Docufilm diretto da Ralph Loop

 

 

 

 

 

A distanza di secoli l’opera di Botticelli continua a coinvolgere ed emozionare. I suoi quadri più celebri portano nei musei e nelle mostre di tutto il mondo migliaia e migliaia di visitatori ogni anno. Tuttavia uno dei suoi disegni più intimi e misteriosi – forse uno dei più importanti per comprenderlo nel profondo- è rimasto a lungo chiuso nei depositi climatizzati del Vaticano. Si tratta del disegno che Botticelli dedicò all’Inferno di Dante e che diventa oggi protagonista di un film documentario originale, appassionato e coinvolgente.

 

DANTE ALIGHIERI E SANDRO BOTTICELLI: PARADISO SU CARTA

Sandro Botticelli – La Voragine Infernale

 

I disegni di Sandro Botticelli per la Divina Commedia di Dante Alighieri sono una delle più importanti opere di contorno alla letteratura mai create.
Gli appassionati della Divina Commedia hanno senz’altro in mente le incisioni di Gustave Doré: sono il mio primo ricordo dell’opera, un accompagnamento ora lieve ora opprimente del meraviglioso testo dantesco.

 

 

 

Lorenzo il Magnifico

 

Ma uno dei primi a decidere che la Divina Commedia era troppo bella per non essere affiancata da immagini che la descrivessero fu il più grande committente dell’Italia rinascimentale: Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, politico, statista, mecenate, nobile, scrittore e poeta. Un uomo del suo calibro non avrebbe mai potuto leggere la Divina Commedia senza desiderare di poter vedere le scene descritte da Dante.

E chi meglio di Sandro Botticelli poteva sopperire a questa esigenza?

 

La Voragine Infernale – Dettaglio

Tra il 1480 e il 1495, Botticelli eseguì cento disegni ad accompagnamento della Divina Commedia: uno per ogni canto, più un importante spaccato dei gironi infernali che ancor oggi, in barba a Doré, appare nei libri di letteratura di molte scuole.
Di queste opere, tuttavia, si perse traccia per moltissimo tempo: divennero leggenda, furono considerate perdute, il che non stupisce dal momento che la pergamena, per quanto più resistente della carta, è comunque deperibile, e di certo poco ingombrante, facile da nascondere.

 

 

Furono infine riscoperte dallo storico dell’arte Gustav Friedrich Waagen nella collezione privata del Duca di Hamilton, messe all’asta e acquisite dal Kupferstichkabinett Berlin, di cui Waagen era direttore; lo scandalo che ne seguì rivelò che altri fogli erano stati conservati dalla Biblioteca Vaticana. In totale, si recuperarono 92 tavole: mancano all’appello otto tavole per l’Inferno e due per il Paradiso.
È un’opera imponente, soprattutto considerando il supporto fisico non certo facile da utilizzare per un artista abituato alle tele: Bernard Berenson disse che sarebbe assurdo pretendere che dei puri contorni siano in grado di rendere l’intera gamma delle sensazioni, passioni ed emozioni che Dante esprime nella Commedia, eppure Botticelli riesce a fare proprio questo.

 

 

E persino Berenson ne loda le “rapsodie di linee pure, alate”. E forse, dopotutto, un tratto meno delicato, meno etereo, non avrebbe fatto altro che saturare all’eccesso un’opera che è già sostanzialmente perfetta di per sé. I disegni di Botticelli sono geniali nella propria semplicità: ogni disegno corrispondeva ad un canto ma, a differenza di Doré, non illustrano la scena principe del canto, bensì lo narrano per intero, partendo dall’angolo in alto a sinistra e degradando verso il basso, un semplice espediente che tuttavia riflette la discesa di Dante all’Inferno, la sezione che da sempre suggestiona di più i lettori.

 

Sandro Botticelli, Inferno X (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Alcuni sono completamente colorati, altri solo in parte, alcune tavole sono semplicemente disegnate a penna, senza alcuna aggiunta. Linee dolci e semplici, che si succedono l’una all’altra, canto dopo canto; un’opera che di per sé è magistrale e non può essere descritta altrimenti, e forse è così magistrale proprio per la propria modestia.

Sembra quasi di percepire, in questi disegni, l’umiltà con la quale Botticelli si approccia all’opera di Dante; ed è giusto così, dopotutto l’autore che conosciamo per nome non è lui, è Dante. L’opera magna è sua, un’opera incredibilmente audace che ha attinto dalla Bibbia e molteplici altre fonti cattoliche, ma anche dalla mitologia greca e romana: con un’illuminazione che poteva facilmente sfociare in arroganza, Dante sceglie i personaggi dalle sue fonti preferite e le colloca nell’oltretomba cristiano, rendendoli, di fatto, personaggi semireligiosi, e definendo la visione cristiana dell’aldilà.

 

Sandro Botticelli, Paradiso IX (punta d’argento, inchiostro e penna su pergamena)

Forse, allora, la scelta di Lorenzo il Magnifico non era un semplice caso di favoritismo da mecenate, per quanto uno dei suoi artisti preferiti fosse proprio Sandro Botticelli: da parte di un uomo di così grande intelligenza, non ci si può aspettare altro che la scelta perfetta. Non una scelta di grandeur, ma un contorno semplice e genuino ad accompagnare senza adombrare una portata principale già incredibilmente complessa e articolata.

Le linee eteree che Berenson denigra proprio prima di lodarne la semplicità erano la decisione perfetta, forse l’unica decisione possibile, per accompagnare Dante nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso; accompagna la condanna dantesca dei mali del mondo, portando avanti la sottile, spesso sottovalutata speranza che cambiare, migliorare, rendersi essenziali è sempre possibile… solo con un pizzico di umiltà.

 

 

 

Beatrice Fiorello – Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Dramma storico
Regia di Damiano Michieletto – Italia, Francia, 2025 – 110′
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi

 

 

 

 

 

UN FILM SOLIDO – CLASSICO MA CONTEMPORANEO – CHE PARLA DELL’INGIUSTIZIA DELLA CONDIZIONE FEMMINILE. E DOVE LA MUSICA PUÒ FARE TUTTO.

Una bella sorpresa, il film che fa la differenza nell’offerta cinematografica natalizia del 2025. È “Primavera”, opera prima del regista teatrale-lirico Damiano Michieletto, che porta sullo schermo il romanzo Premio Strega “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, sceneggiato dalla valida Ludovica Rampoldi. Interpretato con incisività da Tecla Insolia e Michele Riondino, vede nel cast anche Fabrizia Sacchi, Andrea Pennacchi, Valentina Bellè e Stefano Accorsi.
La storia. Venezia ‘700, Cecilia è un’orfana cresciuta nel Pio Ospedale della Pietà, come lei tante altre destinate alla musica e a finire spose di facoltosi donatori. Cecilia ha un talento nel violino che emerge con luminosità quando incontra don Antonio Vivaldi. Il destino però le rema contro: è stata già promessa in sposa a un facoltoso nobile, al momento lontano in guerra. La giovane però vorrebbe vivere di musica, sottraendosi alle rigide imposizioni…
Molti i pregi del film di Michieletto. “Primavera” anzitutto brilla per la forza di una storia di riscatto dalla solitudine e dall’abbandono, un riscatto che nasce dalla musica e dall’incontro di due anime fragili, Cecilia e Vivaldi. Un percorso creativo ed esistenziale che i due compiono per un breve tratto insieme, suonando fianco a fianco, e traendo forza dalla reciproca collaborazione. In particolare, la traiettoria di Cecilia è quella di una giovane donna che si ribella alle costrizioni sociali del tempo, a un futuro prestabilito a tavolino.
Al di là della potenza della linea narrativa, l’opera colpisce per l’elegante e accurata messa in scena, per la regia sicura di Michieletto, all’esordio sì nel cinema di finzione ma abituato a gestire palcoscenici teatrali imponenti. “Primavera” vanta dunque un’ottima cura formale, tra scenografie, costumi e musiche, quelle di Fabio Massimo Capogrosso, oltre alle note senza tempo di Vivaldi. Un’opera che volteggia agile come un valzer, ma con tonalità dolenti, rafforzate da una scrittura vibrante e soprattutto da interpreti in parte, che abitano i personaggi con convinzione e trasporto. Un film che offre non poche suggestioni, un viaggio nelle pagine del tempo ma anche nei territori interiori di una giovane che reclama libertà e futuro. alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Donna, Educazione, Famiglia – genitori figli, Libertà, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Povertà-Emarginazione


Michieletto parte dalla sua Venezia per raccontare tutta la bellezza del talento. Impuro, grezzo, eppure sorprendente, imprevedibile, tenace. Se non c’è mai sfarzo e ridondanza, il regista lavora di sottrazione anche nei momenti più drammatici, lasciando che siano i dettagli – sguardi, mani, silenzi – ad arricchire la scena.


Primavera mostra anche, attraverso il suo commento musicale, la genesi di “Le quattro stagioni”, il capolavoro di Vivaldi, composto proprio nel periodo in cui si svolge questa storia. La composizione melodica che accompagna il film è eccezionale nel sostenere il racconto e occasionalmente agire da contrappunto: una scena di ballo ambientata fra nobiluomini e nobildonne truccati e parruccati, grottesca e primordiale al punto giusto, è da antologia.


Michieletto viene dal mondo della lirica, e ha ben chiaro quindi il peso e il ruolo drammaturgico che la musica può avere, e che usa in questo film in una maniera esaltante e commovente senza però abusarne, senza inseguire la traduzione dell’opera al cinema.

Recensioni
3,8/5 MyMovies
4/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

 

ANNA MARIA DEL VIOLIN, L’ALLIEVA PREDILETTA DI ANTONIO VIVALDI CHE INCANTÒ CON LA SUA MUSICA POLITICI, COMPOSITORI E VIAGGIATORI

 

Fu la più dotata allieva di Vivaldi e la più celebre fra le figlie della Pietà. Anna Maria, conosciuta anche come Anna Maria del Violin, rimase per tutta la sua esistenza all’interno dell’Ospedale della Pietà, il convento, orfanotrofio e conservatorio di Venezia, percorrendo i vari livelli di gerarchia: da figlia di Choro a figlia privilegiata, per passare poi a maestra di strumento fino a diventare Maestra di coro, il ruolo in assoluto più elevato.
Un talento, quello per la musica, celato dietro le grate del coro della Pietà, attraverso cui incantava tutti coloro che passavano dall’Ospedale e che la definirono entusiasticamente come “il primo violino d’Italia”.

 

 

Nata fra il 1695 e il 1696, Anna Maria era l’allieva privilegiata dal Prete Rosso, solo per lei, infatti, vennero composti venticinque concerti, con un cimento tecnico molto elevato. Una polistrumentista esperta, un’orchestrale particolarmente versatile in grado di esibirsi con altri strumenti oltre al violino, che era la specialità. Anna Maria aveva raggiunto un livello di maturità e di virtuosismo degno di una professionista quando, all’età di venticinque anni, venne acquistato per lei un violino del celebre Matteo Sellas, un celebre liutaio, il cui prezzo dello strumento lascia intuire la bravura della ragazza.

 

 

Le figlie della Pietà erano delle giovani donne orfane che venivano accolte in età infantile, senza cognome e senza futuro. Questa Istituzione dava loro una possibilità di riscatto: qui potevano imparare un mestiere e trovare un marito. Fra queste, una piccola élite selezionata entrava a far parte del coro, le Figlie di Choro, di cui faceva parte Anna Maria.
Il suo talento era talmente evidente che venne soprannominata “Del Violin”, una sorta di cognome con cui veniva riconosciuta la sua grande abilità e passione per la musica, ma anche la sua origine illegittima, un marchio a fuoco indelebile che porterà fisicamente sulla sua pelle.
Diventare “figlie di coro” costituiva un privilegio: a differenza delle “figlie di commun”, quelle di coro avevano diritto a un vitto migliore, potevano ricevere gratificazioni in danaro e, se chieste in sposa a qualcuno, venivano proviste dall’Ospedale di una piccola dote.

 

 

Un numero ristretto di quattordici fanciulle, scelte ogni tre anni fra le figlie di coro più meritevoli e due maestre, costituiva il gruppo delle “figlie privilegiate”. A loro era concesso di prendere sotto la propria tutela una “figlia di educazione”, ossia fanciulle dell’aristocrazia o della borghesia mercantile che pagavano una retta per ricevere una solida educazione musicale.
Anna Maria passò tutte queste fasi di formazione e raggiunse addirittura il livello di Maestra di coro, doveva dirigere il coro, vigilare sulla disciplina, replicare gli insegnamenti dei maestri e farne le veci quando erano assenti. Una vita interamente trascorsa presso l’Istituto della Pietà, dove morì all’età di novantasei anni dopo una lunga febbre e un talento riconosciuto da Antonio Vivaldi, che la omaggiava evidenziando in lettere maiuscole “AMore” nei concerti di viola d’amore per lei scritti.

Fonte: 1600.venezia.it

 

Consigli di lettura per approfondire:

 

MGF

 

 

DELLA CASA È RIMASTO IL TETTO

Della casa è rimasto il tetto
come un ombrello
.                 aperto senza scopo
su una colonna di ricordi.

 

 

Della libellula
sono rimaste le sue antenne,
alla ricerca di un suono.

 

 

Un turbine di polvere e fumo
aleggiava libero
come il genio uscito dalla bottiglia stretta.

 

 

I tronchi di legno sulle acque inquiete
potevano essere la barca di un bambino,
e i fogli volanti,
una coperta sopra il suo sonno leggero.

 

Lo spettatore
non ha trovato un nome sulla bacheca.

(estratto da Essential Voices: Poetry of Iran and Its Diaspora)

 

FERESHTEH SARI

Fereshteh Sari (28 giugno 1956, Teheran, Iran) è una delle maggiori scrittrici iraniane contemporanee. Autrice versatile, ha al suo attivo numerosi romanzi, racconti brevi e raccolte di poesie. Tra i premi ricevuti in patria e all’estero, vi è un significativo riconoscimento attribuito dal Parlamento Europeo degli Scrittori. In italiano sono stati tradotti alcuni suoi racconti in antologie di scrittrici iraniane, fra cui uno pubblicato dalla rivista on line Studi Indo-Mediterranei. Vive a Tehran. Il suo romanzo“Sole a Tehran”, pubblicato in Italia da Editpress in occasione dell’8 marzo 2014, in Iran non è neppure apparso: non sarebbe in grado di scampare alla scure della censura islamica. Eppure la Sari non fa che scrivere la verità: la sua. La storia di trent’anni di Iran è quella che lei racconta in “Sole a Theran”. Né più, né meno. Ovviamente la racconta così come l’ha vista e vissuta: da donna.

 

MGF

 

 

Regia di Luca Guadagnino – USA, Italia, 2025 – 139′
con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield

 

 

 

 

 

GUADAGNINO ACCENDE CORAGGIOSAMENTE UN RIFLETTORE SU UN ARGOMENTO SCOMODO E DIVISIVO ACCETTANDO DI MOSTRARNE LE OMBRE.

Alma Himoff insegna Filosofia all’università di Yale, dove sta per ottenere la tanto attesa cattedra. È stimata da tutti, in particolare l’assistente Hank e la dottoranda Maggie, che si contendono le sue attenzioni lanciandosi reciproche frecciatine: il quarantenne Hank definisce la ventenne Maggie rigida come tutta la sua generazione, e la ragazza lo invita a non… generalizzare. Ogni tanto Alma si piega in due dal dolore, ma non ne fa cenno al marito Frederick, che la accudisce amorevolmente ma la definisce impenetrabile, per non dire insensibile. Quando Maggie si presenta a casa della professoressa raccontandole di essere stata molestata da Hank, Alma si trova fra due fuochi; da un lato l’empatia verso la studentessa e la propria nomea di paladina delle donne, dall’altro la volontà di concedere al suo assistente il beneficio del dubbio. Un metronomo ticchetta, marcando l’imminenza karmica dei destini di questo pugno di esseri umani nell’era del #metoo e della political correctness.
Luca Guadagnino, da sempre attento alle leggi del desiderio, racconta un universo spietato scisso draconianamente fra opposti, nella radicalizzazione binaria della società contemporanea – libertà di azione e responsabilità pubblica e privata; pluralità di informazioni e superficialità culturale; giustizia riparativa e vendetta; correttezza e legittimità. Il clima nelle università americane messo in mostra da Guadagnino è un campo minato in cui ognuno rischia di mettere il piede in fallo dicendo la cosa sbagliata o adottando un comportamento discutibile.
L’ambiguità è la cifra del cinema di Guadagnino, e caratterizza tanto questa storia quando ognuno dei suoi personaggi. Così Alma appare integerrima ma ha un segreto da nascondere; Maggie è fragile ma anche invadente e manipolatrice (il che non rende di per sé la sua testimonianza meno valida); Hank è arrogante ma si atteggia anche a vittima in quanto maschio bianco etero e cisgender; e Frederick è accuditivo ma anche passivo-aggressivo nei confronti della moglie.
Tutti camminano sulle uova, eppure tutti sembrano ignorare le ovvie conseguenze dei propri atti impulsivi, si direbbe commessi apposta per rompere la superficie di correttezza imposta dalla contemporaneità, seguendo una compulsione interiore a farsi beccare in castagna. E Guadagnino accende coraggiosamente un riflettore su un argomento scomodo e divisivo accettando di mostrarne le ombre. I personaggi di After the Hunt si muovono sul crinale incerto fra verità e percezione, tutti si sentono a disagio nell’epoca in cui si pensa che essere mantenuti a proprio agio sia un diritto, e in cui i più giovani rifiutano di ingoiare rospi come facevano le generazioni precedenti (dimostrando spesso più carattere).
Guadagnino non si sbilancia mai nel definire ciò che è giusto e ciò che non lo è, non rivela nemmeno ciò che è vero, falso o semplicemente verosimile, lasciandoci con tante domande e ben poche risposte. Più che un racconto morale, After the Hunt è una stesa di carte che invita gli spettatori a prendere in mano quelle per loro più rilevanti, non necessariamente scegliendo da che parte stare. E scansa (di misura) il pericolo di delegittimare le donne che denunciano un abuso richiamando gli uomini alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.

Paola Casella – Mymovies

Tematiche:le dinamiche di potere e abuso in ambito accademico, verità vs. menzogna, dibattito #MeToo e le zone grigie delle denunce, scontri generazionali, passato che ritorna, bisogno di riflessione etica e autocritica


Con un cast di star, in cui spiccano le due protagoniste femminili interpretate da una ritrovata Julia Roberts e da Ayo Edibiri, Guadagnino attraversa l’universo bollente di Me too, cultura woke, cancel culture, cercando di costruire su un film filosofico e finemente concettuale le dinamiche perverse di un sospetto che diventa fondato solo grazie al potere di chi lo esercita


Fin da titolo e ambientazione (Yale) è facile intuire come After the Hunt vada a raccontare, non senza polemiche, le battaglie culturali dei nostri tempi portate avanti dai paladini del woke, dell’inclusività, dei safe space, e di tutto il manifesto di quelli che – spesso più sui social che non nella vita reale – stanno dalla parte del bene e dei buoni. Questioni complesse che nascono da una bella sceneggiatura di Nora Garret, trasformata da Guadagnino in un thriller cultural-intellettuale, le cui immagini nitide e eleganti e i dialoghi filosofici sono scanditi come un metronomo dalla musica implacabile di Trent Reznor e Atticus Ross.


Thriller filosofico sul concetto di verità che stimola la nostra riflessione critica a partire dal fuori campo delle immagini. Un notevole esempio di cinema nel contemporaneo.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,8/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon

 

CHE FINE HA FATTO IL #MeToo?

Quando nel 2006 Tarana Burke fondò il movimento Me Too, difficilmente poteva prevedere che strada avrebbe preso. All’epoca Burke viveva in Alabama, e lavorava per Just Be Inc., un’organizzazione che aiutava le ragazze a ritrovare l’autostima. “Durante questi incontri capitava spesso di parlare con adolescenti che avevano subìto violenza sessuale – racconta Burke a Insider – a volte erano così giovani da non riuscire a realizzare che, in realtà, certi gesti erano dei veri e propri abusi”.

Tarana Burke e il suo team decidono di pubblicare una pagina Myspace: vogliono capire quanto sia grande il fenomeno, e quante altre ragazze abbiano bisogno di aiuto. In poco tempo iniziano ad arrivare centinaia di storie simili. #MeToo nasce per supportare le ragazze nere (e di altre minoranze) sopravvissute a violenze sessuali.

Undici anni dopo, il New York Times e il The New Yorker pubblicano i primi dettagli dello scandalo Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, l’“imperatore di Hollywood”, è accusato di aver perpetrato per anni molestie sessuali e ricatti. Le attrici Rose McGowan e Ashley Judd sono tra le prime a denunciare. “Se anche tu sei stata vittima di violenza, scrivi Me Too e condividi questo post”, twitta nel 2017 l’attrice Alyssa Milano, che finalmente trova il coraggio di raccontare la sua storia. L’hashtag esplode, è l’inizio di un fenomeno globale.

 

 

Con l’aiuto dei social, il termine coniato da Tarana Burke si trasforma in un grido di battaglia, andando ben oltre il suo significato originale. Le persone iniziano a usare #MeToo per descrivere non solo stupri e molestie sessuali sul posto di lavoro, ma anche violenza domestica, pregiudizi di genere e abusi verbali. Nascono proteste, nuovi casi e processi (Bill Cosby, Andrew M. Cuomo, Jeffrey Epstein e R. Kelly); a febbraio 2020, Harvey Weinstein viene condannato a ventitré anni di prigione. L’uomo da cui tutto è iniziato si trova finalmente dietro le sbarre di una cella.
Il 2022 ci ha regalato il processo più spettacolarizzato dell’ultimo decennio: Amber Heard v. Johnny Depp, dove l’ex pirata ne è uscito martire e dove, sui social, nessuno è riuscito a prendere le difese di Heard; neanche per un secondo. A qualcuno è venuto spontaneo chiedersi: che cosa è successo allora a #MeToo? Per alcuni è morto, per altri non è possibile ridurre la questione al processo Heard v. Depp.

 

Per altri ancora #MeToo non è mai finito, e per quanto sia difficile misurare l’impatto che ha lasciato, lo ritroviamo nella pratica di tutti i giorni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo l’esplosione del movimento, 22 stati hanno adottato leggi per rendere più sicuri i luoghi di lavoro: le aziende hanno introdotto politiche più severe sulle molestie sessuali, e hanno iniziato a promuovere corsi di formazione. In Italia c’è sicuramente più consapevolezza. È vero, nel nostro paese è mancata la spettacolarizzazione, che da un lato ha alimentato il fuoco del movimento, e dall’altro l’ha reso oggetto di critiche e controversie; e manca ancora tutta la parte educativa sul luogo di lavoro – secondo dati Istat del 2018, sono oltre un milione le donne in età lavorativa che dichiarano di aver subìto molestie fisiche da parte di un collega o di un datore di lavoro nel corso della loro vita. Ma c’è stato un cambiamento culturale che non si può negare. Abbiamo tracciato nuovi confini, e possiamo dire di averlo fatto grazie a #MeToo. Abbiamo dato una nuova definizione a normale: non è normale una battuta “innocente” in ufficio, un commento di troppo, o un fischio per strada. Oggi tutto questo ha un nome: molestie.

Fonte: Elle.com

 

MGF