TU ED IO

Un momento di felicità,
tu ed io seduti sulla veranda,
apparentemente due, ma un’anima sola, tu ed io.

Sentiamo l’acqua che scorre della vita qui,
tu ed io, con la bellezza del giardino
e il canto degli uccelli.

 

Le stelle ci osserveranno
e mostreremo loro
cosa significa essere una sottile luna crescente.

Tu ed io, disinteressati, saremo insieme,
indifferenti alle oziose speculazioni, tu ed io.
I pappagalli del cielo sgranocchiando zucchero
mentre ridiamo insieme, tu ed io.

E ciò che è ancora più sorprendente
è che mentre siamo qui insieme, tu ed io
siamo in questo momento in Iraq e nel Khorasan.
In una forma su questa terra
e in un’altra forma in una dolce terra senza tempo.

 

 

 

Tu ed io è una poesia d’amore di Jalal al-Din Rumi che celebra un momento condiviso di perfetta felicità e unità tra due individui nella natura, tra la bellezza di un giardino e la musica degli uccelli. La semplicità del linguaggio trasmette la profonda gioia e il legame sperimentato dalla coppia.
L’attenzione al momento presente e l’esperienza condivisa di dettagli sensoriali, come l’acqua che scorre e il canto degli uccelli, creano un senso di immediatezza e intimità. L’universalità del tema della felicità e l’ambientazione atemporale conferiscono alla poesia un fascino senza tempo, che risuona in tutte le culture e in tutte le epoche.
Questa poesia in particolare non è solo una storia d’amore o una poesia sull’amore e la felicità. È una poesia sulla connessione universale, sulla bellezza di stare insieme e sull’unità delle anime umane.
In Tu ed io, Rumi racconta le intense emozioni di due anime che amano appartenersi. L’amore, così come l’amicizia, nella poesia diventano un fenomeno meraviglioso e ogni verso del poema ci offre l’idea di che cosa realmente è l’unione di due anime che si amano, che si vogliono bene.
Il vero amore è un’emozione che può far battere due cuori insieme, può avvicinare le persone e lascia i suoi segni sulla terra per sempre. Il vero amore è qualcosa che trascende il tempo e lo spazio. Rivoluziona le dimensioni spazio temporali. Rumi ci definisce l’amore universale, quello assoluto, cosmico. “Tu ed io” ribadisce un’appartenenza che va oltre ogni cosa anche immaginata. È un’esperienza totalizzante. Il poeta parte dal ” “tu” e non dall’”io”: l’amore, l’amicizia  richiedono rispetto, tolleranza, accettazione, comprensione, c’è sempre bisogno di considerare l’altro che esiste.


JALAL al-DIN RUMI

Jalal al-Din Rumi(Balkh 1207 – Konya 1273), conosciuto anche come Mawlāna (“Nostro Signore”), è stato un poeta e mistico persiano. Nato nell’odierno Afghanistan, fu l’ideatore del sufismo (corrente di pensiero musulmana ,che apparenta l’esperienza mistica dei musulmani a quella di tutte le altre religioni, con un’apertura modernissima, ancor oggi non molto seguita in quel mondo). Scrisse moltissimo, oltre trentamila versi, oltre a sei libri contenenti più di 40.000 strofe. Celebri il Masnavi, definito un Corano in lingua persiana. Si ricorda, inoltre, Fīhi mā fīhi (“Vi è ciò che vi è”), opera in prosa che raccoglie i detti dell’autore. Dopo la sua morte, i suoi seguaci praticarono un rito collettivo: la danza rituale, attraverso la quale raggiungere stati superiori di coscienza. La poesia di Rumi è di una attualità straordinaria, sembra scritta ieri e i suoi sono insegnamenti che ancora oggi ci parlano e ci coinvolgono.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

È UNA TALE BELLEZZA NEL MONDO

 

È una tale bellezza nel mondo
E non ne sei mai sazio
E lei ti serba fedeltà
E tu la scorgi sempre nuova:

 

 

La vista di creste alpine,
Nel mare verde vie dentro al silenzio,
Un ruscello che salta sulle rocce,
Un uccello che canta nel buio,

 

 

Un bambino che ride ancora nel sogno,
Un brillare di stelle di notte d’inverno,
Un rosso tramonto su un limpido lago
In corona di pascoli e neve ghiacciata,

 

 

Un canto carpito a una siepe per via
Un saluto scambiato ai viandanti,
Un pensiero all’infanzia,
Un tenero e desto perenne dolore,

 

 

Che di notte grazie alla pena
Ti allarga il cuore fattosi stretto
E oltre le stelle pallide e belle
Ti crea un regno remoto di nostalgie.

 

 

È una tale bellezza nel mondo è una poesia di Hermann Hesse che svela non una teoria astratta e incomprensibile, ma una semplice lezione sulla vita che tutti possono facilmente comprendere. Attraverso immagini concrete, vicine a tutti, l’autore tedesco ci svela la chiave del suo messaggio. La bellezza del mondo non è qualcosa da inseguire lontano, ma una presenza quotidiana che accompagna la vita di tutti e che, se s’impara a riconoscere, può cambiare il modo di vivere dell’intera umanità.

Hermann Hesse intende sottolineare che la bellezza non ci abbandona mai, resta fedele, eppure si mostra ogni volta diversa. La bellezza non dipende dalle circostanze esterne, ma dalla capacità di rinnovare lo sguardo. Chi sa osservare non si stanca mai della vita, perché ogni giorno custodisce una promessa di novità. Montagne, mare, corsi d’acqua, canti nel silenzio: sono immagini essenziali, che non hanno bisogno di spiegazioni. Hesse sceglie ciò che appartiene a tutti, ciò che ognuno può incontrare lungo il cammino.

La bellezza della Terra non risiede nel grandioso, ma nella sua armonia quotidiana: nei paesaggi che ci accompagnano da sempre e che, se solo impariamo a guardarli, sanno parlarci con un linguaggio universale. Il verso sull’“uccello che canta nel buio” diventa una delle metafore più potenti: anche quando regna l’oscurità, c’è sempre una voce capace di rompere il silenzio e ricordarci che la speranza non muore. È la natura che insegna la più grande delle lezioni: la vita continua a fiorire anche dentro la notte, e noi possiamo specchiarci in essa per ritrovare fiducia.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

AGOSTO

Fu il giorno più bello dell’estate,
Ora, di fronte alla casa silenziosa
Tra il profumo e il dolce canto degli uccelli
Suona perduto per sempre.

 

 

In quest’ora dal suo corno ricolmo
Versa con voluttà in rosso sfarzo
L’estate i suoi raggi d’oro
E festeggia l’ultima sua notte.

 

 

 

Agosto è una poesia di Hermann Hesse che possiamo considerare un piccolo gioiello lirico, che sintetizza e mette in evidenza, attraverso l’atmosfera del mese estivo che accompagna alla fine dell’estate, tutta la malinconia e la bellezza di una stagione felice che si chiude nel suo massimo splendore, mentre già si avverte il presagio del tempo che passa e si dissolve. Hesse inizia con un tono che trapela malinconia. Quel giorno, il più bello, è già passato. Non lo vive, lo ricorda. E lo fa da una casa silenziosa, simbolo sia di un presente più quieto e riflessivo, sia della distanza emotiva con cui si osservano i momenti felici solo dopo che sono finiti. L’esperienza sensoriale è potente, profumi e canti si intrecciano in un quadro vivo. Ma quel giorno “suona perduto per sempre”. Il verbo suonare richiama la musicalità dell’istante, è un’eco, un’armonia svanita che continua a risuonare nella memoria.
Poi la scena diventa mitologica. L’estate è una divinità generosa che, attraverso un corno dell’abbondanza, sparge luce, bellezza, calore. L’uso dei termini voluttà, sfarzo, oro sottolinea la sensualità del momento. È l’apice dell’esperienza emotiva, che proprio nel suo culmine comincia a dissolversi. Non c’è un addio cupo, ma un’estrema celebrazione. È l’ultima notte, vissuta con intensità e consapevolezza. Proprio perché sta finendo, quella gioia si fa ancora più bruciante e memorabile. In questo Hesse anticipa uno dei suoi grandi temi futuri: la bellezza è inseparabile dal suo svanire. È un addio lieve, che lascia però nell’anima del lettore una traccia eterna: la consapevolezza che la felicità vera è irripetibile, e proprio per questo profondamente vera.

 

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

Il gruppo scultoreo del Laocoonte è forse il più magnifico che è giunto sino a noi dall’antichità; le cronache raccontano che Michelangelo Buonarroti, accorso a vedere degli scavi, abbia visto estrarre quest’opera del terreno e se ne sia innamorato a prima vista.
La scultura che conosciamo è una copia romana in marmo, mentre l’originale greco, probabilmente in bronzo, è andato perduto, fuso per fabbricare armi: una sorte comune per le statue greche, ma che in questo caso sembra quasi un’eco della storia di Laocoonte e del suo tentativo di salvare Troia.

 

Il racconto descritto da quest’opera è tanto semplice quanto struggente, l’ennesima dimostrazione di quanto gli dèi greci fossero vendicativi.
L’Eneide ci narra che, quando i Greci portarono il Cavallo di Troia davanti alle mura della città, Laocoonte, sacerdote di Apollo (o, secondo alcune versioni, di Poseidone), cercò di avvertire i concittadini, sicuro che fosse un inganno di qualche sorta. Pallade Atena, la quale nella guerra era dalla parte dei Greci, lo azzittì scagliandogli contro due enormi serpenti marini, che emersero dal mare e stritolarono lui e i suoi due figli.

 

 

Il gruppo scultoreo ritrae questo momento drammatico: il corpo di Laocoonte è contratto dal dolore, mentre uno dei serpenti gli morde il fianco. Uno dei suoi figli, sta cercando invano di liberarsi, mentre l’altro giace con la testa reclinata all’indietro, colto nel momento in cui la vita sta per lasciarlo.
È un’opera di notevole maestria, non solo per l’equilibrio di vuoti e volumi, perfettamente bilanciato, e per l’incredibile dovizia di particolari: questi sono, dopotutto, i motivi per cui ai Romani tanto piacquero le statue greche, tanto da replicarle sistematicamente per averne copia.

 

 

 

I muscoli del corpo di Laocoonte sono contratti, tesi allo spasimo, la torsione delle sue membra è quasi dolorosa da vedere, mentre per contrasto il figlio semincosciente pare già abbandonato alla morte, nonostante quella mano ancora posata sulla testa del serpente che gli sta insinuando il costato; anche l’altro figlio è in preda al dolore, sembra non riuscire a comprendere come sia possibile che anche suo padre, così grande e forte, possa essere in preda ad una tale sofferenza, impotente di fronte a questa punizione divina.

 

 

 

Ma il particolare che più colpisce, in quest’opera, è l’espressione di Laocoonte: l’artista coglie il suo volto sull’orlo di un urlo, di dolore e disperazione. Per la condanna della sua città, per la perdita dei suoi figli, per la vana perfidia vendicativa degli dèi, che per capriccio possono compiere simili atrocità

 

 

 

 

L’espressione del suo viso è stata definita dagli storici dell’arte una rappresentazione del concetto del sublime Kantiano: noi tutti usiamo il termine “sublime” come superlativo assoluto di “bello”, ma Kant vi pone un’altra accezione. Sublime è sì un bello all’ennesima potenza, ma non necessariamente qualcosa di positivo: sublime è la potenza del mare in tempesta, la corsa irrefrenabile della lava di un vulcano in eruzione, la carica distruttiva di un forte terremoto. È qualcosa che ci stupisce, e al contempo ci riempie di sentimenti contrastanti: l’amore per qualcosa di meraviglioso e il timore di fronte ad una potenza che è così incommensurabile da non poter essere del tutto compresa.

 

Il volto di Laocoonte è immortalato nell’istante appena precedente ad un urlo che sappiamo essere straziante, possiamo quasi sentirlo salire lungo la sua gola contratta, è una frazione di secondo precedente al momento in cui il suo volto si distorcerà in una smorfia insopportabile. Il perfetto equilibrio di sublime, che tocca nel profondo e ci lascia un po’ cambiati, un po’ cresciuti dopo aver assistito a qualcosa di così straordinariamente meraviglioso e terrificante.

Beatrice Fiorello

 

MGF

STAGIONI

Chi ha dimenticato l’inverno
Non merita la primavera,
Chi ha dimenticato la campagna
Non deve camminare in città.

 

 

 

La ragazza usciva sola
E amava camminare in silenzio:
Siccome non portava il cappello
Riusciva sgradita alla gente.

 

 

 

Le sue spalle curve e magre
Dicevano: io non voglio nessuno;
Io voglio soltanto
Camminare in città.
Chi non riconosce il volto
Della passione, non deve
Non deve esistere al mondo.

 

La ragazza che fumava, sdraiata
Sul divano, che taceva sola,
Non bisogna dimenticarla
Se pure è finito il suo tempo,
Se il suo corpo ha dato dei figli
Come una donna può fare.
Chi ha veduto il cielo al tramonto
Non deve dimenticare il mattino,

 

 

Poiché la vita che ci è data
È questa: morire e nascere,
Nascere e morire, ogni giorno.

 

 

 

 

La ragazza che usciva in silenzio

Non c’è più, ma forse i suoi figli,
Nati dal suo corpo, un giorno
Vorranno uscire da soli,
In silenzio, a sfidare la gente.

 

 

 

 

Stagioni fu scritta da Natalia Ginzburg  agli inizi del 1941, mentre si trovava a Pizzoli, in Abruzzo, dove seguì il marito Leone Ginzburg, che vi era stato mandato al confino politico. Fu pubblicata sulla rivista Darsena Nuova nel 1946.
Stagioni è una poesia sul rispetto della propria storia, sulla dignità del dolore, sulla libertà individuale e sulla continuità tra le generazioni. È anche un inno sommesso ma potente alla dignità e all’identità femminile. La ragazza che sfidava la società diventa madre, ma non perde valore, il suo spirito vive nel desiderio di libertà dei suoi figli.
Stagioni inizia con un chiaro invito alla memoria “Chi ha dimenticato l’inverno/Non merita la primavera” dove è chiaro il riferimento al fatto che bisogna sapere imparare dalle esperienze negative, alle sofferenze che la vita pone davanti. E quindi per rinascere, la primavera appunto, per ritrovare la gioia, la felicità, la serenità bisogna appoggiarsi a ciò che è stato.
Poi protagonista diventa la “ragazza” e qui si evince che fa riferimento alla sua vita passata, e dalle caratteristiche che l’autrice esprime della giovane emerge lo spirito ribelle, libero e allo stesso tempo fragile e vulnerabile.
E’ come se l’autrice volesse rivendicare la voglia di manifestare la sua esistenza, di ribellarsi alle condizioni di annullamento che molte volte la società impone e affermare sé stessa così com’è.
L’ultima parte della poesia si apre a una visione più ampia, la ragazza ha avuto figli, è cambiata, eppure non va dimenticata. Il suo spirito vive forse nei figli che un giorno “vorranno uscire da soli, / in silenzio, a sfidare la gente.” La vita è presentata come un ciclo continuo di “morire e nascere”, ogni giorno, in un eterno ritorno dove ogni stagione ha un senso e una dignità.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF