SUPPLICA A MIA MADRE

 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

In un giorno di maggio del 1962, Susanna Colussi pose una rosa sulla scrivania del figlio; da quando Pasolini la vide, sono nate meditazioni che confluiranno in poesie quante erano i petali e che verranno pubblicate all’interno della raccolta “Poesia in forma di rosa” pubblicata nel 1964. La poesia Supplica a mia madre, scritta da Pier Paolo Pasolini il 24 aprile 1962, è inserita nella prima sezione “La Realtà” del libro.
Supplica a mia madre è la poesia che celebra la mamma da chi vive la diversità e i disagi procurati dalla mancata accettazione della società.
Pasolini ha difficoltà a trovare le parole per esprimere alla madre il perché egli appare diverso agli occhi degli altri, perché egli interiormente non si sente di assomigliare a ciò che appare.
Solo la madre conosce l’anima del figlio dal di dentro e conosce ciò che egli è sempre stato prima di avere rapporti esterni con gli altri.
Pasolini in questa poesia invoca il suo bisogno di materna comprensione. Si serve del linguaggio poetico per confidare il suo segreto alla madre seppur sentendosi ancora tuttavia prigioniero solo del suo amore, “per il resto libero, in ogni mio giudizio, ogni mia passione.”
La libertà dalla mamma è una necessità per Pier Paolo Pasolini. Rappresenta la fine della schiavitù dei suoi sentimenti. Pasolini ha bisogno di amare anche gli altri.
E’ un racconto vero, tragico, contraddittorio. Il pensiero di Pasolini rompeva le ali del bel sogno per riportare tutti in un contemporaneo pieno di contraddizioni e molti incubi. Il perbenismo tipico degli anni ’60 italiani e non solo, venivano interrotti da un racconto diverso della realtà.
L’amore per Pasolini è stato il tema centrale della sua vita d’artista. In Supplica a mia madre questo amore, o meglio questa richiesta o esigenza d’amore, diventa evidente, dominante.
Lo spirito immortale di Pasolini risiede nel suo coraggio di essere stato sempre fedele a se stesso riuscendo ad avere il valore più alto, forse l’unico che dà davvero significato all’esistenza.
La mamma nella sua essenza è il ponte verso la vita, verso gli altri oltre se stesso. La mamma è il traghetto che dà vita al disagio e allo stesso tempo la scialuppa di salvataggio che non deve mai mancare. Una poesia che merita di essere letta e riletta.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

Regia di Teemu Nikki – Finlandia, Italia, 2024 – 88′

con Pirjo Lonka, Elina Knihtilä, Ville Tiihonen

 

 

 

UNA COMMEDIA SCORRETTA CON UN TRAVOLGENTE RITMO DA THRILLER

In un paesino della Finlandia vivono due sorelle di mezza età, Taina e Pirkko, che di mestiere producono birra artigianale seguendo le orme del padre, un anziano scorbutico considerato il più grande mastro birraio della zona. Taina e Pirkko hanno promesso di produrre 100 litri di birra per l’imminente matrimonio della sorella Päivi, trasferitasi da tempo a Helsinki e costretta a camminare con delle protesi di titanio dopo un incidente causato da Taina. Donne aggressive, risolute e senza peli sulla lingua, le due sorelle sono delle conclamate alcolizzate e senza nemmeno rendersene conto bevono tutta la birra di Päivi e a un giorno di matrimonio sono costrette a trovarne altrettanta. L’unica è comprarla dal loro avversario più temibile racimolando soldi dai creditori che hanno sempre maltrattato.
Il prolifico regista Teemu Nikki gira una commedia grezza e scorretta ambientata nel villaggio natale di Sysmä e dedicata a una delle glorie nazionali finlandesi: la birra sathi. Una tale istituzione, in Finlandia, da poterci fare su un film un po’ comico e un po’ tragico in cui emergono i tanti caratteri di un popolo: il suo lato scatenato e distruttivo, la sua latente insoddisfazione, il suo complicato rapporto con l’alcol, la sua anima travolgente, svaccata, divertente, crudelmente disperata.
Taina e Pirkko sono due donne sole, arrabbiate e aggressive che usano l’alcol come uno sfogo; soprattutto la prima, incapace di elaborare la colpa per aver causato da ubriaca l’incidente che ha menomato la sorella e per questo legata a doppio filo all’incosciente e autodistruttiva Pirkko, la vera leader di una coppia di guerriere che sono in realtà rifiuti della società, artigiane di talento e devastatrici ancora più dotate.
Lo schema del film è quello classico di una commedia sgangherata con ritmo da thriller, con tanto di ore, minuti e secondi che invadono lo schermo per ricordare allo spettatore la missione delle due protagoniste: recuperare la birra perduta in tempo per il matrimonio. Lo spunto è il medesimo di Una notte da leoni, quando le due donne, al risveglio dopo un’epica sbronza di due giorni, non hanno la più pallida idea di ciò che hanno combinato e hanno perso la cognizione del tempo. Lo svolgimento, invece, è da film anni ’90, un po’ tarantiniano e un po’ fratelli Coen, tra un mastro birraio rivale con aria da gangster, un aiutante timido e narrativamente inutile, un frammento di iperviolenza assurda, continui rovesci di fortuna (la birra viene trovata, persa, ritrovata, ripersa e così via) e pure qualche gag azzeccata (lo stacco di montaggio sulla macchina rovesciata è molto divertente…).
Come sempre, poi, non manca il sottofondo dolceamaro: una propensione alla morte e all’autodistruzione già presente in altri film del regista come Il cieco che non voleva vedere Titanic e La morte è un problema dei vivi (2023) e qui ripresa per restituire in chiave sinistra il lato oscuro della passione per l’alcol, la corsa delle due protagoniste soprattutto contro sé stesse, le loro debolezze, la loro propensione ad affogare dolori e sconfitte in una pinta media e un amaro.
Non è casuale, però, che proprio il personaggio più riuscito del film sia il più spietato e disperato, e cioè l’irrefrenabile e caotica Pirkko, che a differenza della sorella sembra non conoscere rimorso o voglia di redenzione, ed è mossa come da un istintivo e animalesco principio di piacere e sopravvivenza. In termini cinematografici, è lei la forza propulsiva del racconto; lei, così indifferente e amorale, a fare da controcanto al sentimento che nel finale risolve in parte gli sbagli del passato.
Resta anche il dolore, nel mondo di 100 litri di birra, e la possibilità di offuscarlo, distruggendosi.

Roberto Manassero – MyMovies.it

Tematiche:
Alcolismo, Denaro, Disabilità, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli


Presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, conferma nel suo piacevole scorrimento la scioltezza narrativa di un autore piuttosto interessante, giunto all’ottavo lungometraggio, chiaramente invaghito del mondo emarginato e borderline che ama rappresentare, sorta di Kaurismaki certamente meno geniale e sublimato nella forma. Di certo, il cinema nordico evidenzia un umorismo tutto suo. Esempio? Nel pieno di una giornata scaldata da un bel sole, Taina totalmente zuppa dell’acqua del lago in cui ha rischiato di annegare, si rifugia dal padre Vekko che, vedendola, chiede impassibile: “Oh! Piove fuori?”.


È un concentrato di follia e trovate geniali e sopra le righe il 100 litri di birra di Teemu Nikki. Il regista finlandese mette le sue protagoniste in un frullatore di situazioni intrise di umorismo nero, che sfociano nel grottesco, che ammiccano all’eccesso, ma viene premiato dalla prova delle due splendide protagoniste Elina Knihlä e Pirjo Lonka, che portano su schermo Pirkko e Taina senza risparmiarsi, suscitando una empatia nello spettatore che lascia stupiti e soddisfatti.


Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.
Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.

Recensioni
3/5 MYmovies
7/10 FilmTV
3/5 ComingSoon

 

BIRRA SATHI FINLANDESE: TRA TRADIZIONE VICHINGA E SAPORI ANCESTRALI

Nelle foreste della Finlandia, tra laghi cristallini e notti illuminate dall’aurora boreale, si nasconde un segreto brassicolo vecchio di secoli: la birra Sahti finlandese. Questa bevanda, che fonde ritualità pagane e ingredienti selvatici, non è solo una birra. È un viaggio nel tempo, un’esperienza sensoriale che racconta storie di clan, saune fumanti e feste del solstizio. Con la sua gradazione coraggiosa e l’aroma di ginepro, la Sahti sfida le convenzioni moderne, offrendo un sorso di autenticità nordica.
Classificata come historical beer dalla BJCP, rappresenta uno degli stili più antichi ancora prodotti in Europa.

 

 

Il suo profilo è unico: note terrose si intrecciano a sentori resinosi del ginepro, mentre una dolcezza maltata ricorda il pane di segale appena sfornato. Non esiste una Sahti uguale all’altra. Ogni famiglia custodisce variazioni segrete, tramandate come dote nuziale.
Le radici della birra Sahti finlandese affondano nell’epopea nazionale Kalevala, dove il poeta-sciamano Väinämöinen crea la prima birra usando miele e saliva d’orso. Documentata dal XIII secolo, era la bevanda cerimoniale per matrimoni, funerali e riti di passaggio. Le donne finlandesi – vere sacerdotesse della brassificazione – mescolavano i malti in grandi tini di legno, spesso durante sessioni di sauna collettiva.
Con l’avvento del luppolo nel XVII secolo, molti stili tradizionali scomparvero. La Sahti sopravvisse nelle zone rurali, diventando simbolo di resistenza culturale.

La Sahti si affida a metodi ancestrali: è di colore ambra scuro, torbido come i laghi finlandesi in autunno.
Gli ingredienti principali sono orzo e segale tostati su legno di betulla, ginepro, acqua di pozzo non trattata e fermentazione spontanea o da ceppi ancestrali. I malti si mescolano in un tino di legno chiamato kuurna, il filtraggio avviene attraverso rami di ginepro che rilasciano oli essenziali donando note balsamiche e creando un dialogo aromatico con i malti di segale. La fermentazione è breve, due o tre giorni in botti di quercia, e il consumo è immediato.
Nella cultura finlandese, la Sahti si beve durante le sessioni di sauna: il calore intenso esalta i suoi aromi balsamici, creando un’esperienza quasi sciamanica.

 

Le spose finlandesi un tempo portavano in dote un ceppo di lievito di famiglia, un’usanza simile a quella delle birre trappiste, dove i monasteri custodiscono ceppi unici. Secondo la leggenda, usare rami di ginepro raccolti dopo il tramonto porta sfortuna.
I mastri birrai devono rispettare cicli naturali, come nella produzione delle birre stagionali.
La birra Sahti finlandese non è un semplice prodotto brassicolo. È un ponte tra passato e presente, tra natura e cultura, un’avventura senza fine.

Fonte:.lacasettacraftbeercrew.it

 

 

MGF

AUTUNNO

 

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.

 

 

 

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

 

 

 

povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

 

 

 

Nella poetica di Salvatore Quasimodo l’autunno non è una semplice stagione, ma un simbolo capace di riflettere le contraddizioni dell’animo umano. È il tempo della malinconia e del raccoglimento, in cui la natura stessa diventa specchio del dolore di vivere e, al tempo stesso, promessa di rinnovamento.
Con Autunno, il poeta ermetico riesce a racchiudere in pochissimi versi una meditazione universale: la vita è segnata da fragilità e caduta, ma la natura offre consolazione trasformando ogni fine in un nuovo inizio. La lirica, parte della raccolta Oboe sommerso (1932), rappresenta uno dei momenti più intensi della prima produzione di Quasimodo, quella in cui la parola poetica si fa essenziale, simbolica, capace di dire molto con pochissimo.
È in questa prospettiva che va letta la poesia: non come descrizione paesaggistica, ma come allegoria metafisica dell’esistenza, un intimo colloquio con la natura che si traduce in riflessione sull’uomo e sul suo destino.
L’autunno è “mansueto”. La stagione non è aspra o minacciosa, ma dolce e accogliente.  L’immagine delle acque che riflettono il cielo diventa simbolo di introspezione e fusione cosmica: un gesto di umiltà e sete spirituale. La “fuga soave” degli alberi e degli abissi non è semplice descrizione paesaggistica, ma rappresentazione di un dissolversi lento, dolce, in cui la natura e l’animo umano sembrano confondersi. La vita è segnata dalla “pena del nascere”, una condanna originaria che porta con sé la certezza della morte. Eppure nell’autunno il poeta riconosce un compagno di destino. 
Il finale della poesia di Salvatore Quasimodo  concentra il senso dell’intera lirica in un’immagine semplice ma folgorante. L’uomo è una foglia che cade, fragile e priva di orgoglio, ma non abbandonata. La terra lo raccoglie, lo custodisce, gli offre le giuste possibilità di trovare la propria armonia, di liberarsi, di rigenerarsi a nuova esistenza.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

 

 

 

Regia di Eric Khoo – Giappone, Francia, Singapore, 2024 – 105′
con Catherine Deneuve, Yutaka Takenouchi, Jun Fubuki

 

 

 

 

 

UN PONTE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, GRAZIE ANCHE ALLA PRESENZA DI UN’ETEREA CATHERINE DENEUVE.

Con una sceneggiatura scritta del figlio Edward che configura una storia di padri e figli che ha probabilmente più di uno spunto autobiografico, Eric Khoo aggiunge un altro capitolo alla sua consistente e variegata filmografia con Spirit World. Attraverso una narrazione rigonfia di scosse ma che non abbandona mai il suo ritmo piano e disteso, il regista realizza un prodotto da esportazione volto però a contaminare di spiritualità orientale il materialismo insito nella moderna cultura dell’Occidente del mondo. E lo fa attraverso il corpo e l’interpretazione di Catherine Deneuve, nel film Claire Emery, celebre cantante transalpina impegnata in un ultimo tour di addio alle scene che tocca anche Tokyo, dove i suoi dischi del passato sono celebri e amatissimi. Un vecchio musicista ora accordatore di pianoforti (Masaaki Sakai) è un suo grande fan, e non si fa sfuggire l’occasione di prendere il biglietto per il concerto, con l’intenzione di farle firmare un disegno realizzato in passato dal figlio. Quest’ultimo (Yutaka Takenouchi) è un regista in grande crisi d’ispirazione, che ha realizzato in passato due film d’animazione ormai cult assoluti, bloccato da una crisi creativa sfociata nell’alcolismo.
Da queste premesse si dipana un racconto che mette in connessione mondi terreni e ultraterreni, con il trait d’union rappresentato dalla festa di Obon, dove per la tradizione nipponica si compie l’incontro e il saluto tra morti e viventi.
Come da tradizione, gli spiriti inquieti che hanno lasciato in sospeso qualcosa al momento del trapasso non abbandonano definitivamente la Terra, ma vagano accompagnando da presso gli affanni e le gioie dei loro cari. Il momento della transizione da un piano astrale all’altro è messo in scena da Khoo con semplicità e naturalezza, un forte sibilo a scuotere i timpani e poi l’immediata osservazione “esterna” del corpo morente, senza più ovviamente la possibilità d’interagirvi.
Si configura quindi in Spirit World una seconda occasione per padri e figli da tempo distanti, o magari anche solo per spiriti affini che non hanno mai incrociato le traiettorie dell’esistenza, come Claire e il suo vecchio fan, che svariati decenni orsono faceva parte di un gruppo di musica “surf” insieme alla sua amata, che aveva abbandonato per amor di carriera lui e il figlio piccolo. I due riusciranno a salvare il ragazzo ormai uomo da un momento di sconforto e da un tentativo di suicidio che riprende pari pari la scena finale del film d’animazione realizzato da quest’ultimo; anche il disegno realizzato da bambino che la cantante autograferà rappresenta una sorta di premonizione a quest’evento, ed ecco che anche passato e futuro diventano vasi comunicanti, molto distanti dalla percezione consequenziale di tempo e spazio che ci è ormai propria. Khoo è capace di trasmettere concetti così “alti” con una naturalezza di tocco derivatagli dall’ormai lunga esperienza, e parimenti ad inserire il soprannaturale tra gli eventi possibili con una credibilità non comune.
L’arte in Spirit World, sia essa musicale o figurativa, è il ponte attraverso cui connettere anime e spazi, tempi e modi: ma, da sola, non basta ad evitare incomprensioni e dolori, e la pacificazione può arrivare soltanto dopo faticosi percorsi di autocoscienza che non finiscono con la fine dell’esistenza, ma possono trovare compimento anche in quel mondo di mezzo che la festa delle lanterne di Obon eterna e celebra, in questo non molto dissimile dal Dia de los Muertos della cultura centro-sudamericana. Un ponte ulteriore dunque, per un’opera che si posiziona fuori da questi tempi cinici ed egotisti, che vuole comunicare l’importanza delle seconde occasioni, del non cadere nel baratro depressivo, del sentirsi vicini e connessi ai propri cari anche quando sembra che ci abbiano abbandonato per sempre. Un ultimo cenno alla prova di Catherine Deneuve, che sembra ragionare su se stessa e sul suo status attraverso il suo ruolo, elegante sia su un palcoscenico teatrale sia mentre abbraccia/non abbraccia un semisconosciuto sulla spiaggia: non sappiamo in quanti altri film reciterà, ma questo sarebbe un perfetto passo d’addio.

Donato d’Elia – Quinlan.it

Tematiche: vita e morte, lutto, comunicazione tra mondi, solitudine, cultura giapponese, redenzione e seconde occasioni


Ambientato in un Giappone che il regista singaporiano osserva e comprende sempre più dall’interno e sempre meno da forestiero, il film è un’esplorazione intima di elaborazioni del lutto e legami famigliari compromessi. L’empatia del regista (e sceneggiatore) verso la materia trattata è l’architrave su cui si regge l’intera operazione, che sacrifica ogni vezzo stilistico sull’altare dell’indagine emotiva.


Khoo costruisce una storia semplice, in cui i fantasmi rappresentano la leggerezza e la poesia, ai limiti della retorica, e regalano malinconia ma anche credibilità a personaggi di cui ci si affeziona, con una Deneuve lontana dalla sua proverbiale razionalità ironica e sarcastica.


“Spirit World” è un viaggio tra questo e altri mondi, tra i vivi e i morti, tra le stagioni e le emozioni, tra la città e il mare, tra le canzoni che Claire ha cantato, quelle che Yuzu avrebbe voluto comporre e i film realizzati da Hayako.
Un viaggio intelligente, garbato, vivissimo, nel corso del quale i protagonisti vengono a patti con la loro vita, i loro affetti, i loro spiriti.

Recensioni
3/5 MYmovies
3/5 ComingSoon
3,5/5 Sentieri Selvaggi

 

OBON

 

L’Obon, o più semplicemente Bon, è la festa delle lanterne, una delle più importanti ricorrenze giapponesi che si svolge ogni anno in estate, dal 13 al 16 di agosto. Le sue antiche origini sono legate all’usanza buddista di venerare gli spiriti dei propri antenati.

Secondo le credenze popolari, durante l’Obon le anime dei defunti tornano per ricongiungersi ai propri cari, e simbolicamente le lanterne accese servono a guidarle verso la strada di casa. Per molti giapponesi questa festività è un’occasione di raduno con la famiglia e di ritorno alla propria città natale.

Ci sono alcune regioni in cui questa festività è anticipata al mese di luglio.
Lo Shichigatsu Bon, ovvero Bon di luglio, è basato sul calendario solare e si celebra in alcune aree del Kanto e del Tohoku. Quando invece cade ad agosto, secondo il più comune calendario lunare, viene definito Hachigatsu Bon.

La pratica buddista dell’Obon ha origini cinesi ed è stata introdotta in Giappone nel VII secolo. Secondo una leggenda, il monaco Mokuren, un discepolo del Buddha, vide la madre defunta grazie a dei poteri soprannaturali, e si accorse che il suo spirito soffriva perché si trovava nel regno dei fantasmi affamati. Mokuren chiese al Buddha come poteva liberare la madre dalle sofferenze, e lui gli disse di fare delle offerte agli altri discepoli.
Dopo aver messo in atto la richiesta del Buddha, Mokuren rivide lo spirito della madre finalmente liberato, e si rese conto dei numerosi sacrifici e gesti di altruismo che sua madre aveva fatto per lui in passato: sopraffatto dalle emozioni il discepolo di Buddha iniziò una particolare danza di felicità, che venne chiamata “Bon Odori”.

Tradizionalmente nei primi due giorni di festività vengono poste delle lanterne fuori casa per guidare gli spiriti degli antenati, permettendogli di ritrovare la propria dimora terrena: questa pratica era molto diffusa un tempo, ma al giorno d’oggi sono sempre meno le persone che seguono la tradizione.
Il 15 del mese ci si reca al cimitero insieme alla famiglia per pregare, portando in offerta agli spiriti dei defunti cibo e bevande. Il giorno successivo si accendono nuovamente le lanterne, che questa volta hanno lo scopo di indicare agli spiriti la strada di ritorno per l’aldilà: a seconda delle usanze dei vari luoghi, queste vengono portate al tempio oppure lasciate trasportare dalla corrente di corsi d’acqua o del mare.

Per celebrare l’Obon vengono organizzate delle feste di paese in tutto il Giappone, con tante bancarelle e grandi spettacoli di luci. Per l’occasione i giapponesi usano indossare lo yukata o un leggero kimono estivo.
Una parte molto importante della celebrazione dell’Obon è la danza Bon Odori. Ogni zona del Giappone utilizza la sua musica e la sua danza tradizionale: la più famosa fra tutte è l’Awa Odori nella città di Tokushima, che attira ogni anno più di 1 milione di turisti.
Migliaia di persone vestite in abiti tradizionali danzano per le strade della città regalando agli spettatori uno spettacolo meraviglioso.

Fonte: ItaliaJapan.net

MGF

20-23 marzo 2025

SCELTO DAL PUBBLICO

DIAMANTICOMMEDIA/DRAMMATICO
Regia di Ferzan Ozpetek – Italia, 2024 -135′
con Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi

Ferzan Özpetek riesce nell’intento di girare un film corale con ben diciotto attrici, con una sceneggiatura priva di sbavature che al contempo racconta con coerenza e ricchezza di sfaccettature il mondo al femminile, prendendo a pretesto le dinamiche relazionali e lavorative che si instaurano in una sartoria teatrale. Il titolo del film, Diamanti, va inteso secondo un’accezione fortemente connotativa: si allude infatti non tanto a una pietra preziosa che può adornare chi la possiede, quanto alla resistenza e alla durevolezza dello spirito femminile. Diamanti è la miglior prova di Ferzan Özpetek degli ultimi anni, è un’opera che si rivolge al pubblico senza pretesa di didascalismo alcuno, con gentilezza e allusività, ironia e profondità.

27 marzo – 30 marzo 2025
L’ABBAGLIOSTORICO
Regia di Roberto Andò – Italia, 2025 – 131′
con Toni Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone

5 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi si prepara a compiere l’impresa dei Mille e affida al colonnello Vincenzo Giordano Orsini l’incarico di reclutare i volontari: vanno bene un po’ tutti, anche i giovanissimi e gli sprovveduti. L’abbaglio racconta il Risorgimento dalla prospettiva dei
combattenti in alto grado ma anche da quella di due malcapitati che non vorrebbero farne parte. A Ficarra e Picone tocca fare da sollievo comico, mentre Servillo, Tommaso Ragno e Leonardo Maltese delineano il percorso drammatico della vicenda e Giulia Andò aggiunge gentilezza e ironia ad una vicenda declinata al maschile. Una brillante commedia nera su come i vizi degli italiani e i limiti dei siciliani in fondo in fondo sono anche le loro migliori virtù.

3-6 aprile 2025
A COMPLETE UNKNOWNMUSICALE
Regia di James Mangold – USA, 2024 – 141′
con Timothée Chalamet, Edward Norton, Elle Fanning

Un ventennio dopo aver raccontato Johnny Cash in Walk the Line, James Mangold porta in scena con A Complete Unknown l’altro grande rivoluzionario della tradizione musicale statunitense. Il genio di Bob Dylan viene immortalato nella sua giovinezza, dall’arrivo da spiantato a New York fino al terremoto che produsse l’esibizione elettrificata al Festival di Newport del luglio 1965; un’opera stratificata, di grande spessore intellettuale, che ragiona sull’impossibilità di contenere il talento e sull’inconoscibilità dell’intima identità dell’umano. Chalamet è un Dylan credibile, al contempo fragile e accentratore, spesso riflessivo e chiuso nella sua dimensione intima, capace di ricreare i classici con una voce che pur imitando l’originale è dotata di un timbro personale che ne arricchisce l’interpretazione.

10-13 aprile 2025
CONCLAVETHRILLER
Regia di Edward Berger – USA, 2024 – 120′
con Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow

“Sede vacante!”, annuncia il cardinale statunitense Tremblay: il che significa che il pontefice è spirato e che un conclave dovrà riunirsi a breve per decidere chi dovrà succedergli. Basato sul romanzo omonimo di Robert Harris, Conclave entra nel mondo della Chiesa come in una società segreta ricca di misteri, rivalità e tensioni, e affida alla magnifica recitazione di Ralph Fiennes nei panni del cardinale Lawrence il compito di fare da timoniere fra le correnti infide delle elezioni papali. Come thriller filosofico Conclave lascerà soddisfatti i fan del best seller da cui è tratto. Un adattamento adulto ed elegante ancorato da interpretazioni solide e da una visione geometrica di come gli equilibri di potere si spostino lungo rette che modificano continuamente la figura iniziale.

24-27 aprile 2025
NAPOLI – NEW YORKDRAMMATICO
Regia di Gabriele Salvatores – Italia, 2024 – 124′
con Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra

Da una sceneggiatura di Fellini rimasta nascosta per anni, Salvatores dà vita a un racconto che scalda il cuore, fatto di speranza ed empatia, firmando il suo film più riuscito degli ultimi vent’anni e perfino il più coraggioso se non screanzato: nell’alveo del genere family, si predilige la relazione di coppia all’avere o diventare figli. Ci sono le ombre del Neorealismo, frammenti della commedia statunitense anni ’40 e uno sguardo verso la commedia all’italiana. Napoli-New York è ambientato nel passato ma è rivolto al presente innanzitutto nel modo in cui mostra la condizione dei migranti e quella dei diritti delle donne. Favino come al solito una certezza, notevolissimi i giovani protagonisti esordienti, Dea Lanzaro e Antonio Guerra, due facce che bucano lo schermo.

1-4 maggio 2025
10 GIORNI CON I SUOICOMMEDIA
Regia di Alessandro Genovesi – Italia, 2025 –
con Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Giulia Bevilacqua

Dopo il successo dei primi due film, Dieci giorni senza mamma e Dieci giorni con Babbo Natale, tornano le avventure della famiglia Rovelli che stavolta è in partenza per la Puglia, dove la figlia maggiore Camilla si trasferirà per frequentare l’università col suo fidanzato Antonio. 10 giorni con i suoi è una commedia piacevole e leggera, la storia mescola umorismo e sentimenti con qualche spunto di riflessione sulla convivenza e le dinamiche familiari: molti genitori si potranno rivedere nel momento i cui i loro figli andranno via di casa. Nel terzo capitolo si aggiunge la famiglia Paradiso guidata da Dino Abbrescia e Giulia Bevilacqua. La famiglia “allargata” regala tante risate, aggiungendo gag comiche soprattutto nel confronto tra le due famiglie.

8-11 maggio 2025
IL GLADIATORE 2AZIONE AVVENTURA
Regia di Ridley Scott – Gran Bretagna, USA, 2024 – 150′
con Paul Mescal, Connie Nielsen, Denzel Washington

Un film che risuona (o meglio, riecheggia) fin dal titolo: possente, gigantesco, pensato seguendo le logiche del miglior cinema di Hollywood, tra l’enfasi e la spettacolarità. Con una messa in scena di grande fattura, riflettendo al meglio i colori ocra della fotografia e l’imponente colonna sonora, Ridley Scott parla di democrazia, di oppressione, di civiltà, di rivoluzione e di resistenza. Lo fa con un linguaggio cinematografico straordinariamente pop, senza lesinare un’indole spettacolare che, tra combattimenti e arene, fino al cielo di Roma, è in grado di far vibrare, letteralmente, la poltrona su cui siamo seduti. Il gladiatore 2 è anche il film di Denzel Washington che prende il sequel di Ridley Scott e lo trasforma nel suo palcoscenico rubando la scena un po’ a tutti.

22-25 maggio 2025
HEREDRAMMATICO
Regia di Robert Zemeckis – USA, 2024 -104′
con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany

Here è basato sulla graphic novel di Richard McGuire e racconta, in modo non lineare e tramite diversi “riquadri”, la storia di un luogo che diventa specchio dell’evoluzione della società americana: attimi fugaci che sono lo sfondo di una narrazione di diverse famiglie che si accavallano nella casa protagonista del film. Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana. Con Here Zemeckis stabilisce un’ unità fissa di luogo costringendo il nostro sguardo in un ambiente solo che
si fa frattale del mondo.

29 maggio – 1 giugno 2025
L’ORCHESTRA STONATACOMMEDIA
Regia di Emmanuel Courcol – Francia, 2024 -103′
con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco

Emmanuel Courcol tira fuori dal cilindro una commedia brillante, colta e profonda. L’Orchestra Stonata è in grado di parlare (o di suonare) in modo leggero, ironico e coinvolgente, mischiandosi con altri generi e affrontando tanti argomenti differenti: dal dramma familiare (grazie ai due protagonisti Benjamin Lavernhe e Pierre Lottin), alla pellicola di denuncia sociale per finire a quella di vera e propria denuncia politica. L’Orchestra Stonata sono i due fratelli, ma sono anche le loro rispettive realtà, metafore e archetipi di tante altre vite. Situazioni che nascono quando non si riesce a trovare un linguaggio, una sintonia, uno spartito comune, qualcosa che possa mettere nella condizione di suonare insieme, come ne Il Boléro di Ravel.

5-8 giugno 2025
MARIABIOGRAFICO
Regia di Pablo Larraín – Germania, USA, Emirati Arabi Uniti, Italia, 2024 – 123′
con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher

Larraín insieme allo sceneggiatore Steven Knight si focalizza sull’ultima settimana di vita del soprano (morta a Parigi il 16 settembre 1977 a 53 anni) raccontando il tracollo psicofisico che la portò a finire i propri giorni in solitudine, lontana dagli affetti, dalla famiglia e dal mondo dell’arte cui si era consacrata per tutta la vita. Attraverso una serie di flashback e inserti onirici il film mostra alcuni episodi chiave della vita della Divina – da un lato i grandi successi della sua carriera, dall’altro i momenti privati, soprattutto con Aristotle Onassis, il grande amore della sua vita per il quale si consumò fino alla fine. Sottoforma di confessione, Maria si racconta a un’immaginaria troupe cinematografica per un’autobiografia che non vedrà mai la luce