Regia di Scott McGehee, David Siegel – USA, 2024 – 119′
con Naomi Watts, Bill Murray, Sarah Pidgeon

 

 

 

 

 

UN DRAMMA NEWYORCHESE IN AMBIENTE LETTERARIO, CON DUE OTTIMI ATTORI.

La romanziera e docente di scrittura di New York Iris vive da tempo un blocco creativo, aggravato dal dolore per la morte del suo amico e mentore Walter, un anziano autore amato e rispettato. Mentre cerca di rimettere in sesto la sua vita solitaria, Iris viene a sapere dalla vedova di Walter una delle ultime volontà dell’amico: affidare a lei il suo adorato alano Apollo, altrimenti destinato a un canile. Inizialmente riluttante, Iris porta Apollo nel suo appartamento di Manhattan, ma qui le cose si fanno complicate: il grosso animale è anche lui in lutto, apatico e malinconico; nell’edificio è vietato tenere animali domestici e la sua presenza rinverdisce in Iris i ricordi di Walter. La difficile convivenza, però, anche attraverso la scrittura, insegnerà a entrambi, alla donna e all’alano, a capirsi a vicenda.
Il film è la trasposizione di un romanzo, “L’amico fedele” di Sigrid Nunez, che nel 2018 vinse il National Book Award: l’elaborazione del lutto di una scrittrice, l’attraversamento di una crisi creativa senza sbocchi e la fuoriuscita attraverso il confronto con una presenza inattesa.
Il dramma newyorchese in ambiente letterario è quasi un sottogenere del cinema americano: si pensi in tempi recenti a “Copia originale”, “Un anno con Salinger”o “Eleanor the Great”, l’esordio di Scarlett Johansson presentato a Cannes.
L’amico fedele non si discosta da un modello che prevede che i personaggi appartengano all’élite intellettuale, che siano scrittori o docenti di scrittura (o entrambe le cose), che abitino in appartamenti pieni di libri e piante da salotto, che frequentino altri scrittori e che si confrontino con temi come il silenzio creativo, i limiti dell’arte, il dolore, la separazione, la fine di un amore o, come in questo caso, di una morte che ha messo fine a un’amicizia.
L’aspetto nuovo del film scritto e diretto dalla coppia Scott McGehee e David Siegel consiste nella presenza dell’alano Apollo, proveniente in questo caso da un altro sottogenere del cinema americano: la commedia con i cani. Anche qui non manca nulla, o quasi: la convivenza che da forzata si fa necessaria; i progressivi miglioramenti e i problemi con il vicinato; i reciproci insegnamenti tra padrone e animale. Manca per fortuna il versante comico dei disastri causati dal bestione pacioccone, dal momento che L’amico fedele, nonostante la simpatia posticcia di Apollo, non tradisce la sua origine letteraria e racconta un’elaborazione del lutto che passa da una donna a un cane e finisce per guarire entrambi.
Certo, chi conosce il libro di Nunez potrebbe rimanere deluso: a parte alcune conversazioni tra Iris e il suo mentore (lei è Naomi Watts e lui Bill Murray, entrambi misurati e senza timore di mostrare i segni del tempo), spesso inserite in voce over a commento delle immagini, mancano i riferimenti dell’autrice al vuoto abbacinante del blocco creativo; al silenzio del suicida che non ha dato spiegazioni e lasciato senza parole chi lo amava; alle riflessioni fulminanti sull’atto di scrivere e creare.
Di tutto questo non c’è traccia, o quasi, nella versione cinematografica, ma forse è un bene: perché L’amico fedele non ha l’ambizione del suo modello, ma cerca di raccontare semplicemente l’impasse esistenziale di una donna e i ricordi di una di una relazione che non c’entrava con l’amore, ma con l’affetto e la corrispondenza di sensi.
Solo così il film riesce a rappresentare la rinascita di Iris attraverso la relazione con Apollo. Tra la donna e il cane si innesca un transfert che riporta idealmente in vita Walter: un amico per lei, un padrone per lui, e per entrambi qualcuno la cui assenza ricorderà per sempre la sua vicinanza. Dal vuoto a volte può nascere la vita.

Recensione : Roberto Manassero – MyMovies


L’amico fedele ha la capacità di riflettere su cosa sia l’amore, e quanto l’amore non possa essere scisso da una certa fisicità (per questo diventa essenziale la grandezza scenica di un alano, goffo eppure maestoso, che Scott McGehee e David Siegel sembrano accarezzare, sequenza dopo sequenza). L’amore assoluto, puro, disinteressato, infinito. L’amore che resta addosso anche quando qualcuno non c’è più, sintetizzato negli occhi smarriti di un cane depresso. C’è qualcosa di più profondo e misterioso di uno sguardo che non ha bisogno di inutili parole?


Gentile, comico e davvero sorprendente, è un dramma introspettivo ed empatico, attraversato da umorismo e commedia, che scalda il cuore e lascia un senso di speranza – quella di poter imparare sempre qualcosa di nuovo dalla vita e da coloro che incontriamo, siano essi uomini o animali.


Questa non è solo la storia di una donna che si lega a un cane: è un racconto di perdita e dolore che sa che sentimenti così profondi non sono confinati a una singola specie.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,2/5 Comingsoon
3/5 Ciak Magazine


 

PET THERAPY: COSÌ I CANI POSSONO AIUTARE I PIÙ FRAGILI

Per migliorare la salute e il benessere delle persone, dai bambini agli anziani, i cani e altri animali d’affezione sono impiegati nella cosiddetta pet therapy. Questa semplice espressione indica gli interventi assistiti con animali, comprendendo tutte le attività e le terapie necessarie a incoraggiare l’interesse verso il mondo esterno e la voglia di interagire.
I benefici ottenuti sono molteplici e appurati tanto che, in Italia, l’impiego degli animali da compagnia ai fini di pet therapy è stato riconosciuto come cura ufficiale dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio 2003.
Ci sono alcune razze di cani maggiormente impiegate per la Pet Therapy per indole docile, collaborativa, affettuosa e socievole.

Alcune di queste i Labrador, i Golden Retriever, e gli Shihtzu, ma sono impiegati anche i meticci. Un recente studio sembra spiegare il motivo alla base di questa maggiore interazione e affinità con l’uomo che caratterizza determinate razze. Si tratta di due mutazioni genetiche che potrebbero aver reso il cane maggiormente amico dell’uomo. Esaminando il DNA di oltre 600 cani precedentemente sottoposti ad alcune prove insieme agli umani, è emerso che quelli risultati più affini e attaccati all’uomo, in grado di interpretare correttamente i suoi segnali, con propensione a guardarlo più spesso, presentavano proprio queste variazioni sul gene MC2R per il recettore della melanocortina 2.

I benefici della Pet Therapy sono numerosi e documentati:
– può accrescere l’autostima, soprattutto dei bambini, e la gratificazione di prendersi cura di un altro essere vivente
– può stimolare il linguaggio e la comprensione di nuove parole e azioni
– è di supporto nel processo di socializzazione, aiutando a confrontarsi e a interagire
– può abbassare l’ansia e risolvere la paura nei confronti del cane
– stimola la mente: con specifici giochi, soprattutto con i cani, si stimolano l’elaborazione, l’associazione, il confronto e la memoria

può aiutare a riabilitare il corpo: spazzolare il cane, lanciare la pallina o compiere movimenti più complessi, sono attività impiegate per la riabilitazione e l’allenamento fisico
– stimola le attività sensoriali in caso di cecità o ipovisione, sordità o sordocecità
– ha un effetto calmante: diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa

I cani, molto empatici e collaboranti, fungono da mediatori e facilitatori durante gli interventi, soprattutto con persone che faticano a comunicare, hanno deficit cognitivi o motori. L’impiego dei cani per aiutare i bambini e i ragazzi autistici è di importanza fondamentale.
La pet therapy è impiegata anche per attività educative o ludiche, volte a portare svago e un pizzico di leggerezza a pazienti oncologici, alle volte accompagnati anche nel doloroso percorso di fine vita.
In generale, la pet therapy è rivolta a categorie di persone considerate vulnerabili e dunque anche anziani affetti da Alzheimer, ragazzi vittime di bullismo, carcerati e persone in coma vegetativo.

Fonte: Fondazione Veronesi

Il libro di Sigrid Nunez, da cui è tratto il film

 

 

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