CONOSCO DELLE BARCHE

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

 

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

 

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

 

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

 

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

 

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

 

(a Jacques Brel)

“Conosco delle barche” è una toccante poesia in musica cantata dall’artista francese Mannick nell’album “Le temps de l’amour” (1977) e dedicata a Jacques Brel (cantautore, compositore, attore e poeta belga di lingua francese, ricordato nelle nazioni francofone anche come attore e regista teatrale), a cui spesso lo splendido testo viene erroneamente attribuito. 
Questi versi, emozionanti e romantici, parlano al cuore attraverso la metafora delle barche, e descrivono l’essere umano e la sua paura di avventurarsi nella vastità del mare. Che sia un invito ad amare o un inno alla vita, questa poesia possiede un’anima antica, che parla di coraggio e di forza. Una forza che non si esplicita nel non aver paura o nel restare impassibili dinanzi alle difficoltà, ma che al contrario si costruisce proprio sulle nostre debolezze e sulla nostra capacità di saperle riconoscere e affrontare.  


MANNICK


Mannick , il cui vero nome è Marie-Annick Rétif, nata ad Angers il 9 ottobre 1944, è una cantautrice francese il cui repertorio è rivolto ai bambini piccoli ma anche (soprattutto) agli adulti. L’amore è molto presente nelle sue composizioni, soprattutto nei registri della poesia e dell’umorismo.
Insieme ad altre cantautrici, ha anche contribuito al rinnovamento e allo sviluppo della musica liturgica in Francia a partire dagli anni 70. Nel suo lavoro ha anche affrontato in modo originale i temi del femminismo (i suoi album: Words of a woman, La possibilità di essere donna, Io sono Eva, tra le altre), e la resistenza all’oppressione (come ad esempio nella sua canzone Sono foreste).

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

PREGHIERA SULLA PACE

O Signore,
c’è una guerra
e io non possiedo parole.
Tutto quello che posso fare
è usare le parole
di Francesco d’Assisi.

 

E mentre prego
questa antica preghiera
io so che, ancora una volta,
tu trasformerai la guerra in pace
e l’odio in amore.

 

 

Dacci la pace,
o Signore,
e fa’ che le armi siano inutili
in questo mondo meraviglioso.
Amen.

 

 


MADRE TERESA DI CALCUTTA

Anjezë Gonxhe Bojaxhiu nasce a Skopje, la capitale della Repubblica di Macedonia, il 26 agosto 1910, da una famiglia benestante albanese, originaria del Kosovo. All’età di otto anni rimane orfana a causa della morte del padre, la sua famiglia si trovò ingravi difficoltà economiche e fu cresciuta dalla madre secondo la fede cristiana cattolica.

 

 

 

All’età di 18 anni, avverte la chiamata del Signore e decide di prendere i voti. Sceglie l’ordine delle Suore di Loreto, un ramo dell’Istituto della Beata Vergine Maria che svolge attività missionarie in India, e acquisisce il nuovo nome di “Teresa”.
È a Calcutta che la religiosa si accorge delle condizioni inumane in cui versano le persone che abitano le baraccopoli della città. E viene letteralmente investita da quella che viene denominata “la chiamata nella chiamata”, che le intima di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della congregazione per uscire nelle strade a servire i poveri.
“Era un ordine” – dirà lei stessa anni dopo. “Non un suggerimento, un invito o una proposta”.
A 40 anni, allora, lascia il certo per l’incerto, la propria Congregazione per fondarne una nuova.

 

 

 

Nel 1950 nasce, dunque, la Congregazione delle Missionarie della carità con il compito di prendersi cura dei “più poveri dei poveri”.
L’abito madre è il sari più semplice ed economico in circolazione. Ma non solo: bianco, con le strisce azzurre, rappresenta anche i paria, gli intoccabili. Ora è davvero la madre degli ultimi.
Ultimi come i malati terminali, senza speranza, i moribondi, per i quali apre case dedicate. A Gandhi intitola quella destinata ai malati di lebbra.

 

Questa donna così minuta, semplice, profondamente accogliente, mostra negli anni una forza straordinaria.
Paolo VI ne rimane affascinato, a tal punto da concedere con sollecito entusiasmo il titolo di “Congregazione di diritto pontificio” assieme all’autorizzazione ad espandersi anche fuori dall’India.
Giovanni Paolo II, rapito dallo spirito della Congregazione, stringe un rapporto di profonda amicizia con Madre Teresa.
Spesso, durante i suoi viaggi, si reca a visitare le strutture d’accoglienza, vi si ferma, dà da mangiare ai malati.
Sarà proprio Papa Wojtyla nel 2003 a iniziare il percorso di beatificazione senza attendere i cinque anni prescritti dalla data di morte.

È il 4 settembre 2016 quando Papa Francesco pronuncia la formula in latino che la proclama “Santa Teresa di Calcutta”, a diciannove anni dalla morte e a diciassette dall’inizio del processo canonico.
Il giorno della ricorrenza – quello a lei dedicato, in cui la si ricorda – è il successivo: 5 settembre, data della sua morte (avvenuta nel 1997, all’età di 87 anni).

 

 

 

Fonti: Libreriamo.it  –  Sapere.Virgilio.it

 

MGF

Quelli che noi definiamo come genere “film di guerra” spesso si pongono come dei veri e propri manifesti antibellici. Si tratta di capolavori di una grande bellezza intrinseca che propongono un messaggio chiaro di denuncia contro la guerra e le sue varie sfaccettature di orrore. La lista sarebbe infinita, qui ve ne proponiamo una selezione tra i più famosi.

 

LA GRANDE ILLUSIONE – Jean Renoir, 1937
Presentato alla Mostra del cinema di Venezia e nominato all’Oscar nel 1939, raggiunse un enorme successo di pubblico e di critica, ma la pellicola di Renoir fu osteggiata dai regimi totalitari fascisti e nazisti. Goebbels decretò il film come il “nemico cinematografico numero uno” a causa del dichiarato pacifismo universale messo in scena.

 

 

ROMA CITTA’ APERTA – 1945
Capolavoro del Neorealismo italiano, il film di Roberto Rossellini, ancora oggi, ha un ruolo fondamentale nella cinematografia contemporanea. Il regista ci regala una testimonianza imprescindibile dell’occupazione militare tedesca di Roma durante la Seconda Guerra Mondiale. Don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi e la sora Pina, ruolo che consacrò Anna Magnani, sono l’esemplificazione principale della violenza e della crudeltà di ogni guerra.

 

LA GRANDE GUERRA – 1959
Mario Monicelli dirige uno dei capolavori del cinema italiano. Un affresco allo stesso tempo ironico e drammatico della vita dei soldati italiani in cui i due principali protagonisti, Alberto Sordi e Vittorio Gassman rappresentano i sentimenti più variegati di coloro che combattano al fronte. Paura, codardia ma anche coraggio ed eroismo non voluto. Più in generale viene dipanata la stoltezza della guerra, la sua insensatezza estendibile a tutti i conflitti. Si ride amaramente di un dramma come la guerra e della relativa stupidità degli uomini.

 

IL PONTE SUL FIUME KWAI– 1957
Un film sull’insensatezza della guerra, questa volta diretto dal britannico David Lean. Durante il secondo conflitto mondiale, il tenente colonnello Nicholson, detenuto in un campo di prigionia giapponese, accetta di dirigere i suoi sottoposti nei lavori di costruzione di un ponte sul fiume Kwai, opera nella quale finora i nipponici non hanno avuto successo. Al contempo, un suo compagno che è riuscito a fuggire allerta gli Alleati del progetto di costruzione e prende parte alla missione per sabotare il ponte.

 

 

ORIZZONTI DI GLORIA – 1957
di Stanley Kubrick si svolge sul sanguinoso sfondo della Prima guerra mondiale e ne mostra l’orrore. Il regista non focalizza l’attenzione sulla guerra, ma sugli uomini. Protagonista il colonnello Dax, interpretato da Kirk Douglas, che ci ricorda che “il più nobile impulso dell’uomo è la pietà verso il prossimo”.

 

 

IL CACCIATORE – 1978
Micheal Cimino dirige Robert De Niro e Christopher Walken in un film sulla guerra del Vietnam, capolavoro assoluto del cinema di sempre grazie ad un racconto mai scontato ma sviluppato con grinta e audacia con immagini forti e crude da lasciare qualsiasi spettatore senza fiato. Al centro della pellicola, vincitore di 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia c’è la guerra ma vista più come una sporca avventura in cui sono mostrati lo spirito con cui ogni soldato affronta e vive personalmente la drammaticità assurda del combattere.

 

APOCALYPSE NOW – 1979
Forse il film di guerra più amato dalla critica e dal pubblico e insieme la pellicola che è riuscita ad essere la più lucida nel descriverne tutta la sua  follia. Coppola mette in scena i deliri e le pazzie che portarono alla guerra del Vietnam attraverso l’enigmatico colonnello disertore Walter Kurtz (Marlon Brando) e l’insicuro e cupo capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) che gli dà la caccia. Una discesa agli inferi o verso quel “Cuore di tenebra” che ogni essere umano sente dentro di sé quando imbraccia un fucile ed inizia ad uccidere.

 

LA SCELTA DI SOPHIE – 1982
Alan J. Pakula ci offre uno sguardo su che cosa ha rappresentato l’orrore della guerra per chi è riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio nazista. Ambientato a New York nel 1947, il film ruota intorno a Sophie Zawistowska, una donna polacca reduce da Auschwitz, Gradualmente lo spettatore entra nei ricordi della protagonista, culminanti nella “scena della scelta”. La guerra non c’è, non ci sono uccisioni ma soltanto l’eco vivido di quella che Arrigo Levi chiamava la “demolizione” dell’essere umano.

 

 

PLATOON – 1986
Oliver Stone ci regala uno dei più bei film di guerra mai realizzati, anzi, come oramai viene definito, l’ anti-war film per eccellenza, capace di essere intrinsecamente antisistema ma di vincere per la sua brutale autenticità due premi Oscar (miglior film e regia.). La pellicola, infatti, ripercorre le reali vicende che il regista ha passato in Vietnam dal 1967 al 1968. Il soldato Chris Taylor parte volontario per il Vietnam con forti ideologie, ma una volta raggiunto il territorio dovrà affrontare la crudeltà della guerra e delle armi.

 

FULL METAL JACKET – 1987
Stanley Kubrick ha raccontato molte volte la guerra. Con questo film ha cercato di focalizzarsi soprattutto sugli aspetti celebrali e mentali del conflitto. Prima della guerra vera e propria (affrontata nella seconda parte del film), quella che colpisce è la parte inziale del film in cui il regista mostra allo spettatore come si crea un vero soldato- killer e la conseguente perdita completa di umanità. Il finale film dove i marines avanzano in un paesaggio in fiamme, cantando la canzone di Topolino è la dimostrazione di quanto teorizzato.

 

SCHINDLER’S LIST – 1993
La lista di Schindler è un film del prodotto e diretto da Steven Spielberg e interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. È la vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Il film è stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: quella che tutti si ricordano è quella della bambina con il cappottino rosso.

 

 

LA SOTTILE LINEA ROSSA – 1998
di Terrence Malick è un film che parla di guerra, ma che evoca la pace: mostra il conflitto per quello che è, crudele e senza quell’aura epica. Il protagonista del film, James Caviezel, sembra più un messaggero di pace che un soldato. Attraverso i suoi monologhi interiori spinge a riflettere sulla vera natura dell’essere umano.

 

 

SALVATE IL SOLDATO RYAN – 1998
è un film diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks. È del 1998. Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 5 Premi Oscar.

 

 

BASTARDI SENZA GLORIA – 2009
Un film di guerra diverso dagli altri non poteva che realizzarlo Quentin Tarantino che ci mostra una Seconda guerra mondiale insolita, ironica e tragicomica, inserendo anche elementi di crudeltà e ferocia. Alla compagnia dei cosiddetti bastardi, otto soldati ebrei appartenenti a diverse unità dell’esercito americano, viene assegnato il compito di spargere il terrore tra le truppe naziste, con lo scopo di uccidere qualsiasi soldato tedesco che incontrino.

 

AMERICAN SNIPER – 2014
Il film che ha scosso Hollywood appena uscì, portando sullo schermo la storia di un cecchino americano impegnato in Iraq. Durante il film dovrà combattere una doppia battaglia: sul campo nemico e in famiglia. Diretto da Clint Eastwood, la pellicola è la storia vera del cecchino Chris Kyle, diventato la “leggenda” all’interno dell’esercito americano per aver ucciso centinaia (precisamente 160) di persone. Il film è una denuncia alla guerra in Iraq, che ha risucchiato vite e petrolio per dare vita ad altri orrori ben più gravi.

 

DUNKIRK – 2017
Il regista Christopher Nolan dirige un vero e proprio capolavoro al limite dell’impresa cinematografica, ovvero quella di portare sullo schermo l’evacuazione di migliaia di soldati intrappolati nella città francese di Dunkerque. Raccontata da tre punti di vista differenti (aria, terra, mare), il film più che sulla sceneggiatura punta emotivamente a restituirci l’aspetto e visivo e sonoro di quelli che vissero sulla propria pelle quell’immane sconfitta.

 

 

1917 – 2019
1917 lo ricordiamo soprattutto per la grande regia di Mendes. Come dimenticare il piano sequenza che fa attraversare in maniera vorticosa il campo di battaglia a noi spettatori? Il film racconta la Prima guerra mondiale e ci porta dentro le trincee come forse non era mai stato fatto prima, mostrandoci orrori e paure.

 

 

 

Fonti: Sky – Cinematographe

 

MGF

 

COMMEDIA
Regia di Paolo Genovese – Italia, 2025 – 97′
con Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi

 

 

 

 

UN FILM DICHIARATAMENTE DA GRANDE PUBBLICO, DIVERTENTE E ATTENTO ALLE NUOVE (IPER)SENSIBILITÀ MASCHILI E FEMMINILI.

L’animazione Disney-Pixar “Inside Out” (2015, 2024) ha conquistato il pubblico raccontando il mondo interiore di una preadolescente che compie il grande salto verso l’età adulta. Abbiamo fatto così la conoscenza delle emozioni che popolano l’animo della protagonista: in un primo momento Gioia, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto; successivamente Ansia, Noia, Invidia e Imbarazzo. Dalle stesse ascisse e ordinate narrative parte l’ultima commedia di Paolo Genovese, “FolleMente”, che indaga l’universo emotivo di due adulti alla prova del primo appuntamento. Genovese – suoi “Immaturi” (2011), “Tutta colpa di Freud” (2014) e “Perfetti sconosciuti” (2016) – visualizza e dà voce a tutto quel turbinio di idee, istinti, sensazioni ed emozioni che divampano nella mente quando ci si relaziona con l’altro, quando ci si mette in gioco in una relazione. Come protagonisti il regista romano ha scommesso sull’alchimia tra Pilar Fogliati ed Edoardo Leo, mentre per dare volto alle personalità di lei ha puntato tutto su Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini e Maria Chiara Giannetta. A popolare invece il mondo interiore maschile sono Marco Giallini, Claudio Santamaria, Rocco Papaleo e Maurizio Lastrico.
Roma, ora di cena. È il primo appuntamento per la trentacinquenne Lara e per il quarantenne Piero.
L’invito è partito da lei, che ha organizzato una cena; lui ha risposto positivamente, nonostante ci fosse in programma il derby calcistico della squadra del cuore. Entrambi sperimentano così diversi stati emotivi, spesso contrastanti, che vanno dall’agitazione alla timidezza, dall’audacia all’incertezza. A raccontare in diretta tutto questo lavorio interiore sono proprio le personalità che abitano la mente dei due. In quella di Lara ci sono: Giulietta, sognante e romantica; Alfa, decisa e decisionista; Trilli, leggera e sarcastica; e Scheggia, anarchica e rock. In quella di Piero: il Professore, solido e razionale; Eros, sfrontato e seducente; Romeo, dolce e timido; e Valium, stralunato e scettico…
“Con quanti aspetti del nostro carattere – afferma Genovese – dobbiamo fare i conti quando prendiamo una decisione? E quanti scontri avvengono nella nostra mente quando questa decisone è scomoda, complicata, destabilizzante o rischiosa? [È] il punto di partenza di questa commedia che vuole indagare e raccontare la conflittualità che abbiamo nell’affrontare le decisioni della vita e soprattutto nell’affrontare quelle decisioni che la vita ce la possono rendere meravigliosa o insopportabile: ovvero quelle sentimentali”.
Il soggetto del film è dello stesso Genovese, il copione è firmato dall’autore insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi. “FolleMente” è un viaggio tra testa e cuore in chiave semiseria, uno scandagliare il parco emozioni di due adulti che si stanno conoscendo e stanno provando a capire se quel primo incontro sarà l’inizio di un sentimento, di una relazione, o meno. Un primo appuntamento che gira come una seduta psicanalitica di gruppo, giocata tra suggestioni acute e battute brillanti. Genovese ritrova smalto ed efficacia narrativa, negli ultimi anni un po’ appannati, ritornando ai livelli di “Perfetti sconosciuti”. “FolleMente” è una commedia che ha ritmo, ariosità e freschezza narrativa, grazie a dialoghi ben cesellati, con lampi pepati e frizzanti, che viaggiano spedititi con attori tutti in parte. Una commedia romantico-sentimentale che si muove agile come uno spettacolo teatrale, un’opera votata all’evasione acuta e leggera, indirizzata a un pubblico adulto capace di ridere e forse ritrovarsi nelle tenerezze e goffaggini dei protagonisti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Cibo, Dialogo, Donna, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Media, Metafore del nostro tempo


Un classico scenario romantico, ma con una svolta unica: attraverso i pensieri dei protagonisti, vediamo come le diverse personalità che abitano la loro mente interagiscono tra di loro. Nel corso del film, ogni aspetto della loro psiche, dalla razionalità alla follia, dall’istinto al romanticismo, prende vita discutendo, litigando, gioendo e commuovendosi nel tentativo di giungere a una decisione finale.
Il risultato è un affascinante gioco psicologico che ci svela i misteriosi meccanismi che ci fanno agire, riflettere e scegliere. Una commedia romantica che non solo esplora il cuore dei protagonisti, ma anche il caos e la bellezza della nostra mente, sempre in bilico tra desideri contrastanti e decisioni cruciali.


Genovese è alla guida di un film dal coefficiente di difficoltà realizzativa altissimo, ma il cui risultato sono un’ora e quaranta minuti di sorrisi e risate e, soprattutto, la capacità di ritrarre il momento caotico che vivono i rapporti uomo-donna, tra ruoli che si confondono, paure, attrazioni, sentimenti ingombranti e spinte alla razionalità.


La vera forza del film sta nel suo ritmo. Rapido ma deciso, il lungometraggio scorre molto bene, intrattiene e tiene alto l’interesse nel voler scoprire dove si andrà a parare. La comicità è sottile e mai gratuita, ben dosata dall’inizio alla fine.

Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,9/5 Comingsoon
4/5 Ciak Magazine

 

LA TEORIA DI EKMAN SULLE EMOZIONI

Paul Ekman

La teoria di Paul Ekman riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni umane, in particolare come queste si manifestano attraverso il volto. Ekman ha identificato sei emozioni di base – gioia, tristezza, paura, sorpresa, disgusto e rabbia – che ha ritenuto essere universali in tutte le culture umane. La sua ricerca ha esplorato come queste emozioni si esprimono attraverso specifiche configurazioni dei muscoli facciali e come le persone possono riconoscere queste emozioni in altri individui.

Ekman ha anche studiato il concetto di “micro-espressioni”, che sono brevi, involontarie espressioni facciali che si manifestano quando una persona cerca di nascondere un’emozione. Queste micro-espressioni possono essere difficili da rilevare ma sono molto rivelatrici delle emozioni interiori di una persona.
La teoria di Ekman ha avuto un impatto significativo in vari campi, tra cui la psicologia, la comunicazione interpersonale e persino in ambiti come la sicurezza nazionale, dove la capacità di leggere le emozioni delle persone può essere cruciale. Tuttavia, la sua teoria è stata anche oggetto di dibattiti e critiche, in particolare riguardo alla questione se le espressioni emotive siano davvero universali o se siano influenzate da fattori culturali e sociali.
Le sei emozioni di base identificate da Paul Ekman nella sua teoria sono:
Gioia: È caratterizzata da un sorriso, angoli della bocca sollevati, e spesso da occhi che si stringono in modo che compaiano le “zampe di gallina”. La gioia è associata a sentimenti di felicità, soddisfazione e trionfo.

 

 

Tristezza: Questa emozione si manifesta con angoli della bocca verso il basso, sopracciglia leggermente corrugate e sollevate, e talvolta con lacrime. La tristezza è collegata a sentimenti di perdita, delusione e disperazione.

 

 

Paura: L’espressione di paura include sopracciglia sollevate e riunite, occhi allargati e spesso labbra leggermente tese o aperte. La paura è legata a sentimenti di ansia, shock e terrore.

 

 

 

Sorpresa: Simile alla paura, ma senza la tensione delle labbra. Le sopracciglia sono sollevate, gli occhi sono molto aperti e la bocca è spesso aperta, ma in modo rilassato. La sorpresa può essere legata a scoperte inaspettate, sia positive che negative.

 

 

 

Disgusto: Questa emozione si manifesta con il naso arricciato, labbra sollevate (come per esprimere disprezzo) e talvolta sopracciglia corrugate. Il disgusto è associato a sentimenti di avversione o repulsione verso qualcosa.

 

 

 

Rabbia: Caratterizzata da sopracciglia abbassate e riunite, occhi fissi e spesso labbra strette o aperte in una sorta di ringhio. La rabbia è legata a sentimenti di irritazione, ostilità e frustrazione.

 

 

Queste emozioni di base sono state studiate in varie culture in tutto il mondo e Ekman ha sostenuto che sono universali e riconoscibili indipendentemente dal contesto culturale.
Gli studi empirici condotti da Paul Ekman hanno giocato un ruolo fondamentale nel campo della psicologia delle emozioni, in particolare per quanto riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni attraverso il volto. Questi studi hanno contribuito in modo significativo alla comprensione scientifica delle emozioni e della comunicazione non verbale.

Fonte: Altervista.org

 

MGF

HO DIPINTO LA PACE

 

 

Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.

 

 

Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.

 

Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta,
e ho dipinto la pace.

 

 

La poesia è stata scritta da Talil Sorek, all’epoca giovane poetessa Israeliana  diventata famosa in tutto il mondo con questa poesia evocativa sul senso della fratellanza. La poesia fu scritta durante la guerra dello Yom Kippur, un conflitto armato combattuto dal 6 al 25 ottobre 1973 in cui furono coinvolti Egitto, Siria e Israele. Talil Sorek era tredicenne quando ha scritto questa poesia. Attraverso un’immagine molto semplice, Talil ci fa riflettere su ciò che può significare questa parola in una zona come il Medio Oriente, teatro di molte terribili guerre: attraverso i colori “molto freddi” evidenzia lo strazio provocato dalla guerra, mentre con i “colori brillanti, decisi e vivi” esprime il desiderio di una tregua che consenta la speranza di un sereno futuro. 
Talil Sorek ci fa pensare come è giusto, oggi come ogni giorno, ricordare quanto la guerra sia inaccettabile. Vivere con la costante minaccia di bombardamenti, sopravvivere tra le rovine di paesi e città, vedere annullata la propria vita per bambini, giovani, vecchi, uomini e donne perché senza più capacità di futuro è disumano. Ricordare, parlare, affrontare discorsi quali la guerra, i grandi conflitti geopolitici o il terrorismo è un lavoro necessario.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF