QUANDO FINIRÀ LA GUERRA

Quando finirà la guerra,
non avrò
più paura della pioggia,
non avrò
più paura
di restare alla finestra,
e non chiuderò
più le tende.
Spazzerò via la polvere
dalla soglia
di casa nostra,
e se la casa
non ci sarà più,
abbraccerò le sue macerie,
perché ogni pietra, lì,
è la mia casa.
Resterò a lungo
sulla spiaggia,
affonderò nei miei pensieri,
e non avrò timore
della sagoma
di una nave da guerra
che si frappone
tra me e il mare.
Bacerò
le mani dei soccorritori,
dei volontari
della protezione civile,
perché quando sentivo
il rombo degli aerei
sopra di noi,
perdevo la voce
e non riuscivo a muovermi,
mentre loro correvano
tra le macerie
gridando:
“C’è qualcuno che mi sente?
C’è ancora qualcuno vivo?”

ALAA AL-QATRAWI

Alaa al-Qatrawi è nata nella Striscia di Gaza il 3 novembre 1990. Ha completato la sua istruzione elementare e secondaria a Gaza prima di entrare all’Istituto di Studi Arabi presso l’ Università Islamica di Gaza nel 2008, dove ha continuato i suoi studi universitari. Ha conseguito la laurea triennale, la laurea magistrale e il dottorato in letteratura araba , laureandosi con un dottorato di ricerca nel 2022.
Oltre a essere poetessa e scrittrice, Alaa al-Qatrawi ha lavorato come insegnante di lingua araba nelle scuole dell’UNRWA . Lì ha sviluppato diversi materiali didattici. Ha anche svolto il ruolo di redattrice linguistica di testi educativi e li ha adattati in storie animate per il canale dell’UNRWA.
Al-Qatrawi ha lavorato anche nel giornalismo e nella radio, conducendo il programma di poesia “Sull’Eufrate della poesia” sulla radio educativa del Ministero dell’Istruzione palestinese e “Conversazione dell’anima” sulla radio dell’Università islamica di Gaza.
Ha perso i suoi quattro figli, uccisi insieme a suo marito dai bombardamenti nel dicembre del 2023: Yamen di 8 anni, i gemelli Kanana e Orchid di 6 anni e Karmel, di soli 3, sono stati martirizzati a Khan Younis.
La Gaza Poets Society è la prima comunità di poesia ad alta voce nella Striscia di Gaza. Fondata nel 2018 dal giornalista e poeta Mohammed Moussa, è una piattaforma culturale nata per dare voce ai giovani talenti letterari locali e metterli in contatto con la comunità internazionale.
Alaa scrive, insieme a loro, il dramma e gli orrori che li hanno travolti, ma anche i loro sogni e le future speranze. La “Gaza Poets Society” non ha l’obiettivo di vincere premi o di ricevere pietà, ma reclama a testa alta la propria dignità e la propria emancipazione di esseri umani.
Tra le bombe e i massacri, nel mezzo di una mattanza che non potrà essere dimenticata negli anni a venire, Alaa e gli altri poeti continuano tenacemente a scrivere.

“La mia dolorosa storia e il mio continuo dolore per il martirio dei miei figli sono diventati una benzina che mi bruciava dentro, trasformandosi in testi e scritti pieni di tristezza e sofferenza da un lato, e di speranze e fantasie su ciò che avrebbero potuto essere dall’altro”

 

Cinema Fratello Sole for Gaza

 

NOTTE D’ESTATE

È una notte bellissima d’estate.
Nelle alte case stanno
spalancati i balconi
del vecchio borgo sulla vasta piazza.

 

In quell’ampio rettangolo deserto,
panchine di pietra, evonimi, acacie
disegnano in simmetria
e nere ombre sulla bianca arena.

 

Allo zenit, la luna, e sulla torre
col quadrante alla luce l’orologio.
In questo vecchio borgo vado a zonzo
solo, come un fantasma.

 

 

 

Sotto la superficie di una descrizione apparentemente serena, la vera sostanza di Notte d’estate risiede nel paradosso della dolorosa estraneità dell’uomo di fronte a un mondo che continua a scorrere. Per comprendere l’origine di questo vuoto così esagerato, è necessario calarsi nel contesto drammatico e biografico che il poeta stava attraversando proprio in quell’anno.
Arrivato a Soria, in Castiglia, per ricoprire la cattedra di lingua francese, Machado vi aveva trovato non solo la sua ispirazione letteraria, ma anche l’amore della sua vita: la dolce Leonor Izquierdo, sposata nel 1909. La loro unione, profonda e fortissima, fu però tragicamente breve.
Durante un soggiorno a Parigi, dove il poeta frequentava le lezioni del filosofo Henri Bergson, si manifestarono i sintomi devastanti di una tubercolosi avanzata. Il rientro precipitoso in Spagna non bastò a salvarla: Leonor morì per un’emottisi il primo agosto del 1912, a nemmeno vent’anni, venendo sepolta nel cimitero del borgo castigliano.
Questo lutto creò una faglia insanabile nell’esistenza del poeta, che non avrebbe mai più trovato il coraggio di fare ritorno a Soria, trasferendosi poco dopo in Andalusia per insegnare a Baeza.
Il tema centrale è proprio questa solitudine che si consuma tra le proprie radici. Machado sperimenta l’isolamento più radicale non nell’anonimato di una metropoli moderna, ma nel cuore di un luogo carico di memoria e di identità collettiva.
Il dramma della perdita si spinge fino a una totale svalutazione esistenziale: l’assenza di Leonor priva il poeta della consistenza stessa dell’essere vivo, trasformandolo in un’ombra che vaga senza più trovare un ancoraggio profondo nella realtà.
Il poeta descrive il borgo muovendosi come se stesse guidando lo sguardo dello spettatore attraverso l’obiettivo di una macchina da presa: il suo sguardo scivola dalla cima delle case alla piazza e poi risale per dare una breve impressione del cielo e della torre, fino a stringere l’inquadratura sull’io lirico che appare alla fine mentre vaga in solitudine.

 

 

ANTONIO MACHADO

Poeta spagnolo (Siviglia 1875 – Collioure, Pirenei Orientali, 1939). La sua produzione poetica mostra evidente agli inizi l’impronta del modernismo e una propensione all’introspezione intimista, per poi lasciare maggiore spazio, nelle raccolte successive, a temi legati alla terra e alla tradizione spagnola. Con il fratello Manuel studiò a Madrid nella Institución de libre enseñanza, e si trasferì in seguito a Parigi, dove lavorò come traduttore presso Garnier. Nel 1907 vinse la cattedra di francese a Soria, dove nel 1909 conobbe e sposò Leonor, molto più giovane di lui, che morì nell’agosto del 1912 lasciando nel poeta una tristezza così profonda che ne condizionò tutta la vita e la produzione. Machado si trasferì a Baeza, poi a Segovia e in seguito a Madrid. All’inizio della guerra civile si trasferì a Valencia dove collaborò a Hora de España e nel febbraio del 1939 abbandonò la Spagna per raggiungere la Francia, ma morì appena superato il confine. La produzione di Machado coincide, all’inizio, con il periodo di maggior rigoglio della poesia modernista, dalla quale tuttavia si differenzia nettamente per la sua intimità e sobrietà. Dopo il primo momento di Soledades (1903), nelle quali serpeggia il pessimismo che caratterizza tutta la Generazione del ’98, Campos de Castilla (1912) rivela la maturità del poeta che, con sentimento commosso, scopre, come gli altri della sua generazione, il paesaggio castigliano. Gli antichi villaggi, le terre desolate, le querce, le cicogne sono cantati nella loro realtà fisica insieme all’amore, alle piccole cose, alla fatica dell’uomo. Campos de Soria e La tierra de Alvargonzález rappresentano i momenti migliori di quest’opera. In Nuevas canciones il ricordo della Castiglia è sempre vivo, ma l’Andalusia, dove Machado è ritornato, gli suggerisce canti e coplas popolari con i quali si riallaccia all’anonima tradizione collettiva. Tra le sue opere in prosa sono da ricordare gli articoli e i poemi scritti durante la guerra civile e in parte pubblicati nel volume La guerra (1937), e Juan de Mairena (1937), opera filosofica. Con il fratello Manuel scrisse per il teatro Juan de Mañara (1927), Las adelfas (1928), La Lola se va a los puertos (1930), La duquesa de Benamejí (1932).

fonti: Libreriamo, Treccani

 

MGF

O DONNA

O donna, non sei solo opera di Dio, ma anche degli uomini,
che dal loro cuore ti donano sempre più bellezza.
I poeti tessono per te una tela con fili di immagini dorate;
i pittori danno alla tua forma un’immortalità sempre nuova.
Il mare dà le sue perle, le miniere il loro oro, i giardini estivi i loro fiori
per adornarti, coprirti, renderti più prezioso.
Il desiderio dei cuori degli uomini ha sparso la sua gloria sulla tua giovinezza.
Sei per metà donna e per metà sogno.

 

 

 

 

Il Giardiniere 59 – O Donna di Rabindranath Tagore è una poesia che celebra la bellezza delle donne e rende omaggio all’universo femminile. Il poeta evidenzia come le donne siano state il centro dell’attenzione di poeti e artisti che hanno reso la figura femminile una vera opera universale. Tagore tende ad esaltare la sensibilità femminile in tutte le sue forme.
Il poeta bengalese dona un tributo a tutte le donne del mondo nessuna esclusa, un inno che si dovrebbe abbracciare per far sì che il rispetto del genere femminile possa finalmente diventare concreto e universale. Bisognerebbe imparare a memoria i versi di Tagore e diffonderli in ogni parte del Pianeta, iniziando dagli adulti e coinvolgendo bambini e ragazzi, affinché le sue parole possano diventare condivise e riconosciute.
Non si tratta di un’esaltazione superficiale dell’aspetto fisico, ma del riconoscimento di una forza ispiratrice che attraversa la storia culturale dell’uomo.
Rispetto ad altre opere di Tagore, questa poesia appare meno filosofica e più concentrata sull’estetica e sulla fascinazione esercitata dal femminile. Il linguaggio è lineare, armonioso, quasi classico, e riflette anche il clima culturale dell’epoca, ancora influenzato da una visione idealizzata della donna come oggetto di contemplazione e desiderio.
Rabindranath Tagore non celebra la donna perché bella, ma perché capace di trascendere la realtà senza abbandonarla. È questa tensione, tra il mondo reale e quello possibile, a rendere la figura femminile, nella sua poesia, una presenza eterna.

Il Giardiniere 59 – O Donna fa parte del libro The Gardener (Il Giardiniere) di Rabindranath Tagore, pubblicato per la prima volta nel 1913. Proprio nel 1913, Tagore ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, diventando il primo non europeo a ottenere tale riconoscimento. Questo rende ‘Il Giardiniere’ un’opera ponte tra l’estetica orientale e la sensibilità occidentale.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

ESSERE VIVI

Essere vivi
essere vivi ora
vuol dire avere sete
essere abbagliati dal sole fra gli alberi
ricordare all’improvviso una melodia
starnutire
tenerti per mano

 

essere vivi
essere vivi ora
vuol dire minigonna
un planetario
Johann Strauss
Picasso
le Alpi
vuol dire imbattersi in tutte le cose belle
e poi
essere attenti e opporsi al male che vi si nasconde

 

essere vivi
essere vivi ora
vuol dire poter piangere
poter ridere
potersi arrabbiare
vuol dire libertà

 

essere vivi
essere vivi ora
vuol dire un cane che abbaia in lontananza ora
la terra che sta girando ora
da qualche parte il primo vagito che si alza ora
da qualche parte un soldato ferito ora
è un’altelena che dondola ora
è l’ora che passa ora

 

essere vivi
essere vivi ora
vuol dire il battito d’ali degli uccelli
vuol dire il fragore del mare
il lento procedere di una lumaca
vuol dire gente che ama
il tepore della tua mano
vuol dire vita

 

(1971)

Il pensiero giapponese talvolta raffigura la metafisica di un attimo, la sospensione del divenire, ci fa accettare, senza domandarci nulla, quel che accade, quello che la nostra vista coglie così senza ragione.
Cogliere ma non vedere non guardare non osservare, semplicemente, essenzialmente dare nomi alle cose, ma forse soltanto nomi senza che le cose davvero esistano.
Attorno a noi ogni evento, ogni dato di realtà, ogni azione ha la sua piena entità, priva però di prima e di poi, quasi una nomenclatura dell’esistente di cui noi prendiamo parte.
E la poesia è come una sequenza di flash, di attimi, di entità che prendono la direzione di un nulla-tutto

SHUNTARŌ TANIKAWA

Il poeta e traduttore, Shuntaro Tanikawa (Tokyo 1931 – 1924) è cresciuto negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Una volta descrisse il clima intellettuale e creativo del Giappone del dopoguerra come cupo ed esistenziale, con i poeti che si allontanavano dai codici e dalle convenzioni della poesia tradizionale.
La poesia di Tanikawa riflette un atteggiamento metafisico e quasi religioso nei confronti dell’esperienza. Con un linguaggio semplice ed essenziale, ha delineato idee profonde e verità emotive. Il suo primo libro, Due miliardi di anni luce di solitudine (1952), fu un bestseller e rimane una delle raccolte di poesie più popolari in Giappone. Tanikawa è diventato uno dei poeti più importanti del Giappone, pubblicando oltre 60 volumi di poesie che comprendono poesie liriche, poesie in prosa analitica, poesie narrative, poemi epici, poesie satiriche e poesie altamente sperimentali.
Tanikawa scrisse sia per bambini che per adulti, e i suoi progetti di traduzione includevano spesso letteratura per l’infanzia; le sue traduzioni di Mamma Oca vinsero il Translation Culture Award nel 1975, e tradusse anche opere di Maurice Sendak, John Burningham e Charles Schulz. Oltre alla poesia, Tanikawa scrisse testi di canzoni e saggi, curò numerose antologie e collaborò a diverse iniziative culturali e artistiche, tra cui le carte divinatorie shintoiste.
Nell’arco di un percorso letterario di quasi settant’anni ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui i prestigiosi “Premio Yomiuri”, “Premio Hanatsubaki”, “Premio Hagiwara Sakutarō”, “Premio Asahi”. Molte delle oltre settanta raccolte di poesia di Tanikawa sono state tradotte e pubblicate in numerose lingue, tra cui inglese, italiano, francese, tedesco, spagnolo, cinese. In italiano, nel 2011, è stata pubblicata la raccolta d’esordio Una solitudine di due miliardi di anni luce (Bulzoni Editore, Roma), seguito dalla Raccolta Minimal (dei Merangoli, Roma, 2019)

 

Fonti: Indipendenteonline + varie

 

MGF

PARABOLA DELLA PICCOLA ONDA

 

Una piccola onda se ne andava felice per il mare: era contenta, allegra, si sentiva frizzante e potente, si abbandonava al gioco della corrente, si lasciava increspare dal vento. Era proprio felice di essere un’onda.
Ad un certo punto vide però, laggiù in lontananza, la scogliera e poi la spiaggia e si accorse che le altre onde, quelle che erano andate avanti, lì si infrangevano e di loro non rimaneva più nulla.
Cominciò a sentirsi triste: se avesse potuto sarebbe tornata indietro, nel mare profondo, da dove non si vede terra; oppure avrebbe voluto fermarsi là dove si trovava, frenare pur di non andare avanti…
Un’onda più grande le passò vicino e le chiese: “Che ti succede? Come mai sei tanto triste?”, e la piccola onda le rispose: “Ma non vedi che fine faremo? Anche tu che sei un’onda così grossa sei destinata a romperti laggiù”.
Sorrise la grande onda e disse: “Tu non sei onda, sei oceano!”

 

 

E’ una famosa parabola di Rumi sulla natura dell’anima. Il mistico paragona l’esistenza individuale a una piccola onda che, pur credendosi separata dal resto, scopre che la sua vera essenza non è la sua forma passeggera, ma l’immensità dell’oceano stesso.
L’onda si percepisce come un’entità singola, indipendente, e teme la sua scomparsa quando si avvicina alla riva (la fine terrena o il cambiamento). Rumi ci ricorda che non siamo semplici entità separate che lottano contro la vita, ma parte integrante del divino.
E quando l’onda smette di identificarsi unicamente con la sua forma effimera e si infrange, si accorge di non essere mai stata separata dal grande mare. L’ego si dissolve nell’oceano dell’amore cosmico.
La metafora centrale riflette uno dei concetti cardine del pensiero quantistico e mistico di Rumi: l’illusione della separazione. La sofferenza umana nasce dal credersi frammenti isolati (l’onda) destinati a finire, ignorando di far parte di una totalità eterna (l’oceano).

 

 

 

Per saperne di più di Jalal al-Din Rumi vi rimandiamo ad un’altra nostra pubblicazione:

TU ED IO di Jalal al-Din Rumi

 

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