L’INNOCENTE
Commedia – 99′
Regia di Louis Garrel – Francia, 2022
con Roschdy Zem, Anouk Grinberg, Noémie Merlant.

 

 

 

 

 

LA TRAMA

L’Innocente, il film diretto da Louis Garrel, racconta la storia di Sylvie (Anouk Grinberg) e Abel (Louis Garrel), madre e figlio che si ritrovano in conflitto, dopo che lei decide di sposare Michel (Roschdy Zem), l’uomo di cui è innamorata e che sta per uscire di prigione. Sebbene Sylvie e il suo fidanzato abbiano piani per il futuro, come l’inizio di una nuova vita insieme e l’apertura di un negozio di fiori, Abel non è entusiasta della relazione della madre. Il ragazzo è convinto che Michel non sia onesto e non possa condurre un’esistenza lontano da criminalità e illegalità.
Deciso a far cambiare idea a sua madre e a proteggerla, Abel insieme al suo migliore amico Clémence inizia a indagare su Michel, ma il giovane presto si renderà conto come lui stesso sia costretto a deviare dalla retta via…

 

LA RECENSIONE

UN LOUIS GARREL SEMPRE PIÙ MATURO

La cifra del cinema di Louis Garrel è l’intelligenza emotiva. E non è poco.
Per la prima volta Garrel gira un film non parigino. Spostandosi a Lione, Garrel sposta anche l’attenzione dalla borghesia della capitale a una borghesia più modesta e provincialeNattraverso la quale mette a tema un sottile confronto tra classi sociali. Prendendo ispirazione direttamente dalla sua esperienza di adolescente figlio di una madre (la regista, sceneggiatrice e attrice Brigitte Sy) impegnata con i laboratori di recitazione in carcere, Garrel si mette in scena – nei panni del suo abituale alter ego Abel – come figlio di Sylvie un’ex attrice che, frequentando la prigione, si innamora di Michel e lo sposa prima della fine della pena. Il matrimonio turba Abel che, completamente richiuso in se stesso dopo la morte della moglie, è ossessionato dall’idea di proteggere la madre.
Un film di scrittura che gioca con i generi, li mescola e se ne prende il piacere. Guarda alla commedia sentimentale, e libera un’energia vitale che mette il testo totalmente al servizio degli attori, diretti con grande complicità proprio partendo dall’idea di mettere in crisi i pregiudizi, gli stereotipi e le posizioni precostituite che si hanno su stessi prima ancora che sugli altri.
Nel suo confronto con Michel, che lo trascina in un mondo non suo, Abel finisce infatti per aprire se stesso, emotivamente e psicologicamente, e torna a vivere in sintonia con quelle che sono rimaste le donne della sua vita. Un confronto tra ambienti sociali e tra generi che prende forma con naturalezza e profonda sensibilità per le umane debolezze.
Ed è una boccata di ossigeno. Di fronte a un fiume di narrazioni in cui il confronto tra i generi si risolve in una sgraziata e cupa presa di posizione a priori, che spesso si conclude con una punizione del maschio colpevole senza un minimo di scavo e di problematizzazione, Garrel riesce a descrivere un universo umano in cui non ci sono colpevoli né innocenti. O meglio in cui tutti sono a loro modo colpevoli ma anche
innocenti, capaci di assumenre la responsabilità delle proprie azioni solo nel momento in cui si guardano davvero, disposti a spogliarsi di nevrosi e paure.
Garrel si dimostra – ancora e sempre di più – un narratore capace con finezza di chiamare in causa le fragilità, la mancanza di coraggio, la volubilità del genere maschile mettendolo di fronte a un genere femminile la cui determinazione, al contrario, risulta risolutiva. E
così i personaggi non si osteggiano ma si confrontano, non si puniscono ma si capiscono, o almeno ci provano. Perché forse la soluzione è provare a capire e capirsi, rigenerandosi come fa l’axolotl, animale marino dall’aspetto ibrido, un po’ pesce, un po’ salamandra, che
ha la capacità di ridefinire la propria forma.

Chiara Borroni -giornalista e consulente in festival cinematografici

 

IL REGISTA

LOUIS GARREL
Parigi – Francia
14 giugno 1983

 

 

 

 

 

 

Louis Garrel ha 39 anni. Attore, regista e sceneggiatore, parla fluentemente italiano e ha avuto per diversi anni una relazione con l’attrice Valeria Bruni Tedeschi, con cui ha adottato una bambina di origine senegalese, di nome Oumy Bruni Garrel; i due si sono lasciati senza dare troppo scalpore. Dal 2015 è legato alla modella e attrice francese Laetitia Casta, con la quale si è sposato nel giugno 2017 a Lumio in Corsica e
da cui ha avuto un figlio, Azel, nel marzo 2021.

Louis Garrel è nato in una famiglia di artisti francesi. Suo nonno era l’attore Maurice Garrel, suo padre il celebre regista Philippe Garrel e sua madre l’attrice e regista Brigitte Sy. A sei anni ha recitato nel film della sua famiglia Les Baisers de Secours (1989). Ammirando il suo padrino, l’attore Jean-Pierre Léaud, Louis ha affinato le sue abilità di attore frequentando lezioni teatrali e diplomandosi nel 2004 al Conservatorio Nazionale Superiore di Arte Drammatica di Parigi. Nel 2001 ha ottenuto il suo primo ruolo cinematografico protagonista in Ceci Est Mon Corps di Rodolphe Marconi, in cui interpreta Antoine, un giovane annoiato che vuole provare a fare l’attore ma deve
affrontare la disapprovazione dei genitori e la gelosia della sua ragazza.
Prosegue la sua carriera nel cinema con film che affrontano il periodo delle rivolte studentesche, che ebbero il loro apice nel maggio 1968, detto il Maggio francese. Questi film sono The Dreamers – I sognatori (2003) di Bernardo Bertolucci e Les Amants réguliers (2005) del padre. Ma è per il film successivo che ottiene il primo riconoscimento: la stella d’oro per la rivelazione maschile dell’Accademia del cinema
francese. In molti suoi film dimostra di avere talento anche come cantante.

Nel 2017 interpreta Jean-Luc Godard nel film biografico Il mio Godard. Nel 2021 affianca Léa Seydouyx in Storia di mia moglie. Nel 2022 affianca di nuovo Isabelle Huppert, ma soprattutto recita insieme a Riccardo Scamarcio, in L’ombra di Caravaggio.

 

MGF

Docufilm diretto da Giovanni Piscaglia.

In occasione delle celebrazioni a 500 anni
dalla morte e della grande mostra della
Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia,
il film evento che celebra (per la prima
volta)uno dei pittori più amati e geniali del suo
tempo e gli restituisce il ruolo che merita
all’interno della storia dell’arte

 

 

PERUGINO: IL PERFETTO CONNUBIO TRA NATURA E PROSPETTIVA

Pietro di Cristoforo Vannucci nasce a Città della Pieve intorno al 1448; a contatto con i più grandi artisti dell’epoca, egli è -a ragione- considerato uno dei maggiori esponenti dell’Umanesimo.
Cresciuto ammirando e studiando le opere di Piero della Francesca, nelle opere di Perugino si nota con estrema chiarezza l’influenza degli studi prospettici di costui; ancor più chiaro, ed elevato a livelli che il della Francesca stesso non raggiunse mai, è l’influsso del realismo accentuato dei Fiamminghi, di cui Piero della Francesca fu grandissimo ammiratore.

Pietro Perugino, Consegna delle chiavi a san Pietro (1481-1483), affresco. Città del Vaticano, Cappella Sistina.

 

Grazie alla formazione artistica ricevuta in quel di Perugia, in botteghe locali, Perugino sviluppa un fortissimo senso della prospettiva, che combina le tecniche puramente formali con un sapiente utilizzo della luce, che sottolinea e sublima lo sfondo architettonico.

 

 

 

«Crocifissione con santi – Trittico Galitzin» (1482-85 ca), di Perugino. Washington, National Gallery of Art

Più avanti, intorno alla fine degli anni Sessanta del Quattrocento, Perugino si reca a Firenze, dove viene preso a bottega da Andrea del Verrocchio: lo stesso maestro di Leonardo da Vinci. Ed è qui che la sua arte comincia realmente a sbocciare, portando quello che era un freddo razionalismo di linee a diventare una delle più fedeli rappresentazioni della realtà.
Perugino unisce la geometria alla copia dal vero, facendo suoi gli insegnamenti della scuola umbra e incorporandoli magistralmente nel paesaggismo della scuola fiorentina, andando così a creare delle immagini che potrebbero essere tranquillamente prese direttamente dalla realtà.
Con Perugino si perde quella distanza che fino a poco prima si poteva percepire tra sé stessi e l’opera, viene a mancare il senso di lieve irrealtà e di sottile straniamento: le sue opere sono reali, il suo pennello trasforma la tela in carne, stoffa, fogliame e cielo, quasi
una sorta di mistica transustanziazione.

 

Compianto su Cristo morto Pietro Perugino – 1495 Palazzo Pitti

 

 

L’arte di Perugino, per quanto egli sia oggi meno famoso degli artisti con cui ebbe occasione di lavorare (dal già citato Leonardo da Vinci fino a Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, del quale fu maestro), sembra avere qualcosa in più, un tocco magico che la porta dalla semplice rappresentazione di scene religiose a una sorta di metafisico viaggio nell’episodio, trasportando lo spettatore all’interno dell’opera, a fianco del Cristo che consegna le Chiavi a San Pietro, facendolo inginocchiare davanti al Corpo del Signore deposto dalla Croce.

 

 

Perugino, Sposalizio della Vergine, dipinto a olio su tavola, 234×186 cm, 1501-1504, Musée des Beaux-Arts di Caen, Francia

 

 

Forse è l’attenzione al paesaggio, che per quanto funga solo da sfondo resta preponderante nella sua resa realistica, “a piani d’aria” come anche Leonardo la strutturerà. Forse è la sua architettura, mai scontata, mai scorretta, sempre immacolata eppure curiosamente realistica nella sua etericità.
Dopo aver lavorato per diversi committenti di notevole importanza, dai Medici finanche al Papa, Perugino si stabilisce a Firenze, prende moglie e apre bottega, istruendo innumerevoli allievi fino a diventare persino più famoso e stimato degli altri artisti che avevano bottega nella stessa città, più apprezzato di Ghirlandaio e Botticelli.

 

 

 

 

Ora, a Firenze sta per aprirsi un periodo particolare, che colpisce molti artisti in maniera più o meno profonda: la morte di Lorenzo il Magnifico, seguita dall’impetuosa ascesa del Savonarola e dei suoi toni apocalittici.
Ma, se Botticelli viene fortemente influenzato da questa figura, l’arte di Perugino subisce meno di uno scossone: è vero che le sue opere diventano più serie e mature, i toni dei suoi colori più cupi, ma la composizione resta serena, armonica, con chiaroscuri delicati e figure eleganti e quasi angeliche nelle loro pose morbide e mai forzate, e la luce è sempre protagonista: sottile, a volte fioca e altre volte impetuosa, così ben definita che quasi sembra di indovinare la stagione e di sentirne i profumi e udirne il suono, distante ma sempre una costante che fa capolino dalla sua resa di cieli tersi e nuvolosi, dal rifrangersi dei raggi su muri e colonne e sui panneggi dei personaggi ritratti, siano essi
mitologici o biblici.

Lotta tra amore e castità Perugino – 1503 Museo del Louvre – Parigi

 

Tuttavia, ogni meravigliosa avventura deve avere un termine: la fama di Perugino comincia a declinare dal 1503, dopo che Isabella d’Este critica un’opera che ella stessa aveva commissionato. Dopodiché, il pubblico fiorentino prima e infine il Papa criticano lesue opere: forse era diventato ripetitivo, Vasari riferisce che aveva cominciato a riutilizzare gli stessi cartoni in maniera esagerata, o forse semplicemente non era più il tempo adatto al realismo dolce della sua arte.

 

 

 

Si ritira in Umbria, si può dire che torna a casa, e si occupa prevalentemente di piccole commissioni votive fin quando la peste non pone fine alla sua vita, nel 1532.
Un finale in sordina, forse, ma guardandoci alle spalle non possiamo che restare ammaliati di fronte alla vastità del talento di Perugino, in rispettosa adorazione al cospetto di un’arte così ampia e variegata, così pregna di elementi diversi tra loro eppure così armonica e naturale: un vero e proprio miracolo su tela.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

THE FABELMANS 

Drammatico,
Biografico – 151′
Regia di Steven Spielberg – USA 2023
con Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen

 

 

 

 

LA TRAMA

America, anni Cinquanta. Il piccolo Sammy Fableman (Mateo Zoryan Francis-DeFord) viene portato al cinema dai genitori (Michelle Williams e Paul Dano). Sammy non è troppo convinto, ha paura: «uomini giganti?!», «Sono solo ingranditi dallo schermo!», lo rassicura il padre. I tre assistono alla proiezione del kolossal Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille. Sammy uscirà dal cinema emozionato, ma anche profondamente traumatizzato da un incidente ferroviario mortale visto in CinemaScope. Sammy è tormentato da incubi in cui rivive l’incidente. Ha vissuto il cinema come esperienza reale e la replica nei suoi sogni paurosi. Il padre, per confortarlo, gli regala un trenino elettrico e la madre una macchina da presa. Con il nuovo strumento, Sammy può riprendere il trenino in corsa e ricreare un incidente finto che può “controllare” anche grazie al montaggio…

Da ragazzo, Sammy comincia a dare una forma sempre più precisa alle proprie fantasie visive e cinematografiche. Sogna di diventare un grande regista…

 

LA RECENSIONE

The Fabelmans, nuovo film di Steven Spielberg, rappresenta un unicum nella filmografia del grande cineasta statunitense. Un’operazione di introspezione che – come raccontato dal cineasta – prima della pandemia non avrebbe mai pensato di fare. Ma l’impatto devastante del Covid sulle nostre vite ha fatto mettere in discussione molte convinzioni, portando Spielberg ad usare il suo mezzo d’elezione per aprirsi esplicitamente con il proprio pubblico.
Il risultato finale è un film straordinario.

Sceneggiato dallo stesso regista e dal drammaturgo Tony Kushner, The Fabelmans racchiude all’interno delle sue due ore e mezza l’essenza del cinema di Spielberg, un vero e proprio manifesto artistico ed emotivo di un genio che ha emozionato generazioni di spettatori. The Fabelmans è un‘opera che può creare una sensazione iniziale di straniamento. Quando si ha di fronte uno degli uomini più influenti del cinema moderno, dalla filmografia così vasta e così importante, si pensa di conoscerlo bene attraverso i suoi lavori, arrivando a idealizzarne la personalità.
Nel momento invece in cui questi si mette completamente a nudo, scendendo dal suo piedistallo di semidivinità del grande schermo e mostrandoci tutta la sua umanità, allora le nostre certezze vengono meravigliosamente rimesse in discussione.
Diverse sono le tematiche toccate da Spielberg nel film, in primis il racconto familiare. La dinamica tra Sammy, una madre che è una grande artista mancata e un padre decisamente più pragmatico è realistica, viscerale ed emozionante. Lo stesso si può dire del legame con gli altri familiari, che siano di sangue come le sorelle e lo zio Boris o acquisiti come l’interessante personaggio interpretato da Seth Rogen. È infatti proprio questa rete di rapporti così ben tratteggiati che ci permette di poterci rivedere nel giovane protagonista, le cui sfide sono simili a quelle che ognuno di noi ha dovuto fronteggiare nella vita. Altro argomento fondamentale affrontato in The Fabelmans è il rapporto di
Spielberg con il Cinema e ciò che rappresenta per lui: il percorso di crescita di Sammy ci porta a mostrarci due lati della stessa medaglia, ovvero il concetto quasi felliniano del cinema come mezzo capace di incarnare i propri sogni ma anche la potenza di un medium
in grado di manipolare la realtà a proprio piacimento.
L’attenzione quasi maniacale di Spielberg verso gli strumenti del suo futuro mestiere è una toccante dichiarazione d’amore verso il grande schermo, quasi commovente per la sua limpidezza e sincerità. The Fabelmans trasuda in ogni frame la forza dirompente della
passione del Maestro, quella che gli ha permesso in oltre cinquant’anni di carriera di creare pietre miliari amate dal pubblico di tutto il mondo.

Giuseppe Sallustio, musicista e artista

 

IL REGISTA

STEVEN SPIELBERG

Cincinnati – USA
18 dicembre 1946

 

 

 

Tra i più grandi registi e produttori dei nostri tempi, lo statunitense Steven Spielberg ha saputo raccontare storie fantastiche e realtà dolorose, suscitando profonde emozioni e coinvolgendo un pubblico vastissimo. Il suo talento di narratore gli ha permesso di affrontare i più diversi generi cinematografici, dalla commedia al dramma, dall’avventura alla fantascienza, dal thriller al film storico. sin da giovanissimo Steven Spielberg dimostra la sua passione per il cinema realizzando una lunga serie di film amatoriali che lo mettono subito in luce. Il suo primo cortometraggio in pellicola, Amblin’ (1969), lo fa notare dalla Universal Pictures, che decide di metterlo sotto contratto, sebbene ancora ventenne, per sette anni. È in questo periodo che il regista realizza Duel (1971), thriller mozzafiato che gli fa conquistare il primo grande successo di critica. Sarebbe stato però un terribile squalo, in grado di seminare il terrore tra i bagnanti, a renderlo celebre nel 1975 in tutto il mondo: thriller innovativo e di grande suspense, Lo squalo dà inizio a una saga assai popolare negli anni successivi.
Regista sempre in cerca di nuove sfide, Spielberg trova quindi nella fantascienza un modo originale per esprimere la sua enorme creatività. Utilizzando effetti visivi all’avanguardia per l’epoca, affronta per la prima volta in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) il tema del
contatto tra esseri umani e alieni, realizzando uno dei film di fantascienza più amati di sempre.

Questo film è il preludio a uno dei suoi capolavori più apprezzati: E.T. l’extra-terrestre (1982). Realizzato insieme al mago italiano degli effetti speciali Carlo Rambaldi, il sublime personaggio di E.T. è una delle creazioni più poetiche della luminosa carriera del regista.
La passione per la fantascienza non abbandonerà Spielberg, consentendogli di realizzare molti anni più tardi i raffinati A.I. Intelligenza artificiale (2001), Minority report (2002) e La guerra dei mondi (2005).
Sempre all’inizio degli anni Ottanta, Spielberg unisce la sua creatività a quella di George Lucas, il ‘papà’ di Guerre stellari, per realizzare una delle saghe d’avventura più celebri di tutti i tempi: quella dedicata alle peripezie dell’intraprendente archeologo Indiana Jones.
Il suo spirito di ‘eterno fanciullo’ si manifesta anche in Hook – Capitan Uncino (1991) e la sete d’avventura lo porta a realizzare uno straordinario parco giochi con Jurassic Park.

Da sempre interessato ai grandi eventi della storia, Spielberg ne ha rivisitato alcuni momenti cruciali e dolorosi. Hanno visto così la luce film splendidi quali Il colore viola (1985), L’impero del sole (1987) e Schindler’s list – La lista di Schindler (1993).
Dopo Amistad (1997), importante riflessione sul dramma dello schiavismo, il regista rievoca prima lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 in Salvate il soldato Ryan (1998) e poi un terribile episodio di terrorismo internazionale in Munich (2005). Una forte critica nei confronti
della società americana contemporanea è infine presente in Prova a prendermi (2002) e The terminal (2004), film resi unici dalle grandi interpretazioni di due stelle come Leonardo Di Caprio e Tom Hanks.

 

MGF

A LETTO CON SARTRE 

Drammatico
Regia di Samuel Benchetrit – Francia, 2021- 107′
con François Damiens, Ramzy Bedia, Vanessa Paradis

 

 

 

 

 

LA TRAMA

E’ ambientato in una cittadina nei pressi di un porto a nord della Francia, dove le persone trascorrono la loro vita isolate e col tempo si sono abituate alla violenza. La loro esistenza viene sconvolta improvvisamente da arte e amore, che iniziano a influenzarle fortemente.
Tra di loro c’è il boss locale, Jeff (François Damiens), che cerca di conquistare la cassiera di cui si è innamorato con poesie d’amore, alquanto discutibili. Poi abbiamo i suoi due tirapiedi Jesus (Joey Starr) e Poussin (Bouli Lanners), impegnati a organizzare un party per la figlia adolescente di Jeff e perfino disposti ad aiutare la ragazza a fare colpo sul tipo che le piace. Infine, Jacky (Gustave Kervern), uno scagnozzo che grazie all’amore per una donna scopre l’arte del teatro e, pur di starle vicino, si ritrova a recitare in una pièce sulla vita sessuale di Sartre e Simone de Beauvoir.
È così che la poesia, l’arte e il teatro aiuteranno questi personaggi a dare un senso alla loro vita, mostrando come spesso anche i più “duri” abbiano un cuore tenero.

 

LA RECENSIONE

UNA COMMEDIA SURREALE CHE FA SORRIDERE E SOSPIRARE, NELLA PIENA TRADIZIONE DEL CINEMA FRANCESE ESISTENZIALE.

In una cittadina del nord della Francia che si affaccia sul mare, un gruppo di scagnozzi affiliati a un giro di malavita portuale si trovano alle prese con alcuni incarichi particolari, che li metteranno di fronte a insolite questioni di bellezza, arte e poesia.
Jeff, il boss poeta, corteggia una cassiera del supermercato con i suoi versi. Tutto ciò mentre sua moglie si strugge e sua figlia sta per festeggiare il compleanno. La coppia formata da Poussin e Jesus è incaricata di convincere i compagni di scuola della ragazza a presenziare. Nel frattempo, Jacky deve recuperare i soldi di un debito da un uomo, ma finisce per invaghirsi di sua moglie e della sua passione per il teatro. Con la testa tra le nuvole e i pugni in tasca, con un business da portare avanti e con un mare in cui perdere lo sguardo: è il crocevia di un manipolo di criminali di provincia d’improvviso folgorati dalla sensibilità.
Il regista Samuel Benchetrit ne fa una commedia assurda e surreale che gioca con gli stereotipi della mascolinità, del genere gangster e della pretenziosità artistica.
Con le loro camicie a maniche corte un po’ smorte, i protagonisti nati dalla penna di Benchetrit abitano un mondo di privilegio ma con disagio, facendo i conti con la fallibilità del corpo e aspirando, forse, a qualcosa in più nell’anima. Una situazione che, unita al particolare connubio di humor e violenza, ricorda i territori esplorati dai Soprano di David Chase. Siamo però in Europa, e più in particolare in Francia;
l’introspezione analitica non può essere la soluzione, ma solo un punto di partenza.
Eccoli allora, questi uomini, interrogarsi sulla condizione umana, sulla natura del cambiamento e della felicità, sulle qualità del verso alessandrino. Per non parlare di una pièce teatrale su Sartre, senza il quale non può esserci emancipazione ma i cui
interpreti continuano a finire cadaveri.
Benchetrit firma una sceneggiatura che vive di momenti e di frammenti, con tre storie che si intersecano e altre che si infilano nei pertugi. Quando lo strano matrimonio tra il terreno e lo spirituale funziona, il tintinnio è limpido e originale; le altre volte, è una sorda stranezza comunque non priva di curiosità.
A letto con Sartre merita in particolare per il grande cast di caratteristi francofoni, che è impagabile vedere riuniti in tale abbondanza e con tale libertà.

Tommaso Tocci – Mymovies

 

IL REGISTA

SAMUEL BENCHETRIT
Champigny-sur-Marne
26 giugno 1973

 

 

 

Regista di cinema e teatro, attore, sceneggiatore e scrittore, Samuel Benchetrit è un artista di talento che colleziona opere di successo. Inizia a realizzare cortometraggi da autodidatta. Nel 2000, con Nouvelle de la tour L, si aggiudica il Premio del Pubblico al Festival International du Film d’Amiens. Lo stesso anno porta in scena Poème à Lou di Guillaume Apollinaire con Jean-Louis Trintignant che, l’anno successivo, reciterà in Comédie sur un quai de gare, opera scritta dallo stesso Benchetrit e selezionata per il Molière per il Miglior Autore Francofono nel 2001.
Dopo questa prima prova più che soddisfacente, nel 2003 gira Janis et John, il suo lungometraggio d’esordio. Nel 2007 ha scritto e diretto il lungometraggio I always wanted to be a gangster, che gli ha valso il premio alla miglior sceneggiatura al Sundance Film Festival 2008 e il Premio Lumière per la migliore sceneggiatura nel 2009.


Nel 2009 ha pubblicato un nuovo romanzo, “Le Coeur en dehors”, che nello stessoNanno ha vinto il Prix Eugène-Dabit du roman populiste. Nel 2011 è uscito il suo lungometraggio Chez Gino, interpretato da José Garcia, al quale ha fatto seguito “Un voyage”, uscito nel 2014.
Nel 2015 è uscito Il condominio dei cuori infranti, un adattamento cinematografico del primo volume della sua autobiografia “Cronache dall’asfalto”. Il film gli è valso una candidatura al premio César per il miglior adattamento. Nello stesso anno ha pubblicato il suo romanzo “Chien”, adattato per il cinema con il titolo Dog (2017).
Nel 2021 è invece dietro la macchina da presa per A letto con Sartre, che vede tra gli interpreti anche il figlio Jules.
È stato legato a Marie Trintignant, dalla quale ha avuto un figlio, Jules, anche lui attore. Nel 2007 inoltre ha avuto un figlio, Saül, dall’attrice Anna Mouglalis. Dal 2018 è sposato con la cantante francese Vanessa Paradis.

MGF

GRAZIE RAGAZZI

Commedia
Regia di Riccardo Milani- Italia

durata 117′
con Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni.

 

 

 

 

LA TRAMA

Grazie ragazzi  racconta la storia di Antonio, un attore con una grande passione per la recitazione, ma che purtroppo non riesce a trovare un lavoro in questo campo. È così che decide di accettare da un suo vecchio amico e collega un impiego come insegnante e di tenere un laboratorio teatrale a degli alunni molto particolari; Antonio, infatti, dovrà insegnare in un carcere e la sua classe sarà composta da detenuti.
Nonostante inizialmente sia molto scettico riguardo questa iniziativa, l’attore dovrà ricredersi quando si ritroverà di fronte delle persone con un talento. Questa scoperta lo entusiasma così tanto da risvegliare in lui quella passione per il teatro, che con il tempo si stava smorzando. Antonio si rivolge quindi alla direttrice dell’istituto penitenziario per chiederle il permesso di portare la compagnia di detenuti fuori dalle mura del carcere, per dare loro l’opportunità di salire su un vero palcoscenico e mettere in scena l’opera di Beckett, “Aspettando Godot”.
Lezione dopo lezione i suoi alunni riescono ad aprirsi con lui, grazie alla recitazione, che permette loro di avere anche una valvola di sfogo. E una volta che Antonio riesce a conquistare pienamente la fiducia della sua classe, la compagnia darà il “via” a un vero e proprio tour teatrale.

 

LA RECENSIONE

UN FILM DA GRANDE PUBBLICO CON UN CHIARO INTENTO SOCIALE RACCONTATO CON DISARMANTE SEMPLICITÀ.

Antonio Cerami è un attore di teatro che da tre anni non calca il palcoscenico, vive da solo in un appartamento a Ciampino dove sente il passaggio di ogni aereo e doppia film porno per arrivare a fine mese. Il suo amico Michele, che ha un lavoro stabile presso un piccolo teatro romano, gli trova un incarico insolito: sei giorni di lezioni di recitazione presso un carcere di Velletri allo scopo di far mettere in scena ai detenuti una serie di favole. Antonio deciderà di mettere in scena presso il teatro di Michele un progetto più grande: “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, perché i detenuti “sanno cosa vuol dire aspettare: non fanno altro”.
Riccardo Milani dirige e adatta (insieme a Michele Astori, entrambi autori di soggetto e sceneggiatura) il film francese Un Triomphe di Emmanuel Courcol, a sua volta tratto dalla storia vera dell’attore svedese Jan Jonson, che mise effettivamente in scena Beckett con un gruppo di detenuti. L’intento al cuore di questa storia è dichiaratamente sociale: ovvero far capire quanto la recitazione significhi per coloro
che sono tagliati fuori dal mondo e che spesso non hanno gli strumenti culturali per conoscere il teatro e il suo grande potere trasformativo.
Milani rispetta la dimensione reale della storia con una regia che a tratti è quasi documentaristica, mentre alla sceneggiatura “costruita” spetta il compito di definire caratteri e creare situazioni appetibili al grande pubblico. E se è vero che la lezione di quanto il teatro in carcere faccia miracoli è già stata raccontata al cinema, è anche vero che raccontarla in forma drammaturgicamente elaborata senza cadere nel
pietismo e senza per contro creare situazioni in cui si ride dei carcerati e non con loro, resta una sfida.
Antonio Albanese è il perno emotivo attorno al quale ruota la storia, letteralmente e figurativamente, e gli fanno corona Vinicio Marchioni, Andrea Lattanzi, Giorgio Montanini e Bogdan Ioardachioiu, anche se il più toccante è Giacomo Ferrara nel ruolo di Aziz.
Grazie ragazzi è il tipo di film che negli Stati Uniti si definisce “crowd pleaser”, cioè disegnato per andare incontro al gradimento del grande pubblico, dunque si risparmia digressioni filosofiche vezzi autoriali per mettersi a servizio del racconto con onestà e gentilezza.

Paola Casella – Mymovies

 

IL REGISTA

RICCARDO MILANI

Roma
15 aprile 1958

Regista e sceneggiatore. Comincia a lavorare come aiuto regista di Mario Monicelli, Daniele Luchetti, Florestano Vancini e Nanni Moretti. Dal 1995 al 2001 si dedica anche alla pubblicità e arriva a vincere il Leone di bronzo al Festival di Cannes per la pubblicità.
Esordisce nel lungometraggio nel 1997 con ‘Auguri professore’ e due anni più tardi dirige  ‘La guerra degli Antò’. Per la serie ‘Archivio della memoria’ realizza ‘Il solito noto – Ritratto di Mario Monicelli’ prodotto dalla Scuola Nazionale di Cinema. Nello stesso anno, per il
venticinquesimo della morte di Pasolini, dirige ‘Una disperata vitalità’. A gennaio del 2002 viene trasmesso il film-tv in due parti ‘Il sequestro Soffiantini’. Sempre nel 2002 porta alla 59. Mostra di Venezia, nella sezione Nuovi Territori ‘Baba Mandela’ un documentario realizzato in Kenya e Tanzania per AMREF e Legambiente alla vigilia del vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile. Per il cinema dirige poi ‘Il posto dell’anima’, scritto ancora una volta con Domenico Starnone e nel 2006 ‘Piano, solo’, storia del tormentato pianista jazz Luca Flores. Per la tv dirige nel 2005 lo storico ‘Cefalonia’, con Luca Zingaretti e l’anno seguente il dramma di Salvatore Di Giacomo, ‘Assunta Spina’.

 

Il 1º ottobre 2011 sposa, dopo nove anni di fidanzamento, l’attrice Paola Cortellesi, conosciuta sul set de Il posto dell’anima. La coppia ha una figlia, Laura, nata il 24 gennaio 2013. Dal precedente matrimonio ha avuto altre due figlie: Chiara e Alice.
Tra i suoi film più noti ricordiamo Benvenuto Presidente (2013), Scusate se esisto! (2014) e Come un gatto in tangenziale (2017) di cui è uscito un sequel di successo nel 2021. In tv, tra gli altri progetti, Riccardo Milani ha curato la regia anche della celebre fiction Rai Tutti pazzi per amore (2008 – 2010).

 

MGF