Regia di Emmanuel Courcol – Francia, 2024 -103′
con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco

 

 

 

 

 

DUE FRATELLI DIVISI DALLA VITA SCOPRONO L’ESISTENZA L’UNO DELL’ALTRO E IMPARANO A VOLERSI BENE ATTRAVERSO LA MUSICA.

Presentato al Festival di Cannes 2024 e alla 19ª Festa del cinema di Roma (2024), “L’orchestra stonata” (“En Fanfare”) è il terzo lungometraggio del regista e attore francese Emmanuel Courcol. Nel 2020 con “Un triomphe” il regista aveva raccontato la sofferenza, e il riscatto, di un attore caduto in disgrazia che si trova a mettere in scena uno spettacolo in prigione, storia vera che ha trovato la sua trasposizione in italiano in “Grazie ragazzi”, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Antonio Albanese. Courcol usa di nuovo un’espressione artistica, in questo caso la musica, per raccontare una storia di rapporti personali che vira sul sociale, intrecciando legami familiari, lavoro, opportunità e destino.
La storia. Il quarantenne Thibaut è un celebre direttore d’orchestra che un brutto giorno scopre di essere malato di leucemia. Facendo indagini sulla compatibilità dei familiari scopre di essere stato adottato e di avere un fratello di sangue, Jimmy, operatore di una mensa sociale che vive in provincia e suona il trombone nella banda comunale. Non potrebbero essere più diversi: il direttore è colto e raffinato, un filo saccente, Jimmy è scontroso, istintivo e orgoglioso, ma entrambi amano la musica. Dopo un iniziale, comprensibile, sbandamento emotivo – Thibaut si sente tradito dalla sua famiglia che gli ha nascosto l’adozione e Jimmy guarda con indifferenza, se non con astio, il fratello ritrovato, che nella lotteria delle adozioni sembra aver estratto il biglietto vincente – i due trovano un accordo: dopo il trapianto di midollo ognuno andrà per la sua trada. Tuttavia, superata l’emergenza, Thibaut, sentendosi immeritatamente favorito dalla sorte, vuole riparare all’ingiustizia e aiuta il fratello spronandolo ad esprimere il proprio talento musicale (scopre con immenso stupore, e un pizzico d’invidia, che Jimmy è dotato dell’orecchio assoluto) e lo convince ad accettare la direzione della banda musicale di cui fa parte, dandogli anche alcune lezioni.
Tra brani classici, jazz e marce, confessioni e rimpianti, alti e bassi, il rapporto tra i due fratelli cresce, ma il destino, ancora una volta, si mette in mezzo e spariglia le carte: a Jimmy non resta che regalare a Thibaut una travolgente e corale esecuzione del “Bolero” di Ravel.
A dispetto del titolo (italiano) “L’orchestra stonata”, Courcol ha diretto un’opera ben accordata, che alterna sapientemente dramma e commedia, in una scrittura misurata, empatica ed essenziale, pudica nel raccontare la malattia di Thibaut e l’infanzia difficile di Jimmy. Ed è il suo pregio, ma per certi versi anche il limite: molte piste aperte – c’è la crisi di un’azienda con la lotta degli operai per non perdere il lavoro – avrebbero meritato un maggiore approfondimento, ma sono proprio queste “divagazioni sul tema” a tenere il film lontano dal “già visto”, dalla lacrima facile, ma, attenzione, non dalla commozione. La perfetta interpretazione di Benjamin Lavernhe (Thibaut) e Pierre Lottin (Jimmy) fa il resto. “L’orchestra stonata” è una garbata commedia a vocazione popolare, nel senso più nobile del termine.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Disabilità, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Malattia, Musica, Solidarietà-Amore


L’amore per la musica a fungere efficacemente da cerniera, in un mosaico di brani che vanno da Ravel ad Aznavour passando per il jazz, e un discorso sul rapporto tra scelta e casualità (anche crudele) dell’esistenza che, evitando enfasi e pietismi, ha il coraggio di imboccare le vie meno facili e consolatorie.


…il grande cinema popolare, quello sorridente e commovente insieme, che arriva al pubblico senza essere melenso o troppo retorico. ‘En fanfare’ (così in originale) tiene insieme generi diversi e mette al centro la musica come insostituibile punto d’incontro/scontro tra due fratelli


Recensioni
3,7/5 MYmovies
3,5/5 Movieplayer
3,6/5 Sentieri selvaggi

 

LA MUSICA CLASSICA INCONTRA IL CINEMA

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (1968)

Al primo posto non può che esserci il capolavoro fantascientifico di Stanley Kubrick. Anno 1968, il regista del Bronx rivoluziona il genere. Sul bel Danubio blu di Johann Strauss accompagna la navicella alla stazione spaziale dove il dottor Floyd prenderà la coincidenza per la luna. Also sprach Zarathustra di Richard Strauss apre e chiude l’opera e inframezza di tanto in tanto quando c’è il colpo di genio.

 

 

 

APOCALYPSE NOW (1979)

Non c’è niente di meglio di Wagner per un attacco aereo nella giungla vietnamita. Con la Cavalcata delle Valchirie, Francis Ford Coppola regala al mondo intero una delle scene più famose e belle di Apocalypse Now. Come nella mitologia norrena, uno stormo di diavoli e demoni, in questo caso elicotteri e marines, si solleva da terra e raggiunge la meta da radere al suolo.

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (1984)

Nel momento in cui Noodles e la sua banda scambiano i bambini all’ospedale, la Gazza Ladra di Rossini guida i loro movimenti. Una delle pochissime volte in cui Leone si affida ad un autorità come Rossini e non a Morricone.

 

 

 

IL GATTOPARDO (1963)

La scena del ballo fra Claudia Cardinale e Burt Lancaster è a dir poco meravigliosa. Il ritmo di quell’intesa artistica nel salone dorato è scandito da Giuseppe Verdi e il suo Valzer brillante.

 

 

 

 

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (1991)

Hannibal Lecter (Hopkins) sta ascoltando un’aria di Bach, tratta dalle Variazioni Goldberg, quando due secondini si avvicinano alla sua cella per dargli un vassoio con la cena. Tutto è apparentemente calmo, ma sappiamo benissimo che la musica classica usata da Jonathan Demm ne Il silenzio degli innocenti serve a nascondere qualcos’altro: è naturalmente l’astuto piano del cannibale per fuggire.

 

 

 

SHERLOCK HOLMES: GIOCO DI OMBRE (2011)

Nel secondo episodio diretto da Guy Ritchie, si instaura maggiormente la geniale complicità del genio e l’odio fra Holmes (Downey Jr.) e il professor James Moriarty (Harris). I due astuti personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle, sono sempre a tanto così dall’uccidersi, o almeno da scontrarsi decisivo.
L’astuto Holmes, capisce che il suo rivale è astuto tanto quanto lui, quando fallisce nel suo intento di sventare l’attentato a Parigi e la bomba esplode lo stesso, lasciando il detective inglese sconsolato e il perfido Moriarty gongolante e soddisfatto. Il momento di tensione durante quel primo scontro, è scandito dagli istanti finali dall’opera di Mozart, Don Giovanni.

 

 

EXCALIBUR (1981)

Excalibur, film del 1981 diretto da John Boorman, il regista di Un tranquillo weekend di paura. Degna di nota è la scena della lunga cavalcata dei soldati e l’attacco sanguinario. In questo caso, i Carmina Burana di Carl Orff calzano proprio a pennello.

 

 

 

 

UP (2009)

Un gran pezzo di musica classica per uno dei film firmati Disney Pixar più belli che si potessero realizzare. Up è la storia di un povero vecchietto rimasto solo nella piccola casa dopo la morte dell’amata moglie. A scandire i primi minuti della giornata, dopo la sveglia mattutina, è il pezzo Habanera, tratto dalla Carmen di Bizet.

 

 

 

 

MGF

CANZONE DEL MESE DI MAGGIO

 

L’asino il re ed io
saremo morti domani
l’asino di fame
il re di noia
e io d’amore

 

 

Un dito di gesso
sulla lavagna dei giorni
traccia i nostri nomi
ed il vento fra i pioppi
chiama Asino Uomo Re

 

 

Sole di Feltro nero
già i nostri nomi sono cancellati
acqua fresca nei pascoli
sabbia delle Clessidre
rosa del rosso Rosaio
strada dello scolaro che s’attarda

 

 

L’asino il re ed io
Saremo morti domani
l’asino di fame
il re di noia
e io d’amore
nel mese di maggio

 

 

La vita è una ciliegia
La morte è il suo nocciolo
e l’amore un ciliegio.

 

 

 

L’amore fa rinascere, ma può anche toglierti tutto. Questo, insieme alla consapevolezza di una vita che ha inizio ma anche fine, è il tema di “Canzone del mese di maggio” di Jacques Prévert, un componimento potente, che con lo strumento delle immagini e dell’ironia ci racconta la visione di un poeta che ha saputo raccontare come pochi altri la forza inalienabile dei sentimenti umani.
Nel 1946, Jacques Prévert pubblica Histoires, una raccolta poetica che, insieme a Paroles, segna un punto di svolta nella poesia francese del dopoguerra. Tra le poesie più emblematiche di Histoires troviamo “Canzone del mese di maggio”, un componimento che incanta per la sua semplicità apparente e la profondità dei suoi significati. Le immagini evocate sono potenti e suggestive: l’asino, il re e l’uomo rappresentano tre figure simboliche che condividono un destino comune.
L’asino muore di fame, il re di noia e l’uomo d’amore, in un mese di maggio che diventa metafora della vita stessa. La poesia si chiude con una triade che sintetizza l’esistenza: “La vita è una ciliegia / La morte è il suo nocciolo / e l’amore un ciliegio. ”
Una conclusione che, con la sua apparente leggerezza, racchiude una riflessione profonda sulla condizione umana.
Prévert ci mostra come ogni essere vivente sia destinato alla morte, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità, bensì una forma di accettazione serena del ciclo della vita.
La poesia invita a vivere pienamente, ad abbracciare l’amore nonostante la sua fragilità, a trovare bellezza anche nella consapevolezza della fine.
In questo senso, “Canzone del mese di maggio” è un inno alla vita, un’esortazione a cogliere l’attimo e a riconoscere la poesia che si nasconde nelle piccole cose quotidiane.


JACQUES PRÉVERT

Non è riduttivo se lo si ricorda come poeta dell’amore, visto che in gran parte della sua produzione domina questo sentimento spontaneo e libero, visto come unica fonte di salvezza. Nato a Neuilly-sur-Seine il 4 febbraio 1900 e morto a Omonville-la-Petite l’11 aprile 1977, poco più che ventenne si trasferì a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, dove entrò in contatto con la corrente letteraria surrealista, che ebbe in André Breton il principale teorico.
Figlio di un impiegato municipale, lasciò la scuola a quindici anni, lavorando a Parigi nei grandi magazzini e poi, effettuato il servizio militare (1918-1921), nell’editoria. Frequentò circoli politici e letterari in cui l’antimilitarismo e l’anticlericalismo si accompagnavano all’esaltazione della poesia e della libertà d’espressione: in questo quadro si inseriscono la vicinanza al Surrealismo (1925-1929), il lavoro all’interno del gruppo di teatro militante Octobre (1932-1936) e la partecipazione alle lotte antifasciste del Front populaire (1936-1938).

Dopo aver pubblicato le prime poesie nel 1930, si dedicò al teatro e al cinema, scrivendo la sceneggiatura per grandi registi come Jean Renoir e Marcel Carné. Negli stessi anni compose i testi di numerose canzoni di Joseph Kosma, portate al successo da artisti famosi, quali Juliette Greco e Yves Montand.

La sua opera più celebre è Paroles, raccolta di liriche che ne mostra la straordinaria vena poetica, a cavallo tra simbolismo e surrealismo.

Fonte: Libreriamo.it

 

MGF

 

Regia di Robert Zemeckis – USA, 2024 -104′
con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany

 

 

 

 

 

ZEMECKIS È ANCORA AFFAMATO DI VITA E FIRMA UN’OPERA MALINCONICA E DOLCISSIMA SULL’ESISTENZA UMANA.

Un terreno preistorico, e la casa che sorgerà su quel terreno. Quella casa ospiterà generazioni di famiglie, dall’homo sapiens agli indigeni ai coloni, fino ad un nucleo domestico afroamericano contemporaneo. E nel salotto di quella casa scorreranno vite sempre diverse e sempre uguali, popolate da mariti, mogli, figli, nonni, nipoti.
Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo, racchiudendo tutti in uno spazio che è a tratti rifugio e a tratti trappola, scrigno fatato e camera mortuaria, luogo di creazione – di arte, di progenie, di speranze – o di quieta implosione e rimpianto, in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana.
L'”Here” and now, il qui e ora, diventa il qui e sempre, perché all’unità di luogo non corrisponde un’unità di tempo, anzi: il tempo viene frammentato, shakerato, disallineato e reso eterno nella sua ripetitività, riportando il percorso di innumerevoli famiglie che vivono in quell’unico luogo gioie e tragedie, nascite e lutti, e quel numero limitato di Giorni del Ringraziamento e Natali che scandisce il tempo, per tutti noi, all’interno del cerchio della (nostra) vita. “Il tempo vola”, ripeterà un personaggio, e in un attimo quello che sembrava infinito diventa momentaneo. E forse ci diremo: “Avrei voluto fare di più, con questi anni”
La sensazione, per lo spettatore come per i personaggi in scena, è insieme claustrofobica e familiare. Zemeckis crea la parabola struggente della vita, affrontando anche l’inevitabilità della morte che arriva improvvisa, mai come ce la saremmo aspettata. Dentro questa parabola c’è anche la summa del percorso cinematografico del regista, che si autocita infinite volte: attraverso le scatole di un trasloco marcate Allied, attraverso un Beniamino Franklin che cerca il fulmine come il Doc di Ritorno al futuro, o un pilota che rischia la vita come quello di Flight, e naturalmente attraverso la coppia centrale del film, interpretata da Tom Hanks e Robin Wright che erano il cuore tenero di Forrest Gump.
Il regista muove le sue figurine come in un diorama esistenziale per esorcizzare la paura di vivere, e soprattutto quella di morire: emblematica la scena in cui, in quella stanza che abbiamo osservato per tutto il film, non ci accorgiamo che c’è un corpo inanimato steso a terra, dentro quel rettangolo che chiamiamo vita.
Here è l’opera malinconica e dolcissima di un regista settantenne che è sempre stato affamato di vita, e che l’ha raccontata come un’avventura surreale (Ritorno al futuro), un mistero insondabile (Contact), anche una farsa legata alle nostre illusioni (La morte ti fa bella). I suoi protagonisti possono diventare cartoni animati senza colpa perché “disegnati così” (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), fantasmi (A Christmas Carol), marionette di legno desiderose di diventare esseri umani (Pinocchio). Alcuni si perdono (Cast Away) per ritrovarsi più consapevoli, altri diventano consapevoli scoprendo Le verità nascoste. E tutti camminano su un filo teso sopra al nulla (The Walk), in equilibro tra la vita e la morte, talvolta gettandosi nel vuoto nella speranza di trovare un appoggio sicuro (Allied – Un’ombra nascosta) perché la vita è incerta, ma ricca di possibilità.

Paola Casella – MyMovies


Inchiodandoci nello stesso angolo per quasi due ore come nessuno aveva mai fatto prima, Here sembra lanciare una provocazione allo spettatore e gli chiede di non rimanere immobile mentre la vita ci scorre davanti, perché gli attori di questa storia siamo noi.


Idea folgorante e messa in scena di assoluto impatto per una storia estremamente luminosa, in grado di dialogare immediatamente con il pubblico. Struttura originale che ruota attorno ad un punto d’osservazione fisso, portandoci a riflettere sulla vita, sullo spazio e sul tempo. Un’opera poetica, armoniosa e carica di bellezza.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Ciak Magazine
4/5 Sentieri selvaggi

 

L’UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN HERE

L’uso dell’intelligenza artificiale in “Here” per ringiovanire gli attori è solo la punta dell’iceberg di un film che, pur sfruttando le potenzialità della tecnologia, non perde mai di vista la bellezza delle emozioni umane.
Con il suo ultimo progetto il regista Robert Zemeckis spinge ulteriormente i confini di ciò che è possibile sul grande schermo, utilizzando la più avanzata tecnologia per ringiovanire i suoi protagonisti, Tom Hanks e Robin Wright, grazie all’intelligenza artificiale. Un’innovazione che non solo affascina, ma riscrive le regole della narrazione cinematografica.

 

“Here” è un film che non si limita a raccontare una storia, ma offre un’esperienza visiva senza precedenti, dove il tempo si svela in tutte le sue sfumature.
L’uso dell’IA in “Here” è una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontare una storia. La tecnologia, infatti, ha permesso di ottenere effetti di ringiovanimento (e invecchiamento) in tempo reale durante le riprese, un risultato che non sarebbe stato possibile con le tradizionali tecniche di CGI, che richiedono tempi più lunghi e costi più elevati. La compagnia Metaphysic, specializzata in trasformazioni facciali assistite dall’IA, ha sviluppato un sistema che ha consentito di “ringiovanire” e “invecchiare” i volti di Hanks e Wright, creando un effetto di continuità che, pur rimanendo fedele alla realtà, è riuscito a trasmettere l’illusione del passare degli anni in modo perfetto.

 

 

La sfida di Zemeckis era duplice: non solo utilizzare la tecnologia per ringiovanire gli attori, ma anche garantire che le loro performance rimanessero credibili e naturali. In un’intervista, Tom Hanks ha spiegato come il lavoro di preparazione fosse stato complesso. Ogni giorno, gli attori dovevano essere pronti a interpretare versioni di sé stessi in età diverse, passando dal giovane diciassettenne alla versione più adulta del personaggio, senza mai perdere la coerenza emotiva. Un lavoro che richiedeva non solo abilità attoriali, ma anche un’analisi profonda di come cambiano le persone nel tempo.

 

 

Il “de-aging” è diventato una pratica comune nell’industria cinematografica, ma “Here” si distingue per la sua cura nei dettagli. A differenza di film come “The Irishman” di Martin Scorsese, dove i movimenti del corpo degli attori non riuscivano a replicare quelli di un giovane, Zemeckis ha studiato minuziosamente anche come i personaggi si muovono nelle diverse fasi della loro vita.
“Here” non è solo un film tecnicamente straordinario, ma segna anche un punto di svolta nella relazione tra cinema e tecnologia.

 

 

L’uso dell’intelligenza artificiale nel processo di realizzazione non è solo una tendenza passeggera, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova era cinematografica, in cui la tecnologia diventa parte integrante del processo creativo. Con l’IA, infatti, è possibile esplorare nuove frontiere narrative, come quella della manipolazione del tempo e dello spazio, senza le limitazioni delle tradizionali tecniche di produzione.

 

 

L’uso dell’IA in Hollywood sta suscitando discussioni e controversie, soprattutto riguardo alla sua capacità di sostituire o modificare il lavoro umano. I sindacati degli attori, come il SAG-AFTRA, hanno imposto delle restrizioni sull’uso dell’IA, ma ciò non ha impedito agli studi di esplorarne le potenzialità. In “Here”, Zemeckis dimostra che l’intelligenza artificiale non è un sostituto dell’arte della recitazione, ma piuttosto uno strumento che può essere utilizzato per amplificare la capacità espressiva degli attori e per raccontare storie che prima sembravano impossibili da realizzare.

Fonte: cryptohack.it

 

MGF

SPECCHIO

 

Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.

 

 

E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

 

 

 

Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959, descrive in questa poesia l’esplosione di vita che trasforma la vegetazione.
Quel repentino cambiamento portato in natura dalla primavera e racchiuso bene in quel “ed ecco”, che introduce quello schiudersi delle gemme sui rami in apparenza secchi. Il tronco dell’albero che poco tempo prima sembrava morto, quasi ripiegato su se stesso, ora riprende vita. Ecco che un virgulto spacca la corteccia e spunta la gemma di un verde brillante, tenerissimo, ancora più splendente dell’erba, che ha ripreso a crescere nei prati prima desolati ed aridi.
È la vita che rinasce dopo il lungo letargo invernale e il cuore del poeta non prova più ansia (che il cuore riposa). Tutto questo, per Quasimodo, ha del miracoloso (e tutto mi sa di miracolo) e anche lui diventa parte della natura che si sveglia e rinasce in tutto il suo splendore per sentirsi quindi vivo e vitale.

Fonte: finestre sull’arte

 

MGF

Frate Leone era il primo discepolo di Francesco e quello a lui più vicino alla fine della sua vita.

 

Fu sacerdote presso Viterbo poi tra i compagni della seconda ora di Francesco d’Assisi. Fu vicino al Santo durante importanti momenti della sua vita, in particolare negli ultimi anni presso il Santuario della Verna.
Frate Leone, colto sacerdote e abile calligrafo, fu uno dei compagni prediletti da Francesco. Questi lo volle come suo confessore e segretario inseparabile, tanto da essere protagonista di molti episodi della vita del Santo. Frate Leone era amato da San Francesco per due virtù particolari, la semplicità e la purezza di cuore, per le quali venne chiamato dal Santo “pecorella di Dio”.

 

 

 

 

A lui San Francesco confidò la dimora della «vera e perfetta letizia», lo volle al suo fianco quando compose la Nuova Regola, e, dopo aver ricevuto le Santissime Stimmate sul Monte La Verna, elesse frate Leone, tra gli altri più semplice e più puro, lasciandogli vedere e toccare quelle sante piaghe.
A sottolineare il profondo legame tra i due, rimane come testimonianza anche la nota formula manoscritta della Benedizione che San Francesco dedicò a frate Leone, e la lettera che il Santo, in un anno imprecisato compreso tra il 1222 ed il 1226, scrisse a Frate Leone, suo prediletto che, in crisi di vocazione, aveva chiesto a Francesco di poterlo incontrare.

 

 

“A Frate Leone, frate Francesco tuo, salute e pace. Così ti dico, figlio mio, come una madre, che tutte le cose che ci siamo detti brevemente, in una parola, te le riassumo, dispongo e consiglio, e non serve che per avere consiglio tu venga a me.  Per cui ti consiglio: in qualunque modo ti sembri meglio piacere al Signore Dio e seguirne le orme e la povertà, fatelo, con la benedizione del Signore Dio e della obbedienza a me. Ma se ti è necessario, per la tua anima, e per tua ulteriore consolazione e forza, tornare da me: vieni”

 

La “chartula” della Benedizione a Frate Leone è certamente una delle reliquie più preziose conservate nella basilica di S. France­sco in Assisi. Si tratta infatti di un rarissimo autografo del Santo ( se ne trova solo un altro nel duomo di Spoleto), un foglietto scritto subito dopo la stigmatizzazione sul monte della Verna, nel settembre del 1224. Contiene, da un lato, il testo delle «Lodi di Dio Altissimo» e, dall’altro, la «Benedizione a frate Leone». Riporta anche ben visibile il “Tau”, simbolo con il quale Francesco si firmava.

 

 

«Benedicat tibi Dominus et custodiat te;
ostendat faciem suam tibi et misereatur tui.
Convertat vultum suum ad te et det tibi pacem.
Dominus benedicat frater Leo, te.»

«Il Signore ti benedica e ti custodisca,
mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.
Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore benedica te, frate Leone.»

 

Nota autografa: “Il beato Francesco scrisse di suo pugno questa benedizione per me frate Leone. Allo stesso modo fece lui, di sua mano, il segno del Tau con la sua base”.

Le parole di Francesco, musicate da L. Merlo, sono diventate uno dei più bei canti della chiesa cattolica.
Qui

https://www.youtube.com/watch?v=CN4toMq7G6Q

vi proponiamo la dolcissima interpretazione del Piccolo Coro dell’Antoniano.

E’ la nostra dedica al nuovo Pontefice Leone XIV, perché possa camminare, come fece frate Leone con il santo, sulle orme di Papa Francesco, mettendo al centro l’attenzione per gli ultimi, per la pace e per la speranza in un mondo di fratellanza.

 

Per saperne di più:

https://www.santiebeati.it/dettaglio/99337

https://www.assisiofm.it/news-come-andando-per-cammino-santo-francesco-parla-a-frate-leone-della-perfetta-letizia.html

 

MGF