ROMA
Regia di Alfonso Cuarón – Messico, USA, 2018 – 135′
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf

Città del Messico, anni Settanta. Cleo (Yalitza Aparicio) è una giovane domestica che si prende cura della dimora e dei bambini di una famiglia che vive nel borghese quartiere di Roma. I cambiamenti, sia sociali che individuali, sono dietro l’angolo e l’impatto con il futuro potrebbe non essere ottimale.
Cinque anni dopo Gravity (2013), Alfonso Cuarón torna dietro la macchina da presa per realizzare un progetto diametralmente opposto. Roma è un film intimo e personale, ambientato negli anni della giovinezza del regista, privo di un cast di richiamo e girato in un bianco e nero folgorante, che sposa alla perfezione il ritmo e l’estetica di un progetto autoriale e lontano dai gusti del grande pubblico. Leone d’oro alla LXXV edizione della Mostra di Venezia.

Paolo Castelli

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La storia di diverse generazioni di una famiglia durante gli Anni Settanta a Città del Messico. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 3 Premi Oscar, ha vinto un premio ai David di Donatello, è stato premiato al Festival di Venezia, 3 candidature e vinto 2 Golden Globes, 7 candidature e vinto 4 BAFTA, 8 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Spirit Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild.

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IL RITRATTO DI UNA DIGNITÀ UMANA COSÌ PROFONDA E INALIENABILE DA TRASFORMARE OGNI COSA IN STRAZIANTE BELLEZZA.
Paola Casella – Mymovies.it

Messico, 1970. Roma è un quartiere medioborghese di Mexico City che affronta una stagione di grande instabilità economico-politica. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre la famiglia che l’ha ingaggiata è di discendenza spagnola e frequenta gringos altolocati. I compiti della giovane domestica non finiscono mai, e passano senza soluzione di continuità dal dare il bacio della buonanotte ai bambini al ripulire la cacca del cane dal cortiletto di ingresso della casa: quello in cui il macchinone comprato dal capofamiglia entra a stento, pestando i suddetti escrementi. Perché nel Messico dei primi anni Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza come la merda degli animali da cortile, il benessere ostentato dei padroni e la schiavitù “di nascita” dei nullatenenti. Tutto convive in un sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei politici in cerca di consensi.

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IL MUSEO DEL PRADO – LA CORTE DELLE MERAVIGLIE

Regia di Valeria Parisi – Documentario, 2019
con la partecipazione straordinaria di Jeremy Irons
Durata: 90′

Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie, il film documentario diretto da Valeria Parisi, è Il primo viaggio cinematografico attraverso le sale, le storie e le emozioni di uno dei musei più visitati del mondo, che con un tesoro di 8000 opere d’arte incanta ogni anno quasi 3 milioni di visitatori a Madrid e vede una novità d’eccezione: la partecipazione straordinaria del Premio Oscar® Jeremy Irons che guiderà gli spettatori alla scoperta di un patrimonio di bellezza e di arte a partire dal Salon de Reinos, un’architettura volutamente spoglia che si anima di vita, luci, proiezioni, riportando il visitatore al glorioso passato della monarchia spagnola e al Siglo de Oro quando alle pareti erano appesi molti dei capolavori oggi esposti al Prado.

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LA STORIA DEL MUSEO DEL PRADO

di Beatrice Fiorello – Scienze dei Beni Culturali

Carlo III di Spagna

Il Museo del Prado di Madrid fu inaugurato il 10 novembre 1819 e fu denominato “Museo Real” in quanto apparteneva alla casa regnante.
L’edificazione del museo cominciò nel 1787 per volere del re Carlo III di Borbone, che ne affidò il progetto all’architetto Juan de Villanueva. Il museo sarebbe stato destinato principalmente ad ospitare collezioni di scienze naturali, più che le belle arti, ma col tempo si fece strada nei monarchi spagnoli l’idea di costruire un museo che mettesse a disposizione del pubblico i grandi capolavori delle collezioni reali, cresciute esponenzialmente grazie alla grande passione che i regnanti spagnoli avevano avuto per l’arte e al loro influente mecenatismo nei confronti degli artisti più dotati della loro epoca.

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OLD MAN & THE GUN
Regia di David Lowery – USA, 2018 – 93′
con Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover

L’incredibile storia vera di Forrest Tucker (Robert Redford), criminale di lungo corso e dalla carriera sterminata, che ha rapinato moltissime banche e si è reso protagonista di altrettante fughe rocambolesche dal carcere. A dargli la caccia c’è John Hunt (Casey Affleck), detective disposto a tutto pur di riuscire a catturarlo.
Il regista David Lowery costruisce un film sulla figura carismatica e sorniona di un ladro gentiluomo, che ha sempre rinnegato la violenza e portato avanti le sue malefatte con il sorriso e una scaltrezza vellutata. Old Man & the Gun sposa la personalità sopra le righe, ma allo stesso tempo compiacente, del suo protagonista, adagiandosi in modo quieto sulle scorribande del personaggio, incarnato da una leggenda della recitazione come Robert Redford.

Paolo Castelli

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L’ULTIMO FILM DI REDFORD RACCHIUDE UNA CARRIERA INTERA, I RUOLI CHE LO HANNO CONSACRATO, LA PASSIONE CHE NON LO HA MAI ABBANDONATO.

Giancarlo Zappoli – Mymovies

Forrest Tucker è un rapinatore di banche che si potrebbe definire seriale. A 77 anni e dopo 16 evasioni, anche da carceri come San Quintino, non ha smesso, insieme a due soci, di organizzare dei colpi decisamente originali. Utilizzando il suo fascino e con tutta calma, senza mai utilizzare un’arma, continua a visitare banche e ad uscirne con borse piene di dollari. C’è però un poliziotto che ha deciso di occuparsi di lui.
Potrebbe essere un film testamentario quello scritto e diretto da David Lowery. Anche perché ogni singola frase e ogni inquadratura sono scritte e pensate per lui, per l’icona Robert Redford giunto alla non più tenerissima età di 82 anni.

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GAUGUIN A TAHITI – IL PARADISO PERDUTO

Regia: Claudio Poli – Durata 88′

Arte, Documentario, USA 2019

soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta con la partecipazione straordinaria di Adriano Giannini

Da Tahiti alle Isole Marchesi. È il primo aprile del 1891 quando, a bordo della nave Océanien, Paul Gauguin lascia Marsiglia diretto a Tahiti, in Polinesia. Ha quarantatré anni e quella giornata segna l’inizio di un viaggio che porterà l’artista agli antipodi della civiltà, alla ricerca dell’alba del Tempo e dell’Uomo. Ai Tropici, Gauguin (18481903) resterà quasi senza intervalli fino alla morte: dodici anni di disperata e febbrile ricerca di autenticità, di immersioni sempre più profonde nella natura lussureggiante, di sensazioni, visioni e colori ogni volta più puri e accesi; l’approdo definitivo in un Eden talvolta crudele che farà di lui uno dei pittori più grandi di sempre tra quelli che si ispirarono alle Muse d’Oltremare.

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PAUL GAUGUIN

di Beatrice Fiorello – Dott.ssa Scienze dei Beni Culturali

Paul Gauguin è un artista che ha sempre ambito a sintetizzare e mediare. Per ricorrere questo scopo, si mise contro l’ideologia del proprio tempo, cercando di superare le tradizioni nazionali e la stretta impostazione culturale dell’Europa di fine Ottocento, fuggendo dalla società, prima ideologicamente e poi fisicamente. Partendo dagli ultimi palpiti della corrente Impressionista, a partire dal 1886 ne raccolse gli stimoli a suo dire più interessanti, primo fra tutti lo studio del colore e dei contrasti che si possono derivare accostando tinte apparentemente discordanti tra loro; tuttavia, si distacca dalla mera esperienza visiva, trasformando i colori non più in ragione della luce e della sua incidenza, ma ricercando un simbolismo più puro e profondo. Per questo, fissa e approfondisce l’impressione visiva che era la base delle opere di artisti come Monet, Renoir, Degas e Cézanne, riflettendo su di essa e variandola in base alla trasformazione dell’esperienza sensoriale mediata dal ricordo.

Paesaggio di alberi blu – Paul Gauguin (1892)
Il Cristo Giallo – Paul Gauguin (1889)

In ragione di ciò, i colori assumeranno non più un significato puramente empirico, bensì un significato simbolico, fino a giungere ad attribuire alle cose valori del tutto immaginari (alberi rossi, cavalli blu…) e a trasformare la linea di contorno in arabesco colorato. Le linee di contorno, nette, metalliche e marcate, sono un’altra caratteristica che pervade la poetica artistica di Gauguin: rappresentano infatti un primo tentativo di ricercare valori meno inquinati dal ragionamento logico, tipico delle società europee post-illuministiche, e saranno poi uno dei princìpi tecnici su cui si baserà la corrente dell’Espressionismo. Lui stesso, utilizzando in maniera cosciente linee di contorno così dure, chiama la propria tecnica “cloisonnisme”, alludendo agli smalti e alle vetrate medievali, in cui ogni campo di colore era delimitato da un bordo metallico, appunto detto cloison; crea degli spazi ben definiti per i colori, dunque, il cui senso è dato dall’espansione che ha sulla superficie, dalla forma della zona dipinta, dal rapporto e dal contrasto con le tinte che lo circondano.

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LA FAVORITA

Regia di Yorgos Lanthimos – Grecia, 2018 – 120′
con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz

All’inizio del XVIII secolo, mentre il Regno Unito è in guerra con la Francia, le cugine Abigail Masham (Emma Stone) e Sarah Churchill (Rachel Weisz) si contendono le attenzioni della Regina Anna (Olivia Colman). Entrambe usano tutti i mezzi a propria disposizione pur di diventare la favorita, innescando un tourbillon di tensioni e inganni.
Yorgos Lanthimos scardina la cultura razionalista del Settecento, mettendo in scena le dinamiche più aberranti e mostruose della vita di corte dell’epoca. Dietro a sontuosi arredi e voluminosi parrucconi, si nasconde un grottesco girotondo al femminile in cui il genere maschile non sembra avere voce in capitolo. Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz danno vita a una vera e propria gara di bravura.

Paolo Castelli

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YORGOS LANTHIMOS RITROVA LA FORMA SMARRITA. CON UN FILM NON TOTALMENTE “SUO” E TRE MAGNIFICHE PROTAGONISTE: OLIVIA COLMAN, RACHEL WEISZ ED EMMA STONE.

Cinematografo.it

Ci voleva l’Inghilterra del XVIII secolo per ritrovare Yorgos Lanthimos. Al terzo tentativo con un film in lingua anglosassone il regista greco fa finalmente centro.[…] Sostenuto da una sceneggiatura al limite della perfezione firmata da Deborah Davis e Tony McNamara, il film – il primo che Lanthimos dirige senza averne firmato lo script – è un irresistibile affresco degli intrighi di corte dal punto di vista tutto femminile. Abituati ad entrare (cinematograficamente) in questi ambienti sempre in punta di piedi, ci ritroviamo invece al cospetto di una sovrana volubile e seminferma per causa della gotta, affettuosa con i suoi 17 coniglietti (tanti quanti i figli nati morti o persi prima del parto) e disperatamente in cerca di affetto.

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