PRIMA DI TUTTO L’UOMO
Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.
Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.
Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!
“Prima di tutto l’uomo.” è una poesia di Nazim Hikmet che il poeta scrive al figlio e che possiamo considerare il suo testamento.
Ciò che Nazim Hikmet vuole insegnare a suo figlio – e poi ad ogni lettore – in “Prima di tutto l’uomo”, è la necessità da parte dell’essere umano di non essere egoista. Il pensare solo a se stessi, infatti, inaridisce il nostro cuore e non ci fa godere di quella felicità fatta di condivisione e empatia. Bisogna imparare a vivere nel mondo dedicandoci a tutto ciò che ci circonda, apprezzandone la bellezza e la complessa semplicità, godere delle meraviglie che abbiamo intorno anche attraverso gli altri, cosa che succede raramente visto che la maggior parte delle persone è gonfia di ego. E dunque Hikmet ci dice con “Prima di tutto l’uomo” di amare prima di tutto l’uomo e conseguentemente la vita che lo contiene.
NAZIM HIKMET

Nâzım Hikmet Ran nacque a Salonicco (Grecia ottomana) il 15 gennaio 1902 e morì a Mosca il 3 giugno 1963. Fu drammaturgo, poeta e scrittore.
In realtà Nazim nacque il 20 novembre del 1901 ma fu registrato all’anagrafe in ritardo. Veniva da una famiglia agiata, il padre era diplomatico, la madre era pittrice e appassionata di poesia francese. Cominciò a scrivere a quattordici anni e pubblicò per la prima volta un suo scritto su una rivista a diciassette. Durante la guerra di indipendenza turca, appena dopo la prima guerra mondiale, lavorò come insegnante, ma fu costretto ad espatriare per motivi politici e si rifugiò in URSS. Studiò sociologia all’Università di Mosca e divenne comunista. Conobbe Majakovskij e Lenin. Alla morte di quest’ultimo, fu una delle guardie d’onore accanto alla bara.
Nel 1924 tornò in Turchia grazie ad un’amnistia e aderì al partito comunista turco. L’anno successivo venne incarcerato per affissione abusiva di manifesti politici. Durante la prigionia, durata fino al 1935, scrisse numerosi libri di poesie. Dopo la morte di Atatürk, il leader del paese, il regime divenne ancora più rigido e repressivo. Nel 1938 venne accusato di incitamento alla rivolta per un poema che aveva scritto e venne condannato a 28 anni di prigione dove venne anche torturato per le sue idee politiche anti-fasciste. Nel 1949 una commissione internazionale di artisti e intellettuali, fra i quali citiamo Picasso, Neruda e Sartre, fece delle pressioni al governo turco per la sua scarcerazione, che avvenne l’anno successivo.
Si sposò per la terza volta ed ebbe anche un figlio, ma le pressioni del governo, che attentò anche due volte alla sua vita, lo costrinsero a rifugiarsi nuovamente in Russia. La sua fuga lo vide attraversare il Bosforo di notte col mare agitato, rischiando di annegare, ma una nave bulgara lo trasse in salvo. Nel 1951 rinunciò alla cittadinanza turca, chiese asilo politico in Polonia e lo ottenne, ma si stabilì comunque in Russia. Il governo turco impedì a sua moglie e suo figlio di riunirsi con lui. Nel 1952 ebbe un secondo infarto, dopo quello degli anni della prigionia, ma viaggiò molto in Europa, Sudamerica e Africa. Nel 1960 annullò il suo terzo matrimonio per sposare Vera Tuljakova. Morì d’infarto sulla porta di casa in Russia nel 1963.
Fonti: Libreriamo, Enc.Treccani
MGF



È autrice di oltre 12 libri di poesia, prosa e traduzione, più di recente la raccolta di poesie My Name is Immigrant (Hanging Loose, 2020) e il memoir Life of Miracles Along the Yangtze and Mississippi (University of Georgia, 2018), vincitore dell’AWP Creative Nonfiction Award (2017). Il lavoro di Wang è profondamente radicato nella sua discendenza e identità cinese e affronta le complessità di lingua, cultura e genere. È stata anche protagonista di diverse mostre personali multimediali, tra cui “We Are Water: Kinship of Rivers”, una mostra di un mese che ha portato 100 artisti dei fiumi Yangtze e Mississippi a celebrare l’acqua (Soap Factory, 2014) e ha collaborato con registi e compositori a numerosi progetti.



