PASSIONE E MORTE DI GESU’

 

Il Cristo alla Colonna è l’unico dipinto su tela del Bramante di cui si sappia.
È un’opera devastante nella sua semplicità: sul corpo del Cristo non ci sono ancora i segni della flagellazione, ma ha una corda attorno al collo e il suo viso, contratto e smunto, il colorito quasi verdastro, lascia supporre che Gesù stia anticipando quello che sta per succedere. Sullo sfondo, una coppa dorata, che molti studiosi interpretano come un riferimento al “Calice” che Gesù aveva chiesto fosse allontanato dalle sue labbra nel Giardino del Getsemani.
Ecco, il calice è ancora lì, la sua preghiera è stata vana, quasi a ricordare all’umanità intera che, a volte, le preghiere non possono essere esaudite: un fine più alto ci aspetta, ma prima dobbiamo tenere salda la nostra fede. Dobbiamo capire che non possiamo esimerci dal bere da questo Calice, che nessuno ce lo potrà allontanare dalle labbra se vogliamo poi crescere e risorgere.
E, nei momenti di paura, potremo ricordare lo sguardo angosciato, terrorizzato del Salvatore, che affronta la passione con tutta la dignità che riesce a trovare, per salvare l’umanità. E sentirlo nostro fratello nel dolore.

 

 

Il Cristo Crocifisso di Dalì è, a mio parere, una delle rappresentazioni più impressionanti mai dipinte della Crocefissione. La prospettiva è estrema, esagerata, quasi un anamorfismo, e la cosa più sconvolgente è che lo sguardo dello spettatore va dall’alto in basso.
Siamo abituati, nell’arte ma anche nella vita di ogni giorno quando entriamo in chiesa, a vedere il crocifisso dal basso verso l’alto, a scorgere uno scorcio del volto sofferente del Cristo, mentre l’occhio si sofferma sistematicamente sulle mani e sui piedi perforati dai chiodi, sulla ferita nel costato.
Dalì, invece, ce lo presenta dall’alto; di Lui vediamo il capo chino e la schiena incurvata in una posizione quasi dolorosa da guardare; le braccia distese sembrano quasi una supplica perché il dolore finisca, un urlo muto da un corpo così provato che non conserva più nemmeno un filo di voce.
Ma ai suoi piedi si stende un lago calmo. Due pescatori hanno lanciato le reti da riva, e sembrano quasi godersi l’alba ormai imminente di una giornata che si preannuncia serena e soleggiata, con le nubi che già cominciano a dissiparsi all’orizzonte: è la calma della Salvezza, la quieta fiducia che, dopo una notte di tentativi infruttuosi, potremo gettare la rete e ritirarla piena di doni.

 

 

 

 

Il Cristo Morto di Mantegna è l’apoteosi dell’iconografia del Compianto sul Cristo Morto. Gesù è rappresentato già sdraiato sulla pietra, coperto dal sudario; una boccetta posata di fianco al Suo capo simboleggia che è già stato cosparso di oli e profumi, e alla Sua sinistra due figure, probabilmente Maria Maddalena e Giovanni, piangono la Sua morte.
La prospettiva è anche qui estrema, e rappresenta, di fatto, un trompe-l’oeil: camminando intorno al quadro, questo acquisisce tridimensionalità, dando l’impressione di spiare all’interno del sepolcro, coinvolgendo lo spettatore nella scena e innalzandolo a personaggio.

 

Il crudo realismo del dipinto è incredibile, quasi osceno nella sua puntualità, ma non voyeuristico: il nostro sguardo è inesorabilmente attratto dai segni dei chiodi nei piedi, non dei meri segni rossi ma veri e propri squarci nella carne, che è grigiastra e palesemente immota, morta. La testa è abbandonata sulla pietra tombale, sul volto ancora un’ombra della sofferenza patita.
L’immagine genera una sensazione di pietà soverchiante: c’è quasi la tentazione di unirsi ai piangenti, di contribuire a ungere con riverenza quel Corpo che ha portato su di Sé i nostri peccati.
Ma il sole tramonta sul venerdì, e presto dovremo lasciare qui l’Uomo che amiamo, nell’obbligo mai così pesante di rispettare il Sabato, portando con noi la speranza sempre viva che, quando torneremo nel mattino della domenica, troveremo la pietra spostata, il sepolcro vuoto e il Cristo Risorto.

 

Beatrice Fiorello

 

MGF