LE BUONE STELLE – Broker
Drammatico
Regia di Kore’eda Hirokazu –
Corea del sud, 2022 – 129′
con Song Kang-ho, Gang DongWon, Doona Bae

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Una storia incentrata sulle baby boxes, scatole usate per abbandonare in maniera anonima neonati i cui genitori non sono in grado di provvedere ai propri bambini.

La storia prende il via con un bambino abbandonato in una “baby box” in una Chiesa in Giappone. Le baby box sono dei luoghi, protetti, dove genitori disperati che non sanno come occuparsi dei loro figli, possono abbandonarli anonimamente. Sang-hyeon è il proprietario di una lavanderia a mano e fa il volontario nella chiesa dove lavora il suo amico Dong-soo. I due hanno un traffico illecito di neonati: rubano i pargoli dalla baby box e li vendono al mercato nero delle adozioni.

Quello che può sembrare un losco traffico è in realtà qualcosa di più perché i due amici non si accontentano di vendere il bambino al miglior offerente, bensì intervistano i potenziali candidati per assicurarsi che i bambini abbiano una vita felice. La giovane madre So-young torna sui suoi passi dopo aver abbandonato suo figlio e li sorprende sul fatto. Decide di partire insieme a loro in un lungo viaggio in pulmino insieme al resto della loro stramba famiglia per intervistare i potenziali futuri genitori di suoi figlio. Nel frattempo però, il gruppo non ha idea che un paio di detective sono sulle loro tracce…

 

LA RECENSIONE

UN INNO ALLA VITA GENTILE, UN PO’ INGENUO MA IN DEFINITIVA PIACEVOLE GRAZIE AL SUO VARIEGATO E CONVINCENTE CAST.

A Busan, la giovane madre in difficoltà So-young decide di lasciare il figlio appena nato nella “baby box” di un ospedale. A intercettare il pargolo sono però Sang-hyun e Dongsoo, che gestiscono un’attività clandestina di contrabbando di bambini per i quali cercano i genitori giusti, nonché i migliori offerenti, in tutto il paese. Dopo aver convinto la madre che sia la scelta migliore per il futuro del piccolo Woo-sung, il gruppetto inizia il viaggio ignaro che sulle loro tracce ci siano la poliziotta Su-jin e la giovane collega Lee, determinate ad arrestare i criminali dopo averli colti sul fatto.
Un affare di famiglia ha cambiato molte cose nella carriera di Kore’eda, che dopo il grande successo internazionale e la Palma d’oro a Cannes nel 2018 ha allargato i suoi orizzonti dal nativo Giappone con la tappa in Francia per Le verità.
Con Broker racconta invece una storia coreana (che lo vede lavorare con star locali come il Song Kang-ho di Parasite) che inizia a Busan e diventa poi un road movie itinerante, pur rimanendo molto vicina ai temi tradizionali del suo cinema.
Innanzitutto la famiglia, organismo primario che va oltre anche i legami di sangue. Per il regista nipponico famiglia vuol dire pathos, impegno e responsabilità: è un modo di resistere al sistema e alle sue storture sociali, questa volta con particolare enfasi sulle leggi per l’adozione e sulle politiche di welfare infantile. Broker si chiede e fa chiedere ai suoi personaggi cosa sia più giusto, esaminando un caleidoscopio di casi da diverse prospettive durante il viaggio sgangherato di questa famiglia improvvisata.
Ci sono madri bisognose, coppie che hanno provato di tutto, ospedali che si prendono cura dei neonati abbandonati, gestori di orfanotrofi, e la polizia che deve applicare leggi a volte troppo severe. L’immagine della “baby box”, un buco nel muro illuminato e con ninna nanna incorporata dove poter lasciare alle cure dello stato un bambino a cui non si può dare un futuro, è quella che apre il film e rimane sempre centrale nel suo sviluppo. Ma è davvero un aiuto oppure incentiva le giovani madri all’abbandono?
Dilemmi sui quali Kore’eda si schiera sempre dalla parte dell’empatia e dei buoni sentimenti, in quello che è un inno alla vita gentile e perfino un po’ ingenuo. Qualunque gruppo di persone può imparare a diventare famiglia nell’universo del regista, che però è diverso dal mondo reale. Il sentimentalismo che lo ha spesso aiutato a illuminare con dignità il genere del dramma sociale stavolta lo fa apparire poco incisivo, benché il film si mantenga piacevole grazie a un variegato cast di personaggi decisi a fare – più o meno – sempre la cosa giusta.

Tommaso Tocci – Giornalista, e critico cinematografico

 

IL REGISTA

KORE’EDA HIROKAZU
Tokio
6 giugno 1962

 

 

 

 

E’ un regista, sceneggiatore e montatore giapponese.
È centrale nel suo cinema il tema dei legami personali e di quelli familiari in particolare. Nei suoi film ha affrontato anche i temi della memoria e dell’elaborazione del lutto. Dopo essersi laureato nel 1987 all’Università di Waseda, lavora come documentarista televisivo per la TV Man Union.
Il suo esordio nel lungometraggio cinematografico, Maborosi (1995), tratto da una novella di Teru Miyamoto, è presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, dove vince l’Osella d’oro per la miglior regia. Ma è il film successivo, Wonderful Life (conosciuto con il titolo internazionale After Life), vincitore di svariati premi in festival in tutto il mondo fra cui il premio Holden per la migliore sceneggiatura al Torino Film Festival, il premio FIPRESCI al Festival di San Sebastian, e la Mongolfiera d’oro al Festival des 3 Continents di Nantes, a fargli raggiungere la notorietà internazionale.

Distance, presentato in concorso al Festival di Cannes 2001, è incentrato sulle conseguenze del suicidio di massa degli adepti di un culto religioso ispirato a quello di Aum Shinrikyō. Il successivo Nessuno lo sa (Daremo shiranai), presentato in concorso all’edizione 2004 del festival francese, è basato su un tragico fatto di cronaca.
Con Hana yori mo naho (2006) Kore’eda si cimenta per la prima volta con il film in costume e il genere per eccellenza del cinema giapponese, il jidai-geki, pur senza rinunciare al proprio caratteristico stile intimista. Dopo il dramma familiare Aruitemo aruitemo (2008), affronta un’altra sorta di “passaggio obbligato” per un cineasta nipponico, la trasposizione cinematografica di un manga, con Kūki ningyō, presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2009. Nel 2018 con la regia di Un affare di famiglia conquista la Palma d’oro al Festival di Cannes.

MGF

Commedia, Sentimentale
Regia di Ol Parker – USA, 2022 –
104′
con George Clooney, Julia
Roberts, Kaitlyn Dever

 

 

 

 

 

 

LA TRAMA

La storia segue le vicende di una coppia di genitori alle prese con l’imminente matrimonio della figlia. Divorziati da diciannove anni, David e Georgia vengono invitati dalla figlia Lily a Bali, lì dove la ragazza ha deciso di convolare a nozze con il suo fidanzato. Per evitare quello che secondo loro sarebbe un errore che potrebbe costarle caro, esattamente come accaduto a loro venticinque anni prima, i due cercheranno di superare le incomprensioni, almeno per il momento, e di fare fronte unito per mandare a monte il fidanzamento.

Inizialmente, i tentativi di intromettersi nella coppia si ridurranno a sabotaggi e maldestre iniziative per cercare di suscitare delle incomprensioni tra i due ragazzi, che però sembrano sinceramente innamorati e per questo non intenzionati a rinunciare al proprio sogno. Soltanto in un secondo momento, David e Georgia si accorgeranno come non sia il caso di proseguire, anche perché la fiamma dell’amore potrebbe colpire nuovamente anche loro…

 

LA RECENSIONE

DUE STAR INDISCUTIBILI E AFFIATATISSIME, UNA STORIA COMICA E SDOLCINATA, I PAESAGGI DA SOGNO DI BALI. NON SARÀ UN PO’ TROPPO?

Poi dice a cosa serve lo star system. Il divismo. A cosa servono quegli attori che sono più di semplici attori, e fanno impazzire i fan dai red carpet o dalle copertine dei rotocalchi. Basta guardare Ticket to Paradise e lo si capisce, a cosa servono i divi. Senza bisogno di spiegazioni.
Ticket to Paradise senza George Clooney e Julia Roberts crollerebbe come un pezzo di stoffa bagnata.
Ol Parker, d’altronde, il regista, è quello di Mamma Mia! Ci risiamo, e di Marigold Hotel. E se a questo aggiungiamo che l’ambientazione è quella paradisiaca di Bali, e che la storia è quella di due ex coniugi, lui super architetto, lei importante gallerista, divorziati da anni e in rapporti più che pessimi, che devono fare fronte comune volando dagli States alla volta dell’isola del Pacifico per impedire che la figlia neolaureata in legge si sposi con un ragazzo di lì (che non è un povero pescatore ma un più che benestante coltivatore di alghe) e lì rimanga a vivere, rinunciando alla carriera, beh: probabilmente avrete un’idea abbastanza chiara del perché.

Se non ce l’avete, basterebbe citare un romanticismo facilone e sdolcinato, e una serie di dinamiche viste e riviste.
E invece.
E invece ci sono Clooney e Roberts, con le loro faccette, le smorfie, i sorrisi bianchissimi, la simpatia innata, la capacità di recitare. Con il carisma, e la capacità di rendere credibile l’incredibile, e di essere buffi e simpatici (nonché fichissimi) pure quando i loro personaggi
compiono gesti che, nella realtà, andrebbero sanzionati con TSO immediato, come ad esempio quando rubano a una bambina gli anelli nuziali della figlia e del fidanzato per intralciare i preparativi delle nozze.
Il fatto è che il cinema non è la realtà. E che anzi, spesso, al cinema è bello vedere l’illusione, la magia, come dice anche Woody Allen. E allora va benissimo che in Ticket to Paradise l’ambientazione sia da sogno, gli hotel lussuosissimi, i matrimoni balinesi elegantissimi e a piedi scalzi sulla sabbia immacolata, che i conflitti siano all’acqua di rose e il finale scontato e (riap)pacificato.
Perché Ticket to Paradise è il film in cui una ventiequalcosenne rinuncia a una carriera da avvocato per vivere un amore a Bali. In cui due che si sono sempre amati ma che hanno divorziato per paure di perdere la loro individualità nella coppia, e un po’ anche per la carriera, capiscono che le cose belle non bisogna più rimandarle a domani. E in questa sorta di descrescita, nell’abbandono delle dimensioni urbane e frenetiche alla volta di paradisi tropicali che comunque sintetizzano e sublimano uno stile di vita diverso, c’è qualcosa che conosciamo
bene e di cui si è parlato molto nei mesi scorsi, e che fa di quello di Ol Parker uno dei primi veri film post-Covid che arriva nei cinema.

Federico Gironi – Giornalista, scrittore e critico cinematografico

 

IL REGISTA

OL PARKER (Londra 1969)

Regista, produttore e sceneggiatore inglese, Ol Parker è noto soprattutto per aver sceneggiato il film Marigold Hotel (2015) e per aver diretto Mamma mia! Ci risiamo (2018). Nel 2022 è dietro la macchina da presa per Ticket to Paradise.

 

LE STAR

GEORGE CLOONEY

Lexington, Kentucky, USA 06/05/1961

Figlio del giornalista Tv Nick Clooney, fa la sua prima apparizione in televisione all’età di cinque anni al “The Nick Clooney Show”, un talk-show condotto dal padre. Per evitare confronti con il genitore lascia dopo poco tempo il suo lavoro da giornalista televisivo. Tenta senza successo di entrare nella squadra di baseball dei Cincinnati Reds e va ad Hollywood. Ha raccontato di essere arrivato alla guida di una MonteCarlo del 1976 completamente arrugginita e che il passaggio da una cittadina di 1500 abitanti a una metropoli è stato violento. Si ritiene in questo simile al suo personaggio di “Fratello, dove sei”. Appare in alcuni spot pubblicitari e in seguito firma un contratto con la Warner Brothers comparendo così in molte serie televisive (tra cui “L’albero delle mele”, “Pappa e ciccia” e “Sisters”). Nel 1994 viene scelto per interpretare il dottor Doug Ross nella serie “ER”. Il telefilm ottiene un grande successo e l’attore diventa molto popolare tanto da cominciare a ricevere copioni e offerte per numerosi film. Nel giro di pochi anni è riuscito a levarsi di dosso i panni del bel dottor Ross interpretando una serie di personaggi molto diversi tra loro dimostrandosi un attore poliedrico.

 

JULIA ROBERTS

Smyrna, Georgia, USA 28/10/1967

Julia ha trascorso un’infanzia infelice a causa del divorzio dei genitori e a causa della morte del padre. Studia giornalismo e solo quando suo fratello Eric raggiunge piccoli successi come attore a Hollywood, la giovanissima Julia Roberts decide di provare a fare l’attrice. Si trasferisce a New York per tentare la strada del cinema. Il suo debutto cinematografico risale al 1984 con il film “Forever Young”. La vera fama arriva nel 1990 grazie allo straordinario successo del film “Pretty Woman”, in cui la Roberts divide lo schermo con Richard Gere. Con la fama arrivano i pettegolezzi e il suo nome invade le cronache rosa di mezzo mondo a causa di una serie illimitata di presunti fidanzati. Nel 1998 Julia ha esordito come produttrice, insieme alla amica Susan Sarandon, per il film drammatico “Nemiche Amiche”. Sia nel 1990 che nel 1991, la Roberts è stata inserita franle cinquanta donne più belle del mondo. Il suo cachet è passato dai 300.000 dollari di “Pretty Woman” ai 20 milioni di dollari per interpretare, nel 2000, la parte della protagonista nel film “Erin Brockovich” Una cifra che in soli dieci anni di carriera l’ ha resa l’attrice più pagata e richiesta di Hollywood, L’attrice ha prestato la sua immagine all’UNICEF visitando molti Paesi poveri, quali l’India e Haiti, per promuovere alcune niniziative umanitarie.

MGF

 

 

 

Drammatico
Regia di Patrice Leconte –
Francia, 2022 – 89′
con Gérard Depardieu, Jade
Labeste, Mélanie Bernie

QUESTO NUOVO MAIGRET CINEMATOGRAFICO E’ AFFASCINANTE.
MERITO DI UN IMMENSO DEPARDIEU, MA NON SOLO.

Com’è strano, com’è diverso, il Maigret di Depardieu e Leconte.
Com’è malinconico, stanco, intristito. Un Maigret per certi versi quasi irriconoscibile.
Inappetente, per dirne una. Che gli levano la pipa all’inizio del film, per ragioni mediche, e lui nemmeno protesta. Continua a bere, quello sì, per fortuna: “questo caso è cominciato col bianco e finisce col bianco. Ci sono casi da calvados, altri da birra, questo è un caso da bianco”, dice a un certo punto a un suo ispettore che gli aveva proposto una birra fresca.
E però, pur così diverso, Maigret è sempre Maigret: nei suoi modi, nell’intelligenza, nella sua umanità.
Com’è splendidamente autunnale, l’ingombrantissimo Maigret di Gérard Depardieu, che si cala nella parte con una grazia che fa quasi a pugni con la fisicità massiccia, che diventa ancora più malinconico di fronte a quella giovane senza nome ritrovata sul selciato, e a una ragazza come lei, come tante altre, come la figlia, sua, che non c’è più, e che torna solo in echi discreti di risate infantili.
Maigret – questo Maigret, tutti i Maigret – non giudica, non condanna, non è giustizialista né moralista. Maigret si muove cauto, cercando di spostare il meno aria possibile, creando meno disturbo possibile, implacabile nelle domande ma tollerante con le risposte. Perché conosce bene l’uomo e la sua fallibilità, il dolore che si annida nell’animo umano, e che qui esplode silenzioso nel confronto con un anziano ebreo lituano scampato alla guerra e ai campi. Lui sì, ma non la figlia. Anche lui.
L’elefante Maigret si muove nella cristalleria della fragilità umana, con l’eleganza e l’equilibrio di una ballerina, attentissimo a non fare più danni di quanti non siaBstrettamente necessario fare, perché sa benissimo quanto sia difficile mettere assieme i cocci quando si va in pezzi.

E allora, oltre a non fare danni, Maigret aggiusta. Come sa, come può, rimettendo sulla giusta strada, la strada di casa, l’unica ragazza che ha potuto proteggere, aggiustare, salvare. Con i modi bruschi e silenziosi dei padri di una volta.
Sul finale del film, di questo bel film che ha, anche lui, i modi e i tempi di una volta, Maigret sembra ringalluzzirsi un po’, riprende in bocca la pipa, abbozza perfino qualche sorriso. Perché risolve il suo caso, certo, ma perché è riuscito in quel che gli stava più a cuore: fare del bene. Fare, a modo suo, il padre.
E il modo in cui, nel finale, e nell’andatura lenta, stanca e pesante, ma allo stesso modo serena e aggraziata di Depardieu, si mescolano il sollievo per quella missione compiuta, e l’amarezza per quanto nella vita non si potrà mai aggiustare, non è cosa da poco

Federico Gironi – Giornalista, scrittore e critico cinematografico

IL REGISTA

PATRICE LECONTE
Parigi
12 novembre 1947

 

 

 

 

Regista, attore, fumettista e sceneggiatore francese, il cinema di Patrice Leconte si è da sempre caratterizzato da una poesia leggera che ha svolto funzione d’intrattenimento delicato e al contempo ambiguo, seguendo quell’intento mistificatore del regista che ha fatto della solidità e sensibilità le fondamenta del suo stile.
La sua arte è dotata di poesia e grazia come solo certo cinema francese sa fare; la capacità di raccontare i sentimenti, le relazioni umane e gli eventi della vita con delicatezza e eleganza è uno dei suoi tratti distintivi così come la maestria nell’usare l’umorismo con grande originalità. Dopo una serie di cortometraggi, esordisce nel 1975 con la commedia ambientata durante gli anni Cinquanta “Il cadavere era già morto”.
Grande artigiano della macchina da presa, prosegue la sua carriera con lavori che non trovano distribuzione in Italia, fino a “Tandem” (1987), commedia dai toni malinconici, distribuita nel Belpaese con quindici anni di ritardo. Si muove con garbo cambiando genere, e mostrando la sua capacità di tenere alta la tensione nel giallo “L’insolito caso di Monsieur Hire” (1989), per poi tornare alla commedia “Il marito della
parrucchiera” (1990).Nel 1993 realizza “Tango” e nel 1994 “Il profumo di Yvonne”, entrambi incentrati sulla fatale capacità di seduzione delle donne.

Realizza poi quello che può forse essere considerato il suo film più originale: “La ragazza sul ponte” (1999), girato in bianco e nero con il lanciatore di coltelli Daniel Auteuil e la bellissima Vanessa Paradis,
Si dedica alle “Confidenze troppo intime” (2003) di Sandrine Bonnaire, nei panni di una paziente in cura dallo psicanalista, per poi tornare alla commedia con “Il mio migliore amico” (2006), dove ritrova Daniel Auteuil. Nel 2012 Patrice Leconte torna dietro la macchina da presa con la pellicola d’animazione “La bottega dei suicidi”, la storia di una famiglia che gestisce un negozio dove è possibile trovare tutto il
necessario per porre fine alla propria vita. Nel 2013 porta sul grande schermo “Una Promessa”.

 

 

Dopo la commedia “Tutti pazzi in casa mia” (2015), scrive e dirige “Maigret” (2022).
Regista di indubbio talento, da sempre circondato da attori che conoscono bene il loro mestiere, Leconte è decisamente raffinato e prezioso nel suo stile. Non manca mai del “necessaire” che lo fa un autore tipicamente francese: piccante, ideale, sobrio, completo. E ogni sua pellicola è denotata da un tocco di classe inarrivabile, au contraire di molti altri connazionali.

 

 

 

MGF

Eccoci qui, alla fine di questo 2022, a fare un piccolo bilancio di questo anno di ancora un po’ timida ripresa.

Il Cinema Teatro Fratello Sole, in costante attività dal 1998, ha impostato il suo recente percorso su strade nuove, affiancate a quelle consuete delle rassegne cinematografiche, cercando di risvegliare il bisogno di un ritorno alla normalità e all’aggregazione, sentimento fortemente insito in tutti noi dopo il faticoso periodo della pandemia di Covid19.

 

Abbiamo voluto basare i nostri progetti su una parola chiave: Bellezza.
Sono state proposte conferenze, spettacoli teatrali, concorsi di poesia e film che ruotano tutte intorno a questo tema ampliandone il significato e applicandolo alle varie forme di comunicazione.

 

Ospiti importanti ci hanno affiancato in questo percorso: fra Paolo Canali, Direttore delle Edizioni Biblioteca Francescana, Alberto Pellai, psicoterapeuta, Paolo Crepet, psichiatra e sociologo e Don Alberto Ravagnani (simpaticamente chiamato il prete YouTuber) hanno affrontato per noi il sempre più attuale tema del disagio giovanile, molto sentito soprattutto dopo le difficoltà che i ragazzi hanno dovuto affrontare nel periodo pandemico, cercando di indicare un percorso con cui approcciare questo grave e attuale problema e riscontrando un grande interesse e una grande partecipazione di pubblico.

 

Abbiamo allestito spettacoli di teatro sacro contemporaneo con la Compagnia Teatro Minimo di Bergamo: nelle loro rappresentazioni il tema religioso non viene affrontato esplicitamente ma si stempera in una chiave del tutto umana e universale, mirando a riaccendere la speranza nei valori e offrire occasioni di riflessione. Un altro contributo a questo percorso ci è stato dato da Angelo Franchini, le cui indagini teatrali, tratte dal Vangelo, parlano di e per noi e, citando Franchini, di “questa esistenza che ci sta capitando, chiamata vita”.

                                       

Abbiamo ricominciato la proiezione dei docufilm di arte, riscontrando una buona risposta e avvertendo nel pubblico il desiderio di approfondimenti e di ricerca della bellezza.
Lo stesso bisogno lo abbiamo avvertito nella risposta positiva al nostro Concorso di Poesia, dove adulti e ragazzi possono esprimere liberamente nei versi il loro stato d’animo, le loro speranze, la loro personale ricerca della Bellezza.

                                       

 

Nel contempo varie associazioni hanno portato sul nostro palco serate, concerti e incontri dove al primo posto ci sono tematiche importanti e categorie ritenute più fragili, per diffondere, in modo positivo, pratico e fruibile a tutti la filosofia del vivere il meglio possibile davanti ad una malattia, alla disabilità e alle condizioni particolari in cui spesso la vita ci mette duramente alla prova.

                                   

Per i più piccoli un po’ di magia, un po’ di allegria e uno sguardo ai tanto amati dinosauri!

                  

La scelta dei film si è orientata verso proposte significative per contenuti e qualità, ma con un ulteriore sguardo ad un pubblico sempre più bisognoso di distrazione dai problemi quotidiani, di leggerezza, con commedie per strappare un sorriso e film d’azione per attirare quella fascia di giovani un po’ latitante ma sicuramente bisognosa di un po’ di attenzione anche da parte nostra, poiché il nostro intento è quello di essere più che altro una sala della Comunità, abbracciando il più possibile tutte le categorie di fruitori dei nostri servizi.

                                                                       

Tutte le nostre attività sono state quindi studiate per cogliere al massimo le possibilità di un cammino di collettività alla scoperta di ogni forma di comunicazione e di una dimensione umana più profonda.

Con la speranza di avervi regalato qualche ora di spensieratezza o di riflessione, Vi ringraziamo di essere stati con noi e Vi auguriamo un sereno 2023, lasciandovi alle immagini di questo video a voi dedicato.

MGF

2022: UN ANNO CON VOI – YOUTUBE FRATELLO SOLE

https://www.youtube.com/watch?v=g48Q0SlVJeM&t=12s

Azione
Regia di Joseph Kosinski
USA, 2022
con Tom Cruise, Miles Teller, Jennifer Connelly
Durata 131

 

 

 

 

LA TRAMA

Il Tenente Pete “Maverick” Mitchell (Tom Cruise), tra i migliori aviatori della Marina, dopo più di trent’anni di servizio è ancora nell’unico posto in cui vorrebbe essere. Evita la promozione che non gli permetterebbe più di volare, e si spinge ancora una volta oltre i limiti, collaudando coraggiosamente nuovi aerei. Chiamato ad addestrare una squadra speciale di allievi dell’accademia Top Gun per una missione segreta, Maverick incontrerà il Tenente Bradley Bradshaw (Miles Teller), nome di battaglia “Rooster”, figlio del suo vecchio compagno di volo Nick Bradshaw “Goose”. Alle prese con un futuro incerto e con i fantasmi del suo passato, Maverick dovrà affrontare le sue paure più profonde per portare a termine una missione difficilissima, che richiederà grande sacrificio da parte di tutti coloro che sceglieranno di parteciparvi.

 

LA RECENSIONE

UN FILM SUL SUPERAMENTO DELLA MORTE E SULLA SOPRAVVIVENZA DELL’UOMO ALLA MACCHINA

Solo ora mi rendo conto quanto il primo Top Gun sia sempre stato un film sulla morte. Pete Mitchell è circondato di lutti (padre, madre, compagno di volo) e la sua guida spericolata si configura come una via di mezzo tra l’istinto suicida e l’unico possibile canale per la via eterna, ovvero verso il mito (cinematografico). Questo sequel clone riparte sostanzialmente da qui. Da questa necessità di diventare divinità resistendo alla gravità della vita e alle cicatrici dei lutti. E quindi il titolo rimanda inevitabilmente a un nome proprio, che è quello dell’eroe protagonista entrato nell’immaginario collettivo e che non a caso significa “anticonformista, indipendente”, in perfetta sovrapposizione al Cruise attore, produttore, imprenditore, spiritualista.

Il suo Pete Mitchell/Maverick è un pioniere dei cielo, un Icaro post-moderno che non ha paura di avvicinarsi troppo al sole o di salire troppo in alto. Anzi una delle figure più ricorrenti in questo Top Gun: Maverick diretto da Joseph Kosinski è proprio l’ascensione verticale oltre ogni limite. All’inizio Cruise deve spingere al massimo il suo Stealth per sfidare la velocità del suono e raggiungere il limite di mach 10. Più avanti nelle esercitazioni della missione suicida per cui è stato chiamato dalla Top Gun per istruire i giovani piloti del futuro – tra questi c’è anche Rooster, il figlio di Goose, con tutti i conflitti psicologici e personali da superare nei confronti della figura paterna e di quella di Maverick – dovrà ancora una volta testare le capacità (sovra)umane, attraverso la verticalità e la velocità, andare oltre i confini di spazio-tempo in un’area superomistica da Mission:Impossible.

Perché nonostante si guidino arei da milioni di dollari, sono le capacità individuali che nel mondo Top Gun fanno ancora la differenza, il “volare come nessuno ha mai finora finora”, in quella che diventa quasi una dichiarazione poetica sulla preminenza del fattore (super)umano nei confronti della tecnica. La lotta tra uomo e tecnologia e la necessità di risparmiare ancora del tempo prima che i droni, l’elettronica e la guerra virtuale soppiantino definitivamente il vecchio mondo.

La tua razza è destinata all’estinzione” dice Ed Harris a Cruise, “Non oggi!” risponde l’eroe. Dichiarazione che sin dai titoli di testa – con la ripresa integrale del tema musicale di Harold Faltermeyer – si fa esplicita, ripercorrendo soluzioni narrative e registiche del film di Tony Scott, alla cui memoria Top Gun: Maverick è dedicato. Del resto come l’immortalità ha bisogno della morte per definire se stessa, così i maverick di ieri e di oggi devono superare il lutto dei padri per diventare i nuovi dei del cielo.

Carlo Valeri – Giornalista e critico cinematografico

 

IL REGISTA

JOSEPH KOSINSKY
Marshalltown – USA
3 maggio 1974

Tra fascinazione e visioni apocalittiche, il cinema di Joseph Kosinski affronta il paradosso dell’esaltazione tecnologica e delle perplessità che ne conseguono. I suoi protagonisti, illuminati da luce bluastra e livida, vivono immersi in mondi virtuali in cui la tecnologia prende vita, appare umana e assume sembianze che ne mostrano l’anima. Classe ’74, Joseph Kosinski cresce nello Iowa. Figlio di un medico, si trasferisce a Los Angeles dove si avvicina alle arti visive attraverso il fumetto. Nel 2005 inizia a scrivere una graphic novel intitolata Oblivion. Il lavoro non viene pubblicato e viene accantonato per dedicarsi agli studi di grafica digitale. Alunno e poi assistente alla Columbia GSAPP, Kosinski sperimenta l’utilizzo delle arti visive attraverso l’imprescindibile supporto tecnologico.

 

 

Il fascino delle possibilità virtuali si trasforma in cifra stilistica per la sua nascente carriera da regista di spot televisivi. Diverse multinazionali statunitensi si affidano al suo stile visivo algido, ma penetrante, efficace nel mostrare possibilità di prodotti orientati al futuro. Specializzato in spot di videogame, nel 2007 Kosinski viene premiato per gli effetti visivi dello straniante spot di Gears Of War. Il mondo dei computer e dell’intrattenimento sono il suo habitat e per questo la Disney gli affida il difficile compito di un sequel: riaccendere i neon del loro cult Tron (1982). Con Tron Legacy (2010) Kosinski dirige un’esperienza visiva ed immersiva, con il merito di non limitarsi né alla citazione, né al semplice giocattolo visivo, ma mettendo in scena un manifesto significativo per i nativi digitali. Nel 2013 riesce a rispolverare un vecchio progetto, iniziato sottoforma di graphic novel. Oblivion (2013) è un film che lo vede impegnato nella triplice veste di regista, produttore e sceneggiatore. Tom Cruise è il protagonista di un’opera coerente con gli intenti analitici di un regista interessato al recupero di una radice di calore umano in un mondo mediato a rischio aridità. Dopo Fire Squad – Incubo di fuoco (2017), nel 2020 torna a lavorare con Tom Cruise in Top Gun – Maverick. In concomitanza alle sue occupazioni cinematografiche, Kosinski è anche un assistente insegnante per l’architettura, specializzato nel campo della modellazione tridimensionale e grafica.

MGF