “RICICLATA”
Difficile non notare l’intensa colonna sonora di May December, inserita nel film quasi a spezzare l’attenzione del pubblico, a sottolineare la finzione di Hollywood che ricostruisce “una storia vera” e le menzogne quotidiane con cui quella storia viene messa in scena dai suoi protagonisti. Le musiche di May December sono una rielaborazione di Marcelo Zarvos di una colonna sonora precedente. Il tema di pianoforte ricorrente è quello del film “Messaggero d’amore” di Joseph Losey, film dimenticato del 1971. La colonna sonora venne composta da Michel Legrand, leggendario musicista francese autore di oltre 200 colonne sonore e vincitore di 3 Oscar. Sul set di May December, nelle scene senza dialogo, decise di far suonare proprio il tema di “Messaggero d’amore”.

 

LE QUAGLIE DI CHARLES MELTON
Per l’attore Charles Melton quello in May December è stato il ruolo della rivelazione, con cui è andato a caccia della sua prima nomination agli Oscar. Non male per un interprete che, prima di lavorare con Todd Haynes, era considerato un belloccio delle serie TV. Melton è salito subito a bordo quando gli è stata proposta la parte “scoprendo in Joe sentimenti che non facevo fatica a pensare miei”. Melton riesce poco a poco a prendersi la scena, fino alle intense scene finali sul tetto e alla cerimonia del diploma, in cui trasmette forti emozioni con grandissima intensità. Per interpretare Joe, il 36enne marito di Gracie rimasto “intrappolato” nel legame che ha definito la sua vita, Melton ha dovuto perdere la sua forma fisica impeccabile. Todd Haynes gli ha chiesto di prendere peso ma, data la breve lavorazione del film, è stato una sorta di work in progress. Nella scena della cena a casa di Gracie e Joe per esempio, Melton ha mangiato per tutto il tempo le quaglie fritte che aveva nel piatto, facendosele continuamente portare di nuovo, “ingrassando” in tempo reale.

 

LA SCENA CULT DEGLI HOT DOG
All’inizio della pellicola Gracie apre il frigo della cucina, uno zoom la rincorre e, con aria drammatica, prorompe: “non credo che abbiamo abbastanza hot dog”. Attacco di un passaggio di pianoforte emozionante, intenso, melodrammatico. Risatine in sala. La scena degli hot dog è volutamente camp, ridicola, ma ci consegna una delle chiavi di lettura del film. La vita di Gracie è “messa in scena” come una soap opera a cui talvolta finisce per somigliare, così come il film con le sue luci smarmellate, la sua musica enfatica. Scopriamo poi che si trasforma in una crisi ogni ordine cancellato delle torte, ogni odore di fumo che contamina la camera da letto, ogni piccolo intoppo che “spezza” la finzione in cui Gracie è una donna conquistata dal marito e non una predatrice sessuale che tiene ancora intrappolata la sua vittima, che è invecchiata senza mai crescere. Ogni rottura della perfezione che si è costruita attorno, della femminilità che le è stata insegnata, dell’ingenuità aggressiva e sicura di sé che irradia, è intensamente drammatica, stressante.


Recensioni

3,4/5 MYMovies

9/10 IGN Italia

8/10 Everyeye Cinema

MGF

Commedia
Regia di Riccardo Milani – Italia, 2024
con Antonio Albanese, Virginia Raffaele, Sergio Saltarelli
Durata: 113′

 

 

 

 

 

I temi sociali sono stati sempre il filo conduttore del cinema di Riccardo Milani. Milani sa far ridere, e molto, mettendo a tema però anche solitudini, emarginazioni e fratture sociali, in generale le storture del nostro presente, declinate però secondo il canovaccio della tradizione della commedia all’italiana. Tra i suoi titoli più noti: “Scusate se esisto!” (2014), “Come un gatto in tangenziale” (2017, 21), “Corro da te” (2022) e “Grazie ragazzi” (2023). Del mondo della scuola si era già occupato con il suo film d’esordio “Auguri professore” (1997) da un racconto di Domenico Starnone, con uno sguardo nelle aule di liceo tra professori e studenti. A distanza di quasi trent’anni, torna in classe con “Un mondo a parte”, che si gioca tra i banchi delle scuole elementari in un paesino di montagna.  Milani firma un racconto che si muove tra dolcezza e malinconia, un film politico: mette a tema il valore delle piccole comunità montane, che resistono solo se ancorate da presidi educativi. Protagonisti gli ottimi Antonio Albanese e Virginia Raffaele.

La storia. Roma, oggi. Michele Cortese è un insegnate infelice: non sopporta più nessuno, tanto meno il suo lavoro e la vita nella Capitale. Un giorno riceve una comunicazione dal ministero che gli accorda il trasferimento in istituto scolastico nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo. Con ritrovata speranza Michele arriva nel paesino in pieno inverno, dove trova prevalentemente neve, neve, neve. Superato
l’impaccio iniziale, si fa subito benvolere dal piccolo gruppo di bambini e colleghi, soprattutto dalla vicepreside Agnese. L’equilibrio però vacilla quando arriva la minaccia della chiusura della scuola per mancanza di iscritti…

“Una resistenza culturale – spiega il regista – contro un nemico comune, indifferenza e rassegnazione, impegnarsi per un presente e un futuro migliori per se stessi e per il proprio paese. E tutto questo passa attraverso chi questo futuro lo difende, cioè i nostri insegnanti, e chi lo incarna, cioè i nostri bambini e la loro educazione.
Ho visto insegnanti in questo territorio, qui come in tutto il paese, fare 150 chilometri al giorno con neve, ghiaccio e bufera pur di fare il loro lavoro. Per difenderlo, sì, ma anche perché credono profondamente nell’importanza del loro ruolo”. Scritto insieme con Michele Astori, “Un mondo a parte” corre agile su tale binario, forte di un cast affiatato e un copione ben calibrato. Il film, puntellato da ironia brillante e pungente, descrive il percorso di cambiamento di un docente rassegnato che venendo a contatto con una piccola comunità riorienta la sua bussola esistenziale-valoriale, ritrovando slancio nella professione, nella propria vita. E se nobili e valide sono le motivazioni del copione, a ben vedere tutto non gira alla perfezione: il film, infatti, scivola qua e là tra pennellate mielose o marcate dal politicamente corretto (migranti, rifugiati, comunità Lgbtq+), che invece di far brillare l’opera la appesantiscono un po’. A ogni modo, Riccardo Milani si conferma sempre un ottimo regista e il film “Un mondo a parte” funziona tra risate e riflessioni di senso.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Dialogo, Ecologia, Educazione, Emigrazione, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Lavoro, LGBTQ+, Massmedia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società, Rapporto tra culture, Scuola, Solidarietà


La premiata ditta Milani Albanese nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo: c’è una scuola (e un piccolo borgo) da tenere in vita. Con il consueto garbo e l’immancabile ironia, più Virginia Raffaele in dialetto marsicano
Valerio Sammar

Recensioni
3/5 MYmovies
8/10 Ondacinema
3/5 Cinematografo.it


 

COMUNITÀ MONTANE: COSA SONO?

Vengono definite Comunità montane quelle unioni di comuni, enti locali costituiti fra comuni montani e parzialmente montani, anche appartenenti a province diverse. Queste devono prevedere, come obiettivo principale, la valorizzazione di tipo socio-economico-territoriale delle zone montane coinvolte dall’accordo e l’esercizio associato (o condiviso) delle funzioni comunali che coinvolgono le comunità che ne fanno parte.
Si tratta di Enti Territoriali che trovano un fondamento legislativo nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 987 del 10/06/1955. All’interno di questo è stata disposta la loro istituzione principale che prende il nome di Consiglio di Valle.

 

Affinché possa avvenire la costituzione di questa comunità, è necessario che venga redatto un provvedimento dal Presidente della Giunta regionale interessata. Una volta costituite, queste comunità dispongono di un organo rappresentativo e un organo esecutivo, questi sono composti da tutti i sindaci e dall’insieme degli organi dei comuni aderenti. Non solo, essi dispongono di una figura di Presidente, un vicepresidente e degli Assessori.
Fu nel 1971 che si diede una forma ufficiale al concetto di comunità montana. Questo nacque dall’esigenza di tutelare il patrimonio di tutte le aree montane italiane. Il compito a loro assegnato era quello di responsabili della gestione dei servizi di tutti i comuni membri, conducendo politiche volte a favorire questi territori, spesso caratterizzati da criticità e marginalità.

Le Comunità montane svolgono un ruolo importante nella gestione dei territori rurali, delle colline, delle montagne e di tutte le zone che manifestano una situazione di disagio territoriale.
Devono quindi:
*Promuovere e valorizzare il territorio in cui risiedono.
*Gestire tutti gli eventuali interventi speciali per la buona salute del territorio di montagna.

 

In conclusione, è possibile sostenere che Comunità montane sono riconosciute come veri e propri centri di sviluppo e progresso socio-economico, non solo a livello nazionale ma anche europeo. Lo scopo principale, è quello di garantire una gestione sovra-comunale che vada
incontro alle singole esigenze dei comuni aderenti, ai cittadini e alle eventuali necessità a livello ambientale. In Italia le comunità montane sono oggetto di forti discussioni. In Sicilia sono state abolite nel 1986, in Friuli nel 2001, ma ripristinate nel 2004. In Sardegna sono state abolite nel corso del 2007.

Le comunità montane dell’ Abbruzzo sono attualmente 19.

 

MGF

 

 

 

Regia di Aki Kaurismäki- Finlandia, 2023

con Alma Pöysti, Jussi Vatanen, Janne Hyytiäinen

 

 

 

 

 

 

FOGLIE AL VENTO DI AKI KAURISMÄKI: LA POESIA DEL QUOTIDIANO

Quando pensiamo alla Finlandia la prima cosa che ci viene in mente non è il senso dell’umorismo. Per usare dei luoghi comuni, forse si forma nella nostra mente prima l’immagine della Nokia e poi lo xilitolo. Invece un autore come Aki Kaurismäki è la prova che non bisogna mai pensare per stereotipi: cerchiamo di spiegare come un film possa essere asciutto, quasi gelido, e allo stesso tempo molto romantico e divertente.
Foglie al vento è la storia di Holappa (Jussi Vatanen), ormai senza più alcun entusiasmo, se non per i vecchi film, che va a vedere in un cinema che sembra appartenere a un’altra epoca. Trascinandosi tra un lavoro che non sopporta e l’altro, l’unico suo contatto con il mondo esterno è l’amico Huotari (Janne Hyytiäinen), con cui va puntualmente a ubriacarsi.
In Finlandia fa freddo, ma è soprattutto un freddo esistenziale. Almeno fino quando non incontra Ansa (Alma Pöysti). Anche lei pero è disillusa e non vuole un alcolizzato accanto. Gli impone quindi una scelta: o lei, o la bottiglia. Ce la può fare una persona che ormai si sente come una foglia secca sbattuta dal vento a ricominciare a credere nel futuro solo perché glielo chiede un’altra persona?
Holappa e Ansa non sono romantici. E sono anche dei perdenti. La società li tratta come fossero invisibili, salvo poi accanirsi quando non serve, come quando lei viene licenziata per aver portato a casa un panino scaduto, che sarebbe stato comunque buttato dall’azienda, ma viene considerato un furto. Eppure nei loro incontri goffi, davanti a una cena romantica che fa tenerezza per la sua semplicità, vediamo nascere un amore dignitoso e commovente, che scalda il cuore.

Il cinema spesso fa sognare con gesti romantici eclatanti, ma la vita vera spesso è molto più simile a quella raccontata da Kaurismäki. È impossibile quindi non fare il tifo per questa coppia sgangherata, che quasi non vuole cedere alla scintilla che improvvisamente sconvolge l’abitudine e il grigiore da cui ormai sono anestetizzati. Eppure il destino continua a farli incontrare, finendo per far credere loro che forse anche per due così c’è possibilità di felicità, nonostante alla radio non si faccia che parlare di guerra e recessione economica.
Foglie al vento non è soltanto una storia d’amore tra i due protagonisti: c’è anche una grande celebrazione del cinema d’autore e soprattutto dell’atto romantico di andare in sala. I due protagonisti sono legati a questo luogo ed è come se i poster di grandi film del passato facessero da testimoni al loro amore. Vengono citati Bresson, Godard. Poi il cane della protagonista si chiama Chaplin. E in effetti nel racconto di Kaurismäki c’è qualcosa di tutti loro.

Valentina Ariete – Movieplayer.it


Il cinema di Kaurismäki è ormai entrato in una dimensione a parte, che solo pochi hanno conosciuto. Quella in cui racconto, forma, vita si uniscono in una semplicità assoluta.


Un’umanità minore, emarginata, deprivata della propria identità sociale, che però – ed è questa la tesi del regista – conserva sentimenti, dignità, desiderio di riscatto, di amicizia, di amore. Quell’amore che i due intravvedono una sera, e inseguono caparbiamente, cadendo e rialzandosi, tra lunghi silenzi e battute fulminanti, attese e pentimenti.


Recensioni
4/5 Cineforum
5/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Movieplayer

 

LO STRALUNATO AKI KAURISMÄKI

 

Nato in una famiglia della campagna finlandese, si trasferisce a Helsinki in gioventù con il fratello Mika, oggi anche lui cineasta, con il quale coltiva fin dall’infanzia la sua passione per il cinema. Sopravvive con umili lavori manuali, frequentando contemporaneamente cineteche e cineclub, e ben presto inizia la sua carriera come critico cinematografico.
Decide poi di creare con il fratello la casa di produzione Villealfa Filmproductions che realizza a budget ridotto i film di entrambi, opere minimali caratterizzate da uno stile tipicamente nordico, laconico ed essenziale.

 

 

I due debuttano nel 1981 con il film La sindrome del lago Saimaa, documentario sulla musica rock girato a quattro mani sulle sponde del più grande lago della Finlandia.
Nel 1983 realizza poi un Delitto e castigo tratto da Dostoevskj. Poi vengono Calamari Union, Ombre nel paradiso e nel 1987 Amleto si mette in affari, personale rilettura della tragedia shakespeariana in chiave anticapitalistica.

 

 

 

Dopo Ariel (1988) realizza nel 1989 La fiammiferaia, con cui prosegue la sua indagine attraverso l’universo del proletariato tramite la storia di Iris, un’operaia di cui racconta la triste esistenza in fabbrica e le delusioni amorose.
Nello stesso anno porta di nuovo la musica sul grande schermo con Leningrad Cowboys Go America, folle e surreale road movie che si dipana attraverso il mondo del rock americano.
Con Tatjana (1994) Kaurismäki giunge alla più pura essenzialità nordica realizzando un’opera quasi priva di dialoghi, ambientata in un mondo surreale, dolce e sconsolato allo stesso tempo.
Due anni più tardi nasce Nuvole in viaggio, commedia che prende spunto dall’attualissima problematica della disoccupazione, mentre nel 1999 Kaurismäki realizza, nello stile del cinema muto con tanto di didascalie, il film in bianco e nero Juha, adattamento di un classico della letteratura finlandese di Juhani Abo.
Del 2002 è invece il fortunatissimo L’uomo senza passato, che ha visto in tutto il mondo una consacrazione da parte della critica e del pubblico. Nel 2006 il maestro finlandese ha confermato lo stile surreale e malinconico del suo cinema, commuovendo il pubblico con la triste storia di un solitario guardiano notturno innamorato di una donna che si rivelerà un’esca per una rapina (Le luci della sera).

 

 

Nel 2011 fa centro ancora una volta con il toccante Miracolo a Le Havre. Torna al cinema con L’altro volto della speranza, vincitore dell’Orso d’Argento per la Miglior Regia al Festival di Berlino, una commedia surreale e poetica che vede incrociarsi le strade di un rifugiato siriano sbarcato a Helsinki e di un commesso viaggiatore finlandese con l’hobby del gioco d’azzardo.
Nel 2023 presenta al Festival di Cannes – vincendo il premio della Giuria – il film Fallen Leaves, l’incontro tra due solitudini ambientato nella notte di Helsinki che chiude l’ideale quadrilogia dedicata al lavoro e iniziata nel 1986 con Ombre in paradiso.

 

 

 

MGF

 

 

Regia di Ridley Scott – USA, Gran Bretagna, 2023 – 158′

con Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby, Tahar Rahim

 

 

 

 

 

COME IL VERO NAPOLEONE, DUE VOLTE NELLA POLVERE E DUE VOLTE SULL’ALTARE, LA STORIA MESSA IN SCENA DA RIDLEY SCOTT SI DIVIDE IN DUE STRADE, TRA STRAORDINARIE SCENE DI GUERRA E UNA STORIA D’AMORE DA ROMANZO D’APPENDICE, CHE NON S’INCONTRANO MAI.

Eccolo, il Napoleon di Joaquin Phoenix. Lo troviamo subito tra la folla che attende la decapitazione di Marie Antoinette, ne seguiremo poi l’incredibile ascesa nella Francia post-rivoluzionaria, dalla battaglia di Tolone alla campagna d’Egitto, passando per la presa del potere con il colpo di stato nel 1799, la proclamazione a Imperatore dei francesi nel 1804, la battaglia di Austerlitz del 1805, arrivando poi alla disastrosa campagna di Russia, all’esilio dell’Elba, al ritorno in patria e al tentativo fallito di Waterloo, fino all’ultimo respiro sull’Isola di Sant’Elena, nel 1821, dopo sei anni di esilio.
Si salta dunque da un periodo all’altro, eludendo molto certo (d’altronde la lunghezza pur notevole del film, quasi 160’, non potrebbe mai contenere tutto) e procedendo seguendo le linee guida del “classico” film storico, incentrato però sull’ambiguità di un personaggio talmente lucido e risoluto nell’arte della guerra, tremendamente goffo e fragile altrove.
Fatta salva la solita, indiscutibile grandeur con cui il regista 85enne restituisce l’epica nelle scene di battaglia, Napoleon è un biopic plumbeo che stupisce per la scelta di non voler mai eccedere, evitando così tanto il rischio di situazioni grottesche o sopra le righe (i momenti ridicoli dell’Imperatore sono sì accennati, mai caricati troppo), ma anche il pathos che un film come Il gladiatore – sicuramente più imperfetto e più fantasioso di questo – riusciva a regalare.
La volontà è piuttosto quella di “ingabbiare” il personaggio di Napoleone in un limbo perenne dove l’egotismo e la megalomania, unitamente al genio strategico in battaglia, combattono con il sentimento d’amore che lo lega alla donna della sua vita, Giuseppina (Vanessa Kirby), moglie fedifraga, poi imperatrice, poi lasciata perché incapace di donargli l’atteso erede maschio, figura che però accompagnerà la storia di quest’uomo anche all’indomani della di lei morte.
“Francia. Esercito. Giuseppina…”, le ultime tre parole che avrebbe proferito in punto di morte Napoleone, uomo che al comando della fanteria e della cavalleria francese, nel corso di una ventina d’anni, ha ucciso più di 3 milioni di persone. Ma che ha dovuto rinunciare all’amore per lasciare se stesso alla patria.

Valerio Sammarco – Cinematografo.it


Napoleon, nuovo film sul Primo Imperatore di Francia con protagonista Joaquin Phoenix: intellettualmente ambiguo, storiograficamente preciso, dal tono schizofrenico ma esteticamente sontuoso e memorabile.


Il Napoleone di Phoenix è ironico, egocentrico, osservatore, imprenditore, ma anche outsider e si approfitta delle debolezze altrui, pensando di saperne sempre di più. Campagne militari, intrighi politici, gelosia, litigi e sesso animano la sceneggiatura.


Recensioni
6/10 Ondacinema
3,8/5 Sentieri selvaggi
4/5 Coming Soon

 

5 MAGGIO 1821: COSI’ MORIVA NAPOLEONE

Napoleone chiude gli occhi per sempre sull’isola-prigione di Sant’Elena, uno scoglio sperduto nell’oceano Atlantico, a 1.900 km dalla costa africana. Ad assicurarsi lo scoop è il giornale inglese The Statesman, nell’edizione del 4 luglio 1821: due mesi dopo l’evento. La contessa de Boigne, animatrice di salotti fra Londra e Parigi, ricorderà nelle sue Memorie: «Uomini del popolo, piccoli borghesi si incontravano per strada stringendosi la mano piangendo, ma la massa dell’opinione pubblica, schierata con la monarchia, felice della pace e della prosperità ritrovata, rimase inerte».

 

 

I tempi erano cambiati: l’Europa del 1821, nata dal Congresso di Vienna, non era più quella del 1815, e Napoleone non faceva più notizia. L’interesse nei confronti dell’ex imperatore si risvegliò solo due anni più tardi, sull’onda dello straordinario successo del Memoriale di Sant’Elena, dettato in gran parte da Napoleone, con l’aggiunta, da parte di Emmanuel de Las Cases (funzionario e amico dell’imperatore), di particolari della vita in esilio.

 

 

 

Per quasi sei anni, dal dicembre 1815, l’uomo che aveva segnato i destini d’Europa visse in un’abitazione (Longwood House) su quell’isola in mezzo al nulla dal clima malsano, caldo e umido, flagellata da venti fortissimi e senza nessuna comodità. La casa era infestata da insetti, zanzare e topi. Il circondario era sorvegliato costantemente dai gendarmi agli ordini dell’ostile governatore britannico Hudson Lowe. In quel contesto, la salute di Napoleone non poteva che peggiorare rapidamente. Il suo medico personale, l’irlandese O’Meara, gli diagnosticò un’epatite cronica. Nel 1818 il dottore fu costretto a lasciare Longwood House, perché Lowe non approvava la sua crescente familiarità con il prigioniero.
Per rimpiazzare il dottor O’Meara, il 22 settembre 1819 arrivò a Sant’Elena il chirurgo còrso Francesco Antommarchi, accompagnato dagli abati Buonavita e Vignali. Il fedele servitore Louis Marchand introdusse il medico nella stanza del malato: l’imperatore giaceva a letto in una camera piccola e oscurissima.

 

Le pillole mercuriali usate frequentemente dai medici che lo curarono non fecero che peggiorare la situazione. A 51 anni Napoleone ne dimostrava venti di più: era molto sovrappeso e, nelle rare uscite in giardino, doveva appoggiarsi al braccio di Marchand. Nell’ aprile del 1821 il male (un’ulcera cancerosa: fu questa infine la causa di morte) si manifestò in tutta la sua violenza: crampi allo stomaco, vomito, vertigini, sudori abbondanti. Per mettere a suo agio il malato, fu montato il suo letto da campo nel salone, più grande e meglio areato della sua piccola stanza. E fu lì che, nel pomeriggio del 3 maggio, l’abate Vignali gli somministrò l’estrema unzione. La notte fra il 4 e il 5 maggio fu agitatissima: Napoleone delirava, parlava a stento, pronunciava parole incomprensibili. Mormorò “la France, l’armée, tête d’armée, Joséphine». Poi più nulla. La piccola corte dal mattino presto si era radunata per assisterlo fino alla fine.

 

Il polso era ormai debolissimo e dopo il tramonto, alle cinque e undici minuti, l’imperatore dei francesi esalò l’ultimo respiro.

 

MGF