PAROLE
Siate cauti con le parole,
anche con quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere sicure come la roccia
su cui incolli il culo.

Ma possono essere margherite e ferite.
Io sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre sedute sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.

Ma spesso non mi bastano.
Ci sono così tante cose che voglio dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.

Ma le parole non sono abbastanza buone,
quelle sbagliate mi baciano.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.

Ma cerco di averne cura
e di essere gentile con loro.
Le parole e le uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono cose impossibili da aggiustare.
Siate cauti con le parole, scriveva Anne Sexton e, in un momento storico come il nostro, in cui il potere stesso del linguaggio e il significato del lavoro culturale vengono così spesso sminuiti e ridotti ad attività di poco conto, è importante ricordarlo.
Le parole hanno un peso e nessuno lo sa meglio di chi scrive, che è abituato a maneggiarle ogni giorno. Chi scrive sa che le parole possono essere leggere e soffici come piume, affilate come coltelli, laceranti come proiettili. Le parole sono importanti, sino alla loro ultima vocale, perché hanno il potere di nominare e, dunque, di forgiare il nostro immaginario. Hanno una potenzialità immensa che sfocia nel sortilegio e quindi vanno utilizzate con cura, con senso della misura, con accortezza.
Lo sapeva bene la poetessa americana premio Pulitzer Anne Sexton, che con le parole viveva, delle parole si nutriva, e proprio a quella che era l’essenza stessa della sua vita dedicò una delle sue poesie più famose Words, tradotta in italiano semplicemente come “Parole”, contenuta nella raccolta The Awful Rowing Toward God (1975).
Le “parole” nella poesia hanno una consistenza materica diventano oggetti e poi sensazioni e, nel finale, Anne fa un paragone audace, le compara alle uova e si raccomanda di “maneggiarle con cura” perché una volta rotte “sono impossibili da riparare”, poiché diventano altro.
Il linguaggio è davvero capace di aprire squarci nella realtà, di dischiudere prospettive, ma anche di creare ferite irreparabili.
Noi che leggiamo oggi le sue parole sentiamo la forza di un sortilegio che attraversa il tempo e le epoche per narrarci una verità sacra, immortale, che pare scolpita nella pietra. Ricordiamoci di avere cura del linguaggio, di dare alle parole il giusto peso.
FONTE: sololibri.net
ANNE SEXTON

Il 4 ottobre del 1974 Anne Sexton dopo essere stata in compagnia di Maxine Kumin, sua amica, collaboratrice e amante, tornò a casa, scese in garage, chiuse tutto, entrò nell’auto, accese il motore e la radio e si lasciò morire. Dopo diversi tentativi di suicidi finalmente la poetessa considerata pioniera di una lirica disinibita, sensuale, dirompente, nonché icona (suo malgrado) dei movimenti femministi, era riuscita a mettere fine a una vita difficile, segnata da un disturbo bipolare, sempre in bilico tra i successi dell’arte e il disastro della vita privata.
Poetessa statunitense (Newton 1928 – Weston, Massachusetts, 1974), approdò alla scrittura come forma di psicoterapia dopo lunghi periodi di degenza (in concomitanza con la maternità era rimasta vittima di gravi squilibrî), entrò in contatto con W. D. Snodgrass e R. Lowell. Da queste esperienze nacque la raccolta di versi To Bedlam and part way back (1960), cui seguì All my pretty ones (1962). La sua poesia, di tipo “confessionale” come quella dei suoi maestri e dell’amica S. Plath, è attraversata dal motivo dell’assenza e da immagini ricorrenti di morte, non di rado filtrate da un’ironia che ne stempera l’aggressività. Confermate le sue doti con Live or die (1966), Love poems (1969) e Transformation (1971), negli anni che precedono la morte per suicidio pubblicò altre raccolte di versi (The book of folly, 1972; The death notebooks, 1974) che tuttavia tradiscono un’involuzione del linguaggio. Al postumo, disperato The awful rowing toward God (1975), si aggiunsero 45 Mercy Street (1976) e Anne Sexton. A self portrait in letters (1977), entrambi a cura della figlia Linda. In Italia una scelta delle sue poesie è apparsa in La doppia immagine e altre poesie (1989).
Fonte: enciclopedia delle donne.it