Drammatico
Regia di Joachim Trier – Danimarca, Francia, Svezia, 2025
con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas

 

 

 

 

 

CON UNA CIFRA STILISTICA INCONFONDIBILE, TRIER DELINEA CON MORBIDEZZA E FLUIDITÀ LA COMPLESSITÀ DEI RAPPORTI FAMILIARI

Il regista norvegese Joachim Trier, classe 1974, ha diretto pochi film, lasciando già un segno come autore acuto e originale. Al 78° Festival di Cannes (2025) ha partecipato con “Sentimental Value”, conquistando il Grand Prix Speciale della Giuria. “Sentimental Value” è un film bellissimo, profondo e sorprendente, che mette a tema il rapporto padre-figlie come una pièce a metà tra teatro e set cinematografico.
La storia. Oslo oggi, due sorelle trentenni, Nora e Agnes, sono chiamate a fare ordine nella grande casa di famiglia dopo la morte della madre. Al funerale si presenta anche il padre Gustav, famoso regista cinematografico con cui le due hanno perso quasi del tutto i contatti. È soprattutto Nora a soffrire la presenza paterna, perché la associa a un momento di frattura interiore, che l’ha portata sull’orlo del precipizio. Il padre Gustav però è determinato, forse data l’età avanzata, a rimettere le cose in ordine, a riannodare i fili della memoria e del dialogo. Dopo anni di inattività ha scritto un nuovo copione, pensato proprio per Nora, che però non ne vuole sapere. La sceneggiatura affascina una giovane diva hollywoodiana, Rachel Kemp, che vuole convintamente la parte della protagonista…
Un film che colpisce per la sua sfaccettatura e stratificazione. “Sentimental Value” si muove tra palcoscenico e realtà, tra teatro, set e vita di una famiglia, con citazioni ai classici come “Il gabbiano” (1895) di Anton Čechov e suggestioni cinematografiche. Trier compone un’opera intima di raffinata eleganza e bellezza, ci racconta gli irrisolti di un anziano regista, che rilegge il suo passato e i traumi di infanzia, che hanno popolato la vecchia casa di famiglia a Oslo; un uomo che si sente quasi alla fine del suo percorso artistico ed esistenziale, ma a cui manca ancora un film, forse la sua opera migliore. Scrive un copione pensato per ritrovare la figlia, le figlie, scivolate via dalla sua vita per troppa distrazione o egoismo. Due donne che portano sulla pelle, nell’animo (soprattutto Nora), le cicatrici di un’infanzia complicata.
“Sentimental Value” apparentemente parla di morte, ma in verità si rivela un coinvolgente inno alla vita. Il film si apre con il funerale della madre di Nora e Agnes, ma anche con gli attacchi di panico di Nora in scena a teatro. C’è troppa sofferenza da gestire, da arginare. Il padre Gustav, poi, ha scritto una sceneggiatura che affonda le mani nella loro storia di famiglia, un copione che si avvita su un ingombrante suicidio. Sembra così la celebrazione della sconfitta della vita, della resa, ma quel copione così dolente è in grado invece di smuovere le roccaforti del dolore di Gustav, Nora e Agnes, di accorciare le distanze tra loro, riaccendendo la scintilla del dialogo, la luce della speranza. “Sentimental Value” è una raffinata e acuta poesia che parla di famiglia, resiliente oltre le cadute e gli affanni, che sa ascoltarsi e perdonarsi.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Anziani, Arte, Cinema nel cinema, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Mass-media, Metafore del nostro tempo, Morte, Teatro


La regia di Trier si muove con la consueta morbidezza e fluidità nelle transizioni fra gli spazi e i sentimenti, spesso interrotta da schermi al nero e brusche frenate musicali, e riproduce la natura caleidoscopica dei rapporti, mantenendo una raffinatezza compositiva rarefatta ed essenziale, ma mai algida o priva di pathos: anzi, il pathos gonfia lentamente con la progressione geometrica della narrazione.


Mentre il cinema si specchia nella famiglia e la famiglia nel cinema, Sentimental Value chiude il suo percorso con la consapevolezza che certe ferite non chiedono di essere guarite, ma comprese, osservate, magari archiviate in qualche stanza della memoria che ogni tanto si riapre da sola. Un film che parla di padri assenti, figlie presenti e case che sanno più cose di chi le abita, ricordandoci che il vero lascito emotivo non è ciò che scegliamo di tramandare, ma quello che continuiamo ostinatamente a portarci dietro, anche quando fingiamo di aver cambiato casa o film.


Il film del regista norvegese è un vero capolavoro, che si fa applaudire anche per il saggio di recitazione che tutti sanno dare, capace di trasmettere la forza della verità.

 

Recensioni
3,5/5 MyMovies
4/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Movieplayer
8,5/10 Everyeye Cinema

 

MEMORIE FAMILIARI: QUELLO CHE CI PORTIAMO ADDOSSO

 

La pedagogia ha riflettuto lungamente sul valore della memoria familiare, scardinandone la parvenza di un costrutto semplice, composto da eventi che si sedimentano, uno addosso all’altro, a formare cumuli di ricordi da trasferire tout court alle generazioni future.
Riflettere sulla propria esistenza, solleticare una memoria sopita, dare il giusto rilievo alle vicende affettive ed emotive del vissuto, sembrerebbe avere un enorme potenziale di autoformazione e di trasformazione, avviando riflessioni critiche e bellissime fioriture di ricerca di senso riguardanti la propria esperienza di vita.

 

 

Una riflessività preziosa, capace di apportare cambiamenti benefici nella vita di chi la sperimenta.
Ma cosa si ricorda, quando si ricorda? Quali possono essere considerate memorie generative, su cosa dobbiamo riflettere nel porre in essere l’educazione, affinché rientri nella questione ricordo come fonte di bellezza, e non di cruccio? C’è una nota poesia di Doroty Law Nolte, si chiama “I bambini imparano quello che vivono” e recita in questo modo:

 

 

Se il bambino vive nella critica, impara a condannare.
Se vive nell’ostilità, impara ad aggredire.
Se vive nell’ironia, impara la timidezza.
Se vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.
Se vive nella tolleranza impara ad essere paziente.
Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.
Se vive nella lealtà, impara la giustizia.
Se vive nella disponibilità, impara ad avere fede.
Se vive nell’approvazione, impara ad accettarsi.
Se vive nell’accettazione e nell’amicizia, impara a trovare l’amore nel mondo.

 

Con la semplicità di queste parole, la risposta si fa immediatamente chiara: i bambini, ma anche gli adulti, assorbono il contesto, costruiscono la propria storia sulla schiena dei vissuti.
E così accade una cosa semplice, ma non banale: all’interno della famiglia, ogni membro della coppia genitoriale chiamato ad educare, tenderà a riversare e trasmettere ai propri figli ciò che ha ricevuto nel suo contesto d’origine: aspetti culturali condivisi da quel gruppo di appartenenza, interiorizzati, rimasticati e rielaborati alla luce del proprio percorso, anche in modo implicito.

 

 

Doctor touched medical clamp a DNA molecule.

Ma non tutti i percorsi sono semplici e lineari. Può capitare infatti di arrivare a diventare genitori con grandi irrisolti personali, che si riversano inevitabilmente nella relazione, rendendola difficoltosa: non è qualcosa su cui possiamo non riflettere, non è un lavoro che può essere rimandato o peggio, delegato. Bisogna fare i conti con le proprie difficoltà, richiedere il giusto sostegno quando questo è necessario e soprattutto tenere sempre a mente la profonda valenza del contesto che offriamo e del modo in cui lo offriamo.

 

D’altra parte siamo la specie con il processo di crescita più lungo: i nostri piccoli maturano molto più lentamente dei cuccioli di cane o di scimpanzè, e sono dunque esposti più a lungo alle nostre intemperie, come anche al nostro sole.

Fonte: Socialacademy.com

 

MGF

DAVVERO, VIVO IN TEMPI BUI!

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!

 

Quando Brecht scrive questi versi, il mondo è immerso in una delle sue stagioni più oscure. L’ascesa del nazismo, la repressione politica, la guerra imminente, l’esilio, la persecuzione: tutto concorre a definire quei “tempi bui” di cui il poeta si sente testimone e vittima. Non si tratta soltanto di un’epoca difficile; è un tempo in cui i valori fondamentali sembrano capovolti, in cui la verità è minacciata e la dignità umana calpestata. L’espressione “tempi bui” possiede una forza simbolica straordinaria. Il buio è assenza di luce, e quindi di chiarezza, di orientamento, di speranza. Vivere in tempi bui significa trovarsi in una realtà in cui è difficile distinguere il bene dal male, la verità dalla propaganda, la giustizia dall’oppressione. È la condizione di chi avanza in un paesaggio morale oscurato, dove le certezze vacillano e la coscienza è continuamente messa alla prova.
Dopo le grandi tragedie del secolo, molti intellettuali si sono interrogati sul ruolo dell’arte di fronte all’orrore. È possibile continuare a scrivere poesie, a dipingere paesaggi, a celebrare la bellezza, quando il mondo è attraversato dalla barbarie? Brecht risponde che sì, è possibile, ma solo a condizione che l’arte non si trasformi in evasione.
La poesia non deve essere un rifugio che ci allontana dalla realtà, bensì uno strumento per comprenderla e affrontarla. Anche quando parla di alberi, deve farlo con la consapevolezza del tempo in cui nasce. Deve portare dentro di sé la memoria delle stragi, la coscienza della sofferenza, la tensione morale della storia.
In questo senso, i versi di Brecht definiscono una vera e propria etica della parola. La lingua non è mai neutrale. Ogni discorso si colloca in un contesto storico e sociale, e da questo contesto riceve il proprio significato. Parlare significa sempre, in qualche misura, scegliere. Scegliere cosa dire, cosa tacere, dove dirigere l’attenzione.
Il poeta, dunque, non può sottrarsi a questa responsabilità. Non può fingere che la sua voce esista al di fuori del tempo. Anzi, proprio perché lavora con le parole, egli ha il dovere di interrogare la realtà, di denunciarne le ingiustizie, di dare voce a ciò che rischia di essere dimenticato.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF

 

 

 

 

Regia di Margherita Spampinato – Italia, 2025 – 90′
con Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina Ziami

 

 

 

 

 

UN FILM SEMPLICE E NOSTALGICO CHE GUARDA ALLA PROVERBIALE ESTATE ITALIANA CHE FORSE NON ESISTE PIÙ

Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Frank, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti all’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune.
Prima volta nel lungometraggio per Margherita Spampinato, che con autoriale dolcezza scrive, dirige e monta un omaggio all’arcano mondo delle nonne, come ce lo ricordiamo tutti nella nostra memoria infantile.
Dal momento in cui bisogna inventarsi di tutto per non accompagnarle a messa, passando per i salotti con le tapparelle sempre chiuse, fino alle raccomandazioni sul fazzoletto da portarsi sempre dietro per giocare in cortile.
Gela e Nico non sono esattamente nonna e nipote, ma proprio per questo riescono a isolare e incarnare ancora meglio la dinamica di estrema differenza e di grande vicinanza che si crea in quel rapporto. È un film nostalgico, che guarda a un milieu classico come la proverbiale “estate italiana”, che forse non esiste più se non filtrata attraverso l’immaginario collettivo.
Spampinato scrive e mette in scena per archetipi e chiare opposizioni, senza troppe sfumature, ma è una semplicità che ben si presta a una storia lineare fatta di pochi elementi, seppur tutti profondamente sentiti.
Con la limpidezza di un apologo ben riuscito, la regista avvicina una lente d’ingrandimento emotiva al trauma dei due personaggi principali, uno radicato nel passato e l’altro (il distacco dalla babysitter prediletta) che brucia di un dolore molto presente. È un elemento drammatico che il film prende ammirevolmente sul serio, ingigantendolo come se lo spettatore stesso ci fosse dentro. Al tempo stesso lo circonda di elementi di commedia, soprattutto grazie al colore dei personaggi di contorno e al forte senso di luogo legato alla verticalità del palazzo, nonché alle note da romanzo di formazione, con il piccolo (e iper-consapevole) Nico alla ricerca di un’inevitabile sintesi culturale e personale.
Avendo lavorato in passato come responsabile casting, Spampinato va sul sicuro e si affida al volto iconico di Aurora Quattrocchi per la sua Gela, dandole subito un’implicita e magnetica autorevolezza contro cui il Nico del giovane Marco Fiore può andare dritto a scontrarsi. La fotografia calda cattura una Sicilia d’interni torrida ma raffinata, che sul finale si apre a una liberatoria partita a nascondino – come tutto ciò che l’ha preceduta, anche quest’ultima ci restituisce un senso di autenticità, fedele tanto ai nostri ricordi quanto ai nostri sentimenti.

Tommaso Tocci – Mymovies

Tematiche: Confronto Generazionale e Culturale, Legame e Cura, Solitudine e Connessione, Tradizione vs Modernità, Memoria e Segreti


Una classica struttura da film di formazione, un tema non certo nuovo, ma che l’esordiente Spampinato tratta con bella delicatezza, mettendo a frutto la sua esperienza e guidando con precisione i suoi attori – oltre ai ragazzi anche un coro di nonne preoccupate che nessuno resti a digiuno – riuscendo a restituire un convincente ritratto di come un giovane può imparare a conoscere la vita dove pensava di non trovarla.


È un viaggio nel tempo, in cui in un luogo apparentemente fermo nello spazio piomba la fanciullezza, la freschezza di sguardo. L’antico fare cinema sembra davvero guidare la mano della regista che nei meandri del passato imbastisce una lotta con la modernità e la tecnologia. Si cede alla nostalgia del racconto, quel sentimento per cui l’estate è appunto l’approdo più efficace, tra il sospeso e il temporaneo: tutto è in divenire, trasformazione, spinta a cercare una risposta.


Un film dal sapore d’altri tempi quello di Margherita Spampinato. Per il suo esordio, la regista ha voluto raccontare una tenera storia familiare che riflette sul confronto tra generazioni, tra usi e costumi del nord e del sud e tra passato e presente.

Recensioni
3,5/5 MyMovies
3,5/5 Sentieri Selvaggi
3/5 ComingSoon

 

IL GAP GENERAZIONALE

 

Con il termine gap generazionale, o conflitto generazionale, si intende sostanzialmente la differenza tra idee, approccio culturale, sviluppo economico-tecnologico-sociale e modalità relazionali che sussiste tra una generazione più giovane e quelle precedenti e successive. Venne utilizzato per la prima volta nei Paesi occidentali negli anni sessanta per indicare le differenze culturali che si erano create tra la generazione dei baby boomer e quella dei loro genitori. Le differenze riguardavano principalmente i gusti musicali, la moda, la politica, l’uso di sostanze.

I baby boomer iniziarono a ribellarsi con grandi proteste e venivano considerati dai loro predecessori come ragazzi che volevano oltrepassare ogni convenzione sociale.

In media una generazione dura in un arco di tempo compreso tra i 15 e i 25 anni. Le ultime generazioni sono:
Baby Boomers, nati tra il 1945 e il 1964
Generazione X, nati tra il 1964 e il 1980
Generazione Y o Millennials, nati tra il 1980 e il 1995
Generazione Z, nati tra il 1995 e il 2010
Generazione Alpha, nati dopo il 2010

 

Attualmente si vive un gap generazionale causato principalmente dall’evoluzione delle nuove tipologie di media e dalla difficoltà di creare un canale comunicativo strutturato e valido tra genitori e figli.
Si evidenzia una grande differenza tra gli over 40 e i figli adolescenti nel campo della tecnologia, con i figli che sono ormai nativi digitali e accedono all’uso dei mezzi tecnologici con estrema, a volte eccessiva, rapidità e facilità e i genitori che spesso devono farsi supportare per poter comprendere alcuni meccanismi.

 

Nel campo del lavoro si assiste ad un grande divario, quando per esempio nella stessa azienda convivono i baby boomer, magari abituati a lavorare in ufficio prendendo appunti carta e penna, e i millennial o, gli ancor più giovani della generazione Z, immersi nel mondo digitale e dei social media.
Un punto importante è che spesso il gap generazionale si traduce nella creazione di difficoltà comunicative e collaborative, con alla base la presenza di pregiudizi e scontri.
Nel campo della tecnologia è evidente un divario tra le generazioni passate e quelle più recenti, un divario contraddistinto dalla velocità dello sviluppo dei mezzi tecnologici cui i più anziani faticano ad accedere con la stessa disinvoltura e rapidità dei più giovani.

Il gap si ritrova anche nel rapporto tra genitori e figli. Vuoi nelle modalità comunicative, vuoi nell’utilizzo diverso dei social e delle nuove tecnologie e nelle modalità relazionali; emerge una differenza anche nella maggior sensibilità che i giovani sembrerebbero manifestare verso temi quali educazione ambientale, associazioni LGBT, diritti civili, rispetto per minoranze e parità di genere.
Il modo per risolvere il conflitto e la distanza generazionale si concentra nella costruzione di un dialogo strutturato e condiviso. È importante che si venga a creare un buon canale comunicativo tra le generazioni, in modo da poter superare insieme le difficoltà.

 

 

Fonte: Santagostino.it

 

MGF

LA MIA CITTÀ

La mia città non è come le città
dei poeti.
Non ha l’aria del fanciullo scanzonato
di Trieste
né il pallore del miraggio in cui
-cantilenante-
sconfina il deserto d’Alessandria.
Non ha la mia città
la durezza aspra -di coccio di mare-
di Genova,
né la triste malinconia delle Langhe,
dove si bruciano -d’agosto- i falò.
La mia città non è provincia,
non è capitale.
Paese affollato soltanto,
non è che un ammasso -indiscreto-
di gente
che ama restare in privato,
tra nebbie lombarde e piogge insistenti
sui tetti di sua moderna
-industriale- tossicità.

 

Chi ha letto le poesie di Marisa Ferrario Denna,una delle voci più intense della poesia bustocca, donna di grande cultura e raffinata poetessa, -sette raccolte, che una dopo l’altra mostrano la sua capacità di evolvere e rinnovarsi nella scrittura e nel modo di sentire- l’ha apprezzata per la pacatezza del dettato, l’acutezza delle intuizioni liriche e anche sociali, senza mai accendersi di livore contro qualcuno o qualcosa, ma sempre vigile sulle opportunità che la vita può offrire, anche nel quadro generale di difficoltà e delusioni che ognuno riceve inesorabilmente nel corso dell’esistenza.

 

MGF

 

 

Regia Giuseppe Domingo Romano

 

 

 

 

 

La voce intensa di Stefano Accorsi racconta Tintoretto in un film che lancia un bel segnale, poetico e pratico

Attraversando la vita del pittore, Tintoretto. Un Ribelle a Venezia delineerà i tratti della Venezia del 1500, un secolo culturalmente rigoglioso che vede tra i suoi protagonisti altri due giganti della pittura come Tiziano e Veronese, eterni rivali di Tintoretto in un’epoca in cui la Serenissima conferma il suo dominio marittimo e affronta la drammatica peste del 1575-77, che stermina gran parte della popolazione lasciando un segno indelebile nella Laguna.

 

TINTORETTO IL TERRIBILE

 

Jacobo Robusti – “Tintoretto”

Jacopo Robusti, detto “il Tintoretto” per il mestiere del padre, che era un tintore, è uno dei più grandi esponenti della pittura rinascimentale; racchiude in sé l’eredità della pittura veneta di Tiziano, dei grandi come Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano e incarna i prodromi di quel chiaroscuro violento che poi Caravaggio porterà all’apice della magnificenza.
È una figura chiave del periodo che segna la transizione tra il Rinascimento e il Manierismo, e domina questa fase di cambiamento con carattere impetuoso e aggressivo, che si mostra sia nella vita privata (fu il Vasari a definirlo “Terribile”) sia nello stile pittorico.

 

 

Tiziano e Tintoretto

Le fonti raccontano che già da bambino mostrò una notevole inclinazione all’arte: si racconta infatti che nella bottega del padre “sgraffignasse” le tinture per la stoffa per mettersi a colorare i muri. Fu per questo motivo, e forse anche un po’ per salvare i muri, che appena possibile suo padre lo mandò a bottega da Tiziano Vecellio.
Da lui, Tintoretto non imparò granché: solo pochi giorni dopo Tiziano lo cacciò, per paura che diventasse un rivale. Il suo talento era così grande da intimorire un artista di tale calibro.

 

Tintoretto, Il ritrovamento del corpo di San Marco 1562-1566

Tintoretto procedette in autonomia, procurandosi commissioni grazie alle conoscenze della famiglia e sviluppando uno stile tutto suo, che pur avendo radici nel Rinascimento non è completamente debitore a una figura specifica.
Ricava l’uso sapiente del colore dai veneti, cosa che all’epoca significava Tiziano: considerato il carattere di Tintoretto, mi piace pensare che l’abbia imitato un po’ per ripicca, almeno all’inizio.
Ma, dove il gradiente di Tiziano è delicato, colmo di rossi accesi e delicati colori pastello, quello di Tintoretto è vasto, spazia dai neri più cupi a colori chiari e brillanti, a creare un contrasto netto e violento, sottolineato dalla pennellata aggressiva e rapida; le figure sembrano quasi aleggiare in uno sfondo irreale, tuttavia non perdono di realismo, anzi lo accentuano.

 

Tintoretto-Paradiso (1588-1592) Palazzo Ducale Venezia

 

 

I corpi che dipinge sono un retaggio michelangiolesco: figure grosse, muscolose quasi all’eccesso, che spiccano ancora di più nella luce radente dettata dal violento chiaroscuro.
L’influenza di Raffaello è forse meno immediata, ma la composizione delle opere di maggiori dimensioni, i trompe-l’oeil e i murali, non può che aver visto le opere delle Stanze Vaticane. Non un’accozzaglia di personaggi, nemmeno una composizione irreale e a tratti ridicola, ma una folla vera e propria: la complessità di creare un gran numero di opere così piene di personaggi, senza essere ripetitivo, è inimmaginabile.

Giulio Romano – Camera dei Giganti (1532-1535) Palazzo Te – Mantova

 

Ma l’impressione maggiore, io credo, discende da Giulio Romano: le composizioni di Raffaello sono eteree e armoniche, e quelle di Tintoretto sono troppo maestose per discendere solamente da esse. Un uomo come Tintoretto, aggressivo e deciso e incredibilmente motivato a imparare qualsiasi tecnica su cui posasse gli occhi, non può essere rimasto indifferente di fronte alla Sala dei Giganti da lui affrescata a Palazzo Te (Mantova).
È un’opera maestosa, accerchiante. La sensazione, entrando nella sala, è di non trovarsi più all’interno di un palazzo, ma di essere in qualche modo finiti nel bel mezzo di una leggenda.
Tintoretto ha sicuramente visto quest’opera, e l’ha fatta sua, come suo solito elevandola e includendola con naturalezza nel proprio stile, traendone il meglio con l’uso del chiaroscuro.

 

Tintoretto Doge Pietro Loredan (1567-1570) Cardinale Marco Antonio da Mula (1562-1563)

 

Persino nei ritratti e nelle opere di dimensioni più ridotte non si perde questa magnificenza e quest’uso quasi emotivo del chiaroscuro: con il colore, Tintoretto tratteggia e detta le sensazioni da provare, quasi imponendo allo spettatore la propria visione. Si pensi alla differenza tra il ritratto del Doge Pietro Loredan da quello del Cardinale Marco Antonio da Mula: per quanto le loro espressioni siano neutre, guardandoli abbiamo quasi la sensazione di conoscerli personalmente.

 

 

Tintoretto – Cristo morto sorretto da un angelo (datazione sconosciuta)

 

E quando guardiamo il Cristo Morto sorretto da un angelo, possiamo sentire l’angoscia della Morte del Salvatore, leggere sulle Sue membra il peso del peccato che morendo ha tolto dalle spalle dell’Uomo.
E una pittura così eclettica serve forse a dimostrarci, ogni volta che la guardiamo, che il mondo può essere molto più di ciò che vediamo, e che possiamo scoprirne i misteri… se solo abbiamo il coraggio di avvicinarci e scrutare tra le ombre più profonde senza perdere di vista la luce.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF