FANCIULLI

Crescono improvvisamente dall’amore, e poi di colpo adulti
tenendosi per mano vagano nella grande folla
(cuori catturati come uccelli, profili sbiaditi nel crepuscolo).
So che nei loro cuori pulsa l’intera umanità.
Tenendosi per mano siedono zitti sulla riva.
Un tronco d’albero, terra al chiaro di luna: triangolo che arde
nel sussurro incompiuto.

 

 

 

Non si è ancora levata la nebbia. I cuori dei fanciulli in alto
sopra il fiume.
Sarà sempre così, mi domando, quando si alzeranno di qui e
andranno via?
O altrimenti: una coppa di luce inclinata tra le piante
in ognuna rivela un fondo ancora ignoto.
Quello che in voi ebbe inizio, saprete non guastarlo,
separerete sempre il bene dal male?

 


 

Tra i vari componimenti poetici di Karol Wojtyla – Giovanni Paolo II che hanno avuto molto successo c’è quello che ha per titolo Fanciulli, in cui il papa parla dei fanciulli che crescono e vanno in giro per il mondo. E, con cuore di padre, si domanda se custodiranno sempre nel loro cuore quello che hanno imparato da piccoli e, soprattutto, se sapranno sempre separare il bene dal male.

Wojtyła vedeva nei bambini un simbolo di purezza e speranza, capaci di una fede e un amore autentici, lontani dalle complessità e dalle corruzioni del mondo adulto e si è impegnato attivamente per la protezione dei diritti dei bambini, denunciando lo sfruttamento, la violenza e l’abuso che spesso li colpiscono, e promuovendo iniziative per il loro benessere.
Il Papa ha spesso rivolto parole e insegnamenti direttamente ai bambini, sia durante le udienze generali che nelle sue omelie, cercando di comunicare con loro in modo semplice e diretto e ha spesso invitato gli adulti a guardare ai bambini come modello di fede, umiltà e apertura verso il prossimo, cercando di recuperare alcune qualità che spesso si perdono con la crescita.

Fonte: La Civiltà Cattolica – Wikipedia 

 

MGF

I GIUSTI

 

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.

 

 

 

Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.

 

 

 

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

 

 

 

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

 

 

 

I giusti (Los Justos) di Jorge Luis Borges è una poesia che può essere considerata un vero tributo a tutti gli anonimi del mondo. Ai veri “grandi” della Terra che meriterebbero di avere dalla vita rispetto e riconoscimento.
Il poeta argentino attraverso questo poema enfatizza coloro che tutti i giorni della loro vita con immenso eroismo portano avanti la loro vita senza per forza avere “i riflettori” puntati addosso.
I giusti è tratta dal libro-raccolta La cifra (1981) e raccoglie quarantasei poesie scritte tra il 1978 e il 1981 da Jorge Luis Borges.
Sono molti che vivono nel mito di “saranno famosi” e lo dimostrano l’affollamento di contenitori televisivi dedicati alla ricerca dei talenti (sarebbe meglio parlare di dilettanti allo sbaraglio) e il numero di personaggi che nei social sarebbero disposti a tutto pur di essere considerati “Influencer”.
La poesia può essere divisa in due parti
La prima parte è compresa tra i versi uno e otto. Questi versi descrivono quelle persone che sono giuste perché amano o dedicano la loro anima a qualche compito legato ai sensi o alla conoscenza, come la musica, l’etimologia o la lettura. Se si guarda bene alle parole del poeta meritano la denominazione di giusti milioni di persone che tutti i giorni conducono la loro vita con semplicità, con verità, con leggerezza, ma senza rinunciare all’impegno.
La seconda parte, dal versetto nove al versetto dodici,  si concentra sulle persone che sono giuste perché possiedono uno spirito generoso e altruista.
L’ultimo verso è la chiusura perfetta, in cui Borges dichiara che è grazie a coloro che mettono da parte l’egoismo che il mondo si salva.
Sono tanti gli eroi che tutti i giorni prestano la loro vita al servizio degli altri e altrettanti che hanno fede nel rispetto, nell’ascolto, nella tolleranza, nell’accettazione dell’altro.  Sono questi “I giusti” per Borges.  

 


JORGE LUIS BORGES

Nato nel 1899 in Argentina, Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo è stato uno scrittore, poeta e giornalista tra i più prolifici del suo secolo. Avido lettore e curioso conoscitore di culture e società diverse, Borges ha accumulato durante la sua esistenza una cultura sterminata. I frequenti viaggi hanno contribuito ad aprire la sua già feconda mente. Gravi problemi alla vista non hanno mai impedito a Jorge Borges di leggere e scrivere, neanche quando questi lo porteranno alla cecità negli Anni 60. Borges nei suoi libri rifiuta il modernismo che stava prendendo piede nella sua Argentina, e questo si evince già dalla sua prima raccolta Fervore di Buenos Aires. La città fa da musa per Borges, che non ne descrive il caos o il fermento, ma ne racconta gli aspetti più intimi e romantici. Sebbene amasse particolarmente la poesia, è grazie alla narrativa che Borges diventa famoso come scrittore. Storia universale dell’infamia ne è l’esempio lampante: la raccolta contiene storie di fantasia su criminali realmente esistiti. Nomi, date ed eventi, così come la realtà dei fatti, vengono distorti dall’abile penna di Borges, tanto che il lettore non riconosce più il confine tra verità e finzione. Grazie a questa raccolta viene coniato il termine realismo magico per descrivere la prosa di Borges: per questo rimane tra le opere più importanti dell’autore. Borges è stato scrittore anche di diversi saggi, come i Nove saggi danteschi, L’invenzione della poesia. Le lezioni americane e L’idioma degli argentini. Ne Il Libro di sabbia trova spazio per la prima volta la mitologia nordica, altra tematica cardine del simbolismo di Borges.
Luna di fronte e Quaderno San Martín sono le prime raccolte di poesie pubblicate dall’autore, dedicate alla sua cara patria. Ma la più importante opera poetica di Borges è sicuramente L’altro, lo stesso, che contiene 75 poesie scritte in circa trent’anni, che sottolineano e fanno emergere l’evoluzione poetica dello scrittore Borges.
Per il suo ricco lavoro letterario, Borges sfiorò più volte il premio Nobel senza mai vincerlo: Jorge è stato un personaggio politicamente scomodo, e probabilmente per questo non gli è mai stato attribuito l’ambito premio.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

PAROLE

Siate cauti con le parole,
anche con quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere sicure come la roccia
su cui incolli il culo.

 

Ma possono essere margherite e ferite.
Io sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre sedute sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.

 

 

 

 

Ma spesso non mi bastano.
Ci sono così tante cose che voglio dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.

 

 

Ma le parole non sono abbastanza buone,
quelle sbagliate mi baciano.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.

 

 

 

Ma cerco di averne cura
e di essere gentile con loro.
Le parole e le uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono cose impossibili da aggiustare.

 

 

Siate cauti con le parole, scriveva Anne Sexton e, in un momento storico come il nostro, in cui il potere stesso del linguaggio e il significato del lavoro culturale vengono così spesso sminuiti e ridotti ad attività di poco conto, è importante ricordarlo.
Le parole hanno un peso e nessuno lo sa meglio di chi scrive, che è abituato a maneggiarle ogni giorno. Chi scrive sa che le parole possono essere leggere e soffici come piume, affilate come coltelli, laceranti come proiettili. Le parole sono importanti, sino alla loro ultima vocale, perché hanno il potere di nominare e, dunque, di forgiare il nostro immaginario. Hanno una potenzialità immensa che sfocia nel sortilegio e quindi vanno utilizzate con cura, con senso della misura, con accortezza.
Lo sapeva bene la poetessa americana premio Pulitzer Anne Sexton, che con le parole viveva, delle parole si nutriva, e proprio a quella che era l’essenza stessa della sua vita dedicò una delle sue poesie più famose Words, tradotta in italiano semplicemente come “Parole”, contenuta nella raccolta The Awful Rowing Toward God (1975).
Le “parole” nella poesia hanno una consistenza materica diventano oggetti e poi sensazioni e, nel finale,  Anne fa un paragone audace, le compara alle uova e si raccomanda di “maneggiarle con cura” perché una volta rotte “sono impossibili da riparare”, poiché diventano altro.
Il linguaggio è davvero capace di aprire squarci nella realtà, di dischiudere prospettive, ma anche di creare ferite irreparabili.
Noi che leggiamo oggi le sue parole sentiamo la forza di un sortilegio che attraversa il tempo e le epoche per narrarci una verità sacra, immortale, che pare scolpita nella pietra. Ricordiamoci di avere cura del linguaggio, di dare alle parole il giusto peso.

FONTE: sololibri.net

 

ANNE SEXTON

Il 4 ottobre del 1974 Anne Sexton dopo essere stata in compagnia di Maxine Kumin, sua amica, collaboratrice e amante, tornò a casa, scese in garage, chiuse tutto, entrò nell’auto, accese il motore e la radio e si lasciò morire. Dopo diversi tentativi di suicidi finalmente la poetessa considerata pioniera di una lirica disinibita, sensuale, dirompente, nonché icona (suo malgrado) dei movimenti femministi, era riuscita a mettere fine a una vita difficile, segnata da un disturbo bipolare, sempre in bilico tra i successi dell’arte e il disastro della vita privata.
Poetessa statunitense (Newton 1928 – Weston, Massachusetts, 1974), approdò alla scrittura come forma di psicoterapia dopo lunghi periodi di degenza (in concomitanza con la maternità era rimasta vittima di gravi squilibrî), entrò in contatto con W. D. Snodgrass e R. Lowell. Da queste esperienze nacque la raccolta di versi To Bedlam and part way back (1960), cui seguì All my pretty ones (1962). La sua poesia, di tipo “confessionale” come quella dei suoi maestri e dell’amica S. Plath, è attraversata dal motivo dell’assenza e da immagini ricorrenti di morte, non di rado filtrate da un’ironia che ne stempera l’aggressività. Confermate le sue doti con Live or die (1966), Love poems (1969) e Transformation (1971), negli anni che precedono la morte per suicidio pubblicò altre raccolte di versi (The book of folly, 1972; The death notebooks, 1974) che tuttavia tradiscono un’involuzione del linguaggio. Al postumo, disperato The awful rowing toward God (1975), si aggiunsero 45 Mercy Street (1976) e Anne Sexton. A self portrait in letters (1977), entrambi a cura della figlia Linda. In Italia una scelta delle sue poesie è apparsa in La doppia immagine e altre poesie (1989).

Fonte: enciclopedia delle donne.it

APPENDICE I

Mi ritrovo in questa stanza
col volto di ragazzo, e adolescente,
e ora uomo. Ma intorno a me non muta
il silenzio e il biancore sopra i muri
e l’acque; annotta da millenni

 

un medesimo mondo. Ma è mutato
il cuore; e dopo poche notti è stinta
tutta quella luce che dal cielo
riarde la campagna, e mille lune

 

non son bastate a illudermi di un tempo
che veramente fosse mio. Un breve arco
segna in cielo la luna. Volgo il capo
e la vedo discesa, e ferma, come
inesistente nella stanca luce.

 

E cosi la rispecchia la campagna
scura e serena. Credo tutto esausto
di quel perfetto inganno: ed ecco pare
farsi nuova la luna, e – all’improvviso –
cantare quieti i grilli il canto antico.

 

Nella poesia ricorrono quelli che saranno i nuclei tematici dell’opera di Pasolini: il senso tragico della storia, l’innocenza perduta dell’infanzia e del mondo contadino, poesia e lingua come uniche ancore di salvezza.
La poesia inizia subito con un dichiarato intento da parte dell’autore: quello di riflettere sulla propria esistenza e dell’accorgersi di essere diventato tutto d’un tratto da adolescente a uomo. A non mutare, però, è ciò che lo circonda, il paesaggio intorno a lui e in generale il mondo. Ciò che è mutato davvero è il suo cuore, il suo sentimento interiore, a cui si affianca la consapevolezza di vivere un tempo che non è suo, che non gli appartiene.
L’attenzione del poeta si rivolge quindi alla luna, “ferma, come inesistente nella stanca luce” che illumina la campagna, dando la sensazione ingannevole che tutto sia sereno e tranquillo. Ma, all’apparenza, la luna sembra farsi nuova, generando “il canto antico” dei grilli fino ad allora quieti.
Il componimento si snoda nella continua antitesi fra dentro e fuori, tra percezione soggettiva e estraneità oggettiva del mondo, tra individuo e natura attraverso il gioco cromatico di alternanza tra luce e buio e attraverso la dimensione atemporale del mondo contrapposta alla temporalità dell’io che percepisce l’esterno in modo nuovo, disilluso. Sono bastate poche notti al poeta per non credere più alla bellezza della natura il cui colore ormai è sbiadito; molte notte invece non sono bastate a illuderlo di poter possedere il suo tempo.
La vita della luna, che disegna un arco nel cielo per poi discendere e arrendersi stancamente, cedendo il passo alla campagna scura e serena, fa parte dell’inganno perfetto della natura.
Ma all’improvviso sembra nascere una nuova luna e sembra che i grilli cantino il canto antico. La conclusione rappresenta una nuova illusione che spezza il silenzio della stanza e rende il poeta testimone del mistero della vita della natura, ridestando la solitudine di vivere, un motivo assai caro al poeta.

PIER PAOLO PASOLINI


Nasce nel 1922 a Bologna ma trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel nord Italia, in particolare a Casarsa, in Friuli (regione di origine della madre). Non ha un’infanzia molto serena a causa dei contrasti con il padre che preferisce il fratello Guido rispetto a lui: tutto ciò sarà alla base di un profondo conflitto edipico che lo segnerà per tutta la vita.
Il 1945 è un anno nodale: viene messo in carcere a causa del suo attivismo antifascista, perde il fratello Guido, partigiano. Nell’autunno dello stesso anno però, si laurea in lettere all’università di Bologna, con una tesi su Pascoli, autore che ammira per lo sperimentalismo linguistico.
Finita l’università, inizia a insegnare in una scuola media in Friuli e diventa segretario di sezione del PCI. Accusato di atti osceni in luogo pubblico e di abuso di minori, subisce un processo e l’espulsione dal PCI e dall’insegnamento. Durante il processo rende nota la sua omosessualità e a seguito di ciò, il padre lo ripudia. L’unica a rimanergli accanto è la madre, che lo segue a Roma. Superati i primi anni di difficoltà economiche egli comincia a insegnare in un parificato. A Roma conosce molti intellettuali, entra nel mondo del cinema e scrive uno dei suoi romanzi più conosciuti, “Ragazzi di vita”, una storia controversa per cui ancora una volta subirà un processo per pornografia. Molti sono gli intellettuali che in questi anni difficili gli sono vicino, tra cui Contini, Ungaretti e Calvino. Nel 1955 fonda con alcuni amici “L’Officina”, una rivista aperta allo sperimentalismo formale e politicamente impegnata nella quale tratta le più attuali e impellenti tematiche sociali: dai cambiamenti prodotti dallo sviluppo economico da parte delle masse popolari (sempre più omologate dal sistema capitalistico, dal consumismo e dalla televisione) alle nuove forme di organizzazione industriale, alla delusione per la fine del clima eroico della resistenza e al conformismo dominante anche nei partiti di sinistra.
Nella notte del 2 novembre 1975 Pasolini, al culmine di una notorietà legata anche al suo anticonformismo, viene ucciso sul Lido di Ostia. Ancora oggi è aperta l’inchiesta.

Fonte: Libreriamo.it

MGF

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché lo aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva ricevuto la stessa risposta:
“Quella strada lì? Non va in nessun posto. E’ inutile camminarci”.
“E fin dove arriva?”. “Non arriva da nessuna parte”.
“Ma allora perché l’hanno fatta?”. “Non l’ha fatta nessuno, è sempre stata lì”.
“Ma nessuno è mai andato a vedere?”. “Sei una bella testa dura: se ti diciamo che non c’è niente da vedere…”.
“Non potete saperlo se non ci siete mai stati”.

Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo Martino Testadura, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce e ben presto cominciarono i boschi.
Cammina cammina la strada non finiva mai, a Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane.

Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello e a un balcone una bellissima signora che salutava con la mano.

Spinse il cancello, attraversò il parco e sulla porta trovò la bellissima signora. Era bella, vestita come una principessa e in più era allegra e rideva: “Allora non ci hai creduto”.
“A che cosa?”. “Alla storia della strada che non andava da nessuna parte”.
“Era troppo stupida e secondo me ci sono più posti che strade”. “Certo, basta aver voglia di muoversi. Ora vieni ti farò vedere il castello”.

 

C’erano più di cento saloni zeppi di tesori. C’erano diamanti, pietre preziose, oro, argento e ad ogni momento la bella signora diceva: “Prendi, prendi quello che vuoi… Ti presterò un carretto per portare il peso”. Martino non si fece pregare e ripartì col carretto pieno.
In paese, dove l’avevano già dato per morto, Martino fu accolto con grande sorpresa.
Scaricato il tesoro il carro ripartì. Martino fece tanti regali a tutti e dovette raccontare cento volte la sua storia. Ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere cavallo e carretto e si precipitava giù per la strada che non andava da nessuna parte.

 

Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro, con la faccia lunga per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco in un mare di spine. Non c’era né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova.

 


In questa fiaba moderna scritta da Gianni Rodari e appartenente alla raccolta Favole al Telefono (1962), la morale tradizionale viene ribaltata e la trasgressione del giovane Martino che, solo, ha il coraggio di percorrere una strada nuova, non viene punita ma ricompensata.

Un piccolo/grande insegnamento di vita racchiuso in una favola fresca e coinvolgente: trovare il coraggio e la determinazione per intraprendere qualcosa che mai nessuno ha fatto prima di noi, “perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

 

MGF