SULLA TERRA

Io non ho mai desiderato
essere una stella del firmamento
celeste, o come spirito eletto
silente sorella degli angeli.
Mai distaccata dalla terra,
mai amica del cielo.

 

Qui, sulla terra,
sono uno stelo di pianta
che vive nutrita dal vento,
dal sole e dall’acqua.

 

 

Carica di desiderio e dolore
rimango qui, sulla terra,
accolgo l’elogio delle stelle
e la carezza dei venti.

 

 

Guardo dalla mia piccola finestra:
non fatta d’eterno, nient’altro
che l’eco di un canto sono.

 

E solamente l’eco di un canto
cerco nel gemito d’amore
più puro ancora
del silenzio del dolore.
Un nido non cerco
nella stilla di rugiada
posata sul giglio del mio corpo.

Sulle pareti della mia casa,
della mia vita, i passanti
lasciano tracce di ricordi,
con nere penne d’amore:
un cuore trafitto da una freccia,
una candela consumata,
pallidi segni taciturni
su confuse e folli missive.

Per ogni bocca che mi ha baciata
è nata una stella, nella notte
che scendeva sul fiume dei ricordi.
Perché mai desiderare le stelle?

 

Questo è il mio canto,
più deliziata, più felice
non fui mai come ora
prima d’ora, mai come ora.

 

Il messaggio centrale di Sulla terra è un radicale atto di presenza, la rivendicazione esplicita a poter vivere la propria umanità godendo della semplicità che la vita terrena offre tutti i giorni. Rinunciare al proprio diritto di esistere e di vivere la propria umanità è la peggiore repressione che può subire qualsiasi umano.
In un contesto culturale e religioso che spesso esalta il sacrificio, l’aldilà e la mortificazione del corpo, Forough Farrokhzad ribalta la gerarchia dei valori. La sua non è una ribellione fatta di slogan, ma un appello a poter vivere la propria esistenza terrena. Di poter esistere in questa mondo godendo delle piccole cose che la vita sa offrire, per primo l’amore.
Il suo rifiuto del cielo, di poter ambire a diventare “una stella del firmamento” non è ateismo, ma amore sacro per l’esistenza, per la vita terrena, quel dono che molte volte viene tacciato di essere una colpa.
Il dolore e il piacere non sono colpe, ma il nutrimento stesso della vita (come l’acqua per la pianta). L’accettazione della propria mortalità è l’essenza al diritto di poter abitare questo mondo, in modo libero e felice. Per l’autrice gli umani non sono stelle fisse, ma canti che vibrano e poi svaniscono, e in questa fragilità risiede la  vera bellezza.

 

FORUGH FARROKHZAD

Forugh Farrokhzad (Teheran, 1934 – Teheran, 1967) è stata una poetessa, regista e scrittrice femminista iraniana, una delle rappresentanti più importanti e controverse della modernità iraniana.
In un brevissimo arco di vita Forugh Farrokhzad ha lasciato un segno profondo nella cultura non solo del suo paese ma di tutto il mondo: celebrata come una figura di rottura e ribellione, è stata traduttrice e cineasta, ma soprattutto una grandissima poetessa.
Si sposa giovanissima, poi lascia il marito per dedicarsi interamente alla scrittura e all’arte, sia in patria che in Europa. Nel 1963 scrive e dirige un corto di venti minuti, La casa è nera, ambientato in un lebbrosario, che accende un vivissimo interesse nel mondo cinematografico, mentre le sue raccolte poetiche suscitano scandali ed entusiasmi in un Iran ancora fortemente legato alla tradizione. L’ultimo libro pubblicato in vita, Una rinascita, è considerato un capolavoro del modernismo persiano.
Muore a Teheran nel 1967, a causa di un incidente automobilistico.
Letta oggi, nel clima di persecuzione che circonda le donne iraniane impegnate a cambiare le regole del loro mondo, suona come una straordinaria anticipatrice, ma è stata ed è un’artista senza tempo e fuori dal tempo, che ha vivificato la nobilissima tradizione poetica del suo paese raccontando passione e dolore, tormenti intimi e sussulti dell’anima. I suoi versi sono stati a lungo banditi in Iran, pur circolando sempre sottobanco, e sono tuttora fortemente censurati.

 

Fonti:

Libreriamo – Collettivo Culturale Tuttoilmondo

 

MGF

Dalla raccolta IL VENTO E LA FOGLIA

 

Dalla feroce sorte
il rifugio è poesia
dalla crudele amata
il rifugio è poesia
dalla palese tirannia
il rifugio è poesia

 

L’insonnia
in una notte di luna piena,
un inutile parlare tra sé e sé
fino al mattino.

 

 

Un albero
carico di arance arancioni
in un cielo
color celeste.

 

A cosa serve
decantare la primavera
biasimare l’autunno
quando
uno se ne va
e l’altro ritorna.

 

 

Per qualcuno
la vetta
è terra di conquista
per la vetta
è terra di neve.

 

Non sono tornati
fiumi che scorrevano
verso il mare
soldati che andavano
in guerra
amici che partivano
verso terre lontane.

 

Oggi
è il frutto di ieri
domani
la conseguenza di oggi,
il frutto della vita
è la morte
e la morte è fertile

 

Vicini di casa
sui fili del bucato
hanno steso poesia,
in aprile.

 

 

Non reggo l’amore
non reggo l’ebbrezza del vino
sono abituato all’astinenza
la mia astinenza
sa di ubriachezza.

Senza angoscia
senza gioia
cammino
verso una direzione.

Lasciaci oltrepassare
la gioia e il dolore
Lasciaci oltrepassare
l’astio e l’affetto
Lasciaci oltrepassare
le parole dure e quelle vane
le parole vuote dell’amore
Lasciaci oltrepassare.


 

ABBAS KIAROSTAMI

 

Abbas Kiarostami, nato a Tehran nel 1940 e morto a Parigi nel 2016, è stato regista, sceneggiatore, fotografo, poeta, pittore e scultore. Dopo aver vinto un premio di pittura all’età di diciotto anni, si laurea all’università di Belle Arti della sua città e prima di intraprendere la carriera di regista, lavora come graphic designer nella pubblicità e nell’illustrazione di libri per bambini. Proprio questi ultimi diventeranno infatti protagonisti pressoché costanti di molte sue pellicole e la delicatezza e il rispetto usato da Kiarostami nel dirigerli, diverrà quasi un suo marchio di fabbrica.
Da grafico pubblicitario gira, nella metà degli anni sessanta, più di 150 spot per la televisione di Stato. Nonostante le varie vicissitudini vissute dal suo paese, compresa la Rivoluzione del ’79, decide ugualmente di rimanere in Iran e superata la trentina intraprende la carriera cinematografica. Rielaborò e modificò molti suoi film secondo le nuove regole della censura del regime di Khomeini;i suoi esordi, e più in generale la sua intera produzione, riguardano per lo più cortometraggi ispirati al cinema neorealista italiano.
Esponente di prim’ordine del cinema iraniano moderno, è stato uno dei registi maggiormente considerati ed apprezzati al livello internazionale, tanto da guadagnarsi la sentita stima di numerosi cineasti di fama; ha vinto nel 1988 il Pardo d’onore al Festival di Locamo con il film Dov’è la casa del mio amico e nel 1997 la Palma d’oro al Festival di Cannes con Il sapore della ciliegia. In veste di poeta ha pubblicato tre raccolte: nel 2000 Hamráh bá bád (Con il vento), nel 2003 Gorghi dar kamin (Un lupo in agguato), nel 2011 Bád o bargh (Il vento e la foglia).

I versi di Kiarostami, per i toni semplici e l’estrema concisione, lasciano spazio alle suggestioni del lettore e a un’indagine introspettiva che prende corpo grazie agli stimoli di una scrittura visiva. I suoi componimenti sono infatti frutto di una carriera polivalente dove cinema, letteratura e fotografia si influenzano fino a formare un’unica pellicola che racconta l’esistenza in tutte le sue tonalità.

 

 

MGF

SIA DETTO

Sia detta a te, Firenze,
questa amara devozione:
città colpita al cuore,
straziata, non uccisa;
unanime nell’ira,
siilo nella preghiera.
Vollero accecarti, essi,
della luce che promani,
illumina tu, allora,
col fulgore della collera
e col fuoco della pena
loro, i tuoi bui carnefici,
perforali nella tenebra
della loro intelligenza, scavali
nel macigno del loro nero cuore.
Sii, tra grazia e sofferenza,
grande ancora una volta,
sii splendida, dura
eppure sacrificale.
Ti soccorra la tua pietà antica,
ti sorregga una fierezza nuova.
Sii prudente, sii audace.
Pace, pace, pace.

 

“Sia detto” è una famosa poesia civile di Mario Luzi, scritta dopo la strage di Via dei Georgofili a Firenze nel 1993, un’invocazione alla città martoriata affinché trovi forza e preghiera, un’espressione della sua visione di “poeta civile” che affronta la storia e la sofferenza collettiva,  La poesia è un’amara e potente invocazione a Firenze, ferita ma non uccisa, che esorta la città a una preghiera unanime e a una fierezza nuova, chiedendo e invocando più volte la pace.

 

MARIO LUZI

 

Mario Luzi è nato a Castello il 20 ottobre 1914, trascorse l’infanzia a Firenze. Trasferitosi con la famiglia nel senese, studiò a Siena fino al 1929; poi rientrato a Firenze, vi compì gli studi liceali e universitari. Nel 1936 si laureò in letteratura francese. Luzi iniziò la carriera di insegnante: dapprima a Parma, poi, dal 1941, a San Miniati. Successivamente, e fino al 1943, lavorò a Roma presso la Sovrintendenza bibliografica. Si sposò ed ebbe un figlio. Fu poeta, critico e traduttore. Nominato senatore a vita della Repubblica nel 2004, Luzi si è spento nel 2005.
Luzi è noto per il suo impegno civile, portando la poesia a confrontarsi con i drammi della collettività, come le stragi o i problemi della società.

Le nascite non sono dal nulla.
Nemmeno quella di Gesù è dal nulla della terra. Vengono da una dimora nel grembo. Noi diciamo venne alla luce, come se da lì avessero inizio i giorni. Raramente indugiamo a pensare ai giorni in cui abbiamo dimorato nel grembo, ai pensieri, alle trepidazioni e anche alle fatiche da gonfiore che hanno accompagnato i nove mesi. In uno scambio reciproco, in trasformazioni lievi ma tenere dell’uno che è portato e dell’altra che porta. Raramente sosto a pensare alle fatiche di quando mia madre saliva scale e io le pesavo dentro. Ai gradini, allora senza ascensori della mia casa di Milano.
Lei mi portava, forse anche mi parlava. Le sono grato per i nove mesi. Non so se a sua madre Gesù, qualche sera o qualche mattino, quando la luce tiene la timidezza di un intimo dialogare, abbia chiesto dei suoi nove mesi nel tepore. Se scalciava o se stava quieto in attesa. Non so se le abbia chiesto del fruscio dell’angelo, e se lei gli abbia mai raccontato come pioveva quel giorno la luce tra le pareti di casa, una casa che si portava appresso l’umido delle pietre

Angelo Casati – “I giorni dello stupore”

DON ANGELO CASATI

Angelo Casati nasce a Milano il 9 maggio 1931; nel 1954 ha ricevuto l’ordinazione presbiterale dal Card. Schuster; dopo la Licenza in Teologia, ha insegnato Lettere nei seminari diocesani, e religione in Licei statali; è stato vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco. Dal 1986 al 2008, su invito del Card. Martini, è stato parroco della comunità parrocchiale di San Giovanni in Laterano a Milano. Seguendo l’esempio del Card. Martini ha promosso anche nella sua parrocchia la “Cattedra dei non credenti”: incontri con intellettuali, storici, pittori, poeti, scienziati di diversi competenze e orientamenti, accomunati dalla ricerca di autenticità umana e approfondimento spirituale. Tuttora abita a Milano e la sua casa è rimasta luogo di incontri e conversazioni sempre stimolanti e libere. Come libera e disponibile è la sua personalità: per nulla vincolato a precetti dogmatici e inibitori, sempre rispettoso della libertà della coscienza di ognuno, dotato di larga umanità e di empatia, anche e soprattutto per chi si trova in partibus infidelium. Angelo Casati ha affiancato alla attività pastorale un’ampia produzione saggistica e letteraria: raccolte di poesie, di omelie, scritti di spiritualità, commenti biblici; sugli stessi temi molteplici collaborazioni a diverse riviste. Amico fraterno di noti esponenti del più aperto cristianesimo italiano, tra i quali Padre David Turoldo, Padre Camillo de Piaz, don Abramo Levi, Mario Cuminetti, don Michele Do, don Luigi Pozzoli, don Luisito Bianchi. Su richiesta di un folto gruppo di amici, vengono inoltrati via mail i testi dei brani liturgici e l’omelia che don Angelo tiene nei giorni festivi nella parrocchia di san Francesco di Paola ove oggi risiede.

 

MGF

LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

 

Nel 1930 Maria Lunardini morì: per Ungaretti la figura materna è stata il punto di riferimento primario, avendo perso il padre quando  aveva solo 2 anni. 
La poesia quindi esprime la volontà di poter riavere un dialogo ultraterreno con la madre. Ungaretti ha voglia di poterla incontrare, consapevole che ciò è possibile solo attraverso il passaggio della morte, ma grazie alla figura della madre la morte non fa più paura. Anzi, è un valido motivo per ritrovare quella pace e combattere la sofferenza.
Il legame viscerale con la madre permette al poeta di non aver paura della morte, convinto che ci sarà lei ad offrirgli la sua mano come quando era bambino.
La mamma apparirà forte e decisa in preghiera di fronte a Dio, come nel ricordo che il poeta aveva della stessa.
La madre gli mostrerà il proprio sguardo solo dopo che il Signore lo avrà perdonato, un elemento che evidenzia l’incontro di Ungaretti con la spiritualità e la religione. C’è voglia di trovare meditazione religiosa. 
La madre quindi rappresenta il suo percorso verso la salvezza, lo accompagnerà verso quella pace che è gli è sempre mancata.
Ciò che colpisce della poesia è che l’affetto materno è sinonimo di valori morali. Si evince dal fatto che l’atteggiamento materno è severo nelle prime strofe del poema per trasformarsi in affettuoso e colmo di amore per il figlio nella parte finale. 
Il senso della morte nella poesia è assimilabile ad un viaggio, ad un ponte utile per ritrovare quell’amore sano e spirituale rappresentato dal perdono di Dio e dall’affetto materno. 

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF