PELLIZZA PITTORE DA VOLPEDO: APPUNTI ARTISTICI

Docu-film di Francesco Fei
con Fabrizio Bentivoglio
Racconta la vita tormentata del pittore divisionista Giuseppe Pellizza, celebre per il suo Quarto Stato e per la sua capacità di indagare l’animo e la società umana. Esplorando i luoghi in cui visse e la sua sensibilità artistica con la guida di Bentivoglio come “coscienza narrante”, Pellizza pittore da Volpedo svela le emozioni dell’artista e la sua visione della realtà attraverso un raffinato uso di inquadrature ispirate ai colori delle sue opere. La tragica fine di Pellizza, che si tolse la vita nel 1907 sopraffatto dal dolore per la perdita della moglie, è parte di questo racconto e rende ancora più profondo il legame emotivo dello spettatore con la sua arte.
Il desiderio che l’artista sembra trasmettere al pubblico è un invito alla ricerca della “verità”, che è sempre stata presente nelle sue opere come documentazione storica e partecipazione emotiva alla vita delle persone che rappresentava, sia nella sua fase divisionista sia nell’afflato simbolista che caratterizza l’ultimo periodo della sua produzione.
Esplorando i luoghi in cui visse e la sua sensibilità artistica con la guida di Bentivoglio come “coscienza narrante”, il docufilm svela le emozioni dell’artista e la sua visione della realtà attraverso un raffinato uso di inquadrature ispirate ai colori delle sue opere.
PELLIZZA DA VOLPEDO, ICONA DEL RINNOVAMENTO

Pellizza da Volpedo è per molti aspetti un artista molto singolare; un po’ per la tecnica pittorica, il cosiddetto divisionismo, un po’ per l’utilizzo sottile e sapiente dell’arte come manifesto politico.
La sua opera più celebre, Il Quarto Stato, è una grandiosa manifestazione di questa sua inclinazione politica. Nasce nel 1868 in un’agiata famiglia di contadini, e sin da piccolo si interessa al disegno.
Deciso e determinato, girò l’appena nata Italia per studiare arte, intessé reti di contatti con altri artisti e infine rientrò a Volpedo, sua città Natale, dove si sposò.
Già nelle fasi iniziali della propria carriera abbandonò la pittura tradizionale per un tipo molto particolare di pittura, detta divisionismo: una sorta di branca del pointillisme francese, che proprio in quel periodo trovava la massima rappresentazione grazie ad artisti come Georges Seurat. Prende anche spunto dalla Scapigliatura italiana, una corrente che con fermezza decise di abbandonare i temi mitologici cari al periodo Neoclassico per spostare l’arte su un piano più intellettuale, introspettivo e sentimentale.
Con l’avvicinarsi del volgere del secolo, tuttavia, questa spinta si focalizzò su temi più pressanti nella vita quotidiana delle persone: le condizioni di vita.
Ora, la cultura, l’introspezione, i sentimenti sono elementi fondamentali per essere a proprio agio con la propria vita. Ma purtroppo, la rapidissima evoluzione dell’industria, con tutto ciò che ne conseguiva, metteva in ginocchio buona parte delle persone, costringendole ad esistenze vuote, ripetitive, in cui la stanchezza fisica e mentale non concedeva di pensare ad altro che a continuare a lavorare per sperare di sfamare la propria famiglia.
Sono le condizioni che, una ventina d’anni più tardi, portarono la Russia a rovesciare la dittatura zarista; ma nella neonata Italia, che ancora non aveva un senso di unità e partiottismo pari a quelle che potevano nascere in uno Stato già unito da secoli, la ribellione stentava a sorgere.
Ci furono scioperi, nacquero i partiti socialisti e sorsero gli anarchici, ma la verità era una sola: la classe operaia era troppo piegata dalle fatiche per poter davvero sorgere e ribellarsi contro il capitalismo, che imponeva loro ritmi di lavoro massacranti, in condizioni igieniche e di sicurezza pietose, per una paga misera e totalmente inadeguata.

È qui che entra in gioco l’arte, e Pellizza è l’esponente di punta del movimento: nel suo Quarto Stato, come nei precedenti Fiumana e Ambasciatori della Fame, appaiono persone comuni, uomini e donne che si potrebbero incrociare per la strada. Persone chiaramente stanche, la fatica accumulata è ben visibile nella tensione delle loro membra, ma persone che vogliono creare un mondo migliore, un mondo in cui i loro figli non si dovranno preoccupare di mancare dal lavoro per una malattia.
Persone in marcia per un mondo migliore, un esercito: sì, un esercito. Perché l’unica salvezza dei grandi imprenditori dell’epoca non era altro che la stanca passività degli operai, resi schiavi dalla stanchezza e dalla mancanza di una vera speranza.

Così come i colori sulle tele di Pellizza sono minuscoli puntini che, messi l’uno accanto all’altro, creano un’immagine, così anche i proletari potevano, e da un certo punto di vista dovevano, unirsi e creare qualcosa, non una semplice immagine su tela, ma un movimento, un’onda colossale che doveva travolgere il capitalismo e il sottile ma costante abominio dell’alienazione da catena di montaggio, la vera morte di tutto ciò che ci rende uomini e non macchine.
E anche oggi non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte ai piccoli ma oltraggiosi soprusi quotidiani, non dobbiamo, per citare Tempi Moderni di Charlie Chaplin, “prenderla alla leggera ed evitare le emozioni”. Le emozioni sono ciò che ci distinguono dalle macchine, e soffocarle non sarà mai altro che un temporaneo sollievo, come un goccio di acqua fredda su una scottatura: ma sul lungo termine, dovremo cercare una cura definitiva, chiedere aiuto e lasciarci aiutare.
Questo è ciò che Pellizza cerca di mostrarci: divisi, non siamo altro che dei piccoli puntini senza senso. È quando ci uniamo, quando ci stringiamo l’uno all’altro in un muto gesto di compassione e fratellanza, che siamo in grado di creare immagini gigantesche, semplici ma dalla potenza comunicativa ineguagliabile. Cancelliamo l’istinto, esacerbato dai social network, di saltarci alla gola l’un l’altro; ci ricorderemo che siamo tutti fratelli, tutti abitanti di un mondo che è casa nostra, e che in quanto tale va trattato con amore e cura.
Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali
MGF