CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese −
dorate, calde, e vivide.

 

 

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le piú vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

 

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

 

“Candele” fa parte dell’opera omnia che, rinvenuta dopo la morte di Kavafis, è stata pubblicata in Grecia nel 1936.
Con questa poesia ci immergiamo nei temi e nelle forme care a Kavafis. Il poeta greco ha cercato, con la sua produzione, di riproporre le tematiche e i valori frequentati dai poeti classici per trasmetterli ai lettori dell’età moderna: operazione più che riuscita, se pensiamo a quanto sia apprezzata la sua poesia oggi in tutto il mondo.
“Candele”, in particolare, è il frutto di una visione malinconica e nostalgica della vita, descritta come un percorso lineare che si consuma via via che si va avanti.
La metafora utilizzata da Konstantinos Kavafis è quella delle candele: nella lunga fila di candele che si stagliano dinanzi e dietro all’io lirico, quelle spente rappresentano la vita svanita, il passato; quelle ancora accese, invece, rappresentano l’avvenire, quel pezzo di tempo che rimane da vivere
I versi di Konstantinos Kavafis sviluppano la tematica del tempo affiancando all’immagine delle candele quella della morte, che non è mai nominata apertamente, ma la cui aura è ben presente in tutto il componimento: l’io lirico non vuole voltarsi, perché non vuole vedere tutte le candele spente che si è lasciato indietro.
Non è pronto a constatare quanta vita sia trascorsa, quanti eventi siano già accaduti, quanti anni siano passati.
Si accontenta, perciò, di osservare le candele ancora accese, “dorate, calde e vivide”, che si stagliano dinanzi a lui e che gli ricordano che ha ancora del tempo da vivere.
Ci si proietta verso il futuro, per quanto incerto e sconosciuto, per non annegare nella paura del tempo che passa inesorabile, mentre noi, distratti, ci avviciniamo sempre di più alla morte.

A TUTTI I GIOVANI RACCOMANDO

A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruirvi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana

 

L’invito di Alda Merini in “A tutti i giovani raccomando” è chiaro: abbiate cura della cultura e di chi ha consacrato la sua vita alla crescita dell’umanità. L’amore per la cultura, sentimento che si trasmette da allievo a maestro, va coltivato con impegno e costanza, poiché ogni campo del sapere riflette delle parti del nostro mondo interiore. La poesia è un mondo in cui vale la pena vivere, in cui lo studio e la lettura equivale a coltivare l’umanità intera.
Un invito ai giovani a vivere l’esistenza in maniera piena, a iniziare tra i banchi, celebrando la sacralità di un luogo come quello della scuola inteso come luogo di incontro e condivisione di saperi e di esperienze.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

VANITÀ

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

 

E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta

Vallone il 19 agosto 1917

Sono ormai anni che Giuseppe Ungaretti incontra solo “macerie”. La guerra creata dagli uomini porta solo rovina e distruzione. L’animo umano finisce inevitabilmente per imbarbarirsi. La bellezza dell’essere scompare, tutto ciò che si vive durante il conflitto è barbarie.
Ma, quel giorno, Giuseppe Ungaretti alzando la testa sopra le rovine generate dalla forza distruttiva degli uomini, guardando il cielo, rimane colpito, incantato dall’immensità del Creato.
Vanità è un atto di coscienza dei limiti dell’uomo. La riflessione di Giuseppe Ungaretti dovrebbe essere condivisa e acquisita da tutto il genere umano per evitare che la follia distruttiva continui a prendere il sopravvento. 
La consapevolezza di quanto siamo “piccoli” potrebbe e dovrebbe spingere gli esseri umani a “fare squadra” per sopravvivere al dominio dell’assoluto. 
La bellezza del Creato andrebbe vissuta con armonia e amore. Quell’ombra sull’acqua può trasformarsi in luce, se si prende coscienza della nostra fragilità. La vita dell’uomo sulla terra è come quell’ombra finisce per sparire e disperdersi nel fluire veloce del tempo. 
Non bisogna mai dimenticare, ci vuol far capire Ungaretti, che l’uomo è un passeggero mortale di una natura immortale e mette in evidenza la manifesta fragile precarietà dell’uomo e la sua vanità nel mondo.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

MI BASTA

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

 

Una poesia di grande emozione e sensibilità, scritta da una donna capace di trasformare in soli dieci versi il dolore del suo popolo in una preghiera di pace e di appartenenza.
È la voce di chi desidera soltanto poter vivere sulla propria terra, respirare la propria identità, riconoscersi in un luogo che non sia negato o cancellato.
Una poesia che è attualissima perché dà voce ad una mobilitazione internazionale per la liberazione della Palestina che non è politica, ideologica, di parte, ma un atto di civiltà. Nei suoi versi, la poetessa palestinese
sembra dare voce alla maggior parte delle persone che stanno scendendo in piazza, per chiedere la fine del massacro di un popolo. Nessuno dimenticherà mai la barbarie del 7 ottobre che ha colpito Israele e tutto il mondo, ma un intero popolo non può pagare per una minoranza violenta, assassina, senza nessuna civiltà.
Questa poesia quindi è il manifesto del popolo palestinese, ma anche di tutti i popoli a cui non viene riconosciuto il diritto di esistere, di essere cultura, memoria, radice. Non serve schierarsi per comprendere la verità profonda che abita in questa poesia. Nessuna identità collettiva può essere annientata, nessuna civiltà può dirsi tale se nega a un popolo la dignità del proprio nome e della propria terra.

 

FADWA TUQAN

Fadwa Tuqan è considerata “la madre della poesia palestinese”, che ha fatto della sua arte una scelta politica e una modalità di espressione di genere.
Nasce a Nablus nel 1917 da una famiglia aristocratica e conservatrice. La sua infanzia fu triste a tal punto che, nella sua autobiografia, non mancano gli aneddoti legati al suo passato e al senso di inadeguatezza verso i suoi genitori e alle loro credenze e tradizioni così antiche. Il fratello Ibrahim (anch’egli poeta) fu il faro della sua vita, dal quale apprese l’arte della poesia.
Lottò molto per la sua libertà individuale che riacquistò grazie alle lotte di emancipazione femminile e alle disgrazie che nel 1948 si abbatterono su di lei (Nakba e morte del padre); Fadwa si gettò in uno sconforto senza fine ma allo stesso tempo riacquistò pienamente la libertà tanto cercata. A seguito della Nakba e dell’instaurazione di campi profughi, le difficoltà per le donne aumentarono in maniera esponenziale, tanto che divenne impossibile conservare una propria identità o mantenere in sicurezza la propria famiglia.
In quegli anni, Fadwa andò a studiare a Inghilterra, riuscendo finalmente ad emanciparsi sia da un punto di vista personale, sia culturale, anche se anche qui percepì con brutalità la sua identità nazionale negata.
Proprio per questo Fadwa decise di tornare in quella sua Patria massacrata ed esprimere tutta la rabbia ed il dolore del suo popolo.
Nella sua arte, si fa portavoce di due realtà: quella familiare, femminile, di identità repressa e mancata, e quella sociale, di Resistenza all’occupazione. Le sue poesie incoraggiano il popolo palestinese, sostengono le sue lotte e richiamano l’amore da sempre proibito. Fu interprete del dramma della sua terra e del suo popolo.
Muore a Nablus nel dicembre 2003.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

CERTE COSE LE PUOI CAPIRE SOLO D’INVERNO

Certe cose le puoi capire
solo d’inverno
quando non ci sono fiori
e il sole a lungo si nasconde.
Le cronache dal mondo
parlano di vari delinquenti
che diventano capi di Stato.
Lo dico a te che non hai timore
di andare alla radice delle cose.
La poesia consiste in questo:
puntare in alto non per mestiere
ma per necessità.

 

È una poesia coraggiosa e la condividiamo con voi con grande piacere. Siamo nell’inverno di tempi davvero grigi ma non c’è semina e il pane non matura sotto la neve. La Poesia, come afferma qualcuno altro, è la crepa nel muro che ci permette di intravedere il cielo.

 

FRANCO ARMINIO

Franco Arminio è poeta, scrittore e regista italiano (nato a Bisaccia nel1960), noto anche come “paesologo” poiché attivo difensore dei piccoli paesi e delle aree interne contro lo spopolamento. Ha raccontato i piccoli paesi d’Italia descrivendo con estrema realtà la situazione soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato vari documentari. E’ del 2003 Viaggio nel cratere in cui Arminio racconta l’Irpinia di oggi e la zona del ‘cratere’, quella colpita dal grande terremoto del 1980, riuscendo a coniugare uno stile narrativo straordinario all’impegno civile e all’indagine psicologica. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori. Tra gli altri: Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008, Premio Stephen Dedalus per la sezione Altre scritture), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (2009), Cartoline dai morti (2010), Terracarne (2011), Geografia commossa dell’Italia interna (2013) e Lettera a chi non c’era (2021). Arminio è inoltre autore di raccolte di versi, tra le quali Le vacche erano vacche e gli uomini farfalle (2011), Stato in luogo (2012), Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra (2017, premio Brancati 2018), Resteranno i canti (2018), L’infinito senza farci caso (2019), La cura dello sguardo (2020), Studi sull’amore (2022), Sacro minore (2023), entrambi nel 2024 Canti della gratitudine e, con G. Bormolini, Accorgersi di essere vivi. Un breviario per chi ha perso la via (2025)

 

MGF