APPENDICE I

Mi ritrovo in questa stanza
col volto di ragazzo, e adolescente,
e ora uomo. Ma intorno a me non muta
il silenzio e il biancore sopra i muri
e l’acque; annotta da millenni

 

un medesimo mondo. Ma è mutato
il cuore; e dopo poche notti è stinta
tutta quella luce che dal cielo
riarde la campagna, e mille lune

 

non son bastate a illudermi di un tempo
che veramente fosse mio. Un breve arco
segna in cielo la luna. Volgo il capo
e la vedo discesa, e ferma, come
inesistente nella stanca luce.

 

E cosi la rispecchia la campagna
scura e serena. Credo tutto esausto
di quel perfetto inganno: ed ecco pare
farsi nuova la luna, e – all’improvviso –
cantare quieti i grilli il canto antico.

 

Nella poesia ricorrono quelli che saranno i nuclei tematici dell’opera di Pasolini: il senso tragico della storia, l’innocenza perduta dell’infanzia e del mondo contadino, poesia e lingua come uniche ancore di salvezza.
La poesia inizia subito con un dichiarato intento da parte dell’autore: quello di riflettere sulla propria esistenza e dell’accorgersi di essere diventato tutto d’un tratto da adolescente a uomo. A non mutare, però, è ciò che lo circonda, il paesaggio intorno a lui e in generale il mondo. Ciò che è mutato davvero è il suo cuore, il suo sentimento interiore, a cui si affianca la consapevolezza di vivere un tempo che non è suo, che non gli appartiene.
L’attenzione del poeta si rivolge quindi alla luna, “ferma, come inesistente nella stanca luce” che illumina la campagna, dando la sensazione ingannevole che tutto sia sereno e tranquillo. Ma, all’apparenza, la luna sembra farsi nuova, generando “il canto antico” dei grilli fino ad allora quieti.
Il componimento si snoda nella continua antitesi fra dentro e fuori, tra percezione soggettiva e estraneità oggettiva del mondo, tra individuo e natura attraverso il gioco cromatico di alternanza tra luce e buio e attraverso la dimensione atemporale del mondo contrapposta alla temporalità dell’io che percepisce l’esterno in modo nuovo, disilluso. Sono bastate poche notti al poeta per non credere più alla bellezza della natura il cui colore ormai è sbiadito; molte notte invece non sono bastate a illuderlo di poter possedere il suo tempo.
La vita della luna, che disegna un arco nel cielo per poi discendere e arrendersi stancamente, cedendo il passo alla campagna scura e serena, fa parte dell’inganno perfetto della natura.
Ma all’improvviso sembra nascere una nuova luna e sembra che i grilli cantino il canto antico. La conclusione rappresenta una nuova illusione che spezza il silenzio della stanza e rende il poeta testimone del mistero della vita della natura, ridestando la solitudine di vivere, un motivo assai caro al poeta.

PIER PAOLO PASOLINI


Nasce nel 1922 a Bologna ma trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel nord Italia, in particolare a Casarsa, in Friuli (regione di origine della madre). Non ha un’infanzia molto serena a causa dei contrasti con il padre che preferisce il fratello Guido rispetto a lui: tutto ciò sarà alla base di un profondo conflitto edipico che lo segnerà per tutta la vita.
Il 1945 è un anno nodale: viene messo in carcere a causa del suo attivismo antifascista, perde il fratello Guido, partigiano. Nell’autunno dello stesso anno però, si laurea in lettere all’università di Bologna, con una tesi su Pascoli, autore che ammira per lo sperimentalismo linguistico.
Finita l’università, inizia a insegnare in una scuola media in Friuli e diventa segretario di sezione del PCI. Accusato di atti osceni in luogo pubblico e di abuso di minori, subisce un processo e l’espulsione dal PCI e dall’insegnamento. Durante il processo rende nota la sua omosessualità e a seguito di ciò, il padre lo ripudia. L’unica a rimanergli accanto è la madre, che lo segue a Roma. Superati i primi anni di difficoltà economiche egli comincia a insegnare in un parificato. A Roma conosce molti intellettuali, entra nel mondo del cinema e scrive uno dei suoi romanzi più conosciuti, “Ragazzi di vita”, una storia controversa per cui ancora una volta subirà un processo per pornografia. Molti sono gli intellettuali che in questi anni difficili gli sono vicino, tra cui Contini, Ungaretti e Calvino. Nel 1955 fonda con alcuni amici “L’Officina”, una rivista aperta allo sperimentalismo formale e politicamente impegnata nella quale tratta le più attuali e impellenti tematiche sociali: dai cambiamenti prodotti dallo sviluppo economico da parte delle masse popolari (sempre più omologate dal sistema capitalistico, dal consumismo e dalla televisione) alle nuove forme di organizzazione industriale, alla delusione per la fine del clima eroico della resistenza e al conformismo dominante anche nei partiti di sinistra.
Nella notte del 2 novembre 1975 Pasolini, al culmine di una notorietà legata anche al suo anticonformismo, viene ucciso sul Lido di Ostia. Ancora oggi è aperta l’inchiesta.

Fonte: Libreriamo.it

MGF

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché lo aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva ricevuto la stessa risposta:
“Quella strada lì? Non va in nessun posto. E’ inutile camminarci”.
“E fin dove arriva?”. “Non arriva da nessuna parte”.
“Ma allora perché l’hanno fatta?”. “Non l’ha fatta nessuno, è sempre stata lì”.
“Ma nessuno è mai andato a vedere?”. “Sei una bella testa dura: se ti diciamo che non c’è niente da vedere…”.
“Non potete saperlo se non ci siete mai stati”.

Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo Martino Testadura, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce e ben presto cominciarono i boschi.
Cammina cammina la strada non finiva mai, a Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane.

Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello e a un balcone una bellissima signora che salutava con la mano.

Spinse il cancello, attraversò il parco e sulla porta trovò la bellissima signora. Era bella, vestita come una principessa e in più era allegra e rideva: “Allora non ci hai creduto”.
“A che cosa?”. “Alla storia della strada che non andava da nessuna parte”.
“Era troppo stupida e secondo me ci sono più posti che strade”. “Certo, basta aver voglia di muoversi. Ora vieni ti farò vedere il castello”.

 

C’erano più di cento saloni zeppi di tesori. C’erano diamanti, pietre preziose, oro, argento e ad ogni momento la bella signora diceva: “Prendi, prendi quello che vuoi… Ti presterò un carretto per portare il peso”. Martino non si fece pregare e ripartì col carretto pieno.
In paese, dove l’avevano già dato per morto, Martino fu accolto con grande sorpresa.
Scaricato il tesoro il carro ripartì. Martino fece tanti regali a tutti e dovette raccontare cento volte la sua storia. Ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere cavallo e carretto e si precipitava giù per la strada che non andava da nessuna parte.

 

Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro, con la faccia lunga per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco in un mare di spine. Non c’era né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova.

 


In questa fiaba moderna scritta da Gianni Rodari e appartenente alla raccolta Favole al Telefono (1962), la morale tradizionale viene ribaltata e la trasgressione del giovane Martino che, solo, ha il coraggio di percorrere una strada nuova, non viene punita ma ricompensata.

Un piccolo/grande insegnamento di vita racchiuso in una favola fresca e coinvolgente: trovare il coraggio e la determinazione per intraprendere qualcosa che mai nessuno ha fatto prima di noi, “perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

 

MGF

CEDRI

I miei occhi di bambina videro
– già molti anni addietro – elevarsi
fino alle nuvole un volo
di verde progressivo
che l’aria intorno
riempiva di balsamo
con tranquilla insistenza.

 

Il silenzio si percepiva come una
musica interrotta all’improvviso,
e nel mio petto cresceva
lo stupore.
La voce del padre, allora,
si piegò al mio orecchio
per dirmi, sottovoce:
“Sono i cedri del Libano
figlia mia.

 

Da mille anni, forse
da due volte mille, essi crescono
ai piedi di Dio.
Conserva la loro immagine
nella mente e nel sangue.
Non dimenticare mai
che hai osservato da vicino
la Bellezza”.

 

E da quel momento
così lontano,
qualcosa in me si rinnova
e trema
quando incontro nelle pagine
di un libro
la loro memorabile immagine.

 

 

 

MEIRA DELMAR

Olga Isabel Chams Eljach – meglio conosciuta con lo pseudonimo Meira Delmar – nacque a Barranquilla, Colombia, il 21 agosto 1922 e morì sempre a Barranquilla il 18 marzo 2009. Fu poetessa e insegnante.
Discendente da emigrati libanesi, crebbe in un ambiente culturale stimolante e ricevette una solida formazione accademica. Studiò latino e musica alla Universidad del Atlántico e belle arti in Italia. La sua passione per la scrittura emerse presto, e durante gli anni ’40 e ’50, contribuì attivamente al movimento letterario noto come “Generazione del ’48” in Colombia.
La sua poesia si distingue per la profondità emotiva, l’introspezione e la sensibilità nei confronti dell’amore, della natura e delle sfide della vita. I suoi versi sono spesso carichi di simbolismo e riflessioni filosofiche. Tra le sue opere più celebri si trova il suo primo libro di poesie, Óleo de mujer con sombrero (1949), che ottenne un notevole successo e contribuì a consolidare la sua reputazione come poetessa di talento.
Meira Delmar trascorse parte della sua vita all’estero, in Paesi come Messico, Francia e Stati Uniti, dove ebbe modo di entrare in contatto con altre influenze culturali che arricchirono ulteriormente la sua opera poetica. Durante il suo soggiorno in Francia, fece parte del gruppo surrealistico e scrisse opere influenzate da questa corrente artistica.
Nel corso della sua carriera, Meira Delmar ricevette vari riconoscimenti, tra cui il Premio Nacional de Poesía nel 1979 e il Premio Nacional de Literatura nel 1997. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue, consentendo al suo lavoro di raggiungere un pubblico internazionale.

Non si sposò mai perché, secondo le sue stesse parole, “aspettava l’amore, e non è mai arrivato”. La ricompensa a questa assenza tuttavia fu non solo la fortuna di avere grandi amici, ma anche l’ispirazione che fece di questa attesa il filone d’oro della sua poetica, attraversata da una sensualità di fondo: così ha analizzato i percorsi dell’amore e dell’oblio, descrivendo la vita con toni pacati e una gozzaniana nostalgia per ciò che non può essere. Della sua poesia la scrittrice colombiana Águeda Pizarro ha detto che “si legge come si osserva un tramonto sul mare. Ci illumina con il ricordo del giorno passato e della coscienza, tornasole come lo è il tramonto della notte che segue”.

MGF

FILASTROCCA DEL MESE DI GIUGNO

 

Filastrocca del mese di giugno,
il contadino ha la falce in pugno:
mentre falcia l’erba e il grano
un temporale spia lontano.

 

 

Gli scolaretti sui banchi di scuola
hanno perso la parola:
apre il maestro le pagelle
e scrive i voti nelle caselle…

 

Signor maestro, per cortesia,
non scriva quel quattro sulla mia:
Quel cinque, poi, non ce lo metta
sennò ci perdo la bicicletta:
se non mi boccia, glielo prometto,
le lascio fare qualche giretto.

 

In Filastrocca del mese di giugno, Gianni Rodari mette in scena il rito annuale dei voti o giudizi di fine anno che per gli studenti segna le sorti delle vacanze estive.
Rodari unisce i ritmi della campagna e quelli della scuola, raccontando con rime e ironia un momento cruciale dell’anno: la fine dell’anno scolastico. Ma questa poesia, all’apparenza semplice e leggera, ci parla ancora oggi con straordinaria attualità.

Il Maestro d’Italia inizia la filastrocca facendoci vivere l’arrivo di giugno. Come stesse girando un film la prima inquadratura di Rodari va fuori dalla finestra di una scuola. Protagonista di questa scena è “il contadino che ha la falce in pugno: mentre falcia l’erba e il grano” e, allo stesso tempo, come sempre accade nel mese di giugno, si sente in lontananza il tuono che annuncia il temporale.
Giugno quindi trova rappresentazione immediata attraverso l’immagine tipica dei campi con i contadini in piena operosità e il fattore meteo, dove i temporali annunciano l’arrivo dell’estate.

È una fotografia del duro lavoro, della fatica e della dedizione dei contadini intenti a gestire la terra, contrapposta alla vita “più facile” degli alunni in classe. Il temporale è anche l’insidia del doversi affrettare a lavorare e raggiungere gli obiettivi, pena vedere il loro lavoro andare in fumo. Per certi versi quest’attimo dipinge il futuro dei ragazzi che non avranno buoni voti. L’estate non sarà per loro rosa e fiori, ma quella scena rurale, temporalesca, segna inevitabilmente un momento delicato nel destino di ogni alunno: lavoro e fatica o vacanza e divertimento.

Gianni Rodari, come un grande regista, dal quinto verso della poesia, sembra girare la “cinepresa” e fa entrare i veri protagonisti del componimento: “gli scolaretti”.

Siamo dentro una classe. La tipica vivacità degli alunni sembra essere svanita: “gli studenti hanno perso la parola”: è arrivato il momento in cui l’insegnante prepara la pagella di fine anno.
L’arroganza e la presunzione degli studenti sembrano sparire.  Sarebbero disposti a tutto per evitare “quel quattro o quel cinque” e quindi la bocciatura. Uno degli “scolaretti” con fare deciso si fa portavoce dell’intera classe. Prega l’insegnante di evitare i brutti voti (o giudizi negativi). Se il maestro giudicherà negativamente l’operato annuale dell’alunno, questi perderà la sua tanto desiderata bicicletta.

Il maestro d’Omegna a questo punto introduce quello che possiamo definire il male italico, fin dai tempi in cui scrisse questa amabile filastrocca. L’alunno con l’innocenza (o forse la malizia, sarebbe più giusto dire) di chi non si sta rendendo conto vuole “comprare” il maestro, proponendogli qualcosa di molto ambito: la possibilità di poter fare i giretti con la sua bici. Gianni Rodari è davvero geniale. In una filastrocca così simpatica e originale il grande poeta offre un messaggio educativo di grande rilievo. L’acculturamento ha un valore troppo alto per poter essere comprato. Qualsiasi proposta, anche se l’insegnante accettasse di salire sulla bici del ragazzino, sarebbe inutile, perché a perderci sarebbe proprio l’alunno che ha nella scuola la possibilità più grande. Non si può ottenere nulla in cambio di un favore, ma serve sacrificio e volontà per raggiungere i risultati nella vita.

Ecco perché, riteniamo Rodari un grande genio rivoluzionario. Anche in questa filastrocca ha saputo evidenziare un aspetto fondamentale per l’educazione e la formazione culturale dei bambini e dei ragazzi.

 

MGF

 

Regia di Pablo Larraín – Germania, USA, Emirati Arabi Uniti, Italia, 2024 – 123′
con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher

 

 

 

 

 

 

MENTRE LA CALLAS STAVA SVANENDO, RESTAVA SOLO “MARIA”

Il regista cileno Pablo Larraín ha presentato all’81ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2024), il suo terzo ritratto femminile dedicato a una donna celebre e iconica del XX secolo, segnata però da una storia tragica, tra solitudine e scontro con il mondo mediatico. Dopo le sofisticate istantanee dedicate a Jackie Kennedy e Diana Spencer – “Jackie” (2016), “Spencer” (2021) -, arriva “Maria” sulla diva della lirica Maria Callas. Non un biopic piano e convenzionale, ma un ritratto della diva sulla soglia della morte, stanca e sola, che riavvolge il nastro dei ricordi e delle emozioni di un’intera vita, compresi i traumi che ne hanno segnato il percorso. Interprete su cui poggia la struttura narrativa è la Premio Oscar Angelina Jolie, che con questo film prova a riprendersi la scena a Hollywood. A completare il cast Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher nei panni dei fidati collaboratori della Callas, Ferruccio e Bruna.
Settembre 1977, Maria Callas si è ritirata dalle scene. Vive nel suo appartamento di Parigi avvolta dalle cure dei suoi collaboratori Ferruccio e Bruna. Sono giorni di tormento, che la diva cerca di attenuare con l’aiuto dei farmaci. I numerosi successi sul palcoscenico la tengono in vita, la spronano a sognare di tornare ancora una volta a cantare in pubblico. Nel mentre, si concede a una lunga intervista in cui lascia affiorare lampi di carriera, parentesi familiari ad Atene e pagine di amore tormentato con l’armatore Aristotele Onassis…
“Maria Callas – ha dichiarato il regista – [è] la più grande cantante lirica di tutti i tempi (…). Questa è la storia dei suoi ultimi giorni, una celebrazione raccontata attraverso i ricordi e gli amici, e soprattutto attraverso il suo canto”. Del film di Larraín colpiscono anzitutto la costruzione narrativa, che poggia sulla valida sceneggiatura di Steven Knight: scandagliando umori, fantasmi e fragilità della Callas nell’ultimo valzer prima della morte, fa riaffiorare dal passato memorie e ricordi come suggestioni oniriche. Memorie spesso giocate in uno splendido bianco e nero. La regia di Larraín gira come sempre solida e avvolgente, forte anche di una chiara esperienza in questa tipologia di racconti biografici segnati da originalità, introspezione e raffinatezza. Angelina Jolie veste gli abiti della Callas con grande attenzione e rispetto, provando a uscire dal perimetro della facile mimesi fisica per spingersi ad abitare stati d’animo lividi e dolenti di una creatura luminosa assediata da troppe ombre e angosce. La Jolie descrive l’affanno interiore della Callas e al contempo lascia librare il suo straordinario talento artistico.
Infine, sotto il profilo stilistico è da lodare la scelta del regista di concedere ampio spazio alla componente musicale, alle varie arie interpretate dalla soprano. E anche se tutto nel film non sempre procede in maniera fluida o convincente, si coglie con chiarezza il desiderio di fondo di rendere omaggio a una grande artista che si è spenta troppo presto, in un bozzolo di solitudine.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Arte, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Malattia,
Metafore del nostro tempo, Morte, Musica, Psicologia, Solidarietà, Storia


Pablo Larraín continua ad arricchire il suo personale Olimpo glamour di figure femminili novecentesche, tutte legate da alcuni tratti comuni: l’instabilità dei rapporti amorosi e una testarda determinazione nel sottolineare la loro centralità dentro le storie, grandi e più piccole che hanno abitato.


“C’è il teatro nella mia testa”, dice sempre Maria, ed è un palcoscenico anche questo film, dalla prima all’ultima scena, dove le quinte si aprono e si chiudono per mostrare, come dice il medico tapino che la Callas mette costantemente alla porta, che è tutta una questione di vita e di morte, ma che a teatro la vita e la morte coesistono sempre, sono finte, sono verissime.


Per portare sullo schermo questo dramma ci voleva una grande attrice. Se, su carta, Angelina Jolie, per la scarsissima somiglianza con la vera cantante, non sembrava la scelta più adatta, su schermo tutto cambia. Erano anni che l’interprete non brillava così al cinema.I movimenti delle mani, i respiri e soprattutto gli occhi della Jolie sono magnetici e strazianti. Nel finale, in un crescendo di dolore, è difficile non commuoversi. Questa potrebbe essere la prova migliore di tutta la sua carriera.


Recensioni
3,4/5 MYmovies
3,2/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum

 

MARIA CALLAS, LA PIÙ GRANDE VOCE LIRICA DELLA STORIA

 

«Esiste il prima Callas e il dopo Callas» disse un giorno il regista Franco Zeffirelli. «Era quasi una persona immortale incarnata nell’arte lirica» aggiunse in seguito il maestro Riccardo Muti.
Maria Callas – al secolo Maria Anna Sofia Cecilia Kalogheropoulos – nasce a New York il 2 dicembre 1923. I suoi genitori, George ed Evangelia, erano immigrati greci che, al momento del battesimo della figlia, accorciarono il loro cognome in Callas. Più forte del destino – aveva 5 anni quando venne investita da un’auto: rimase in coma per circa un mese – a 7 anni la piccola Maria inizia a prendere lezioni di piano classico mostrando di avere un innato lato artistico e musicale. Maria si dimostrò abile nel canto drammatico: grazie a quella voce, sua mamma Evangelia spinge la figlia a intraprendere la carriera vocale.

Nel 1937, in piena adolescenza, Maria raggiunge la Grecia a seguito della separazione dei genitori. Lei segue la madre e la sorella ad Atene, ed è proprio nella capitale greca che la Callas inizia a studiare canto con Elvira de Hidalgo in un famoso conservatorio. Ancora studentessa, Maria esordisce sul palco nel 1939 in una produzione scolastica di Cavalleria Rusticana mandando in visibilio il pubblico. Nel 1941 interpreterà il suo primo ruolo importante in Tosca: fu un successo strepitoso.

 

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Callas fatica a trovare ruoli, anche perché viene accusata di collaborazionismo poiché aveva cantato anche con compagnie dirette da tedeschi e italiani. A metà degli anni Quaranta torna così a New York dove il tenore Giovanni Zenatello nell’agosto del 1947 la scrittura per la Gioconda di Ponchielli all’Arena di Verona. Pur non rivelandosi un grande successo, quel ruolo fu per Maria l’occasione di incontrare l’industriale Giovanni Battista Meneghini che si innamora di lei a prima vista. L’uomo si propone di farle da manager, una scelta vincente: grazie alla loro unione, la Callas diventerà presto l’idolo di tutti i teatri. I due si sposano nel 1950.

 

Sebbene la sua voce affascinasse il pubblico – a tal punto di essere ribattezzata l’Usignolo greco – con l’aumentare della sua fama, la Callas sviluppò la reputazione di diva capricciosa ed esigente e fu soprannominata anche La Tigre.
Tra il 1952 e il 1954 Maria Callas interpreta 7 opere entrando nel mito. A colpire il pubblico – oltre alla sua voce unica (si diceva che fosse dotata di “tre voci”, per descrivere la sua eccezionale estensione vocale) fu anche il suo repentino cambiamento fisico: perse 28 chili. Da grassoccia e sgraziata divenne un simbolo di eleganza.

 

Nel 1954, la Callas fece il suo debutto americano in Norma alla Lyric Opera di Chicago. La parabola artistica e personale della Callas iniziò nel 1957, quando conobbe l’armatore greco Aristotele Onassis.
Tra i due nacque una relazione: la cantante trovò in lui quella leggerezza che mai visse da giovane.
Nel 1958 le vicende personali si intrecciarono ad alcune debacle artistiche dovute a un calo della voce e a diverse interruzioni delle sue esibizioni. Durante gli anni ’60, la voce di Maria Callas, un tempo stellare, iniziò infatti a vacillare sensibilmente. Sebbene si ritirò formalmente dalle scene all’inizio degli anni ’60, la Callas fece un breve ritorno ad esibirsi con la Metropolitan Opera a metà decennio. La sua ultima rappresentazione operistica fu in Tosca al Covent Garden di Londra il 5 luglio 1965, alla presenza della regina madre Elisabetta.

 

Ripetutamente tradita, nel 1968 Maria Callas si separò definitivamente da Aristotele Onassis quando quest’ultimo scelse di sposare l’ex first lady americana Jacqueline Kennedy. Tale epilogo causò un’inguaribile tristezza alla Callas che cominciò ad alternare periodi di depressione a momenti di sublime eccellenza artistica. Nel 1969 la soprano recitò nel film Medea, e si innamorò del regista italiano Pier Paolo Pasolini, che resterà sempre suo grande amico e un amore impossibile.

 

 

 

Il 16 settembre 1977, a soli 53 anni, Maria Callas morì improvvisamente e misteriosamente nella sua casa di Parigi in quello che si credeva fosse stato un attacco di cuore. Il suo arresto cardiaco era legato alla complicazione di alcune malattie che aveva avuto sin da bambina. Da tempo soffriva di insonnia e aveva sviluppato una dipendenza da metaqualone, un sedativo che dà effetti simili a quello dei barbiturici. Il suo cuore era a pezzi.

 

 

 

MGF