MI BASTA

Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei,
sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
per essere in lei come una manciata di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

 

Una poesia di grande emozione e sensibilità, scritta da una donna capace di trasformare in soli dieci versi il dolore del suo popolo in una preghiera di pace e di appartenenza.
È la voce di chi desidera soltanto poter vivere sulla propria terra, respirare la propria identità, riconoscersi in un luogo che non sia negato o cancellato.
Una poesia che è attualissima perché dà voce ad una mobilitazione internazionale per la liberazione della Palestina che non è politica, ideologica, di parte, ma un atto di civiltà. Nei suoi versi, la poetessa palestinese
sembra dare voce alla maggior parte delle persone che stanno scendendo in piazza, per chiedere la fine del massacro di un popolo. Nessuno dimenticherà mai la barbarie del 7 ottobre che ha colpito Israele e tutto il mondo, ma un intero popolo non può pagare per una minoranza violenta, assassina, senza nessuna civiltà.
Questa poesia quindi è il manifesto del popolo palestinese, ma anche di tutti i popoli a cui non viene riconosciuto il diritto di esistere, di essere cultura, memoria, radice. Non serve schierarsi per comprendere la verità profonda che abita in questa poesia. Nessuna identità collettiva può essere annientata, nessuna civiltà può dirsi tale se nega a un popolo la dignità del proprio nome e della propria terra.

 

FADWA TUQAN

Fadwa Tuqan è considerata “la madre della poesia palestinese”, che ha fatto della sua arte una scelta politica e una modalità di espressione di genere.
Nasce a Nablus nel 1917 da una famiglia aristocratica e conservatrice. La sua infanzia fu triste a tal punto che, nella sua autobiografia, non mancano gli aneddoti legati al suo passato e al senso di inadeguatezza verso i suoi genitori e alle loro credenze e tradizioni così antiche. Il fratello Ibrahim (anch’egli poeta) fu il faro della sua vita, dal quale apprese l’arte della poesia.
Lottò molto per la sua libertà individuale che riacquistò grazie alle lotte di emancipazione femminile e alle disgrazie che nel 1948 si abbatterono su di lei (Nakba e morte del padre); Fadwa si gettò in uno sconforto senza fine ma allo stesso tempo riacquistò pienamente la libertà tanto cercata. A seguito della Nakba e dell’instaurazione di campi profughi, le difficoltà per le donne aumentarono in maniera esponenziale, tanto che divenne impossibile conservare una propria identità o mantenere in sicurezza la propria famiglia.
In quegli anni, Fadwa andò a studiare a Inghilterra, riuscendo finalmente ad emanciparsi sia da un punto di vista personale, sia culturale, anche se anche qui percepì con brutalità la sua identità nazionale negata.
Proprio per questo Fadwa decise di tornare in quella sua Patria massacrata ed esprimere tutta la rabbia ed il dolore del suo popolo.
Nella sua arte, si fa portavoce di due realtà: quella familiare, femminile, di identità repressa e mancata, e quella sociale, di Resistenza all’occupazione. Le sue poesie incoraggiano il popolo palestinese, sostengono le sue lotte e richiamano l’amore da sempre proibito. Fu interprete del dramma della sua terra e del suo popolo.
Muore a Nablus nel dicembre 2003.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

 

 

 

Regia di Simon Curtis – Gran Bretagna, USA, 2025 – 123′
con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery

 

 

 

 

UNA FAVOLA DAI TONI CARAMELLATI CON UN FINALE CHE FARA’ LA GIOIA DI TUTTI I FAN

È tempo di salutare l’universo narrativo di “Downton Abbey” creato da Julian Fellowes nel 2010, durato sei stagioni di successo – è la serie inglese più vista al mondo – e tre film al cinema. Un capitolo finale della saga cui prendono parte tutti gli interpreti, diventati la grande famiglia di Downton: Michelle Dockery (Lady Mary), Hugh Bonneville (Robert Crawley), Elizabeth McGovern (Cora Crawley), Laura Carmichael (Lady Edith), Jim Carter (Carson), Phyllis Logan (Mrs. Hughes), Brendan Coyle (Bates), Joanne Froggatt (Anna), Lesley Nicol (Mrs. Patmore), Penelope Wilton (Lady Isobel), compresi i guest Paul Giamatti (Harold), Dominic West (Guy Dexter) e Alessandro Nivola (Gus Sambrook).
La storia. Inghilterra 1930, la serenità di Downton Abbey è scossa da una serie di cambiamenti. Anzitutto la famiglia Crawley, seppur viva ancora agiatamente, deve fare i conti con un mondo in profonda agitazione socio-economica. È chiamata a ripensare a molte spese e a pianificare la vendita di alcune proprietà. Dagli Stati Uniti arriva Harold, il fratello di Cora, che le comunica di aver perso la fortuna di famiglia a seguito di investimenti sbagliati legati alla crisi del 1929. Le sfida più grande, però, è la salvaguardia dell’onore e della rispettabilità sociale, minacciati dalla notizia del divorzio di Lady Mary…
“Questo film – ha raccontato il regista – è un ritratto affettuoso dei personaggi mentre varcano gli anni ’30, e scaviamo nelle emozioni dei protagonisti alla fine della storia che stiamo raccontando. Julian ha una grande umanità e dona a ogni personaggio, indipendentemente dalla classe sociale, dal sesso o dall’età, dignità, arguzia e calore”.
Dalle parole di Simon Curtis emerge con chiarezza il punto di forza di questo film. Si tratta di un congedo dalle stanze del castello nello Yorkshire, volgendo lo sguardo qua e là a luoghi amati nel corso della serie e soprattutto a personaggi indimenticabili, radicati nel cuore degli spettatori. E poco importa se la trama risulta fragile, quasi inconsistente. L’importante è godersi un’ultima serata in compagnia dei propri beniamini. Fellowes formula battute e dialoghi acuti e scoppiettanti, che caratterizzano perfettamente i personaggi e rimangono impresse in maniera nitida; in più l’autore si diverte a ricollegare la narrazione con situazioni del passato, episodi della serie, rafforzando il tratto avvolgente, familiare, del racconto: il richiamo all’ironia di Lady Violet (la compianta Maggie Smith), alle sue opinioni sui cambiamenti sociali, a cominciare dal suo sbalordirsi per il concetto di “weekend”; ancora, il dialogo tra Mrs. Hughes e Mrs. Patmore sulla vita coniugale oppure la verità sul legame tra Robert Crawley e il maggiordomo Bates, senza dimenticare i nostalgici omaggi agli scomparsi Matthew e Lady Sybil.
“Downton Abbey. Il gran finale” conquista per la raffinata e impeccabile messa in scena, tra la cura degli interni del castello (salotto, camere da letto, scene di colazioni o cene di famiglia) e le suggestive riprese in esterna come l’ippodromo di Ascot; splendidi, poi, i costumi firmati Anna Robbins e le inconfondibili musiche di John Lunn.
Il film è un valzer di dolci emozioni, marcate soprattutto da malinconia, per un mondo che volge al termine, sia perché la storia e la società inglese sono destinate a cambiare inesorabilmente sotto i colpi di una modernità incalzante, sia perché quella dei nostri protagonisti volge al termine. Un elegante addio, tra sorrisi e lampi di commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Denaro, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Julian Fellowes ha deposto la penna, e quindi tocca a noi fantasticare su come potrebbe andare avanti la storia e optare, se lo riteniamo giusto, per un lieto fine. Mentre decidiamo se abbandonarci a questo esercizio creativo, proviamo a pensare che negli ultimi 15 anni i Crawley e le loro vicende ci hanno resi più felici e contenti, dal momento che hanno portato nella nostra quotidianità la bellezza e una grande umanità. Insieme a Lady Violet, sono doni preziosi, di cui sentitamente vogliamo ringraziarli.


Su tutti aleggia il fantasma di Lady Violet, morta nel secondo film, citata continuamente e presente nel ritratto che domina l’ingresso della dimora: è evidentemente un affettuoso e commovente omaggio a Maggie Smith, scomparsa nel settembre 2024, e vera icona del franchise, ma anche il segnale di come le generazioni successive non possano fare a meno di quella lezione, imparando da quella figura tanto burbera quanto saggia quand’è che arriva il momento di cedere il testimone senza tuttavia mettersi da parte.


C’è un senso di dolce addio che pervade l’intero film. Ma non si tratta di un addio amaro o nostalgico nel senso negativo del termine. Downton Abbey: The Grand Finale non è un funerale in abiti eleganti, ma un commiato pieno di speranza e gratitudine.


Recensioni
3,2/5 MyMovies
8/10 IGN ITALIA
4/5 ComingSoon

 

LE LOCATION DI DOWNTON ABBEY

Oltre alle trame avvincenti e ai personaggi indimenticabili, sono le ambientazioni a rivestire un ruolo fondamentale, dando corpo e respiro all’anima dell’Inghilterra rurale. Sebbene la vicenda sia ambientata nello Yorkshire, terra d’origine della tenuta di Downton, le riprese si sono svolte in diverse località. Dalle dimore aristocratiche ai villaggi pittoreschi, ogni scenario contribuisce a trasmettere quell’aura senza tempo e profondamente britannica che caratterizza la saga.

Highclere Castle (Hampshire):
È la vera dimora di campagna che serve da principale location per la serie e i film, rappresentando la tenuta dei Crawley. Situato al confine tra Hampshire e Berkshire, a un’ora e mezza di auto da Londra, questo maestoso castello del XIX secolo è dimora dei Conti di Carnarvon dal XVII secolo. È possibile visitarla, poiché è ancora la residenza della famiglia Herbert.

 

Bampton (Oxfordshire):
Questo pittoresco villaggio è stato utilizzato per rappresentare il villaggio di Downton e le sue zone circostanti. I fan possono visitare luoghi iconici come la chiesa e la piazza del villaggio.

 

 

Basildon Park (Berkshire):
Questa dimora storica ha servito da location per Grantham House, la residenza londinese dei Crawley.

 

 

Richmond Theatre (Londra):
È stato utilizzato per girare scene ambientate in teatro. Costruito nel 1899 dall’architetto teatrale vittoriano Frank Matcham, il Richmond Theatre è un capolavoro del barocco edoardiano.

 

 

 

Fortnum & Mason (Londra – Piccadilly):
Questo noto negozio di alimentari è apparso più volte nella serie: un’istituzione celebre per i suoi prodotti di lusso, i sontuosi cesti, il tè pregiato e un servizio impeccabile.

 

 

 

Bridgewater House (Londra):
Nel film, l’esterno prestigioso di Grantham House, la residenza londinese dei Crawley, è rappresentato dalla sontuosa Bridgewater House, situata nel cuore di St James’s, a Londra. Costruita nel XIX secolo, Bridgewater House è una dimora neoclassica celebre per l’imponente porta d’ingresso incorniciata da colonne corinzie.

 

 

 

Alnwick Castle (Northumberland):
Sebbene non sia la dimora principale, questo castello è stato utilizzato per alcune riprese, a volte associato a scene ambientate in Scozia.

 

 

 

Ippodromo di Ripon (Yorkshire):
Le iconiche scene delle corse di Ascot, evento mondano per eccellenza dell’alta società britannica, sono state girate al Ripon Racecourse, nello Yorkshire. Fondato nel 1900, l’ippodromo di Ripon è tra i più antichi del nord Inghilterra.

 

 

 

Great Yorkshire Showground:
Fa da sfondo alle scene della fiera in Downton Abbey, riflettendo l’attaccamento dei personaggi alle loro radici e al mondo agricolo, cuore dell’identità della contea. Situato vicino a Harrogate, il Showground ospita ogni anno il famoso Great Yorkshire Show, una delle più grandi fiere agricole del Regno Unito.

 

 

MGF

 

CERTE COSE LE PUOI CAPIRE SOLO D’INVERNO

Certe cose le puoi capire
solo d’inverno
quando non ci sono fiori
e il sole a lungo si nasconde.
Le cronache dal mondo
parlano di vari delinquenti
che diventano capi di Stato.
Lo dico a te che non hai timore
di andare alla radice delle cose.
La poesia consiste in questo:
puntare in alto non per mestiere
ma per necessità.

 

È una poesia coraggiosa e la condividiamo con voi con grande piacere. Siamo nell’inverno di tempi davvero grigi ma non c’è semina e il pane non matura sotto la neve. La Poesia, come afferma qualcuno altro, è la crepa nel muro che ci permette di intravedere il cielo.

 

FRANCO ARMINIO

Franco Arminio è poeta, scrittore e regista italiano (nato a Bisaccia nel1960), noto anche come “paesologo” poiché attivo difensore dei piccoli paesi e delle aree interne contro lo spopolamento. Ha raccontato i piccoli paesi d’Italia descrivendo con estrema realtà la situazione soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato vari documentari. E’ del 2003 Viaggio nel cratere in cui Arminio racconta l’Irpinia di oggi e la zona del ‘cratere’, quella colpita dal grande terremoto del 1980, riuscendo a coniugare uno stile narrativo straordinario all’impegno civile e all’indagine psicologica. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori. Tra gli altri: Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008, Premio Stephen Dedalus per la sezione Altre scritture), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (2009), Cartoline dai morti (2010), Terracarne (2011), Geografia commossa dell’Italia interna (2013) e Lettera a chi non c’era (2021). Arminio è inoltre autore di raccolte di versi, tra le quali Le vacche erano vacche e gli uomini farfalle (2011), Stato in luogo (2012), Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra (2017, premio Brancati 2018), Resteranno i canti (2018), L’infinito senza farci caso (2019), La cura dello sguardo (2020), Studi sull’amore (2022), Sacro minore (2023), entrambi nel 2024 Canti della gratitudine e, con G. Bormolini, Accorgersi di essere vivi. Un breviario per chi ha perso la via (2025)

 

MGF

 

LE ASSAGGIATRICI
Regia di Silvio Soldini 
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE RIFLETTE SULLA VIOLAZIONE DEL CORPO DELLE DONNE CONSERVANDO IL TRATTO AUTORIALE DEL SUO REGISTA.

“Cuore del film: il gruppo di donne costrette in una stanza intorno a una tavola apparecchiata. Lì, nella sala assaggi e nel cortile durante l’attesa tra due pasti, Rosa e le altre vivono emozioni e sentimenti di ogni genere, iniziando dalla paura, dalla rabbia, per arrivare a stringere amicizie, complicità, o a tradirsi”. Così il regista Silvio Soldini nel descrivere il suo nuovo film “Le assaggiatrici”, che prende le mosse dal romanzo omonimo di Rossella Postorino, Premio Campiello 2018. La scrittrice si è ispirata alla vicenda vera resa nota nel 2012 dall’unica superstite, Margot Wölk. Il percorso dal romanzo allo schermo ha richiesto alcuni anni. A firmare il soggetto è Cristiana Comencini insieme a Giulia Calenda e Ilaria Macchia.
La storia. Germania 1943. Rosa è una ventenne in fuga da Berlino, che si rifugia in un piccolo paese sul confine orientale dove vivono i genitori del marito, da lungo tempo al fronte. Poco dopo il suo arrivo, Rosa viene prelevata dalle SS e condotta in un presidio militare: lì scopre che è stata scelta, insieme ad altre giovani donne, come assaggiatrice dei pasti di Adolf Hitler, che si trova nel cuore della foresta, nel quartier generale noto come Tana del Lupo. Rosa e le altre sono spaventate e confuse, ma non hanno scampo: devono mangiare quelle prelibatezze, che potrebbero però contenere veleno. A complicare le cose l’arrivo di uno spietato gerarca, il nuovo comandante delle SS Albert Ziegler, che rimane colpito da Rosa…
Il regista milanese Silvio Soldini, apprezzato autore di commedie e drammi sociali come “Pane e tulipani” (2000), “Giorni e nuvole” (2007) e “Il colore nascosto delle cose” (2017), governa un copione potente, che esplora il mondo femminile sul finire della Seconda guerra mondiale. L’autore pedina Rosa e le altre che ogni giorno, controvoglia, sono “invitate” a mangiare piatti succulenti; il loro incedere, però, è come quello delle condannate a morte. Ogni giorno, ogni colpo di cucchiaio, si chiedono se troveranno o meno il veleno sciolto nei pasti. All’apparenza sembrano delle privilegiate, che possono nutrirsi adeguatamente, in un momento in cui anche i tedeschi sperimentano il razionamento delle provviste a favore di Hitler, chiuso nella sua bolla di ossessioni e paure. In particolare, Rosa vive più di un conflitto interiore: oltre al senso di impotenza per le vessazioni delle SS, si strugge per il marito costretto al fronte, quel giovane uomo gentile che ha visto arruolarsi poco dopo il matrimonio; a questo si aggiungono pressioni e pulsioni accese dal comandante Ziegler. Rosa sulle prime lo disprezza, lo respinge, poi la solitudine e il senso di impotenza, la fanno vacillare. Viene travolta da desideri e sentimenti, “rea” di voler provare ancora una volta tenerezza e calore umano, in un mondo dove tutto va in pezzi. Ben presto però la brutale realtà torna a bussare alla porta della sua coscienza. Soldini governa il racconto in maniera asciutta e controllata, mettendosi al servizio di una storia ben scritta e strutturata. La sua è una “esecuzione” rispettosa, senza troppe licenze o abbellimenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Cibo, Donna, Famiglia, Guerra, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Shoah – Olocausto, Solidarietà, Storia, Violenza


 

Non è un film di primi piani ma di inquadrature in cui i personaggi femminili, ripresi in gruppo, sembrano premere sui bordi dell’inquadratura come a dire: “Ma che ci faccio qui?”, anche se l’organizzazione dello spazio filmico è perfetta. In quello spazio i dettagli sono importanti, e non per una ricerca ossessiva di perfezione ma perché ogni cosa ha un valore simbolico e partecipa al mood del film, che mette in scena anche l’emozione e la verità, e la verità significa credere alle donne che 80 anni fa sono state delle cavie.


 

Muovendosi tra spazi circoscritti – la sala da pranzo e il cortile, la casa dei suoceri e la camera da letto di Rosa, il fienile e il dormitorio – Le assaggiatrici si sofferma sui dettagli, le piccole storie personali, i particolari a margine del conflitto. Ricostruisce un mondo femminile vittima del conflitto dove convivono la solidarietà e il tradimento. E in quel contesto così drammatico lascia anche spazio a parentesi di leggerezza e dolcezza.


 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum
4/5 ComingSoon

 

MARGOT WöLK

Margot Wölk, nata a Berlino nel 1917 e morta nel 2014, aveva poco più di 20 anni quando divenne una delle “assaggiatrici di Hitler”, costretta insieme ad altre 14 giovani a mangiare il cibo preparato per il Führer per verificare che non fosse avvelenato. La storia di queste donne venne resa nota solo nel 2012 quando, in occasione del suo 95esimo compleanno, Wölk decise di raccontarla in un’intervista tv. Lei fu l’unica sopravvissuta delle 15 “assaggiatrici”.

 

La vicenda è stata raccontata in un libro scritto da Rosella Postorino, che nel 2018 ha vinto il Premio Campiello.
La storia di Margot Wölk inizia nel dicembre del 1941, quando a causa di un bombardamento fu costretta a trasferirsi nella casa della suocera, mentre il marito era al fronte, in un villaggio della Prussia orientale. L’abitazione si trovava a pochi chilometri dal Wolfsschanze (“Tana del Lupo”), il quartier generale militare del fronte orientale di Hitler. Poco dopo il suo arrivo nel villaggio, Wölk e altre 14 giovani donne vennero selezionate dal sindaco locale e portate nelle caserme di Krausendorf, dove i cuochi preparavano il cibo per le ragazze.

Wölk, all’epoca 24enne, veniva prelevata ogni giorno per recarsi ad assaggiare i piatti preparati per Hitler. Ogni volta che terminava un pasto, aveva ricordato ancora Wölk, piangeva “per il sollievo”, sapendo che, ancora una volta, era sopravvissuta.
Solo dopo che le donne avevano confermato che il cibo era commestibile e innocuo, le SS lo portavano al Führer. Dopo un tentativo fallito di uccidere Hitler, le assaggiatrici non vennero più lasciate nelle loro case, ma furono fatte alloggiare in un edificio a parte.

Nel 1944, quando l’Armata Rossa stava avanzando rapidamente ed era a pochi chilometri dal Wolfsschanze, un soldato prese Wölk e la fece salire su un treno per Berlino. La donna disse di aver incontrato il militare dopo la fine della guerra, fu lui a raccontarle che le altre 14 assaggiatrici erano state uccise prima dell’arrivo dei sovietici.
Dopo l’ingresso dell’esercito sovietico a Berlino, anche lei fu catturata e violentata ripetutamente. Le furono provocate lesioni tali da non permetterle di avere figli negli anni a seguire. Nel 1946 la donna riuscì a ricongiungersi con il marito, con cui visse fino alla morte di lui, avvenuta nel 1980.
Wölk decise di tenere nascosta la sua storia per tantissimi anni, fino a quando nel dicembre 2012 la raccontò a una giornalista del Berliner Zeitung, descrivendo quei giorni come “i peggiori della sua vita”.

Fonte: Fanpage

 

MGF

 

 

SULLA TERRA

Io non ho mai desiderato
essere una stella del firmamento
celeste, o come spirito eletto
silente sorella degli angeli.
Mai distaccata dalla terra,
mai amica del cielo.

 

Qui, sulla terra,
sono uno stelo di pianta
che vive nutrita dal vento,
dal sole e dall’acqua.

 

 

Carica di desiderio e dolore
rimango qui, sulla terra,
accolgo l’elogio delle stelle
e la carezza dei venti.

 

 

Guardo dalla mia piccola finestra:
non fatta d’eterno, nient’altro
che l’eco di un canto sono.

 

E solamente l’eco di un canto
cerco nel gemito d’amore
più puro ancora
del silenzio del dolore.
Un nido non cerco
nella stilla di rugiada
posata sul giglio del mio corpo.

Sulle pareti della mia casa,
della mia vita, i passanti
lasciano tracce di ricordi,
con nere penne d’amore:
un cuore trafitto da una freccia,
una candela consumata,
pallidi segni taciturni
su confuse e folli missive.

Per ogni bocca che mi ha baciata
è nata una stella, nella notte
che scendeva sul fiume dei ricordi.
Perché mai desiderare le stelle?

 

Questo è il mio canto,
più deliziata, più felice
non fui mai come ora
prima d’ora, mai come ora.

 

Il messaggio centrale di Sulla terra è un radicale atto di presenza, la rivendicazione esplicita a poter vivere la propria umanità godendo della semplicità che la vita terrena offre tutti i giorni. Rinunciare al proprio diritto di esistere e di vivere la propria umanità è la peggiore repressione che può subire qualsiasi umano.
In un contesto culturale e religioso che spesso esalta il sacrificio, l’aldilà e la mortificazione del corpo, Forough Farrokhzad ribalta la gerarchia dei valori. La sua non è una ribellione fatta di slogan, ma un appello a poter vivere la propria esistenza terrena. Di poter esistere in questa mondo godendo delle piccole cose che la vita sa offrire, per primo l’amore.
Il suo rifiuto del cielo, di poter ambire a diventare “una stella del firmamento” non è ateismo, ma amore sacro per l’esistenza, per la vita terrena, quel dono che molte volte viene tacciato di essere una colpa.
Il dolore e il piacere non sono colpe, ma il nutrimento stesso della vita (come l’acqua per la pianta). L’accettazione della propria mortalità è l’essenza al diritto di poter abitare questo mondo, in modo libero e felice. Per l’autrice gli umani non sono stelle fisse, ma canti che vibrano e poi svaniscono, e in questa fragilità risiede la  vera bellezza.

 

FORUGH FARROKHZAD

Forugh Farrokhzad (Teheran, 1934 – Teheran, 1967) è stata una poetessa, regista e scrittrice femminista iraniana, una delle rappresentanti più importanti e controverse della modernità iraniana.
In un brevissimo arco di vita Forugh Farrokhzad ha lasciato un segno profondo nella cultura non solo del suo paese ma di tutto il mondo: celebrata come una figura di rottura e ribellione, è stata traduttrice e cineasta, ma soprattutto una grandissima poetessa.
Si sposa giovanissima, poi lascia il marito per dedicarsi interamente alla scrittura e all’arte, sia in patria che in Europa. Nel 1963 scrive e dirige un corto di venti minuti, La casa è nera, ambientato in un lebbrosario, che accende un vivissimo interesse nel mondo cinematografico, mentre le sue raccolte poetiche suscitano scandali ed entusiasmi in un Iran ancora fortemente legato alla tradizione. L’ultimo libro pubblicato in vita, Una rinascita, è considerato un capolavoro del modernismo persiano.
Muore a Teheran nel 1967, a causa di un incidente automobilistico.
Letta oggi, nel clima di persecuzione che circonda le donne iraniane impegnate a cambiare le regole del loro mondo, suona come una straordinaria anticipatrice, ma è stata ed è un’artista senza tempo e fuori dal tempo, che ha vivificato la nobilissima tradizione poetica del suo paese raccontando passione e dolore, tormenti intimi e sussulti dell’anima. I suoi versi sono stati a lungo banditi in Iran, pur circolando sempre sottobanco, e sono tuttora fortemente censurati.

 

Fonti:

Libreriamo – Collettivo Culturale Tuttoilmondo

 

MGF