PARABOLA DELLA PICCOLA ONDA

 

Una piccola onda se ne andava felice per il mare: era contenta, allegra, si sentiva frizzante e potente, si abbandonava al gioco della corrente, si lasciava increspare dal vento. Era proprio felice di essere un’onda.
Ad un certo punto vide però, laggiù in lontananza, la scogliera e poi la spiaggia e si accorse che le altre onde, quelle che erano andate avanti, lì si infrangevano e di loro non rimaneva più nulla.
Cominciò a sentirsi triste: se avesse potuto sarebbe tornata indietro, nel mare profondo, da dove non si vede terra; oppure avrebbe voluto fermarsi là dove si trovava, frenare pur di non andare avanti…
Un’onda più grande le passò vicino e le chiese: “Che ti succede? Come mai sei tanto triste?”, e la piccola onda le rispose: “Ma non vedi che fine faremo? Anche tu che sei un’onda così grossa sei destinata a romperti laggiù”.
Sorrise la grande onda e disse: “Tu non sei onda, sei oceano!”

 

 

E’ una famosa parabola di Rumi sulla natura dell’anima. Il mistico paragona l’esistenza individuale a una piccola onda che, pur credendosi separata dal resto, scopre che la sua vera essenza non è la sua forma passeggera, ma l’immensità dell’oceano stesso.
L’onda si percepisce come un’entità singola, indipendente, e teme la sua scomparsa quando si avvicina alla riva (la fine terrena o il cambiamento). Rumi ci ricorda che non siamo semplici entità separate che lottano contro la vita, ma parte integrante del divino.
E quando l’onda smette di identificarsi unicamente con la sua forma effimera e si infrange, si accorge di non essere mai stata separata dal grande mare. L’ego si dissolve nell’oceano dell’amore cosmico.
La metafora centrale riflette uno dei concetti cardine del pensiero quantistico e mistico di Rumi: l’illusione della separazione. La sofferenza umana nasce dal credersi frammenti isolati (l’onda) destinati a finire, ignorando di far parte di una totalità eterna (l’oceano).

 

 

 

Per saperne di più di Jalal al-Din Rumi vi rimandiamo ad un’altra nostra pubblicazione:

TU ED IO di Jalal al-Din Rumi

 

MGF

 

Commedia
Regia di Antonio Albanese – Italia, 2026 – 90′
con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero

 

 

 

 

UNA COMMEDIA FUORI CONTROLLO CHE RACCONTA, IN CHIAVE TEATRALE, FOLLE E DIVERTENTE, UNA GENERAZIONE “SCONFITTA”, TENERA E UMANA.

Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una “generazione sconfitta”. In mezzo, la ricerca esatta dell’assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell’acqua dolce – la citazione al suo esordio registico, datato 1997, è notevole – di una provincia che diventa perfetto palcoscenico in cui tutto cambia pur restando uguale, generando quel perfetto cortocircuito che ha fatto grande la commedia all’italiana. Un film matto, mattissimo, che sfrutta l’architrave di una “fatalità” per generare una storia letteralmente “fuori controllo”, nonché inaspettata nella visione naif del regista, in cui il ridicolo “dilaga” fino a diventare un’esplosione di assurda e originalissima comicità.
Come spiega Albanese, che ha scritto il film insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi parte da quella provincia bellissima “dove non accade nulla di nulla”: il lago d’Orta, che bagna diversi piccoli comuni. Al centro della storia Umberto, musicista fallito con troppe ex moglie; il figlio Toni, appena uscito da galera; Beppe, idraulico con una madre fin troppo premurosa; poi Gigi, sbronzo fin su alla parrucca bionda lasciatagli in eredità da una zia ricchissima. A interpretarli, con sincerità e incanto, lo stesso Albanese, e poi rispettivamente Niccolò Ferrero, Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese. Correndo sul filo dell’ineluttabile, i quattro – miserabili, teneri, impacciati – si ritrovano a vivere una notte scombinata e imprevedibile.
Dietro Lavoreremo da grandi, fin dal titolo, l’elogio che commisera il fallimento, umanizzando ed esaminando – senza presunzione alcuna – gli anfratti di una vita a metà, vissuta senza essere compresa a pieno (con una domanda: l’istinto è meglio della ragione?), onorando però l’indolenza, la dolcezza e la pigrizia ancora prima che l’azione. Di contro al precedente – e notevole – Cento domeniche, e chiaramente più vicino a Un uomo d’acqua dolce, Albanese non si tira indietro e anzi avanza plasmando una follia narrativa in cui il senso del comico e del tragico sbracciano, rubandosi a vicenda la scena, come a teatro.
Sì, perché Lavoreremo da grandi, anche grazie alla scenografia di Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa, sembra una pièce dell’Off-Broadway, radicata però nel più profondo degli immaginari italiani, dove i personaggi, i dialoghi, i toni si mescolano diventando specchio di un modo che conosciamo e riconosciamo, declinato secondo un approccio cinematografico che riprende gli echi delle commedie anni Sessanta (ma dentro ci sono pure Marco Ferreri, Dino Risi) finendo per citare indirettamente Luis Buñuel o i Fratelli Coen (e scusate se è poco).
Se i quattro personaggi che giocano in scena – perché di un gioco si tratta – sfuggono alle responsabilità, girando (e aggirando) attorno a una colpa che diventa pretesto e contesto, Albanese con coraggio e passione (doti non scontate, soprattutto nel nostro cinema) si imbarca – letteralmente – in un intermezzo comico (e quindi umano) che non ha paura di esagerare, puntando a un divertimento dal mozzico amaro, e quindi ancora più vero, colorato e struggente. Affidando il senso esatto del film, in fine, alle note e alle parole di Marrakech: “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l’abbiamo già persa”. Applausi.

Damiano Panattoni – Movieplayer

Tematiche: Fallimento Generazionale e Personale, Amicizia, Solidarietà Maschile, Provincia, Immobilità, Confine tra Commedia e Tragedia


I film di Antonio Albanese non sono mai carini: sono funambolici, esilaranti, inaspettati e imprevedibili, e di volta in volta scatenati o riflessivi, attuali e politici oppure favolistici. Esprimono il suo sguardo sul mondo, un mondo un po’ sbilenco che pur nelle sue anomalie e nei suoi spauracchi è tutto da scoprire. Antonio Albanese ci ha insegnato a riderne, e finché riusciremo a ridere, anche solo 10 minuti al giorno, saremo sicuramente salvi.


Antonio Albanese torna ai toni stralunati e fuori scala degli esordi (con tanto di indiretta citazione a “Uomo d’acqua dolce)”, puntellando senza egocentrismo una “generazione” sfinita, sconfitta e impigrita. Una sorta di pièce teatrale di provincia, che vive grazie a un cast sincero e appassionato, e dosato nell’umore e nei toni, generando un cortocircuito capace di “dilagare” in un film inaspettato e irresistibile.


Il nuovo film di Antonio Albanese parte da una costruzione del genere, per poi imprimervi dentro una situazione che si nutre di momenti assurdi, di un’escalation particolare di imprevisti e situazioni, anche sopra le righe, restando comunque e sempre vicino ai suoi protagonisti, in un racconto di generale delicatezza.

 

Recensioni
3,5/5 Movieplayer
7,5/10 Everyeye Cinema
3,5/5 ComingSoon

 

ANTONIO ALBANESE REGISTA

Tutti i suoi personaggi nascono dal disagio di una società che li ha messi all’angolo e costretti all’alienazione: è la capacità dell’interprete a renderli pronti a mostrare la vulnerabilità sotto lo sberleffo. Più si ride forte, più si soffre in silenzio.

 

 

L’esordio come regista arriva con L’Uomo d’Acqua Dolce nel 1996. Il primo film da regista di Antonio Albanese usa uno dei suoi personaggi più acclamati: Epifanio, personaggio timido e gentile con spessi occhiali da vista, al centro di una trama sottile con il protagonista felice marito e padre che perde la memoria e torna a casa dopo cinque anni. Qui non si chiama Epifanio ma Antonio: e ha perso la memoria, il tempo, e non il cuore. L’Uomo d’Acqua Dolce è una commedia in linea con il mondo artistico di Albanese, con le emozioni in punta di penna che rievocano il cinema muto di Jacques Tati, l’espressività laconica e la gestualità dei cartoni animati.

 

Nel 1999 esce La fame e la sete, un secondo film di quelli nati sull’urgenza del successo degli esordi. Tornano infatti le maschere e i personaggi: al centro questa volta c’è Alex Drastico, accompagnato però da Ivo Perego e Pacifico. Il film riceve diverse nominations su diversi premi, anche come miglior attore protagonista ai David di Donatello. Al centro del racconto c’è sempre un mondo imbarbarito dipinto con ironia, tra un ottimismo tronfio scalfito dalla crisi di fiducia dell’uomo postmoderno, mentre a denunciare l’imbarbarimento del nostro stare al mondo ci pensa l’inconsapevolezza opportunista di Alex Drastico.

 

La terza regia arriva nel 2002, con Il nostro matrimonio è in crisi: niente più maschere, perché inizia la trasformazione di Albanese. Il film è infatti uno spartiacque: prima di tutto perché dopo ci sarà una lunga pausa dalla regia e poi perché come spesso fisiologicamente accade i personaggi sullo schermo iniziano a mostrare la corda e si intravede il tentativo di inquadrare storie più costruite e drammaturgicamente più risolte. Inizia infatti da qui un lunghissimo percorso di Albanese che come interprete di film altrui decostruisce e ricostruisce il suo stile espressivo.

 

 

Tutto confluisce allora in Contromano nel 2018, il quarto film da regista, che segna un distacco netto dalle sue produzioni precedenti: un distacco preceduto e preannunciato dalla regia della serie I Topi, fondamentale (quanto ingiustamente dimenticato dal pubblico e dalla critica) proprio perché il primo vero progetto nel quale il genio di Albanese può liberarsi e rivelarsi appieno.

 

 

 

Antonio Albanese torna dopo cinque anni nel 2023 dietro la macchina da presa proseguendo nel percorso di cinema civile che caratterizza la sua carriera di artista e racconta con sensibilità una storia universale, che ha riguardato migliaia di piccoli risparmiatori, traditi dall’avidità e dai crack bancari. Cento domeniche (quelle in cui Antonio ha lavorato per tutta la vita) è convenzionale, quasi scolastico nelle transizioni fra un scena e l’altra, ma ha anche intuizioni bellissime e in qualche modo visionarie Albanese ha lavorato al soggetto per due anni, dopo che l’autore ha ascoltato un’intervista a una vittima dei tanti crac bancari, che dal 2008 in poi hanno spinto sul lastrico migliaia di risparmiatori onesti e fiduciosi, preda delle speculazioni di banche spregiudicate. Ha scelto di ambientarla nella provincia di Lecco, di dove è originario, tra cui il Comune natio di Olginate. Il cantiere nautico mostrato nel film è lo stesso in cui ha lavorato Albanese prima di intraprendere la carriera professionale.

Lavoreremo da grandi, sesta regia cinematografica di Antonio Albanese, è un film di spettri, di apparizioni improvvise, di allucinazioni. Una commedia stralunata sotto ipnosi. Dopo la parentesi più politica di Cento domeniche, il comico-cineasta sembra tornare con questo nuovo film alle atmosfere degli esordi. Anche in Lavoreremo da grandi c’è un evento improvviso che fa saltare tutti gli equilibri nella vita dei protagonisti. Sembra un cinema d’altri tempi, quasi la rivisitazione di una commedia teatrale francese anni ’30 adattata per il grande schermo.Ma resta comunque una commedia intelligente e ispirata, dove la disperazione è appena accennata, ma scorre sempre sottotraccia.

 

MGF

 

A MIO PADRE

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,

 

io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:

 

“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

 

 

La lirica “A mio padre” di Alfonso Gatto (1909-1976) fa parte della raccolta “Il capo sulla neve”. Si tratta di un libretto pubblicato nel 1947 per le Edizioni Milano Sera che raccoglie 20 poesie di argomento resistenziale composte a partire dal 1943. “Il capo sulla neve” dà voce ad angoscia, orrore, speranze che accompagnarono la lotta di liberazione sullo sfondo di una Milano sepolta dalla neve nei due inverni gelidi del 1944 e del 1945. La città meneghina assurge a simbolo di morte e dolore collettivo, perché la tragedia di guerra non risparmia nessuno.
Rispetto ad altre liriche dedicate alla figura genitoriale, “A mio padre” presenta la specificità di intrecciare l’evocazione intimistica con lo scenario resistenziale.

ALFONSO GATTO

Alfonso Gatto nacque nel 1909 a Salerno, proveniente da una famiglia di marinai e di piccoli armatori. Si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia di Napoli, ma non arrivò mai a conseguire la laurea. Fin da giovanissimo si dedicò alla poesia tanto che la sua prima raccolta in versi fu pubblicata nel 1939. Il 1934 segna una svolta cruciale perché andò a Milano in cerca di fortuna dove svolse mille mestieri. Qui scontò alcuni mesi nel carcere di San Vittore per cospirazione in quanto militante comunista. Trasferitosi a Firenze diresse per due anni insieme a Vasco Pratolini la rivista Campo di Marte, quartier generale dell’esperienza ermetica fiorentina. Intanto l’editore Guanda di Modena gli pubblica il secondo libro di poesie intitolato “Morto ai paesi” che lo consacra come una delle voci più rappresentative della sua generazione. Torna a Milano per dedicarsi più attivamente alla lotta antifascista. Nell’immediato secondo dopoguerra fu redattore dell’Unità e di altre testate comuniste, ma si distaccò dal partito nel 1951. Fu pittore, critico d’arte e di letteratura. Fu anche attore per Pasolini, Rosi, Monicelli. Continuò l’attività giornalistica come inviato speciale e gli ultimi vent’anni della sua vita li visse a Roma. Morì ad Orbetello in provincia di Grosseto in seguito a un incidente stradale. Ebbe una vita intensa, conobbe la miseria e il successo e un’attitudine al nomadismo che sfruttò come inviato speciale in Europa. Malgrado l’amore per Milano che fece sua, Salerno rimase il suo centro di gravità ricordata con nostalgia in numerose liriche. Alfonso Gatto, come dimostra questa lirica, oltrepassa l’ermetismo fondendo l’autobiografia a temi civilmente impegnati.

 

Fonte: SoloLibri.net

 

MGF

 

Commedia
Regia di Jim Jarmusch. – USA, Irlanda, Francia, 2025 – 110′
con Cate Blanchett, Adam Driver, Charlotte Rampling

 

 

 

 

 

UN JARMUSCH PURO, IN QUELLO SPLEEN ESISTENZIALE CHE NON È MAI PESSIMISMO COSMICO E SEMPRE POETICO STRUGGIMENTO.

Un autore dallo stile visivo apprezzato e riconoscibile. Cult. È lo statunitense Jim Jarmusch, suoi “Coffee and Cigarettes” (2003), “Broken Flowers” (2005) e “Paterson” (2016). Si è presentato in gara all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025) con un film a episodi, “Father Mother Sister Brother”, e ha conquistato la giuria presieduta da Alexander Payne, che lo ha incoronato con il Leone d’oro. Tre quadri familiari che esplorano silenzi, omissioni e bugie (più o meno bianche) tra le pareti di casa, tra genitori e figli. Protagonisti Adam Driver, Tom Waits, Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps.
Le storie:
“Father”: Nord-Est degli Stati Uniti, il dialogo tra superficialità, denaro e omissioni tra un anziano padre, apparentemente ammaccato, e i suoi due figli quarantenni in carriera.
“Mother”: Dublino, un’anziana scrittrice aspetta le sue due figlie trentenni per il consueto tea annuale, un pomeriggio però che va via tra elegante ritualità vuota e incapacità comunicative. “Sister Brother”: a Parigi due gemelli sulla trentina tornano nell’appartamento di famiglia dopo la morte dei genitori…
“Una sorta di anti-film d’azione, il cui stile discreto e pacato è attentamente costruito per consentire l’accumularsi di piccoli dettagli, quasi come fiori disposti con cura in tre delicate composizioni”. Così il regista Jim Jarmusch, che dà il senso di un film che si presenta come una sequenza di polaroid familiari, dove al di là della tenerezza si annidano segreti, silenzi, incapacità di abitare i rapporti con autenticità. Una incomunicabilità dettata dalla paura del giudizio o forse dal timore di arrecare delusioni.
I primi due episodi incedono con il passo dell’umorismo puntellato da ironia pungente, in un faccia a faccia tra genitori e figli adulti incapaci di trovare un dialogo sincero, profondo, perdendosi tra imbarazzi, espressioni di cortesia e superficialità diffusa. In tutti manca il coraggio della verità. Le note che potrebbero toccare corde drammatiche virano subito verso il sarcastico secondo la partitura narrativa stabilita dal regista. La terza storia, il confronto tra due gemelli in lutto per la perdita dei genitori, assume invece note più introspettive e malinconiche. È il riavvolgere il nastro dei ricordi, richiamando le dolci stramberie dei genitori ma più in generale il tempo leggero e protetto dell’infanzia che ormai non c’è più.
Nell’insieme “Father Mother Sister Brother” è un film che si apprezza per lo stile ricercato dell’autore e le performance attoriali; qua e là alcune belle intuizioni nei dialoghi e nella messa in scena. C’è da dire però che l’opera sconta un’eccessiva attenzione formale a discapito di un approfondimento tematico-narrativo che finisce per latitare. Un film che affascina, ma rischia di non lasciare traccia perché fluttuante in superficie. Un Leone d’oro che premia l’autore più che la vis narrativa dell’opera.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Anziani, Dialogo, Educazione, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Metafore del nostro tempo


Jarmusch accenna al passato, ci lascia immaginare cosa abbia portato questi personaggi lì in quel momento davanti ai nostri occhi. Ci mostra foto, mobili, disegni, libri e abiti che raccontano chi sono i personaggi che vediamo muoversi sullo schermo. Lascia che la naturalezza dei dialoghi si intrecci con il bizzarro tipico del suo cinema, che i convenevoli si confondano con le bugie, i silenzi imbarazzati con la sincerità di uno slancio d’affetto.


Jim Jarmusch crea un trittico circolare che fa leva su tutte le sue cifre autoriali, dal tono laconico alla lentezza ipnotica del racconto, dalle lunghe conversazioni in macchina allo straniamento dei suoi protagonisti, per raccontare in modo non scontato i legami famigliari che ci tengono ancorati ad antiche abitudini e rancori, ma che sono anche fonte di conforto e radici esistenziali.


Tre episodi per raccontare la visione della famiglia secondo Jim Jarmusch in un’opera composita e minimale in cui l’autore dimostra la sua maturità e condensa riflessioni e stile ironico di racconto che legano questi personaggi ad altri del suo passato.

Recensioni
3,5/5 MyMovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Cineforum

 

DESOLANDIA O IL VUOTO AFFETTIVO

 

“Desolandia” è un termine centrale nel film Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, usato per descrivere un luogo interiore fragile, indefinito e sospeso, che rappresenta il disagio relazionale e familiare tra i protagonisti. Desolandia simboleggia un vuoto affettivo e una “terra desolata” emotiva, un luogo dove i personaggi si incontrano con imbarazzo, definiti da legami logori o dolorosi e rappresenta una condizione di alienazione e solitudine interiore.

 

 

Il vuoto affettivo si manifesta come una sensazione di vuoto interiore che provoca disagio, malessere e la percezione di essere incompleti. C’è chi percepisce chiaramente di non bastare a se stesso e chi invece pensa di essere inadeguato per la realtà in cui vive.
Capita a tanti di provare una sensazione di questo genere, di tanto in tanto, e di cercare di colmare quel senso di vuoto affettivo in qualche modo. Talvolta col cibo, più spesso attraverso una relazione. Non è facile definire il vuoto affettivo, spesso si tratta di una sensazione confusa e nebulosa che ha l’effetto principale di farti sentire infelice e incompleto.

 

Sperimentare una sensazione di vuoto interiore è un’esperienza umana, un segnale che merita di essere ascoltato.
Quella di sentirsi vuoto è una sensazione difficile da descrivere, spesso percepita come un’assenza, una mancanza di colore e profondità nella propria esistenza. Può manifestarsi come un vuoto emotivo, un senso di disconnessione da sé stessi e dagli altri, quasi come se mancasse un pezzo essenziale del puzzle della nostra vita.

 

 

 

Il vuoto esistenziale, in una certa misura, fa parte della condizione umana. Il problema sorge quando questa sensazione smette di essere un’ombra passeggera e diventa una presenza costante. Se il senso di vuoto interiore persiste, arrivando a generare ansia, angoscia o una profonda tristezza, allora potrebbe essere il momento di fermarsi e trovare il coraggio di guardare più da vicino questo vuoto interno.
Le cause possono essere molteplici e profondamente personali. A volte, è possibile identificare degli eventi scatenanti, momenti di rottura o di cambiamento che lasciano un segno e amplificano questa percezione. Tra questi troviamo avvenimenti dolorosi, esperienze traumatiche o fasi di transizione significative.
Altre volte, invece, questo vuoto emotivo sembra emergere senza una causa scatenante chiara. Può accadere quando, forse senza rendercene conto, mettiamo a tacere le nostre emozioni . Vivere per senso del dovere o per abitudine, senza uno scopo profondo e senza fermarsi a scegliere la propria direzione, può gradualmente svuotare la vita di significato.

 

Di fronte alla sensazione di sentirsi vuoti e stanchi, la reazione più istintiva è spesso quella di tentare di riempire questo spazio. È un impulso comprensibile: si cerca all’esterno qualcosa che possa colmare il vuoto che sentiamo all’interno. Ci si può trovare ad acquistare beni materiali anche costosi, a mangiare per non sentire le proprie emozioni, a buttarsi in relazioni poco sane, a riempirsi di impegni lavorativi, a passare tantissimo tempo sui social.

Questi tentativi possono dare un sollievo immediato, l’impressione di stare meglio, ma l’effetto è solo temporaneo. Il senso di vuoto, prima o poi, ritorna: per smettere di tentare a tutti i costi di colmare quel vuoto interiore è utile provare a fare attenzione non solo alle circostanze esterne della vita, ma anche allo stato della nostra mente.
Questo lavoro interiore può aiutarci a entrare in contatto con la nostra parte più autentica ed essere coerenti con chi siamo, rimanendo nel momento presente e imparando ad apprezzare e a essere grati per tutte le piccole cose che abbiamo ogni giorno.

 

Fonte: Unobravo.it

 

MGF

 

MADRE

La parola più bella
sulle labbra del genere umano è “Madre”,
e la più bella invocazione è “Madre mia”.
E’ la fonte dell’amore, della misericordia,
della comprensione, del perdono.
Ogni cosa in natura parla della madre.

 

La stella Sole è madre della terra
e le dà il suo nutrimento di calore;
non lascia mai l’universo nella sera
finchè non abbia coricato la terra
al suono del mare e al canto melodioso
di uccelli e acque correnti.

 

 

E questa terra è madre degli alberi e dei fiori.
Li produce, li alleva, e li svezza.
Alberi e fiori diventano
madri tenere dei loro grandi frutti e semi.

 

 

La parola “madre” è nascosta nel cuore
e sale alle labbra
nei momenti di dolore e di felicità,
come il profumo sale dal cuore della rosa
e si mescola
all’aria chiara e nell’aria nuvolosa.

 

Probabilmente è la parola che più pronunciamo nella nostra vita, quella che in molti hanno detto per la prima volta da piccoli: “madre”, cinque lettere che esprimono appieno il concetto di vita, la madre è colei che genera, che da vita.
Madre è “fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono” secondo il poeta Gibran. Infatti, non esiste un amore incondizionato e pure tanto forte quanto quello di una mamma, capace di comprendere e perdonare tutto quello che fanno i propri figli: esiste un esempio più forte di amore senza pretese e aspettative se non quello di una madre?
Tutto ciò che troviamo in natura “parla della madre”. I fiori nascono dalle piante, le piante nascono dai semi, i cuccioli di orso e di qualsiasi altro mammifero nascono da una madre, che istintivamente è portata a prendersene cura e a difenderlo dai pericoli esterni.
Il concetto di nascita in natura è intrinseco a quello di madre: non a caso si parla di “madre natura” per indicare la comune personificazione della natura focalizzata intorno agli aspetti di donatrice di vita e di nutrimento, incarnandoli nella figura materna.
Non c’è amore più naturale e spontaneo di quello che una madre prova per il proprio figlio: ricordiamocelo ogni giorno, non solo una volta l’anno.

 

Fonte: Libreriamo

 

MGF