COME UN FRUTTO MATURO

Come un frutto maturo
che già il peso
allontana dal ramo,
ora vorrei
somigliare a me stesso,
ritornare
dalla mia superficie
al mio silenzio
per un più vasto incontro.
E sentir crescere
in me la piena
infinita dell’uomo
come si ascolta un fiume.

 

Lino Curci  è stato un poeta italiano.
Nato a Napoli nel 1912 e laureato in giurisprudenza e in scienze politiche, dalla nativa città si trasferì a Roma nel 1937 e qui trascorse il resto della sua vita. Fu redattore e inviato speciale del quotidiano La Tribuna fino al 1943, allorché decise di abbandonare l’attività giornalistica a tempo pieno, pur continuando a collaborare con vari quotidiani e periodici come Il Mattino , Il Giornale d’Italia, La Fiera Letteraria ed altri. I resoconti di guerra raccolti ne L’Equipaggio (1942) riflettono le sue esperienze vissute a bordo di una torpediniera, durante la seconda guerra mondiale.
La vocazione poetica, che Curci visse come una missione totalizzante, diede i suoi primi frutti acerbi nei Canti del sud (1942), dove peraltro il poeta «non riuscì ad evitare un certo tipo di dannunzianesimo linguistico», sia pur temperato da «un certo tipo di pascolismo più centrato sui temi e sui motivi dell’uomo in quanto tale».
Il ripudio della retorica tipica di quegli anni e il deciso rinnovamento della sua poetica trovano un chiaro riscontro nella prima raccolta del dopoguerra, Mi farò vivente (1951), dove l’autore sembra abbandonarsi «alla poesia come canto dolente e tormentato che coinvolge l’uomo e lo scrittore in una assoluta globalità». Allo stesso modo, da qui in poi diventa sempre più esplicita e continua la identificazione del discorso poetico con la ricerca spirituale e religiosa dell’uomo. È lo stesso poeta a ribadirlo più volte: «Mi è impossibile disgiungere dalla poesia l’idea di una ricerca di salvezza.»
Le ultime quattro raccolte (L’esule e il regno, 1955; Un fuoco nella notte, 1959; Gli operai della terra, 1967; Con tutto l’uomo, 1973) coprono quasi l’arco di un ventennio, nel tempo delle prime conquiste spaziali dell’uomo, e praticamente concludono il ciclo esistenziale e produttivo di questo poeta, lasciando l’idea di un tormentato processo interiore. Questo si sviluppa sul doppio binario della scienza e della fede e trae spunto da occasioni d’impatto con la morte di ogni essere vivente. Un progetto forse ambizioso, con esiti non sempre convincenti, ma sostenuto da una religiosità intensa e da un’«ansia d’infinito che ha come termine fisso la morte».
E la morte lo colse d’improvviso a Roma, il giorno successivo al Natale del 1975.

 

MGF

LA RAGAZZA DI VIA CARDINAL TOSI

La ragazza di Via Cardinal Tosi
ha una bellezza discreta e silenziosa,
una bellezza che non mette in posa.
Dentro un nome regale, dietro un mito.
Vende la pasta “fresca-fatta-in-casa”:
le buone cose di un mondo elementare
dal sapore di casa e di cucina,
con la nuvola -bianca- di farina
dove volteggiano -lievi- senza peso
i sogni che sognammo da bambina.

 

La ragazza di Via Cardinal Tosi
sarebbe assai piaciuta al mio Gozzano:
l’avrebbe colta nel gesto della mano
che ti infiocchetta un pacco di lasagne
o di ravioli verdi agli spinaci.
L’avrebbe amata nello sguardo -perso-
che la sospinge -tra un cliente e l’altro-
a inseguire la vita dentro un verso.

 

Sotto la cassa, lì, sul banco da lavoro,
tra gnocchi, tagliatelle e fettuccine,
c’è sempre quanche libro di poesia.
Sfogliato tra la pasta e la farina,
si sposa il sogno al vero quotidiano.
Sorridono i poeti, oltre il bancone.
Per Elena sussurrano parole. Piano, piano.

 

 

MARISA FERRARIO DENNA

 

Marisa Ferrario Denna è un’artista molto conosciuta e apprezzata per la sua produzione poetica. Nata a Busto Arsizio nel 1945, dopo una laurea in pedagogia conseguita all’Università Cattolica di Milano, aveva insegnato filosofia, pedagogia e letteratura italiana. Nel 1987 con Geometriche associazioni in cucina Marisa Ferrario Denna si era aggiudicata il premio internazionale “E. Montale” per l’inedito. Ha pubblicato La Vita in un quadro, presentazione di Silvio Raffo (Forum 1986); Frammenti da una miopia, prefazione di Franco Buffoni (Edizioni del Leone 1987); Imprudenti viaggiatori, prefazione di Mario Ramous (Amadeus 1989); Il sole d’inverno, prefazione di M. Ramous (Book Editore 1993); La lettera non spedita (Lietocolle 1995); Mal di luna (Book Editore 1996). La sua ultima raccolta poetica, intitolata “Ritratti in controcanto”  pubblicata da Nomos Edizioni, è un omaggio a numerose figure femminili, poetesse, scrittrici, artiste, donne della storia e del mito con le quali l’autrice è in intimo colloquio ripercorrendone in versi le loro esistenze.

Marisa Denna si è spenta nel 2016.

Chi ha letto le sue poesie l’ha apprezzata per la pacatezza del dettato, l’acutezza delle intuizioni liriche e anche sociali, senza mai accendersi di livore contro qualcuno o qualccosa, ma sempre vigile sulle opportunità che la vita può offrire, anche nel quadro generale di difficoltà e delusioni che ognuno riceve inesorabilmente nel corso dell’esistenza.

 

Fonti varie

 

MGF

QUANDO SARAI TORNATA

Quando sarai tornata
in questa casa dei vecchi
dopo che sarò partito
e aprirai le finestre
gli armadi, i cassettoni
e tante cose ne verranno fuori
le piccole cose
che abbiamo goduto insieme;

 

quando tornerai nel cortile dietro casa
e vicino alla porta di cucina
verranno di nuovo i gatti, le donne a cucire
e verranno a giocare sulla pietra
i figli dei bambini
che abbiamo conosciuto insieme
e fuori nel boschetto
altri nidi di merli
si nasconderanno tra in rami dei noccioli;

 

quando tornerai a guardare questi alberi
che si allungano sempre di più
questa erba che non smette mai di crescere dappertutto
ti sembrerà di sentire di notte
camminare sulla ghiaietta del giardino.
Non lasciarmi fuori al freddo.
Avrò qualcosa da dirti
o forse, tacerò.

 

Originale in dialetto veneto:

Co te sarà tornada
in sta casa dei veci
dopo che sarò partìo
e te verzarà i balconi,  
i armaroni, i comò
e tante robe te saltarà fora
le pìcole robe
che ghemo godudo insieme;

co te tornarà drio la casa in cortivo
e rente la porta de cusina
se sentarà de novo i gati, le done che cuse
e vegnarà a zogar su la piera
i fioi dei fioi
che ghemo conossudo insieme
e fora nel boscheto
altri nìi de merli
se scondarà tra rame de noselèri;
co te tornarà a védar sti àlbari
che se slonga sempre de più
sta erba che no finisse mai de créssar par tuto,
te pararà de sentir a la note caminar su la giareta in giardin.

No stame lassar fòra al fredo
Gavarò qualcossa da dirte o forse, tasarò.

Il poeta si rivolge a una donna prevedendo il momento in cui lei tornerà nella casa dei genitori, quando ritroverà oggetti cari e ricorderà eventi lieti vissuti. La poesia è scritta presso la villa di Thea Bozzi Dalla Cola, scrittrice per l’infanzia, impegnata nell’associazionismo femminile milanese in particolare nella Consulta Femminile Interassociativa di Milano tra gli anni Ottanta e Novanta. La parte cassata della lirica, in cui si citano le «fiabe», oltre che le calzavariane «paroe nove», pare fare riferimento all’attività della scrittrice: è possibile quindi che la lirica sia a lei ispirata.

 

 

ERNESTO CALZAVARA

Ernesto Calzavara è nato a Treviso nel 1907. Nel 1931 si laurea in Giurisprudenza a Padova (aveva studiato un anno all’Università di Roma); due anni dopo si trasferisce a Milano dove intraprende con successo la carriera di avvocato.
Il legame con la terra natale rimane molto forte: a Treviso il suo punto fermo è la casa paterna, una bella villetta veneta del Settecento situata ai confini tra città e campagna, dove egli torna ogni volta che può. E sarà la Marca Trevigiana lo spunto e lo sbocco naturale di quella che fin dal principio si rivela la sua forte vena poetica, che lo porterà a dire: “L’avvocato deve mantenere il poeta”.  È autore di versi sia in lingua che in dialetto. Si è affermato negli anni Sessanta e Settanta: Parole mate, Parole pòvare (1966), Come se. Infralogie (1974), Analfabeto (1979), a cui hanno fatto seguito le raccolte: Le ave parole (1984), Ombre sui veri (1990), Rio terrà dei pensieri (1996), composito collage di poesia, aforismi e note critiche.
È morto a Venezia nel 2000.

 

 

MGF

SUPPLICA A MIA MADRE

 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

In un giorno di maggio del 1962, Susanna Colussi pose una rosa sulla scrivania del figlio; da quando Pasolini la vide, sono nate meditazioni che confluiranno in poesie quante erano i petali e che verranno pubblicate all’interno della raccolta “Poesia in forma di rosa” pubblicata nel 1964. La poesia Supplica a mia madre, scritta da Pier Paolo Pasolini il 24 aprile 1962, è inserita nella prima sezione “La Realtà” del libro.
Supplica a mia madre è la poesia che celebra la mamma da chi vive la diversità e i disagi procurati dalla mancata accettazione della società.
Pasolini ha difficoltà a trovare le parole per esprimere alla madre il perché egli appare diverso agli occhi degli altri, perché egli interiormente non si sente di assomigliare a ciò che appare.
Solo la madre conosce l’anima del figlio dal di dentro e conosce ciò che egli è sempre stato prima di avere rapporti esterni con gli altri.
Pasolini in questa poesia invoca il suo bisogno di materna comprensione. Si serve del linguaggio poetico per confidare il suo segreto alla madre seppur sentendosi ancora tuttavia prigioniero solo del suo amore, “per il resto libero, in ogni mio giudizio, ogni mia passione.”
La libertà dalla mamma è una necessità per Pier Paolo Pasolini. Rappresenta la fine della schiavitù dei suoi sentimenti. Pasolini ha bisogno di amare anche gli altri.
E’ un racconto vero, tragico, contraddittorio. Il pensiero di Pasolini rompeva le ali del bel sogno per riportare tutti in un contemporaneo pieno di contraddizioni e molti incubi. Il perbenismo tipico degli anni ’60 italiani e non solo, venivano interrotti da un racconto diverso della realtà.
L’amore per Pasolini è stato il tema centrale della sua vita d’artista. In Supplica a mia madre questo amore, o meglio questa richiesta o esigenza d’amore, diventa evidente, dominante.
Lo spirito immortale di Pasolini risiede nel suo coraggio di essere stato sempre fedele a se stesso riuscendo ad avere il valore più alto, forse l’unico che dà davvero significato all’esistenza.
La mamma nella sua essenza è il ponte verso la vita, verso gli altri oltre se stesso. La mamma è il traghetto che dà vita al disagio e allo stesso tempo la scialuppa di salvataggio che non deve mai mancare. Una poesia che merita di essere letta e riletta.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

AUTUNNO

 

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.

 

 

 

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

 

 

 

povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

 

 

 

Nella poetica di Salvatore Quasimodo l’autunno non è una semplice stagione, ma un simbolo capace di riflettere le contraddizioni dell’animo umano. È il tempo della malinconia e del raccoglimento, in cui la natura stessa diventa specchio del dolore di vivere e, al tempo stesso, promessa di rinnovamento.
Con Autunno, il poeta ermetico riesce a racchiudere in pochissimi versi una meditazione universale: la vita è segnata da fragilità e caduta, ma la natura offre consolazione trasformando ogni fine in un nuovo inizio. La lirica, parte della raccolta Oboe sommerso (1932), rappresenta uno dei momenti più intensi della prima produzione di Quasimodo, quella in cui la parola poetica si fa essenziale, simbolica, capace di dire molto con pochissimo.
È in questa prospettiva che va letta la poesia: non come descrizione paesaggistica, ma come allegoria metafisica dell’esistenza, un intimo colloquio con la natura che si traduce in riflessione sull’uomo e sul suo destino.
L’autunno è “mansueto”. La stagione non è aspra o minacciosa, ma dolce e accogliente.  L’immagine delle acque che riflettono il cielo diventa simbolo di introspezione e fusione cosmica: un gesto di umiltà e sete spirituale. La “fuga soave” degli alberi e degli abissi non è semplice descrizione paesaggistica, ma rappresentazione di un dissolversi lento, dolce, in cui la natura e l’animo umano sembrano confondersi. La vita è segnata dalla “pena del nascere”, una condanna originaria che porta con sé la certezza della morte. Eppure nell’autunno il poeta riconosce un compagno di destino. 
Il finale della poesia di Salvatore Quasimodo  concentra il senso dell’intera lirica in un’immagine semplice ma folgorante. L’uomo è una foglia che cade, fragile e priva di orgoglio, ma non abbandonata. La terra lo raccoglie, lo custodisce, gli offre le giuste possibilità di trovare la propria armonia, di liberarsi, di rigenerarsi a nuova esistenza.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF