Adorazione di Pastori – Correggio (1525-1530)

 

In principio era l’oscurità.
Poi, Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu.
Ed ecco che è luce di nuovo, che torna a squarciare le tenebre con la nascita del Bambin Gesù.
Una luce netta, tanto forte da illuminare persino gli angeli, che solitamente ne sono portatori.
Null’altro nella scena è illuminato, c’è solo un fioco bagliore all’orizzonte, un’alba lattiginosa che conosciamo bene: è la tipica mattinata invernale nella Pianura Padana, una di quelle in cui sai che prima o poi il sole si farà vedere, ma nel frattempo bisogna coprirsi bene per cercare di combattere il più possibile quel gelido umidore che si fa strada fino alle ossa.

 

Ma ecco che le si contrappone un’altra luce, una luce che solo allo sguardo sembra calda e accogliente: viene dal Bambin Gesù, e rende bella ogni cosa che sfiora.
Com’è forte il contrasto tra la nebbia, anzi la scighèa, sullo sfondo, e i visi illuminati! Il paesaggio di sfondo è appena accennato, sembra quasi tracciato frettolosamente, mentre ogni dettaglio illuminato dalla Luce di Cristo è netto, pulito… ed infinitamente dolce.
Il volto di Maria, giovane e un po’ paffutello, è reso ancora più tenero dalla sua espressione: se potessimo riportare alla mente i nostri primissimi istanti di vita, sono certa che quello sarebbe il volto delle nostre madri, quando ci hanno presi in braccio per la prima volta. Un amore senza limiti, che forse sconvolge anche un po’ per la sua forza inenarrabile.

 

 

 

Giuseppe in primo piano, con la sua figura tesa in una posa al contempo orgogliosa e quasi intimidita: l’atteggiamento un po’ di scuse di chi ha appena assistito ad un miracolo e ancora non si sente in grado di capirlo completamente.

 

 

La levatrice, quasi accecata dalla luce, e il pastore, il suo volto disteso nell’espressione di chi sta contemplando qualcosa di meraviglioso e ancora non crede ai suoi occhi, sono un dolcissimo contrappunto alla scena, un segno che siamo tutti invitati ad assistere, anche i più umili.
Questi personaggi che si affollano a rendere omaggio all’appena nato Re dei Re siamo tutti noi; l’esperienza di luce a cui assistiamo, testimoni anno dopo anno della nascita del Figlio di Dio, ci scalda e ci unisce, nelle fredde notti d’inverno in cui il vento soffia, la nebbia avanza e sembra che il mattino non arriverà mai.

 

La nascita di Gesù è il nostro promemoria: non importa quanto lunga, fredda o buia ci sembri la notte, il mattino arriverà di nuovo, il sole sorgerà ancora e ancora… e nelle mattine in cui sembrerà tardare, coperto dalle nuvole o da una coltre di nebbia, sapremo pazientare, riscaldati dall’amore di Dio che ha mandato suo Figlio a salvare l’umanità.
È questo il significato del Natale, anche se c’è chi dice che ormai non è altro che un inno al consumismo: le lucine sull’albero, i pacchetti colorati, i maglioni buffi, le strade illuminate: siamo uniti, siamo di nuovo poveri viandanti stretti intorno ad una luce intensa, a proteggersi dal freddo con la reciproca vicinanza, ad ammirare esterrefatti una luce che squarcia le tenebre, partecipi dell’amore di Dio e sicuri di fronte al Salvatore.

Buon Natale!
Beatrice

 

MGF

 

 

 

Le nascite non sono dal nulla.
Nemmeno quella di Gesù è dal nulla della terra. Vengono da una dimora nel grembo. Noi diciamo venne alla luce, come se da lì avessero inizio i giorni. Raramente indugiamo a pensare ai giorni in cui abbiamo dimorato nel grembo, ai pensieri, alle trepidazioni e anche alle fatiche da gonfiore che hanno accompagnato i nove mesi. In uno scambio reciproco, in trasformazioni lievi ma tenere dell’uno che è portato e dell’altra che porta. Raramente sosto a pensare alle fatiche di quando mia madre saliva scale e io le pesavo dentro. Ai gradini, allora senza ascensori della mia casa di Milano.
Lei mi portava, forse anche mi parlava. Le sono grato per i nove mesi. Non so se a sua madre Gesù, qualche sera o qualche mattino, quando la luce tiene la timidezza di un intimo dialogare, abbia chiesto dei suoi nove mesi nel tepore. Se scalciava o se stava quieto in attesa. Non so se le abbia chiesto del fruscio dell’angelo, e se lei gli abbia mai raccontato come pioveva quel giorno la luce tra le pareti di casa, una casa che si portava appresso l’umido delle pietre

Angelo Casati – “I giorni dello stupore”

DON ANGELO CASATI

Angelo Casati nasce a Milano il 9 maggio 1931; nel 1954 ha ricevuto l’ordinazione presbiterale dal Card. Schuster; dopo la Licenza in Teologia, ha insegnato Lettere nei seminari diocesani, e religione in Licei statali; è stato vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco. Dal 1986 al 2008, su invito del Card. Martini, è stato parroco della comunità parrocchiale di San Giovanni in Laterano a Milano. Seguendo l’esempio del Card. Martini ha promosso anche nella sua parrocchia la “Cattedra dei non credenti”: incontri con intellettuali, storici, pittori, poeti, scienziati di diversi competenze e orientamenti, accomunati dalla ricerca di autenticità umana e approfondimento spirituale. Tuttora abita a Milano e la sua casa è rimasta luogo di incontri e conversazioni sempre stimolanti e libere. Come libera e disponibile è la sua personalità: per nulla vincolato a precetti dogmatici e inibitori, sempre rispettoso della libertà della coscienza di ognuno, dotato di larga umanità e di empatia, anche e soprattutto per chi si trova in partibus infidelium. Angelo Casati ha affiancato alla attività pastorale un’ampia produzione saggistica e letteraria: raccolte di poesie, di omelie, scritti di spiritualità, commenti biblici; sugli stessi temi molteplici collaborazioni a diverse riviste. Amico fraterno di noti esponenti del più aperto cristianesimo italiano, tra i quali Padre David Turoldo, Padre Camillo de Piaz, don Abramo Levi, Mario Cuminetti, don Michele Do, don Luigi Pozzoli, don Luisito Bianchi. Su richiesta di un folto gruppo di amici, vengono inoltrati via mail i testi dei brani liturgici e l’omelia che don Angelo tiene nei giorni festivi nella parrocchia di san Francesco di Paola ove oggi risiede.

 

MGF

Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2025 – 165′
con Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames

 

 

 

 

 

 

 

DOPO AVER SALVATO IL CINEMA, TOM CRUISE SALVA IL MONDO

La fine del mondo è vicina ma Ethan Hunt non è lontano e riparte da dove aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il ‘codice sorgente’ dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e ‘cosciente’, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa. Il tempo stringe, non resta che correre. Ancora e ancora.
L’Entità vuole spingere l’umanità e i governi del mondo verso un’apocalisse nucleare, l’ultima linea di difesa sono naturalmente Ethan Hunt e il suo team. Dopo un’introduzione che ripercorre in montaggio parallelo i fondamentali della saga lanciata trent’anni fa, a partire dalla serie televisiva di Bruce Geller, Mission: Impossible – The Final Reckoning assume il peso della gravità, intesa come condizione e come forza che tiene il film incollato a terra. Per i primi cinquanta minuti, almeno, in cui respiriamo un’atmosfera da fine del mondo, che fa rima con la possibile fine della saga. La nota è funebre e in risonanza con gli eventi attuali: pericolo nucleare, democrazia minacciata…
Poi la musica cambia e il film decolla letteralmente col nostro eroe, preso in consegna da un elicottero militare e portato laddove si deciderà il suo destino e quello del mondo. Tom Cruise non rallenta e rilancia obbedendo alla logica collaudata e irrealistica dei film d’azione.
Una tenacia pavloviana eretta a sistema da un attore che sfida ancora la morte e alza la posta in gioco, narrativa ed emozionale, convocando i precedenti capitoli ed esplorando a fondo il suo legame con Ethan Hunt.
Perché mai come in Mission: Impossible personaggio e uomo coincidono. Isolati dal sistema, è a loro che i servizi segreti come Hollywood ricorrono per garantire la longevità del pianeta o del cinema. E alla chiamata nessuna delle due star può resistere, offrendo lo struggente spettacolo di sé in due movimenti prodigiosi che rendono obbligatorio vedere The Final Reckoning sul grande schermo.
Autore e attore si immergono in profondità per raggiungere il relitto di un sottomarino e per concludere il loro progetto ‘in silenzio’ e lontano dal fracasso dei blockbuster. Venti minuti di cinema muto, di geometrie sofisticate, di suspense e di sospensione dove lavora una forma di azione quasi astratta, una sorta di logica onirica che culla Hunt e insinua la monumentalità del film.
Se Hunt va alla sorgente dell’IA, McQuarrie va all’origine del suo agente, spogliato della muta e con il corpo come unica dotazione. E quello di Cruise è sempre stato un corpo da ammirare, ieri e oggi mentre risale in superficie e conclude una ‘corsa indietro’, rannicchiandosi in posizione fetale, nudo, separato, forse morto ma di nuovo vivo nella sequenza aerea. Un inseguimento in biplano che segna una sorta di punto limite dello stunt di Cruise, dove i riferimenti spaziali si dissolvono gradualmente e lo sguardo dello spettatore non riesce più a comprendere la logica spaziale se non ancorandosi alla presenza del divo al centro dell’inquadratura.
Il mondo oppone la sua resistenza al corpo dell’attore che non solo salta, corre, si batte, fa degli ostacoli un’arma e degli oggetti ordinari qualunque cosa ma salta sempre più in alto, corre ancora più forte, cade da un cielo ancora più grande per dire il suo sogno folle: prima degli algoritmi, dei droni, dell’IA, un uomo aveva già esplorato tutto e in tutte le direzioni, conquistato l’intero mondo avanzando, l’azione più pura all’origine del cinema.
Correndo, Tom Cruise ci riporta ogni volta al mondo dell’infanzia, quando sentivamo il corpo più cinegetico di un magma blu. Affamato di analogico, e in linea con un metodo promozionale che ha dato i suoi frutti con le acrobazie dell’attore, The Final Reckoning torna all’essenziale. Quello che conta, che è sempre contato, è la gravità e il fatto di trascrivere le sue conseguenze sulla silhouette di Ethan Hunt, negli abissi o tra le nuvole.

Marzia Gandolfi – Mymovies

Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Ethan Hunt corre, Ethan Hunt fa il volto corrucciato, sorride. Ethan Hunt si libera dalle catene, uccide i nemici, salva gli amici (quasi tutti). Ethan Hunt s’immerge nelle profondità oscure dell’oceano artico, lotta con Gabriel appeso alle ali di un biplano. Ethan Hunt contro Gabriel, l’Entità, la CIA e l’IMF, Ethan Hunt sostenuto dal presidente – nero e donna – degli USA. Ethan Hunt da solo, solo col suo team, per salvare il mondo da un’apocalisse nucleare.


Qui si fa il finale epico, definitivo, quasi messianico.
E “finale” non si intende per forza nel senso di chiudere definitivamente una storia, ma nel senso di portarla nell’ultimo posto in cui abbia senso che vada. L’ultima sfida possibile: salvare l’intero pianeta dalla distruzione totale da parte di una tecnologia autonoma fuori controllo (“l’Entità”), e farlo da solo.


Mission: Impossibile – The Final Reckoning è una continua corsa contro il tempo, contro i limiti dell’umano, contro le storture di un mondo che, secondo McQuarrie e Cruise, si sta affidando troppo all’artificiale dimenticando le potenzialità – fisiche sì, ma prima di tutto morali e sentimentali – della natura umana.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

PAPA LEONE XIV E L’IA:
PUÒ APRIRE NUOVI ORIZZONTI DI UGUAGLIANZA O FOMENTARE CONFLITTI

 

L’Intelligenza Artificiale e “l’autentica saggezza”: non mero accumulo di “dati”, ma sguardo capace di cogliere “il vero significato della vita”. Un intelletto che nessuna macchina può imitare, un dono da valorizzare anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie; “strumento” al servizio dell’uomo, come ricordava Papa Francesco, in grado di aprire orizzonti di scoperte benefiche nella scienza e della medicina, e di promuovere autentica “uguaglianza”. A patto, però, che non si pieghino a un uso “egoistico”, capace di “fomentare conflitti e aggressioni”. L’IA – considerata tanto per le sue opportunità quanto per i suoi rischi – è al centro del messaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa.

 

Il simposio si è aperto il 19 giugno tra Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), e la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano.
Proprio la scelta di tenere l’evento in Vaticano rappresenta per il Pontefice una “chiara indicazione” della volontà della Chiesa di partecipare attivamente alle riflessioni su un tema che investe direttamente “il presente e il futuro della famiglia umana”. È “urgente”, sottolinea Leone XIV, avviare “serie riflessioni” e mantenere “continue discussioni” sulla dimensione etica dello sviluppo tecnologico, senza trascurare la necessità di una governance “responsabile”.
Accanto allo “straordinario potenziale” che le nuove tecnologie offrono per il bene dell’umanità, il Papa invita a non eludere le “domande profonde” che il rapido progresso dell’IA pone, a favore di uno sviluppo realmente “giusto e umano”. La tecnologia, ricorda ancora Leone XIV citando il predecessore Francesco, è innanzitutto uno “strumento” che, per definizione, si riferisce all’intelligenza, quella “umana”, da cui trae origine e la cui forza etica dipende dalle “intenzioni” di chi la usa.
Per questo la Chiesa intende offrire il proprio contributo a una riflessione “serena e informata”, soffermandosi in particolare sulla necessità di valutare le “ramificazioni” dell’IA alla luce dello “sviluppo integrale della persona e della società”, come scrive la recente nota Antiqua et Nova. Il benessere, ammonisce il Papa, non può essere considerato soltanto dal punto di vista materiale, ma anche nella sua dimensione “intellettuale” e “spirituale”.
L’umano e il suo “senso”, quindi. Un concetto che “tristemente” – come già notato da Papa Francesco – si sta perdendo, o perlomeno eclissando, nella società odierna. Leone XIV invita, al contrario, a riscoprire la “vera natura”, l’unicità “della nostra, condivisa, dignità umana”.
Mai, osserva Leone XIV, l’umanità ha avuto accesso a una tale quantità d’informazioni come oggi grazie all’IA. Tuttavia, questa disponibilità di dati — per quanto estesa — non coincide con la vera “intelligenza”, che “implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono”, come ricorda ancora Antiqua et Nova.
L’auspicio finale di Papa Leone è che ogni decisione sull’IA si inserisca nel contesto di un necessario “apprendistato intergenerazionale”, che aiuti i giovani a integrare la verità nella propria “vita morale e spirituale”, preparandoli a “decisioni mature” e a costruire un mondo di maggiore solidarietà e unità. Un compito, riconosce il Papa, tutt’altro che facile, ma “di vitale importanza”.
Inoltre – sottolinea il Pontefice – la riflessione sulle tecnologie emergenti non può prescindere dall’impatto che esse avranno sulle generazioni future, sempre più immerse in mondi digitali, con effetti possibili sul loro sviluppo “intellettuale e neurologico”.

Fonte: Vaticannews.va

 

 

MGF

 

 

 

LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

 

Nel 1930 Maria Lunardini morì: per Ungaretti la figura materna è stata il punto di riferimento primario, avendo perso il padre quando  aveva solo 2 anni. 
La poesia quindi esprime la volontà di poter riavere un dialogo ultraterreno con la madre. Ungaretti ha voglia di poterla incontrare, consapevole che ciò è possibile solo attraverso il passaggio della morte, ma grazie alla figura della madre la morte non fa più paura. Anzi, è un valido motivo per ritrovare quella pace e combattere la sofferenza.
Il legame viscerale con la madre permette al poeta di non aver paura della morte, convinto che ci sarà lei ad offrirgli la sua mano come quando era bambino.
La mamma apparirà forte e decisa in preghiera di fronte a Dio, come nel ricordo che il poeta aveva della stessa.
La madre gli mostrerà il proprio sguardo solo dopo che il Signore lo avrà perdonato, un elemento che evidenzia l’incontro di Ungaretti con la spiritualità e la religione. C’è voglia di trovare meditazione religiosa. 
La madre quindi rappresenta il suo percorso verso la salvezza, lo accompagnerà verso quella pace che è gli è sempre mancata.
Ciò che colpisce della poesia è che l’affetto materno è sinonimo di valori morali. Si evince dal fatto che l’atteggiamento materno è severo nelle prime strofe del poema per trasformarsi in affettuoso e colmo di amore per il figlio nella parte finale. 
Il senso della morte nella poesia è assimilabile ad un viaggio, ad un ponte utile per ritrovare quell’amore sano e spirituale rappresentato dal perdono di Dio e dall’affetto materno. 

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

 

 

 

INCANTO
Regia di Pier Paolo Paganelli – Italia, Belgio, 2025 – 96′
con Vittoria Puccini, Mia McGovern Zaini, Giorgio Panariello

 

 

 

 

 

UN RIUSCITO FILM DAI TONI DI FAVOLA DARK, UN’OPERA CHE RIEMPIE UNA LACUNA NEL CINEMA ITALIANO

Pier Paolo Paganelli dirige e firma (con Jacopo del Giudice e Davide Rossetti) “Incanto”, una favola che riprende e modernizza personaggi e temi che partono dal lontano 1838, dalla pubblicazione di un classico della letteratura per ragazzi, “Oliver Twist”, scritto da Charles Dickens per denunciare la miserevole condizione degli orfani nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale.
La storia: Margot, tre anni, vive con il padre, Ludovico, e la governante Felicia. Quando l’uomo, gravemente ammalato, muore, la donna è convinta di ereditare la villa. Non sa, però, di una clausola del testamento che, oltre ad obbligarla a trasformare la casa in un orfanotrofio perché Margot possa crescere in allegria con altri bambini, fa della piccola l’unica a poter disporre della proprietà. Potrebbe facilmente convincerla a firmare la cessione (non c’è un vincolo di maggiore età), ma il documento non si trova. Felicia chiude Margot nella sua stanza per sette lunghi anni mentre cerca il modo di impossessarsi della villa dove “accoglie” i bambini affamandoli e terrorizzandoli.
Con lei, complice sottomesso quanto inutile, il suo compagno Max.
Quello che la donna non può immaginare è che il giovane Daniel, il suo tuttofare, sia diventato amico della piccola e che, piano piano, abbia cominciato a insegnarle parole nuove, lei che, a dieci anni, reclusa e traumatizzata, ancora non parla. Una notte, Margot riesce a fuggire e trova rifugio tra gli artisti del circo Ballon, da poco arrivato in zona.
Accolta e protetta da Charlie, dalla funambola Stella, dall’uomo cannone e dal suo assistente Spoletta, la bambina trova finalmente qualcosa che profuma di casa, di famiglia. Ma Felicia la sta cercando…
Per il suo esordio nel lungometraggio Paganelli ha scelto di rivolgersi a un pubblico di ragazzi. “Incanto”, infatti, è un racconto di formazione dalle sfumature dark, giocato tra i due poli del male e bene, facilmente riconoscibili nella crudeltà dell’orfanotrofio (la non-famiglia per antonomasia, dove i più indifesi vengono maltrattati e umiliati), e nell’incanto del circo (una “famiglia” costruita sulla gentilezza e sull’accoglienza dove ciascuno mette la sua arte al servizio degli altri ed è rispettato e considerato). Certamente i caratteri dei personaggi sono piuttosto definiti e prevedibili, ma ci sono anche, qua e là, interessanti sfumature. Daniel (Massimo Pio Giunto) – il primo bambino accolto nella casa, fedele servitore di Felicia, ma anche guida per gli altri piccoli orfani – ad esempio vede in Felicia la mamma che non ha conosciuto e per questo non riesce, non può, ammetterne cattiverie e limiti. Aprirà gli occhi al momento giusto. Una parola va spesa per il cast. Innanzitutto, Vittoria Puccini, una perfetta, gelida Felicia, una “cattiva” totale senza traccia di pentimento, che ovviamente pagherà il fio per la sua malvagità: interessante il contrasto che si crea tra i tratti gentili del suo volto e la freddezza che riesce a trasmettere in ogni gesto, in ogni sguardo. Significativa anche l’interpretazione di Giorgio Panariello che si lascia alle spalle l’esuberanza, l’istrionismo e l’ironia che ben conosciamo per tratteggiare, con misura e sentimento, Charlie, il clown bianco che non si toglie mai il trucco di scena. Da segnalare anche Mia Benedetta, nel ruolo della funambola Stella, che, come una madre, accoglie, rassicura e aiuta la piccola Margot (Mia McGovern Zaini, 12 anni e già una veterana tra cinema e serie Tv) a scoprire il suo talento. Originale il finale a cui si arriva accompagnati da un cast valido e affiatato.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Bambini, Educazione, Famiglia, Solidarietà


Incanto va a riempire una lacuna del cinema italiano, che realizza pochi prodotti per ragazzi e quando lo fa spesso va al risparmio: qui la produzione italo-belga ha invece fornito fondi adeguati e l’autore ha riconosciuto autorevolezza al pubblico dei più giovani, confezionando per loro un film riuscito nei suoi intenti di intrattenimento non condiscendente, e collocandolo in “un luogo fra realtà e fantasia”, fra Lemony Snicket, Miss Peregrine e Coraline: paragoni alti, ma meglio guardare in alto che raso terra, come fa spesso il cinema italiano per ragazzi.


Nel panorama spesso avaro di film italiani destinati all’infanzia, Incanto arriva come un colpo di scena: una fiaba moderna, sospesa tra incubo e speranza, che non si limita a intrattenere ma osa raccontare la fragilità con coraggio. Diretto da Pier Paolo Paganelli, alla sua prova più ambiziosa dietro la macchina da presa, si colloca tra le rare eccezioni del cinema italiano capaci di rivolgersi ai più giovani senza trattarli da spettatori ingenui.


Il viaggio di Margot è un percorso di crescita, in cui riscopre l’amore, l’amicizia e la sua vera identità, mentre il circo diventa il palcoscenico della sua rinascita.


Recensioni
3/5 MYmovies
3,8/5 ComingSoon
3/5 Movieplayer

FAVOLE DARK: IL LATO OSCURO DELLE STORIE PER BAMBINI

Le vere favole sono favole dark. Dalle favole per bambini scritte nei libri sino a quelle del grande schermo, ci siamo sempre fatti abbindolare dalle morali e dai lieto fine tramite l’uso di parole consone a stimolare l’immaginazione, fantasia e curiosità, il cui scopo è di impartire degli insegnamenti, che poi dovranno essere appresi e messi in pratica nella vita, ma è solo apparenza. Favole dark, questo è il loro vero nome: ciò che non viene mai sottolineato è una realtà spaventosa e crudele. Tanti dettagli vengono nascosti per non incutere terrore e paura, passaggi tetri della trama che passano inosservati. Analizzando alcune di queste favole per bambini o tra i più famosi film di animazione, salteranno all’occhio parecchi temi importanti che da bambini non avremmo mai e poi mai potuto cogliere.

 

Hansel e Gretel
Tra le prime favole dark che sicuramente ricorderete ci sono Hansel e Gretel. La casa fatta di pane e dolci succulenti, e il loro ritorno trionfante a casa, dopo essere scampati dalle grinfie dell’anziana signora, mettono da parte i fatti atroci avvenuti sin dall’inizio della storia. I temi principali che compaiono nel racconto è quello dell’abbandono da parte del padre e la matrigna, e l’inganno che li ha condotti nel bosco “per avere meno bocche da sfamare”. Cannibalismo dell’anziana signora, e il compimento di azioni violente da parte di Gretel, che per mettere in salvo lei e la vita di suo fratello, uccide l’anziana signora bruciandola viva nel forno.

 

Cenerentola
Un classico tra le favole dark per bambini è proprio lei, Cenerentola. Il racconto parla chiaro, una bambina – e in seguito adulta – abusata e sfruttata nelle mansioni di casa, maltrattata dalla sua matrigna e dalle sorellastre, un cattivo esempio, diremmo. E non dimentichiamo come le sorellastre di Cenerentola si tagliano rispettivamente le dita e il tallone del piede per calzare la scarpetta di cristallo. Sottili sfumature offuscate dalla magia della fata madrina, dai mitici topolini e dal principe.

 

La Carica dei 101
Tra le favole dark più cruenti troviamo quella della Carica dei 101. I dalmati, i protagonisti più belli e pelosi della storia delle favole. L’avventura che intraprendono questi 101 cuccioli insieme a Peggy e Pongo ha fatto la storia, facendo poca luce sulla malvagità e ossessione incessante per lo scuoiamento verso dei poveri cuccioli di cane, destinati a essere pelliccia per gli abiti di Crudelia Demon, simbolo di avidità e vanità estrema, aspetti negativi da non apprendere.

 

Raperonzolo
Come non dimenticare la bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli: Raperonzolo. La ragazza cresciuta, o meglio rapita e poi rinchiusa in una torre molto alta dove non le era permesso di uscire su ordine della strega, la stessa che sottrasse la piccola Raperonzolo ai genitori. Anche lei si aggiudica un posticino tra le favole dark.

 

 

La sirenetta
Obnubilati dalla versione edulcorata di Walt Disney con scontato happy ending, spesso si dimentica che la fiaba scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata nel 1836, è in realtà quasi un racconto horror venato di misticismo, con la protagonista pronta a rinunciare a quello che di più prezioso possiede, una voce incantevole, pur di poter andare sulla terra per conquistare il principe che ha salvato durante il naufragio, in modo tale che lui la sposi e la doti di un’anima. Per liberarla della sua coda di pesce la strega del mare non solo le mozza la lingua lasciandola muta, ma le fa anche presente che la trasformazione sarà dolorosissima e che le cose non miglioreranno in seguito: «ogni passo che farai, sarà come se camminassi su lame acuminate e tutto il tuo sangue dovesse stillare a goccia a goccia».

Nelle favole il male sembra sempre passare in secondo piano, cosa invece molto importante e che ci permette di comprendere meglio il mondo che ci circonda.
Se a distanza di anni andassimo a rileggere le favole, ci accorgeremmo di tanti dettagli lasciati dietro e che ci aiuterebbero a stare in guardia e a farci riflettere ancora di più sulle azioni che bisogna e non bisogna fare, e che il lieto fine non è il vero traguardo.

Fonte: Eroicafenice.com

 

MGF