L’ERBA HA POCO DA FARE

L’erba ha poco da fare –
sfera d’umile verde
per allevare farfalle
e trastullare api.

 

Muoversi tutto il giorno
a melodie di brezza,
tenere in grembo il sole
ed inchinarsi a tutto.

 

Infilare rugiada
la notte come perle,
e farsi così bella
da offuscare duchesse.

 

Quando muore, svanire
in odori divini
come dormienti spezie
e amuleti di pino.

 

 

Ed abitando nei granai sovrani
i suoi giorni trascorrere nel sogno.
L’erba ha poco da fare
ed io vorrei esser fieno!

 

 

Con un linguaggio limpido e lineare, arricchito da metafore e similitudini che ampliano l’orizzonte della lirica, la poetessa descrive la vita semplice dell’erba soffermandosi sui particolari più minuti: le farfalle e le api che le volano intorno e vi trovano nutrimento, il vento leggero che muove i suoi fili creando una dolce melodia, il sole che essa accoglie nel suo grembo, il suo inchinarsi a tutte le cose, le gocce di rugiada che sembrano perle, la sua bellezza semplice che supera quella delle più eleganti dame aristocratiche. Nelle ultime due strofe viene descritta la morte dell’erba che, divenuta fieno, continua a emanare nell’oscurità dei granai un dolcissimo profumo simile a quello delle spezie orientali o delle pigne che pendono dai rami come amuleti.
Fino a questo punto la lirica ha un andamento descrittivo e sembra voler celebrare l’armonia, la bellezza, la purezza, la semplicità della natura. Gli ultimi due versi però imprimono una svolta al componimento e ne forniscono la chiave di lettura.

Emily Dickinson

 

Esprimendo il desiderio di essere fieno, l’autrice fa indirettamente comprendere che anche lei vorrebbe svanire dolcemente come l’erba, lasciando un segno della sua presenza, del suo passaggio sulla terra.

In effetti Emily Dickinson ha lasciato una traccia di sé, leggera e profumata: le sue poesie che hanno la delicatezza, lo splendore, la dolcezza dell’erba.

 

 

Fonte: Ist. Ed. Atlas

 

MGF