L’ARMA DELL’INGANNO –
Operazione Mincemeat

Storico, Drammatico
Regia di John Madden – USA, 2022 – 128′
con Colin Firth, Matthew MacFadyen, Penelope Wilton

 

 

 

 

LA TRAMA

Siamo nel 1943. Gli alleati sono determinati a spezzare la morsa di Hitler sull’Europa occupata, il loro piano è un assalto totale in Sicilia ma si trovano ad affrontare un grande dilemma – come fare per proteggere una massiccia forza d’invasione da un potenziale massacro. Il compito ricade su due straordinari agenti dell’intelligence, Ewen Montagu (Colin Firth) e Charles Cholmondeley (Matthew Macfadyen) che danno vita alla più geniale e improbabile strategia di disinformazione della guerra – incentrata sul più improbabile degli agenti segreti: un uomo morto. L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat, è la straordinaria storia vera di un’idea che sperava di cambiare il corso della guerra – sfidando ogni logica, a rischio di innumerevoli perdite e mettendo a dura prova il coraggio dei suoi ideatori.

 

LA RECENSIONE

UN FILM SUL POTERE DELLA MANIPOLAZIONE DEL REALE E DELL’IMMAGINAZIONE COME ATTO CREATIVO

Uno scantinato nel centro di Londra, una messa in scena strampalata e improbabile, e il genio creativo di chi ebbe il compito di renderla credibile. Si chiamava Operazione Mincemeat, fu la missione segreta realmente orchestrata dai servizi segreti britannici durante la seconda Guerra Mondiale per raggirare le truppe di Hitler, e qui dà il titolo al film con cui John Madden ha deciso di raccontarla. Sullo sfondo la realtà storica in un gioco di ribaltamenti e ricostruzioni che rimandano costantemente alla riflessione metartistica.
Bizzarra, rocambolesca, ironica, ma anche romantica, tragicamente umana e addirittura vera. Per quanto possa sembrare assurda la storia che John Madden racconta con L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat è realmente accaduta, non solo: ha cambiato per sempre le sorti e il futuro dell’Europa, imponendosi come svolta risolutiva della Seconda Guerra Mondiale. In pochi sanno che la trama dell’Operazione Mincemeat fu presa in prestito da una finzione scenica suggerita da Ian Fleming (Johnny Flynn), lo scrittore dei fortunati romanzi di James Bond. Fleming l’aveva letta in un romanzo di Basil Thompson e fu lui a proporla all’ammiraglio John Godfrey (Jason Isaacs). Potremmo definirla un’antesignana delle fake news: John Madden lascia infatti il conflitto sullo sfondo per mettere in piedi una riflessione sul potere della manipolazione del reale e sull’origine della creazione artistica. A interessarlo non sono solo i doppi giochi e i depistaggi di una classica
trama da film di spionaggio, le regole e le convenzioni del genere diventano infatti un pretesto per indagare altro come l’uso dell’immaginazione in tempo di guerra, l’esplorazione dell’inganno e del falso in tutte le sue declinazioni. Fino a rintracciarne le origini dell’atto creativo di un’opera d’arte: cos’altro è la rappresentazione se non una contraffazione del reale? Tutti i personaggi scrivono e immaginano qualcosa: lettere d’amore, pezzi di vita di uno sconosciuto da far piombare nel mezzo del Mediterraneo.
Perché nella guerra invisibile laddove “un uomo muore un altro comincia il suo viaggio” e così può anche capitare che il destino del mondo dipenda “da un cadavere su un carretto“; in questa guerra gli eroi non hanno volti e gli uomini coraggiosi finiscono sepolti assieme ai
dossier sotto chiave. Come dimostrano i personaggi interpretati superbamente da Colin Firth e Matthew MacFadyen, uomini comuni che all’alba del nuovo giorno hanno solo bisogno di “bere qualcosa“. Un film godibile, una storia di spionaggio che sfrutta le convenzioni del genere ma per prendere direzioni inaspettate che sapranno intrattenere lo spettatore. John Madden firma un film dove trovano posto l’elogio dell’immaginazione come atto creativo e il ruolo della manipolazione della verità nella Storia.

Elisabetta Bartucca – Giornalista, pubblicista, Web Editor ed esperta di cinema

 

IL REGISTA

JOHN MADDEN
Portsmouth – Regno Unito
8 aprile 1949

 

 

 

 

E’ un regista e produttore esecutivo britannico con 16 film e 2 serie TV nella sua filmografia.
Nato a Portsmouth, ha studiato a Cambridge iniziando la carriera come direttore artistico alla Oxford & Cambridge Shakesperare Company prima di entrare alla BBC.
Nel 1975 si è trasferito negli Stati Uniti. Dopo aver vinto un Prix Italia per la tv si è occupato della regia di commedie allestite a Yale, Broadway e al National Theatre di Londra.
Verso la metà degli anni ’80 è tornato in Inghilterra dove ha intrapreso la regia di film e sceneggiati per la tv.

Tornato negli Usa ha diretto ‘Ethan Frome‘ con Liam Neeson e Patricia Arquette cui è seguito ‘Golden Gate‘.
Nel 1988 ha realizzato il grande successo di ‘Shakespeare in Love‘, che ha vinto sette premi Oscar fra cui quello per il miglior film.
Nel 2001 “Il mandolino del Capitano Corelli” non ha avuto uguale fortuna.
Dal libro “Il GGG” ha tratto e diretto il film d’animazione britannico nel 1989 intitolato Il mio amico gigante.

 

MGF

 

TUESDAY CLUB – Il talismano
della felicità

Commedia
Regia di Annika Appelin
Svezia, 2022 – 102′
con Marie Richardson, Peter
Stormare, Sussie Ericsson

 

 

 

LA TRAMA

Protagonista della pellicola è Karen, una donna di mezza età che, durante la celebrazione dei primi quarant’anni di matrimonio, apprende del tradimento del marito Sten. Complice l’assenza del fedifrago, Karen si dedicherà a se stessa e ad una passione da troppo tempo sopita: la cucina.Tra una squisitezza e l’altra (si preparano piatti panasiatici!) riscoprirà il valore dell’amicizia, la gioia della condivisione, il benessere della convivialità e – forse – anche l’amore vero.

 

LA RECENSIONE

UNA STORIA ROMANTICA E DI AUTOAFFERMAZIONE, SEMPLICE EPPURE IN GRADO DI FAR SORRIDERE, RIFLETTERE E SOGNARE

Può un corso di cucina cambiarti la vita? Lo chiede allo spettatore la regista Annika Appelin, proponendo una storia semplice, deliziosa come i piatti che presenta, di amore per la vita, per la cucina e per se stessi. La protagonista è una donna che ha consacrato la sua vita alla famiglia. Dopo una forte delusione sentimentale sceglie di iscriversi a un corso di cucina che non la porterà solo a imparare a preparare nuove pietanze, o a scontrarsi con il burbero chef, ma anche a godere della compagnia del gruppo (il Tuesday Club del titolo) e a lasciarsi finalmente andare. Piatto dopo piatto imparerà a credere in se stessa e nel suo talento, a smarcarsi da una vita fatta solo di doveri e a concedersi un
barlume di piacere, fino a convincersi che non è mai troppo tardi per cambiare tutto e innamorarsi da capo.
Di un nuovo piatto, di un uomo, ma soprattutto della nuova se stessa che impara a conoscere giorno per giorno. Dare spazio al cambiamento, all’autenticità e al piacere di vivere: su questo si concentra, in sostanza, il nuovo film di Appelin, prolifica sceneggiatrice di opere anche complesse come Il sospetto di Thomas Vinterberg.
Questa volta firma un suo personale Chocolat meno sensuale e più gioviale, per cui sceglie protagonisti di età matura, a significare che non è mai troppo tardi per stravolgere la propria vita e rincorrere un sogno.
Il tono prescelto è quello della commedia romantica culinaria, che per lo più incanta e intenerisce, poi si fa motivazionale e ricarica lo spettatore di energia positiva. Più riuscito e tridimensionale è sicuramente il ritratto della protagonista, brillantemente interpretata da
Marie Richardson. La sostiene e accompagna un ottimo partner di scena, Peter Stormare. Insieme interpretano la speranza di darsi un’altra chance della vita, l’ennesima magari, poco importa: l’importante è non appiattirsi sulla routine soffocante della noia e del già fatto.
Vale sempre la pena crederci, appassionarsi, osare, mettersi alla prova e sfidare la paura di fallire.
Al suo debutto nel lungometraggio Appelin avanza un passo verso un cinema che mira a valicare lo schermo e farsi sensoriale, tentando di risvegliare appunto i sensi di chi guarda, con una storia romantica e di autoaffermazione semplice, eppure in grado di far sorridere, riflettere e sognare.

Claudia Catalli – Giornalista, scrittrice, autrice, conduttrice Rai

 

LA REGISTA


ANNIKA APPELIN
Hässleholm, Skåne län-Svezia
5 luglio 1963

 

 

Conosciuta come sceneggiatrice e aiuto regista, ha partecipato alla realizzazione de Il sospetto (2012) e di 87 minuti per non morire (2013) . Attualmente è impegnata sul set di una nuova serie crime svedese, con una grande lente d’ingrandimento sulle relazioni e sui drammi dei protagonisti
Racconta nel suo Tuesday Club un tema che le sta molto a cuore: come affronta l’avanzare del tempo “un’ordinaria donna matura, che sceglie di darsi un’altra possibilità nella vita.
“Ci tenevo a portare sullo schermo tutte quelle donne invisibili, che superata l’età della giovinezza sembrano non interessare più a nessuno. A me interessano invece, da regista e da spettatrice. Perché c’è tanta vita che scorre nelle loro vene, tanti desideri da realizzare: non è mai troppo tardi per essere chi si vuole. Per cambiare carriera anche superati i sessant’anni, per cambiare vita, amicizie, amore, come riesce a fare la protagonista di Tuesday Club.”


E sul cibo, rivela: “Era importante per me che gli attori mangiassero veramente, odio i film in cui mangiano con piccoli morsi, perché magari mostrare le donne che mangiano voracemente non è bello esteticamente. All’inizio gli attori ne erano felici, ma dopo qualche scena non ce la facevano più. Abbiamo riso tantissimo”.

 

 

MGF

Drammatico Thriller
Regia di Olivia Newman – USA, 2022
– 125′
con Daisy Edgar-Jones, Taylor John
Smith, Harris Dickinson

 

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Kya vive come un’eremita nella zona paludosa di Barkley Cove, in Nord Carolina. Da piccola la ragazza viene abbandonata dalla madre e dai fratelli e, rimasta da sola col padre alcolizzato e violento, sopravvive contando solo sulle sue forze. La giovane viene vista dai cittadini della zona come un’ emarginata e diventa capro espiatorio quando viene ritrovato un corpo nella palude. Kya è subito considerata colpevole dall’opinione pubblica e un anziano avvocato in pensione deciderà di difenderla, convinto della sua innocenza.

 

LA RECENSIONE

UN’OPERA PATINATA TRA MELODRAMMA E GIALLO CHE TROVA IL SUO PUNTO DI FORZA IN DAISY EDGAR-JONES

Tratto da un omonimo bestseller di successo, adattato per lo schermo da Reese Reese Witherspoon in veste di produttrice e impreziosito da una canzone originale di Taylor Swift, La ragazza della palude non fa mistero delle sue patinate ambizioni di intrattenimento
popolare.
Il film di Olivia Newton mescola puro melodramma southern, una leggera suspense da giallo e un tocco di legal drama, ingredienti storici del cinema a stelle e strisce a cui si aggiungono un gusto molto contemporaneo per il racconto romantico e l’astuto casting di Daisy Edgar-Jones come protagonista.
Quello di Edgar-Jones è un volto in rampa di lancio che porta in dote il seguito appassionato della serie Normal People, e la prova della giovane attrice inglese è forse la più riuscita delle scommesse degli autori. Capace di dare credibilità istantanea al sentimento, la sua Kya ricompone alcune ambiguità di scrittura in un personaggio descritto come outcast messo ai margini dalla società rurale del luogo, e che invece il film non sa immaginare in altro modo che nella più totale perfezione estetica e scenografica.
La sindrome da cartolina si estende da Kya al calibratissimo shabby-chic della sua “baracca”, fino a infestare tutta la rappresentazione del luogo che li circonda. Per una storia che fa del talento illustrativo-contemplativo di Kya una delle sue tante sottotrame, nulla dell’opera di Newton sembra mostrare interesse per la caratterizzazione visiva e atmosferica che vada oltre la superficie.
Priva di un senso di vero isolamento o pericolo, la palude rimane così un pittoresco campo da gioco per l’esplorazione sentimentale, a cui Kya si dedica assieme ai – invero troppo simili tra loro – due esempi di mascolinità rappresentati dal compagno d’infanzia sognatore Tate e dal nuovo arrivato Chase, più pragmatico e arrogante. È questo il cuore del libro e del film, che nel riconoscerne l’importanza commerciale confeziona scene di estasi romantica dall’adeguata ingenuità che non mancheranno però di soddisfare i lettori del romanzo.

Tommaso Tocci – Giornalista, e critico cinematografico

 

LA REGISTA

LA REGISTA
OLIVIA NEWMAN
Hoboken, New Jersey, USA

 

 

 

 

 

 

Regista e sceneggiatrice americana.
Tra i suoi film ricordiamo:
La Ragazza della Palude (2022), Il primo match (2018).
Tra le sue serie tv come regista, ricordiamo:
Prova a sfidarmi (2019), FBI (2018), Chicago P.D. (2014), Chicago Fire (2012)

 

LA PROTAGONISTA

DAISY EDGAR-JONES
Londra, 24 maggio 1998
Attrice

 

 

 

Attiva in campo cinematografico, televisivo e teatrale ha ottenuto l’attenzione internazionale per la sua interpretazione di Marianne nella miniserie televisiva Normal People (2020), per la quale ha ricevuto la candidatura al Premio BAFTA, al Critics Choice Television Award e al Golden Globe nella sezione migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione.

 

Dopo aver studiato alla Open University, Daisy Edgar-Jones ha recitato in uno speciale natalizio della serie della BBC Outnumbered. Tra il 2016 e il 2020 ha ricoperto il ruolo ricorrente di Olivia Marsden nella comedy drama Cold Feet. Nel 2018 è stata nel cast del film indipendente Pond Life. Nel 2019 ha preso parte alla serie War of the Worlds mentre l’anno successivo è stata protagonista di Normal People, un adattamento televisivo del romanzo di Sally Rooney. A febbraio 2020 ha partecipato al revival teatrale di Albion all’Almeida Theatre, che è stato poi trasmesso sulla BBC nel mese di agosto dello stesso anno.

Nel 2020 è stata inserita da British Vogue in una lista delle donne più influenti dell’anno.

 

MGF

Commedia
Regia di Gianni Di Gregorio
Italia, 2022 – 97′
con Stefania Sandrelli, Gianni Di Gregorio, Simone Colombari

 

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Astolfo è un professore in pensione settantenne che vive a Roma in un appartamento da cui viene garbatamente sfrattato dalla sua proprietaria. Gli affitti sono saliti a Roma e Astolfo decide di tornare nella provincia, sulle colline di Artena dove è situato il suo palazzo nobiliare di famiglia. I grandi salotti pieni di polvere e ormai decadenti sono abitati da un paesano a sua volta sfrattato dalla ex moglie. Insieme decidono di affrontare il presente, il sindaco, che si è appropriato delle sue terre (per costruire villette) appartenute in un tempo remoto alla sua famiglia, e un prete invadente e perfido, che ha murato il suo salone e occupato le sue stanze per fare una sala di musica per i suoi ragazzi della parrocchia. Però arriva Stefania, una ancora affascinante signora presentata da suo cugino un po’ dongiovanni, la quale minerà la sua tranquilla e posata vita.

 

LA RECENSIONE

UNA FAVOLA SCANZONATA, MERAVIGLIOSAMENTE INTERPRETATA, TRA RIMANDI EPICI E DIGRESSIONI LIRICHE.

Seconda volta fuori porta per Gianni Di Gregorio e quinta volta sullo schermo per il suo personaggio romano, chiamato archetipicamente “il professore”.
Un vecchio ragazzo, un po’ smarrito e vagabondo, che attraversa la vita con una sorta di candore e di inerzia gioiosa. Un’attitudine che è una dichiarazione di estetica, una maniera di abitare poeticamente il mondo che apre con Astolfo una possibilità. Spalanca un orizzonte nuovo che risale le colline laziali fino ad Artena, un piccolo comune di anime placide.
Erede di un paladino franco che fece l’impresa, quella grande e cavalleresca che lustra il blasone, annette terreni e ritrova il senno di Orlando, Astolfo è l’inverso del suo antenato, una creatura alla ricerca di un riparo. Non cavalca ippogrifi ma una Panda che lo conduce lontano dall’agitazione urbana verso un luogo bucolico dove scrive un’altra delle sue avventure, una favola scanzonata, meravigliosamente interpretata, che ha ancora una volta il merito di rendere visibile la vecchiaia.
Se tutte le strade portano a Roma, qualcuna permette di uscirne. Per necessità. Un contratto d’affitto scaduto e una pensione minima. Ma anche lontano dalla capitale, le relazioni umane, l’amicizia e l’aiuto reciproco restano il cuore battente del suo cinema dagli accenti romani affilati. Le espressioni dialettali che punteggiano le sue conversazioni, la sua ironia, la sua grande cultura e la sua ‘ignoranza’ tranquilla disegnano la sua appartenenza a una città e a un territorio che a questo giro di auto si allarga a comprendere la bella provincia laziale.
Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande…“. Lo spazio che si apre agli occhi del nostro Astolfo non è la Luna di Ariosto ma come “lassù” ha fiumi, laghi e
campagne, città, valli e castelli dove una dama lo attende da sempre. È Stefania (Sandrelli), musa discreta e determinata, che lo innamora.
Gianni Di Gregorio non nasconde niente sotto le borse degli occhi, le rughe della vita, il desiderio che lo assilla e che finalmente soddisfa fuori dalle mura dell’Urbe. Se il regista infonde al suo avatar la stessa nonchalance bonaria, costruendo il suo film su una pacata verve dialogica, Stefania Sandrelli impone ancora la sua bellezza di vergine siciliana, sedotta ma non abbandonata perché Astolfo la porta via con sé. Al ritmo calmo e tranquillo della sua Panda bianca. Un movimento in avanti che lo mette al riparo da qualsiasi sospetto di immobilismo, anche quando si adagia sugli allori di un’italianità senza tempo.

Marzia Gandolfi – scrittrice, critico cinematografico, redattore MyMovies

 

IL REGISTA

GIANNI DI GREGORIO
Roma
19 febbraio 1949

Curioso sceneggiatore italiano che è passato alla regia cinematografica nella seconda parte della sua carriera con grandissimo successo.
Studente di sceneggiatura e di recitazione sotto Alessandro Fersen, inizia la sua carriera come sceneggiatore di pellicole di Felice Farina e di Marco Colli.
Negli Anni Novanta, diventa aiuto regista di Matteo Garrone con Paolo Sassanelli e
con Vitaliano Trevisan e Michela Cescon.

 

Nel 2008, finalmente, si concede il suo debutto alla regia con Pranzo di ferragosto,
una commedia sulla terza età nella quale racconta la storia di un uomo, costretto a
occuparsi della madre a tempo pieno, ma che per estinguere i suoi debiti accetta di
accudire anche altre anziane sotto pagamento. La storia, scritta da lui stesso, attinge
a piene mani dalla sua vita. Il coraggio mostrato nel portare sul grande schermo una
storia di “vecchiette” ha però buonissimi frutti che lui e il suo produttore (l’amico
Matteo Garrone) raccolgono con sincero entusiasmo. Viene paragonato a Eduardo De
Filippo, ma soprattutto il film gli fa ottenere il David di Donatello e il Nastro d’Argento
come miglior regista esordiente.

Lo stesso anno, otterrà anche il David di Donatello e l’European Film Award per la
sceneggiatura del film Gomorra.
Nel 2011, cercherà di replicare il buon risultato di Pranzo di Ferragosto (2008) con
Gianni e le donne.
Dopo Buoni a nulla (2014), da lui diretto e interpretato, dirige Lontano Lontano (2020), film interpretato da Ennio Fantastichini, Giorgio Colangeli e Di Gregorio stesso, che ha ottenuto 2 candidature ai Nastri d’Argento, e ha vinto un David di Donatello per la miglior sceneggiatura non originale. Il film è tratto dal suo racconto “Poracciamente vivere”, pubblicato da Sellerio Editore nell’antologia “Storie dalla città eterna”.
Nel 2022 dirige Astolfo.

 

MGF

NOSTALGIA Drammatico
Regia di Mario Martone –
Italia, 2022 – 117′
con Pierfrancesco Favino,
Tommaso Ragno, Francesco
Di Leva

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Felice torna dopo quarant’anni vissuti in Egitto nel luogo dov’è nato, il rione Sanità di Napoli, apparentemente per incontrare la madre ormai anziana. Dopo la morte della donna, Felice incontra don Luigi, con cui instaura un rapporto basato sul dialogo, pur se tra molte reticenze, e durante una sorta di confessione (non in via sacramentale, non essendo egli cristiano) rivela che, in occasione di uno dei furti compiuti da ragazzi da lui e Oreste, quest’ultimo aveva ucciso il proprietario di una falegnameria. Padre Luigi lo caccia dalla chiesa, dicendogli che Oreste è diventato un boss pericoloso della camorra e che si fa chiamare ‘o Mal’omm. L’amico della madre di Felice lo mette in guardia a sua volta da quello che è conosciuto come un boss camorrista, e lo esorta a scappare da Napoli. Luigi gli fa conoscere una famiglia camorrista, e durante la cena beve un po’ di vino per la prima volta, diventa più disinibito e parla della sua infanzia passata con Oreste, facendo così ammutolire tutta la famiglia. Felice va a questo punto a trovare Oreste, ormai invecchiato.

 

LA RECENSIONE

PERDERSI VUOL DIRE TROVARSI: TROVARE SÉ STESSI, IL PROPRIO PASSATO, IL PROPRIO DESTINO.

Il film di Mario Martone, Nostalgia, parla di amore: non per una donna ma per una città, per la propria storia, e per gli anni della propria giovinezza.
La giovinezza, un po’ scapestrata che il protagonista della storia Felice (Pierfrancesco Favino) ha vissuto nel Rione Sanità, facendo impazzire la mamma mentre combinava guai piccoli e grandi con l’amico Oreste. Fino al giorno in cui i guai son stati troppo grandi, e Felice, spaventato, ha lasciato la Sanità, Napoli e l’Italia, sua mamma e Oreste, per ricominciare una nuova vita altrove.
Dopo quarant’anni di vita all’estero, gli ultimi passati al Cairo, dove è diventato un ricco imprenditore, Felice torna a Napoli, alla Sanità, per riabbracciare finalmente la madre anziana. E quello che trova, e che non trova, in questo suo tornare da straniero, è appunto la nostalgia per quel che è stato e quel che poteva essere, e la voglia di riallacciare i rapporti con quei posti, e quei personaggi, e fare pace col proprio passato.
Ma non sarà facile. E non era facile, nemmeno per Martone, gestire nella maniera adatta i toni di questo film, il rapporto del suo protagonista con quel sentimento sfuggevole e mobile che è raccontato dal titolo e dalla storia, senza diventare didascalico, senza essere melenso. Senza, al contrario, stare troppo distante dalle vicende e dalle passioni.
Trovare il fuoco giusto con cui raccontare la Napoli che del film è protagonista tanto quanto lo è Felice, e che all’inizio del film sconcerta, confonde e spaventa lui, e pure noi che guardiamo, e che lentamente si rivela ai nostri sguardi, e rivelandosi mostra tutta la sua complessità, e quella bellezza struggente e sentimentale che farà decidere a Felice di rimanerci, a Napoli.
Nonostante Oreste sia diventato un feroce boss camorrista, e gli abbia fatto arrivare un messaggio ben chiaro: lui, lì, è persona non grata, e non solo perché, pur musulmano, si è avvicinato tanto a un prete in lotta contro la malavita. La storia di Nostalgia è trascinante, trascinante in una maniera amniotica e inesorabile, quanto più impone lo smarrimento, nel modo in cui segue l’evoluzione di Felice, che nella confusione fisica ed emotiva che lo circonda, e nel suo ritorno al grande utero catacombale napoletano, impara a ricostruire una mappa di sé e del mondo, e si riappropria non solo di una lingua, ma di un legame con la Sanità (e quindi con parti di sé che aveva smarrito e negato nel corso di una vita) che non si era mai davvero dissolto, ma era stato solo sepolto dalla polvere del tempo.
E non serve stare a speculare sugli esiti, e sulle destinazioni esistenziali, ma ci si gode l’immersione in un mondo e in una storia, e nelle loro emozioni ancestrali e profonde.

Federico Gironi – Giornalista, scrittore e critico cinematografico

 

IL REGISTA

MARIO MARTONE

Napoli, 20 novembre 1959

 

 

 

Regista e sceneggiatore cinematografico italiano, Mario Martone è un teatrante con la vocazione per il grande schermo. Meraviglie e contraddizioni di Napoli hanno dato inizio alla personale ricerca dell’autore, tra storie intime di “amore molesto” e altre più grandi come quella del Risorgimento italiano. Dal privato al pubblico, la sua poetica è sempre alla ricerca di una verità nascosta.

Teatro e cinema
Fondatore del gruppo Falso Movimento e Teatri Uniti, Martone è un artista cresciuto grazie al teatro. Ha sperimentato diverse forme d’espressione (ha girato anche il film tv Perfidi incanti nel 1985) fino al debutto al cinema con Morte di un matematico napoletano (1992), dove racconta la vita di Renato Caccioppoli, uno scienziato dotato e pieno di talento ma incline ad un tormento interiore cronico che lo porta ad un drammatico suicidio. Nel cast troviamo Anna Bonaiuto, Carlo Cecchi, Renato Carpentieri e Toni Servillo (quest’ultimo in una delle prime apparizioni cinematografiche). L’anno successivo rimane nella sua terra natia a girare il mediometraggio Rasoi (1993), dove descrive la doppiezza di Napoli, arcaica da una parte, moderna dall’altra.

La consacrazione come regista
Nel 1994, assieme a Silvio Soldini e Paolo Rosa, partecipa al progetto Miracoli – Storia per corti, dove ogni regista gira un cortometraggio dedicato al tema del titolo: i piccoli e magici momenti ‘miracolosi’ di tre storie senza tempo. Continua ad affondare le sue ricerche tra i palazzi napoletani anche con il successivo L’amore molesto (1995), tratto dal romanzo omonimo di Elena Ferrante e vincitore del David di Donatello. Con questo film si apre ad una concretezza di contenuti che approda alla sensualità dei rapporti umani. Ritorna poi al cortometraggio con l’opera collettiva I Vesuviani (1997), seguito dal lungometraggio Teatro di guerra (1998) con Andrea Renzi, in cui il teatro si mescola al racconto della tragedia del conflitto nella ex Iugoslavia.

Pasolini e l’amore
Grazie all’interpretazione di Laura Betti, mette in piedi Una disperata vitalità (1999), un documentario che riporta alla luce alcune poesie di Pasolini. Sposta la sua attenzione, da Napoli a Roma, e gira L’odore del sangue (2004), con Michele Placido e Fanny Ardant protagonisti di una tormentata storia d’amore passionale e torbida.

La storia d’Italia
Dopo un altro breve documentario dedicato alla pittura, Caravaggio, l’ultimo tempo (2005), lavora ad uno dei progetti più imponenti della sua carriera, Noi credevamo (2010), storia di tre ragazzi meridionali coinvolti nella Giovine Italia contro i Borboni.

Gli ultimi film
Del 2014 è invece Il giovane favoloso, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia tra consensi di pubblico e critica e vincitore di vari David di Donatello.
Nel 2018 esce invece Capri-Revolution, in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, con protagonista Marianna Fontana, mentre del 2019 è Il sindaco del Rione Sanità.
Nel 2021 ancora una volta alla Mostra del Cinema di Venezia presenta Qui rido io, con protagonista Toni Servillo nel ruolo del commediografo e attore napoletano Eduardo Scarpetta. Nel 2022 presenta al Festival di Cannes la sua trasposizione del romanzo di Ermanno Rea Nostalgia, con Favino protagonista.

 

MGF