PIENA FIORITURA

 

Si erge carico di fiori il pesco,
non tutti diventeranno frutto.
Risplendono chiari come spuma rosata
attraverso l’azzurro e la fuga di nuvole.

 

 

 

Simili a fiori si schiudono i pensieri,
centinaia ogni giorno,
lasciali fiorire! Lascia a ogni cosa il suo corso!
Non chiedere qual è il guadagno!

 

 

 

Vi deve pur essere gioco e innocenza
e dovizia di fiori,
altrimenti per noi sarebbe
troppo piccolo il mondo
e la vita non un piacere.

 

 

Dedichiamo questi versi a tutti nostri ragazzi perché possano scoprire e vivere la ricchezza di tanti sogni.
Una “Piena fioritura’ da percepire come attesa e come senso della vita stessa.
Alcuni fiori non diventeranno frutti ma la vita sarà vissuta nella passione per realizzarli.


 

HERMAN HESSE

Hermann Hesse nasce il 2 luglio 1877 a Calw, nel Württemberg (Germania), da genitori ferventi religiosi e missionari in India.
Abbandona ben presto gli studi di teologia e tenta vari mestieri. Nel frattempo, si appassiona alla letteratura e alla filosofia, acquisendo una profonda istruzione da autodidatta.
La sua attività letteraria inizia nel 1899, con la pubblicazione di una raccolta di poesie. Nel 1911 inizia un lungo viaggio in Oriente, toccando Ceylon, Singapore e Sumatra, ma senza arrivare in India; il libro Viaggio in India (1913) è pertanto frutto di una conoscenza indiretta di quel Paese, della sua fervida fantasia e di una visione piuttosto mitizzante e trasfigurata di quel mondo.
Per Hermann Hesse, l’India rappresenta una metafora del viaggio verso le profondità dell’Io. I protagonisti di molte delle sue opere sono infatti alla ricerca di se stessi, in continuo conflitto fra la vita istintuale e quella spirituale, tra ragione e sentimento. Il suo interesse per il misticismo orientale non deriva dalla ricerca di risposte spirituali o religiose, ma dall’apprezzamento verso quelle filosofie che sono, prima di tutto, insegnamento di uno stile di vita e di comportamento.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Hermann Hesse ha una grave crisi spirituale e si schiera con gli intellettuali pacifisti. In quegli anni e negli anni immediatamente successivi, compone i suoi libri più maturi: L’ultima estate di Klingsor (1920); Siddharta (1922); Il lupo della steppa (1927), un romanzo drammaticamente autobiografico; Narciso e Boccadoro (1930), in cui affronta, con grande sensibilità, il tema del contrasto tra la vita dello spirito e quello dei sensi; infine, Il gioco delle perle di vetro (1943), una vicenda fantastica che approda alla visione utopistica di un mondo sereno in cui tra l’ascetismo e la vita si attua una sintesi superiore.
Nel 1946 riceve il premio Nobel per la letteratura.
Raggiunta la fama letteraria, Hermann Hesse si stabilisce in Svizzera, dove rimane fino alla morte che lo coglie il 9 agosto 1962.

 

 

MGF

 

PER IL MATTINO DI PASQUA

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.

Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.

E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
– anche al ricco – dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).

E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

 

 

È Pasqua, la festa più grande, è il giorno della gioia che fa suonare le campane, che riempie il cuore, che fa correre i discepoli al sepolcro vuoto. È l’alba della vita nuova, che vince la morte, della salvezza donata da Dio all’uomo, dell’amore che rovescia le regole del mondo. A Pasqua tutto si colora di gioia. La salvezza fa correre i discepoli al sepolcro vuoto. Il cuore trabocca di riconoscenza. David Maria Turoldo, in alcune poesie intitolate Per il mattino di Pasqua, esprime questa ineffabile emozione di essere salvato, non sa come esprimere la sua gratitudine, come restituire al Signore il bene che ha ricevuto: « Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Andrò in giro per le strade zufolando, così, fino a che gli altri dicano: è pazzo!». In un mondo pieno di tristezza e in questo momento di tante inquietudini, la Pasqua dovrebbe restituirci la gioia profonda dell’anima, annuncio per tutti.

 

DAVID MARIA TUROLDO

“Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di Dio, amico di tutti”: così lo salutava il Cardinal Martini, celebrandone le esequie nel Duomo della “sua” Milano. Turoldo fu “cantore del Dio che non ammette compromessi” e come tale esercitò la parresia cristiana all’interno della Chiesa e della società, partecipando alla Resistenza, denunciando l’oppressione dei “Faraoni” di turno, le solitudini delle moderne città, il tradimento delle istituzioni laiche e religiose. Innamorato della vita e cultore dell’amicizia, pagò di persona posizioni ideali e scelte pastorali che precorrevano il Concilio Vaticano II, di cui fu entusiastico sostenitore.

 

 

Fonti: Avvenire.it – Ariberti.it

MGF

BLOWIN’ IN THE WIND

 

Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

 

 

Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
E per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

 

 

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

 

Siamo nel 1963: gli Stati Uniti sono in guerra contro il Vietnam e Bob Dylan scrive una canzone, una poesia, che parla dei diritti civili e degli orrori della guerra. Il brano è costruito su una serie di domande, le cui risposte, come recita il titolo, volano nel vento. Il cantante poeta sembra che osservi tutto dall’alto. La sua è una canzone sulla guerra, ma invece di parlare delle bombe e delle armi, preferisce concentrarsi sulle vittime, che non riusciranno mai a dimenticare il dolore e la violenza. Dolore e violenza che, purtroppo, sembrano tornate di estrema attualità al confine tra Ucraina e Russia, o tra Israele e Gaza. Alla luce di questi fatti, la poesia-canzone di Bob Dylan ricorre tristemente attuale. Tra anafore, metafore e parallelismi, il cantautore fa un ampio uso di figure retoriche con l’originale capacità di mantenere un tono tranquillo e pacato, anche se parla di tematiche crude e violente, come la morte e la guerra. Nel ritornello, che segue ognuna delle tre strofe, si rivolge al pubblico (o al lettore) chiamandolo “amico mio”, e con tono fraterno cerca di dirgli una cosa molto semplice: tutto si muove e cambia e l’unico modo che ha l’uomo per sopravvivere è assecondare questi cambiamenti, che sono imprevedibili come il vento. Le risposte alle domande formulate sono tante e differenti, ma sono parole e le parole sono mutevoli e fugaci come il vento che non possiamo controllare.

 

BOB DYLAN

 

Da menestrello a oracolo, da poeta a traditore. Bob Dylan viene considerato il più grande esponente della canzone folk statunitense. Ma rappresenta anche una figura fondamentale nello sviluppo della cultura americana per il suo impegno nella diffusione di messaggi contro le guerre e a sostegno dei diritti umani.

Il «bardo» di Duluth nasce in Minnesota nel 1941, il suo vero nome è Robert Allen Zimmerman. Impara a suonare su una chitarra acquistata per corrispondenza, dimostrando uno straordinario talento. A 15 anni Bob fonda il suo primo gruppo rock: I Golden Chords. Sì, perché il primo amore di Dylan, a differenza di quanto comunemente si crede, è stato proprio il rock ‘n’ roll. Mentre frequenta l’università a Minneapolis, inizia a suonare nei locali di Dinkytown, il sobborgo intellettuale della città, popolato da studenti, beat e appassionati di folk. Ed è proprio con un repertorio folk che il ragazzo del Minnesota inizia ad esibirsi nei locali di striptease di Denver, nelle pause tra un numero e l’altro. “Una sera ero sul punto di farlo io, lo spogliarello…”, ha dichiarato in un’intervista. Al Ten O’Clock Scholar, un locale vicino alla sua università, si esibisce per la prima volta come Bob Dylan, il suo nome d’arte. Stregato dalla musica, inizia a girare per l’America come un menestrello ambulante. È il gennaio del 1961 e il gelo invernale penetra fino in fondo alle ossa quando Bob, un ragazzo dall’aspetto esile, arriva a New York su di una berlina nera. Non ha ancora compiuto 20 anni, ma la sua terra natia gli sembra già troppo provinciale. Il cantautore decide di trasferirsi nella Grande Mela sulle orme del suo idolo Woody Guthrie, il più grande interprete della canzone folk di protesta tra gli anni Trenta e Cinquanta. Ed è proprio a New York che prende per mano chitarra, tastiere e armonica, il blues e il folk e li fonde assieme portandoli nella modernità, con un rock inconfondibile, intriso di rabbia e tenerezza.

Il suo primo album, registrato nel 1961 ma pubblicato nel 1962, è una raccolta di brani tradizionali (tra cui la celebre House Of The Rising Sun) per voce, chitarra e armonica. Ma è l’anno dopo che Dylan pubblica quello che viene considerato il suo più grande capolavoro, The Freewheelin’ Bob Dylan (1963). L’album contiene brani che sono diventati veri e propri inni generazionali: si va da Blowin’ in the wind a Masters of war, passando per A hard rain’s a-gonna fall. Tutte canzoni fortemente influenzate dalla tensione politica e sociale di quegli anni. Gli stessi anni della guerra fredda e del conflitto del Vietnam.

 

Molte delle sue prime canzoni conquistano il grande pubblico attraverso versioni di altri musicisti più famosi. Joan Baez, ad esempio, sostenitrice e amante di Dylan, duetta sul palco con lui ed è determinante nel portarlo al successo nazionale e internazionale.

 

 

Molto famoso l’album Desire (1976), trainato da Hurricane, una canzone di protesta sul caso del pugile di colore Rubin ‘Hurricane’ Carter ingiustamente accusato di un omicidio. Dopo un’intensa attività dal vivo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, si assiste alla sua conversione alla religione dei Cristiani rinati, parentesi spirituale testimoniata da una manciata di album e poi contraddetta dall’uscita del significativo Infidels (1983).

Gli anni Ottanta e Novanta vedono poi Dylan attraversare il momento del riflusso culturale mantenendo un livello qualitativo importante, come dimostrano Oh Mercy (1989), World gone wrong (1993), Time out of mind (1997), Love and theft (2001).

Dylan è stato premiato più volte. I suoi album hanno ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards, ed egli è stato incluso nella Rock & Roll Hall of Fame, nella Nashville Songwriters Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame. Nel 1999 è stato inserito dal Time tra le cento più influenti personalità del XX secolo e nel 2004 è stato classificato come il secondo più grande artista rock di tutti i tempi dalla rivista Rolling Stone, preceduto dai Beatles. Il suo album Modern Times, pubblicato il 29 agosto 2006, è stato nominato Album dell’Anno dalla rivista Rolling Stone.

Nel gennaio 1990 il ministro della cultura francese Jack Lang lo ha nominato Commendatore delle Arti e delle Lettere, nel 2000 è stato insignito del Polar Music Prize dalla Accademia reale svedese di musica e nel 2007 del Premio Principe delle Asturie. È stato proposto più volte come candidato per il Premio Nobel per la Letteratura, fino a vincerlo nel 2016, ed è stato insignito del Premio Pulitzer alla carriera nel 2008.

 

Per sapere cosa fa Bob Dylan oggi e cosa ne pensa di questi tempi attuali, vi consigliamo questo articolo di Rolling Stone:

https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/cosa-pensa-bob-dylan-della-musica-di-oggi/698173/

 

«Io continuo a dire che i peggiori criminali sono tutte le persone che girano la testa dall’altra parte quando vedono il male e sanno che è male. Ho solo ventun’anni ma so già che ci sono state troppe guerre… E voi che avete più di ventun’anni dovreste essere anche più saggi. La maniera migliore di rispondere a tutte queste domande è porsele. Ma molte persone devono prima trovarsi nel vento.»
Bob Dylan – 1963

 

Fonti: Sapere.it – Treccani.it – Libreriamo.it

MGF

La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Bashō

 

 

Il primo grande maestro degli Haiku fu Matsuo Bashō (1644–1694) a trasformare l’hokku in un’opera d’arte indipendente, capace di contenere in poche parole sentimenti profondi e visioni essenziali del mondo. Nato nella classe militare dei samurai e in seguito ordinato monaco in un monastero zen, divenne poeta famoso con una propria scuola e allievi, col passare del tempo, sempre più numerosi. Viaggiatore instancabile, descrive spesso nella sua opera l’esperienza del viaggio. La sua estetica fa coincidere i dettami dello zen con una sensibilità nuova che caratterizza la società in evoluzione: dalla ricerca del vuoto, la semplicità scarna, la rappresentazione della natura, fino a essenziali ma vividi ritratti della vita quotidiana e popolare.

 


 

Sembrava un petalo caduto
tornato sul ramo:
una farfalla.

Arakida Moritake

 

 

Arakida Moritake (1473-1549) è stato un poeta giapponese e prete shintoista. Noto soprattutto nell’ambiente haikai, si dedicò in vita anche alla composizione di waka (31 sillabe divise in 5 versi di 5-7-5-7-7) e renga (poesia a catena ), studiando sotto la guida di Īo Sōgi (poeta giapponese,1421-1502). All’età di 69 anni, divenne capo sacerdote del Grande Santuario di Ise, un enorme complesso costituito da oltre un centinaio di santuari nella prefettura di Mie, sull’isola Honshu.


 

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

Kobayashi Issa

 

 

Kobayashi Issa (1763 – 1828) è stato un poeta e pittore giapponese. Con Matsuo Bashō, rappresenta uno degli autori di haiku più apprezzati e conosciuti al mondo.  Nato in Giappone nel villaggio di Kashiwabara da una famiglia di agricoltori Kobayashi Issa resta orfano di madre a tre anni, e viene cresciuto dalla nonna. Spedito dopo la morte della nonna a guadagnarsi da vivere a Edo (l’odierna Tokyo), torna ventinovenne al suo villaggio natale. Negli anni successivi viaggiò per tutto il Giappone, scrivendo moltissimo: più di 20.000 poesie, introspettive e descrittive, ancora oggi molto celebri. Il suo stile ha una semplicità quasi fanciullesca.


 

Mare di primavera,
sale… scende…
per tutto il giorno

Yosa Buson

 

 

Taniguchi Buson nasce nel villaggio di Kema, nella provincia di Settsu, probabilmente figlio illegittimo di un capo villaggio e della serva di quest’ultimo. All’età di vent’anni, si trasferisce ad Edo (l’odierna Tokyo) per studiare poesia haikai con l’anziano maestro Hayano Hajin. Alla morte di quest’ultimo, si trasferì nella provincia di Shimo-Usa e, seguendo le orme del suo idolo Matsuo Bashō, si recò nei territori selvaggi nel nord dell’isola di Honshū.
Viaggiò poi per molte altre zone del Giappone. Si stabilì a Kyōto ormai quarantaduenne, iniziando a firmarsi con il cognome Yosa, forse ispirato al nome del villaggio natale della madre.
Si sposò tre anni dopo, ed ebbe una figlia, di nome Kuno. Non si spostò più da Kyoto, dove rimase a scrivere ed a insegnare poesia. Intorno ai cinquant’anni subì l’influenza della scuola Nan-p’in e subito dopo elaborò un proprio stile romantico sia nella pittura sia nella poesia.


HAIKU

 

Gli haiku costituiscono una delle più semplici e sincere forma di poesia giapponese. Nascono in Giappone nel XVII secolo. La loro struttura è molto semplice: essi si compongono di tre versi composti, in totale, da 17 more secondo lo schema 5-7-5.
Per mora nella metrica classica si intende l’unità di misura della durata delle sillabe ed è differente da una sillaba, anche se spesso vengono messe sullo stesso piano.
Per quanto riguarda la forma, gli haiku sono poesie che in realtà non sembrano tali e aforismi che non sono aforismi; si tratta di una manciata di parole in cui ciò che è fondamentale non è quello che viene detto ma il non detto. Gli haiku sono componimenti dell’anima che raccontano molte cose, ad esempio l’emozione legata alle stagioni oppure la precaria esistenza umana.

Gli haiku possono sembrare davvero difficili da scrivere, ma la verità è che chiunque può avvicinarsi a questa forma di poesia carpendo poche, semplici e fondamentali regole.
– non c’è necessità del titolo;
– metrica: 3 versi, 17 sillabe suddivise secondo la struttura 5-7-5. Il discorso delle sillabe è una trasposizione in italiano poiché in giapponese non sono le sillabe che si contano ma gli onji, ovvero i segni grafici dell’alfabeto giapponese. Un haiku scritto in giapponese è formato da 17 onji. In italiano una poesia di 17 sillabe può risultare più lunga di un componimento in giapponese.
– un kigo, ovvero un riferimento a una delle quattro stagioni dell’anno; si può inserire questo accenno in maniera diretta (la parola autunno) o intuibile da colui che legge (citando per esempio le cicale). Il collegamento può anche essere estremamente sottile o difficile da cogliere, come un riferimento a un evento atmosferico tipico di una determinata stagione solo in una parte del mondo (non è quindi scontato che coloro che non ci abitano lo colgano).
– ci sono due stili differenti per i quali si può optare scrivendo un haiku: si può scegliere di anticipare il tema della poesia nel primo verso per poi svilupparlo in quelli successivi o, in alternativa, si può scegliere di presentare due temi in contrasto o in armonia tra di loro.

Fonte: sololibri.net

 

MGF

 

 

NELLA MIA GRANDE SOLITUDINE

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.

 

 

Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

 

 

Rachel Bluwstein (1890-1931), nota al pubblico come Rachel, è un simbolo mai scalfito dal tempo del movimento pioneristico ebraico e madre fondatrice della tradizione poetica israeliana al femminile. Benché Rachel sia considerata una delle poetesse “nazionali” d’Israele, spesso nel corso dei decenni la sua opera è stata relegata a un ruolo minoritario, se non, addirittura, fraintesa. Soltanto di recente la critica ha saputo restituirle la giusta collocazione all’interno del canone poetico, mostrando l’intento rivoluzionario della sua scrittura. L’amore deluso, la nostalgia, la solitudine sono parte integrante dell’universo poetico di Rachel. Tuttavia, accanto a questo, troviamo una donna risoluta, consapevole della propria realtà, passionale e, soprattutto, dotata di un progetto poetico molto preciso.


 

RACHEL BLUWSTEIN

Rachel Bluwstein, (1890-1931), nata a Saratov (Russia) come Rachel Bluwstein-Sela, giunse nella Palestina Ottomana nel 1909, dove fino al 1913 visse in una scuola agricola femminile in riva al lago di Tiberiade. In seguito si recò in Francia per studiare agronomia e pittura e con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ritornò in Russia, dove lavorò in istituti educativi per bambini rifugiati. Durante questo periodo contrasse la tubercolosi, la malattia che la condusse a una morte prematura. Nel 1919 tornò nel kibbutz Degania ma, non essendo più in grado di lavorare, si trasferì definitivamente a Tel Aviv, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì all’età di quarant’anni e fu sepolta sulle rive del lago di Tiberiade. Molto amata dal pubblico, la sua tomba è ancora oggi meta di numerosi visitatori. La prima raccolta di Rachel, Safiah-Frutto spontaneo, fu pubblicata nel 1927. A essa, tre anni più tardi, fece seguito un nuovo volume, intitolato Mineged-Di fronte. Il suo terzo e ultimo libro, Nebo, uscì postumo nel 1932.

 

Fonte: luigiasorrentino.it

 

MGF