
TIZIANO.
L’IMPERO DEL COLORE
diretto da Laura Chiossone e Giulio Boato
Con la partecipazione straordinaria di Jeff Koons
Il docufilm ripercorre quasi un secolo di vita di quel ragazzo che, all’aprirsi del 1500, in una città coperta d’oro che svetta ammiratissima sopra una foresta sommersa, scende dalle montagne del Dogado per essere ricordato come “il più eccellente di quanti hanno dipinto”. Straordinario artista e geniale imprenditore di se stesso, tanto innovativo nella composizione di un’opera quanto nel saperla vendere, Tiziano diviene in pochi anni pittore ufficiale della Serenissima e sommo artista ricercato dalle più ricche e famose corti d’Europa.
TIZIANO VECELLIO
IL RINASCIMENTO NEL RINASCIMENTO

Tiziano Vecellio è uno degli artisti più prolifici e più largamente apprezzati del Rinascimento: per un uomo che passò buona parte della propria vita lontano da Roma, all’epoca il maggior centro artistico della Penisola, è un traguardo impressionante.
Critiche più o meno pertinenti sono state rivolte a molti artisti dell’epoca: Michelangelo dipingeva personaggi fin troppo nerboruti, Leonardo badava più alle innovazioni che alla pittura stessa… ma ben poche critiche, tranne che di gusto personale, possono essere mosse a Tiziano.

La sua pittura è delicata, le sfumature graduali e le figure, anche le più corpulente, restano lievi ed eteree come se fossero parte stessa del paesaggio, e non elementi di spicco.
L’origine di questo suo stile è nient’altro che il colore.
Al di fuori del Veneto, l’esecuzione di un dipinto richiedeva di prassi una lunga preparazione: prima si disegnavano bozzetti e studi di pose, poi si studiava la composizione, infine ci si approcciava alla tela o al muro e si incideva o tracciava un dettagliato disegno preparatorio.
Dei Veneti, tuttavia, si sono sempre ritrovati pochi studi e pochi disegni; non perché questi siano andati persi, abbiamo taccuini e fogli di moltissimi artisti, semplicemente la pratica del disegno preparatorio era molto meno ossessiva.
Le radiografie delle opere dei Veneti, da Giorgione a Tiziano, rivela la presenza di pochi tratti preparatori, sufficienti giusto ad evidenziare la posizione delle figure all’interno dello spazio: la delimitazione delle figure non avviene più con linee nette, bensì con il colore.

Tiziano è maestro di questa tecnica: se Giorgione, il primo dei grandi ad apparire sulla scena pittorica veneta, ha gettato le basi per questa pittura più materica, Tiziano l’apprende con curiosità, la fa sua e la eleva a vette irraggiungibili.
“Colore” e “Colorito” sono le parole chiave per comprendere la sua pittura: contrasti netti, decisi, accostati a sfumature delicate che quasi fondono gli elementi gli uni negli altri, a creare scene di spiccata profondità; Tiziano apprende le basi della prospettiva, impara a dipingere le figure umane e unisce la tecnica al sentimento, la scienza all’empirismo, creando una via di mezzo che sapientemente scolpisce quest’arte così materica, così viva che sembra quasi parte del reale. Di lui si dice che “accarezza la tela con il pennello”, e osservando da vicino le sue opere non si riesce a trovare una definizione migliore: gli incarnati sono così soffici, le stoffe così sottili e pregiate, che immaginare pennellate intense è quasi sacrilego.

Nulla di più pesante di una piuma potrebbe mai sfiorare quelle superfici così incredibilmente dettagliate senza rischiare di danneggiarle, eppure sembrano quasi a portata di tocco: sono così reali e veritiere che sembra di percepire la serica consistenza delle stoffe pregiate, la sensazione più ruvida di lini e cotoni, la morbidezza di un corpo e la linea sinuosa e delicata di una gota solo appena arrossata.

Tra tutti i colori della sua palette, una tinta in particolare si distingue: il rosso.
Ora acceso e vibrante, ora tenue e quasi pastello, il rosso sembra un leitmotiv ricorrente della sua arte: da veli e toghe ai capelli delle fanciulle ritratte come allegorie, un biondo ramato che ancora oggi porta il nome di “rosso Tiziano”. È un colore piuttosto difficile da utilizzare: così acceso, quasi violento, il simbolo universale di pericolo, non sempre si può immaginare di inserirlo in una composizione senza inevitabilmente attrarre l’occhio.
Eppure, Tiziano ci gioca con semplicità, ora intensificandolo per chiamare l’occhio, ora stemperandolo al rosa o al corallo per confonderlo con lo sfondo, tutto magistralmente incorniciato dalle sfumature di ombra, che delicatamente armonizzano personaggi e paesaggio, fondendoli senza per ciò confonderli, creando quei magistrali scenari che fanno sentire lo spettatore quasi imbarazzato, un po’ voyeur, come se si fosse improvvisamente aperta una finestra su una scena che sarebbe dovuta restare intima, privata, riservata a pochi eletti.
Tiziano ci mostra temi sacri e profani, paesaggi e architetture, ci chiama a testimoni che la Fede e la spiritualità non sono temi distanti e troppo complessi per le persone qualsiasi; con la carezza del suo pennello le porta dinanzi a noi, ci fa avvicinare abbastanza da spingerci a sperimentare la sensazione tattile con i nostri occhi, dimostra con la delicatezza che contraddistingue la sua arte che non serve toccare per credere, basta solo sfiorare appena, con uno sguardo che è amore.
Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali
MGF

In principio era l’oscurità.
Ma ecco che le si contrappone un’altra luce, una luce che solo allo sguardo sembra calda e accogliente: viene dal Bambin Gesù, e rende bella ogni cosa che sfiora.
La levatrice, quasi accecata dalla luce, e il pastore, il suo volto disteso nell’espressione di chi sta contemplando qualcosa di meraviglioso e ancora non crede ai suoi occhi, sono un dolcissimo contrappunto alla scena, un segno che siamo tutti invitati ad assistere, anche i più umili.
LA GRANDE ILLUSIONE – Jean Renoir, 1937
ROMA CITTA’ APERTA – 1945
LA GRANDE GUERRA – 1959
ORIZZONTI DI GLORIA – 1957
IL CACCIATORE – 1978
APOCALYPSE NOW – 1979
LA SCELTA DI SOPHIE – 1982
PLATOON – 1986
FULL METAL JACKET – 1987
SCHINDLER’S LIST – 1993
LA SOTTILE LINEA ROSSA – 1998
SALVATE IL SOLDATO RYAN – 1998
BASTARDI SENZA GLORIA – 2009
AMERICAN SNIPER – 2014
DUNKIRK – 2017
1917 – 2019
Il racconto descritto da quest’opera è tanto semplice quanto struggente, l’ennesima dimostrazione di quanto gli dèi greci fossero vendicativi.


L’espressione del suo viso è stata definita dagli storici dell’arte una rappresentazione del concetto del sublime Kantiano: noi tutti usiamo il termine “sublime” come superlativo assoluto di “bello”, ma Kant vi pone un’altra accezione. Sublime è sì un bello all’ennesima potenza, ma non necessariamente qualcosa di positivo: sublime è la potenza del mare in tempesta, la corsa irrefrenabile della lava di un vulcano in eruzione, la carica distruttiva di un forte terremoto. È qualcosa che ci stupisce, e al contempo ci riempie di sentimenti contrastanti: l’amore per qualcosa di meraviglioso e il timore di fronte ad una potenza che è così incommensurabile da non poter essere del tutto compresa.
IL CONCERTO è un film del 2009 diretto da Radu Mihaileanu.
Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 è l’unico concerto per violino del compositore russo . Ha sempre avuto una storia abbastanza particolare fin dalla sua apparizione: apprezzato ed acclamato dal pubblico per la sua capacità di coinvolgere e di trascinare gli ascoltatori e al contrario costantemente avversato dalla critica colta che l’ha sempre considerato una composizione di second’ordine, sia dal punto di vista formale che del contenuto, ritenuto eccessivamente patetico e talora anche rozzo; infine temuto dagli esecutori (addirittura il violinista che l’avrebbe dovuto eseguire alla première rinunciò all’incarico) per le sue difficoltà tecniche.
Chaikovsky scrisse il suo unico Concerto per violino e orchestra nei mesi di marzo e aprile del 1878; e si trattò dell’ultima composizione di rilievo prima di una lunga e sofferta crisi creativa. Il compositore, trentottenne, era reduce dal grande sforzo produttivo di due capolavori, la Quarta Sinfonia e l’Eugenio Onieghin, che avevano visto la luce l’anno precedente. Ma il 1877 era stato anche l’anno nel quale si erano verificati due eventi destinati a modificare sensibilmente il corso della vita del musicista, e, in parte, a turbare la sua delicata psicologia: il breve e disastroso matrimonio, e la concessione disinteressata di una rendita annuale da parte della mecenate Nadezda von Meck.
Assai complesse furono invece le vicende relative alla prima esecuzione. Ispiratore e primo dedicatario del lavoro fu Josif Kotek, amico e allievo del maestro; ma costui, che pure era intervenuto con pareri tecnici nella fase della stesura, si tirò indietro a partitura compiuta. Anche il celebrato virtuoso Leopold von Auer rifiutò il battesimo della composizione, ritenendo ineseguibile la parte solistica. A interpretare la première, il 4 dicembre 1881 a Vienna – ben tre anni e mezzo dopo il compimento dell’opera – fu Adol’f Davidovič Brodskij; Hans Richter dirigeva la Filarmonica di Vienna. Adol’f Brodskij diventò paladino della diffusione del Concerto, e il compositore gli dedicò giustamente la partitura.
Il concerto è articolato in tre movimenti: