Regia di François Ozon – Francia, 2023 – 102′
con Nadia Tereszkiewicz, Rebecca Marder, Isabelle Huppert
Drammatico

 

 

 

 

 

UNO SMAGLIANTE MANIFESTO FEMMINISTA, PIÙ SOVVERSIVO DI QUANTO LE SUE ‘BUONE MANIERE’ LASCINO INTENDERE

Per ammissione del suo stesso autore, Mon Crime – La colpevole sono io, nuovo film di François Ozon, costituisce l’ultimo capitolo di una trilogia iniziata con “8 donne e un mistero” e proseguita con “Potiche – la bella statuina“. Questi titoli sono infatti l’adattamento di un testo teatrale d’annata, di cui viene mantenuta l’epoca di ambientazione ma che viene riletto in chiave revisionista, ovvero evidenziando gli elementi che più parlano della contemporaneità. In questo caso si tratta dell’opera omonima scritta da Georges Berr e Louis Verneuil nel 1934.
In Mon Crime, l’obiettivo del regista è riproporre atmosfere da commedia americana anni ‘30, da Lubitsch a Billy Wilder, a partire dalla
patina luccicante d’altri tempi. Nel corso del film, alcune scene sono rappresentate in bianco e nero con cartelli da cinema muto, lasciando però emergere i segni della contemporaneità. Mon Crime mette in scena una dinamica assolutamente attuale, ma rende più complessa la questione, perché le due protagoniste non sono due vittime innocenti date in pasto ai media, ma due truffatrici, che calcano l’onda
dell’omicidio per aumentare la propria fama.
Ozon dunque parte da una posizione scomoda per compiere un discorso acutissimo: assumendo il punto di vista delle due protagoniste, parteggiando per loro, porta avanti una riflessione legittima con personaggi non esemplari. Con il loro atteggiamento, Pauline e Madelaine scoperchiano tutte le ipocrisie e le falsità che stanno dietro al femminismo di facciata, a chi si fregia dell’hashtag #Metoo ma poi si comporta diversamente.
Così, l’orizzonte di Ozon è dunque sinceramente femminista, non abbellisce niente né propone soluzioni edificanti, ma anzi rende più evidenti le problematiche del contesto che rappresenta. La violenza subita dalla ragazza è un fatto reale e non viene cancellato dalla sentenza del tribunale, così come lo è il sistema oppressivo presente nell’industria cinematografica: la bugia è l’unico modo per la protagonista di fare carriera.
Così come il matrimonio è per lei l’unico di sopravvivere. La confezione da commedia brillante si scontra con la durezza della realtà.

Ma Mon Crime si può leggere anche alla luce dell’intera filmografia di Ozon, che è solito ritrarre giovani figure femminili complesse e destabilizzanti. Basti pensare al celebre Giovane e bella, dove, come nel suo ultimo lavoro, non c’era alcun giudizio morale sul prostituirsi della protagonista Isabelle, quanto invece un farsi beffe dello sguardo di chi era intorno a lei e non riusciva a comprenderla.
“Perché Ozon sembra così deliziarsi nei ritratti di crudeltà, perversione e distruzione femminile? Come lui stesso dice, è un regista che semplicemente ama le donne” , chiosava Andrew Asibong nella sua monografia dedicata al regista.
Il film a cui fa riferimento lo studioso è più precisamente il suo secondo, Amanti Criminali, che rivisto oggi trova un interessante parallelismo con Mon Crime. Protagonista è la giovane Alice, che persuade il suo passivo fidanzato a uccidere Said, un compagno campione di virilità che lei falsamente accusa di aver orchestrato uno stupro di gruppo nei suoi confronti. Ad accomunare i personaggi di quest’opera e la più recente c’è il far leva sulla visione stereotipata da parte della società. Come Madelaine e Pauline sfruttano l’immagine di attrici vittime di un produttore violento, in Amanti Criminali “la bugia dell’abuso compiuto dai suoi amici arabi della banlieue rinchiude Said nell’immaginario sessuale di fantasia dei giovani di origine araba diffuso dai principali media francesi e dalla pornografia, che si basano su cliché razziali e stereotipi dei giovani del ghetto e le loro attività depravate”.

Luca Sottimano – Ondacinema

 

IL REGISTA

FRANÇOIS OZON (PARIGI, 15 NOVEMBRE 1967)

REGISTA E SCENEGGIATORE FRANCESE

 

 

 

I film di Ozon sono caratterizzati da bellezza estetica, tagliente umorismo satirico e una visione schietta della sessualità umana. I temi ricorrenti nei suoi film sono l’identità sessuale, l’amicizia, le diverse percezioni della realtà, l’impermanenza e la morte.
Nato e cresciuto a Parigi, figlio di René Ozon, professore di biologia, e Anne-Marie Ozon, insegnante, ha un fratello, Guillaume, e una sorella di nome Julie. Da giovane inizia a lavorare come modello, ma ben presto si appassiona alla settima arte, si laurea in storia del cinema nel 1993 alla scuola di cinema La Fémis, in quegli anni inizia a realizzare un elevato numero di cortometraggi, fino al 1998, quando debutta con il suo primo lungometraggio. Sitcom, film da toni grotteschi, lo pone all’attenzione come uno dei più interessanti tra i nuovi autori del cinema francese.
La sua fama si consolida grazie a pellicole come Amanti criminali e Gocce d’acqua su pietre roventi.
Nel 2000 dirige Sotto la sabbia, primo film della cosiddetta Trilogia del Lutto, che continua nel 2005 con la pellicola Il tempo che resta e si conclude nel 2009 con Il rifugio.
Ma il successo internazionale arriva nel 2002 con 8 donne e un mistero, dove raduna diverse generazioni di attrici francesi, tra cui
Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Virginie Ledoyen, e grazie ad una miscela di diversi generi, che vanno dalla commedia, passando al giallo e al musical, fino al melodramma, Ozon confeziona uno dei suoi film più noti al grande pubblico.
Nel 2007 dirige Angel – La vita, il romanzo, prima produzione girata in lingua inglese, pellicola dalle ambientazione ottocentesche in cui affida il ruolo da protagonista all’attrice britannica Romola Garai. Nel 2009, invece, dirige la fiaba Ricky – Una storia d’amore e libertà, presentato alla 59ª edizione del Festival di Berlino. Nel 2010 torna a dirigere Catherine Deneuve in Potiche – La bella statuina con Gérard Depardieu e Fabrice Luchini: il film, candidato al Premio Magritte per il miglior film straniero in coproduzione, viene
presentato alla 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ozon è dichiaratamente gay.

 

LA PROTAGONISTA

NADIA TERESZKIEWICZ (VERSAILLES, 24 MAGGIO 1996)
ATTRICE FRANCESE

 

 

 

Nadia Tereszkiewicz è franco-finlandese, con origini polacche.
Parla fluentemente il finlandese. Dopo aver studiato danza alla scuole Rosella Hightower e letteratura al liceo Molière di Parigi,
si dedica allo studio del teatro presso il conservatorio del XVIII° arrondissement di Parigi, prima di unirsi alla “classe libera” della
scuola di François Florent.
Debutta nel 2016 come attrice cinematografica in Io danzerò, in un ruolo secondario. Ottiene il ruolo di protagonista nel film Sauvages di Dennis Berry. Recita in Persona non grata di Roschdy Zem e in Only the Animals – Storie di spiriti amanti di Dominik Moll. Per questo ruolo riceve il premio di migliore attrice a Tokyo e fa parte delle rivelazioni al Premio César del 2020.
Nello stesso anno recita a fianco di Reda Kateb nella serie Possessions.

A proposito del suo ruolo in Possessions, dichiara: «È stata la prima volta che un regista mi ha affidato un ruolo così importante, con una vera traiettoria. È un personaggio molto fragile, che si arma di coraggio e di determinazione per tentare di liberarsi ad ogni costo. Vuole capire cosa è successo, perché l’accusano di un omicidio che lei non pensa di avere commesso. È stato necessario che trovassi una sua interiorità, un certo tipo di sensazione fisica per poterla interpretare. Ho un percorso di ballerina, il linguaggio del corpo mi interessava nella sua storia. Natalie parla poco, agisce, prende delle decisioni. Il suo corpo parla per lei».
Nel 2022 Valeria Bruni Tedeschi le affida il ruolo di protagonista nel suo film Forever Young – Les Amandiers, presentato in concorso al festival di Cannes. Interpreta l’alter-ego della regista ai tempi in cui faceva parte della scuola di teatro Les Amandiers, diretta da Patrice Chéreau e Pierre Romans. La sua interpretazione le vale il premio di migliore promessa femminile al Premio César 2023.

 

Recensioni
3,5/5 MyMovies
3/5 Movieplayer
4/5 Ciak Magazine

 

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MGF

Mercoledì 22 novembre la sala polifunzionale del nostro teatro ospiterà Sabrina Schillaci, per presentare il libro Volevo essere un supereroe – ma il costume di wonder Woman era finito, edito dalla Casa Editrice TraccePeLaMeta
Ma chi è Sabrina Schillaci?

Nata a Giussano il 9 novembre del 1968 e laureata al Politecnico di Milano in Design e Architettura d’Interni, Sabrina si sposa nel 1994 con Davide, con il quale divide l’attività professionale.
Nel 2000 aprono un negozio di mobili che diventa un punto di riferimento in Brianza.
Nel 2007 questa vita, che sembrava procedere alla perfezione, si interrompe bruscamente: un tremendo incidente al marito stravolge completamente la vita di entrambi. Un semplice tuffo in un lago, ma Davide ne riemerge tetraplegico. Inizia il pellegrinaggio fra ospedali e istituti ma la paralisi sembra essere definitiva.

 

 

 

 

Seguono anni difficili e di grande disagio anche psicologico fino al 2012 quando, grazie ad un incontro fortuito con l’Ironman di Nizza, Sabrina si rialza dalla depressione e diventa una triathleta, trovando proprio nello sport lo slancio per uscire dalla sofferenza. Diventa campionessa di Triathlon e di imprese ciclistiche legate alla beneficenza, tra cui la pedalata fino a Santiago de Compostela per supportare raccolte fondi a favore di bimbi disabili.
Nel 2017 inizia gli studi per diventare mental coach per poter aiutare gli altri ad affrontare cambiamenti importanti senza lasciarsi sopraffare dagli eventi, e nel 2018 arriva a fondare Race Across Limits.

Nel 2022 organizza i primi corsi di “Perché io me lo merito“: percorsi di crescita personale e consapevolezza dedicati alle persone in difficoltà e nel 2023 Race Across Limits diventa un’organizzazione di volontariato al servizio dei caregiver, con l’intento di far riconoscere il ruolo determinante ma anche vulnerabile di chi si prende cura di un proprio familiare non più autosufficiente.

         

A luglio 2023 diventa anche unità cinofila di soccorso nautico SICS. Con il suo fedele compagno Argon, un Labrador di 2 anni, desidera riportare a nuotare suo marito Davide e tutti i disabili come lui che, non potendo più nuotare in autonomia, necessitano di aiuto.

 

Il suo primo libro, Una sfida attraverso i limiti, sempre edito da TraccePerLaMeta, è proprio il diario del suo primo viaggio, in bici da corsa, da Besana in Brianza a Santiago de Compostela. Un pellegrinaggio di 2200km, su strade sconosciute e con perfetti estranei come compagni di avventura.
21 giorni dove ha potuto ammirare panorami fantastici, dove ha dovuto affrontare fatiche fisiche e mentali mai provate, sconfiggere paure, delusioni, problemi, ma che le hanno anche dato la possibilità di crescere, di acquisire nuove consapevolezze e condividere momenti di vera amicizia.

 

 

In questa serata ci presenterà la sua seconda fatica letteraria: Volevo essere un supereroe ma il costume di Wonder Woman era finito: scritto sotto forma di diario, in queste pagine Sabrina ci racconta dei benefici dello sport e dei poteri da supereroe che si acquisiscono praticandolo, permettendoci di sconfiggere delusioni problemi e traumi.
Una serata più che interessante, condotta dalla presidente di TraccePerLaMeta Edizioni, la Prof. Anna Maria Folchini Stabile,  a cui raccomandiamo di non mancare, per raccogliere il forte messaggio di Sabrina: anche quando tutto ci sembra destinato a finire, c’è sempre una possibilità per venirne fuori, per crescere e diventare persone più forti, consapevoli che la vita merita di essere vissuta e che noi abbiamo le capacità e gli strumenti per affrontarla al meglio e per poterci rialzare.

Per sapere tutto di Sabrina, vi lasciamo il link del suo sito:

https://sabrinaschillaci.it/

 

MGF

EDGARDO MORTARA – LA STORIA

 

 

Edgardo Mortara era un bambino ebreo, nato a Bologna il 27 agosto 1851 da Salomone (Momolo) Mortara e Marianna Padovani. La sera del 23 giugno 1858 la polizia dello Stato pontificio si presentò presso l’abitazione in Via delle Lame dove viveva con i genitori e i fratelli per prelevarlo, su ordine dell’inquisitore di Bologna, affermando che Edgardo era stato battezzato all’insaputa dei genitori.

 

 

L’inquisitore di Bologna, il domenicano Pier Gaetano Feletti (1797-1881), era venuto a conoscenza che alcuni anni prima Anna (Nina) Morisi, la giovane domestica cattolica dei Mortara, vedendo il piccolo Edgardo ammalato e credendolo in fin di vita, lo avrebbe battezzato. La ragazza aveva agito di sua completa iniziativa e, dopo la guarigione di Edgardo, che allora aveva un anno, non raccontò a nessuno il fatto. La vicenda rimase quindi senza conseguenze fino a quando, nel 1858, non riemerse fortuitamente arrivando alle orecchie dello zelante inquisitore di Bologna che decise di andare a fondo alla questione.
Secondo le leggi ecclesiastiche, che nello Stato pontificio erano anche alla base della società civile, il bambino in virtù di quel battesimo, per quanto anomalo, era da considerarsi ormai cristiano e, in quanto tale, avrebbe dovuto ricevere un’educazione cattolica. Ma questa sarebbe stata possibile solo sottraendolo alla sua famiglia d’origine per scongiurare il rischio dell’apostasia. E di questo si sarebbe occupata la Santa Inquisizione, ancora attiva nello Stato pontificio.

 

Colta alla sprovvista dall’irruzione dei gendarmi pontifici la famiglia cercò di opporsi, ma l’ingranaggio del diritto canonico era stato avviato e non si sarebbe fermato. Il 24 giugno 1858 Edgardo Mortara fu fatto salire su una carrozza che partì immediatamente alla volta di Roma. Abbiamo due versioni del viaggio di Edgardo, del tutto contrastanti: la versione della famiglia ci descrive un bambino smarrito, che piange domandando di essere ricondotto dai genitori, e chiedendo che gli venisse restituita la mezuzah, un oggetto rituale ebraico da cui normalmente non si separava. La versione cattolica ci racconta di un bambino tranquillo che manifesta fin da subito interesse per la religione cristiana, chiede di entrare nelle chiese incontrate durante il percorso e che legge con piacere La Filotetea di San Francesco di Sales, donatogli da due pie donne incontrate durante il viaggio.

A Roma fu collocato presso la Casa dei catecumeni, l’istituzione concepita per ospitare ed educare coloro che, forzatamente o per scelta, si convertivano al cristianesimo.
La famiglia si attivò immediatamente, con il sostegno della comunità ebraica bolognese e romana, per riavere indietro Edgardo. I genitori si recarono ripetutamente a Roma riuscendo solo a fargli brevi visite sempre sotto la supervisione degli ecclesiastici che avevano assunto con molto zelo il compito di educare il piccolo Edgardo ai principi del cristianesimo. A Roma Edgardo godette di una particolare attenzione da parte di Pio IX che ne fece il suo “figlio adottivo”.

 

A trattare per la Chiesa fu il discusso ministro di Pio IX, il cardinale Giacomo Antonelli (1806-1876).
La famiglia Mortara non lasciò nulla di intentato per riavere il bambino: inviò al Papa suppliche, petizioni e soprattutto cercò di affrontare la questione sul terreno del diritto canonico impegnandosi per dimostrare che il battesimo non era mai avvenuto o, in ogni caso, non aveva i requisiti per essere valido. Per dimostrarlo si puntò sia sull’indegnità morale di Anna Morisi sia sulla sua estrema ignoranza, condizioni che non le avrebbero permesso di comprendere la portata del suo gesto e di compierlo in maniera corretta. Attraverso la testimonianza del medico, contestarono che Edgardo fosse in pericolo di vita, condizione necessaria per ammettere il battesimo di emergenza, in articulo mortis. La Chiesa, e Pio IX in particolare, fu irremovibile nell’affermare la correttezza dell’avvenuto battesimo e le necessarie conseguenze.

Il rapimento di Edgardo fu uno degli ultimi atti del governo pontificio a Bologna dove crollò meno di un anno dopo, il 12 giugno 1859. Fra i primi atti del nuovo regime vi fu l’abolizione dell’Inquisizione e l’arresto, all’inizio del 1860, dell’inquisitore. Padre Pier Gaetano Feletti venne processato e assolto poiché il suo operato venne riconosciuto conforme alle leggi in vigore e alle istruzioni dei suoi superiori, tuttavia il suo processo fu una palese rappresentazione dell’avvenuto cambio di regime.
Il Regno di Sardegna che aveva da tempo emancipato gli ebrei ed era uno degli stati italiani più avanzati in materia seppe sfruttare abilmente il caso a fini politici dimostrando l’anacronismo del potere temporale del papa.
La vicenda assunse ben presto un rilievo internazionale coinvolgendo eminenti personalità della politica e della cultura internazionali, le opinioni pubbliche di vari paesi si mobilitarono e per le comunità ebraiche internazionali fu l’occasione di organizzarsi: in questo clima nacque l’Alliance israélite universelle, che divenne una delle più importanti organizzazioni per la difesa dei diritti degli ebrei. L’Alliance è ancora attiva, con sede a Parigi.

Mentre Bologna cambiava di regime e le opinioni pubbliche liberali di mezzo mondo protestavano per il “caso Mortara”, l’educazione cattolica di Edgardo continuava indisturbata a Roma ancora sottoposta al dominio pontificio.

Nel 1870 la presa di Roma sembrò rimuovere anche questo ultimo ostacolo, ma Edgardo non volle ricongiungersi alla sua famiglia.
A sollecitarne il ritorno dai genitori si era presentato il fratello Riccardo che aveva partecipato alla presa di Porta Pia, ma Edgardo, che nel 1867 era entrato come novizio nei Canonici Regolari Lateranensi, rifiutò categoricamente di ricongiungersi alla famiglia. Non solo, per evitare ogni ulteriore pressione abbandonò segretamente Roma per trasferirsi in Tirolo, in territorio austriaco, e successivamente in Francia dove venne ordinato sacerdote adottando il nome di Pio in onore del papa che considerava suo “padre adottivo”.
Per il resto della sua lunga vita Edgardo si dedicò alla predicazione cercando in particolare, con ben poco successo, di convertire gli ebrei. Si schierò sempre in difesa dell’operato della Chiesa nei suoi confronti e di Pio IX in particolare, verso il quale mostrò sempre una totale devozione.
Nel 1907 Edgardo tornò sul tema del suo “rapimento” scrivendo alcuni articoli sui giornali in risposta a Raffaele De Cesare (1845-1928), che aveva dedicato un capitolo al “caso Mortara” in un suo libro: ne scaturì una polemica che riaccese i riflettori sul “caso Mortara”.

Ebbe con la famiglia d’origine contatti abbastanza sporadici e morì a Liegi nel 1940 poco prima dell’invasione nazista.
Se il “caso Mortara” aveva avuto pesanti ripercussioni politiche e soprattutto aveva recato un danno immenso all’immagine della Chiesa cattolica nell’opinione pubblica internazionale, dal punto di vista dell’obiettivo dichiarato, l’educazione cristiana di Edgardo, il successo di Pio IX fu completo. Oggetto di molte cure e attenzioni da parte dello stesso papa, Edgardo adottò nella sua vicenda la visione di chi lo aveva allevato e, pagando forse anche un elevato prezzo di sofferenza psicologica, giustificò sempre con il raggiungimento del suo superiore bene le azioni di coloro che lo avevano sottratto alla famiglia.

 

 

 

 

Fonte (e per saperne di più):

http://bimu.comune.bologna.it/biblioweb/mostra-caso-mortara/

MGF

Regia di Marco Bellocchio – Italia, 2023 – 134′

con Enea Sala, Leonardo Maltese, Paolo Pierobon
Drammatico – Storico

 

Il film ricostruisce la figura di Edgardo Mortara, il bambino ebreo il cui
rapimento da parte del Vaticano nel 1858 divenne un caso internazionale.

 

 

 

UN HORROR AMMANTATO DI CARITÀ CRISTIANA CHE MANDA A GAMBE ALL’ARIA OGNI CONVINZIONE PRECOSTITUITA.

Marco Bellocchio sceglie una storia che aveva già attratto l’interesse di Steven Spielberg e la realizza con una comprensione profonda del momento storico in cui si è svolta l’azione e della complessità dei rapporti fra Stato e Chiesa.
La fonte letteraria è “Il caso Mortara” di Daniele Scalise, cui si ispira la sceneggiatura di Bellocchio e Susanna Nicchiarelli, e la perfetta ricostruzione di quel tempo (lo scenografo è Andrea Castorina) è ricca di dettagli che ci calano in quel mondo controllato da un potere temporale ubiquito. E l’antisemitismo della Chiesa si manifesta con virulenza, tanto che il Papa arriverà a minacciare il capo della comunità romana di “costringere gli ebrei a tornare nel loro buco”, risigillando la porta del ghetto.
Ma al di là dell’aderenza storico-politica e dei contrasti religiosi, questa storia è fatta per Bellocchio perché racconta il trauma esistenziale di un’identità negata, e le storture che tale diniego provoca nella vita degli uomini. Ben tre volte il montaggio parallelo di Francesca Calvelli e Stefano Mariotti incatena situazioni opposte: una sessione di preghiere incrociate, l’una che spera, l’altra che inchioda il bambino al suo destino; un verdetto di tribunale e una cerimonia confirmatoria; uno stinato “ora pro nobis” e un’irruzione della Storia laica.
E per tre volte l’identità di Edgardo verrà nascosta sotto un telo -la gonna della madre, la tonaca del Papa, il lenzuolo del letto del “rapito” – che ogni volta cambieranno il senso e il tono della domanda “Dove è finito Edgardo?”.
Numerose e ripetute sono le situazioni in cui un essere umano viene umiliato: lo strisciare del capo della comunità ebraica romana o il bacio del pavimento della chiesa, con tanto di leccate, sono degni di un film carcerario, di quelli in cui la mortificazione dei sottoposti viene esercitata per ribadirne la condizione sottomessa.
Rapito è un film di una violenza non grafica ma efferata, tanto più grottesca e terribile perché perpetrata con quel senso di titolarità moralista che è al centro di ogni oppressione (non a caso il rapimento di Edgardo viene organizzato da un ex inquisitore) e sostenuta da una struttura di potere che nega o minimizza la gravità di ogni sua scelta con un “non è successo niente”.
È violenta la palette cromatica di Rapito, a cominciare dal sigillo rosso sangue con cui viene ratificato il destino di Edgardo, è violento il contrasto caravaggesco fra le poche luci e le molte ombre; e supremamente violento è l’atto di strappare un figlio alla madre. Il padre di Edgardo, pur ben intenzionato, non ha la forza ferina di sua moglie, né la sua lucidità nel rifiutare compromessi. Ronchi e Fausto Russo Alesi sono molto efficaci nei ruoli dei genitori, ma il film appartiene ai due interpreti di Edgardo, il bambino Enea Sala e Leonardo Maltese, straordinario in una scena che mostra il contrasto lacerante fra indottrinamento e ribellione; così come appartiene al sorriso untuoso di Paolo Pierobon nei panni di Pio IX, e a Fabrizio Gifuni, l’ex inquisitore Feletti convinto di essere nel giusto.
L’inflessibilità della Chiesa appare lastricata di buone intenzioni e di cieca obbedienza che portano a liquidare ogni nefandezza con il moto “pace e bene” e l’affermazione di agire “per il bene altrui”, senza riconoscere la differenza fra Bene e Male.
Rapito è un horror ammantato di carità cristiana, un “miserere nobis” che cancella ogni colpa con una formula assolutoria.

La regia muscolare di Bellocchio manda a gambe all’aria ogni convinzione precostituita e autolegittimante, rifiutando radicalmente ogni sistema di potere basato sul senso di colpa in cui il regista stesso è stato immerso, e dal quale non potrà mai prescindere del tutto, come emerge con chiarezza dal suo cinema.

Paola Casella – MyMovies

 

LA VERA STORIA DI EDGARDO MORTARA

Chi era Edgardo Mortara?

Il fanciullo era figlio del mercante Momolo Mortara e di Marianna Padovani, di tradizione e religione ebraica, abitanti in via Lame a Bologna. Era la sera del 23 giugno 1858 quando la polizia papalina si recò presso la sua abitazione e prelevò di forza uno dei suoi figli, il piccolo Edgardo, appunto. L’inquisitore Pier Gaetano Feletti, rappresentante del Sant’Uffizio a Bologna aveva chiesto che gli fosse consegnato. Il bambino fu portato immediatamente a Roma e le cronache raccontano che per tutto il viaggio pianse disperato. Ma qual era stato il motivo di un così crudele comportamento?

 

 

La famiglia Mortara era in buone condizioni economiche e anche se era di religione ebraica, non aveva mai avuto alcun problema di convivenza con nessuno. Quando aveva due anni Edgardo si ammalò gravemente e rimase per qualche tempo in pericolo di vita. Una fantesca cattolica a servizio presso la famiglia Mortara credeva che sarebbe morto e non in grazia di Dio, ovviamente non essendo stato battezzato. Per questo motivo aveva deciso di provvedere lei stessa a somministrargli il sacramento all’insaputa dei genitori. Due anni dopo, durante la confessione, rivelò il tutto ad un padre domenicano che, violando il segreto, avvisò le autorità ecclesiastiche. Queste ultime decisero di provvedere al più presto applicando il sessantesimo canone sancito durante il Concilio di Toledo del 633, secondo il quale gli ebrei battezzati diventavano di fatto cattolici a tutti gli effetti e dovevano dunque essere educati secondo i precetti della Chiesa Romana.

Giunto a Roma, Edgardo fu portato al Collegio dei Catecumeni, dove sicuramente passò i mesi più orribili della sua giovane vita. Solo a ottobre, dopo quattro lunghi mesi, i genitori disperati riuscirono a rivederlo. Nel frattempo, peraltro, il caso aveva varcato i confini italiani ed era diventato internazionale. Le comunità ebraiche piemontesi -che potevano muoversi più liberamente- avevano infatti esercitato pesanti pressioni soprattutto in Francia. Ma anche in Gran Bretagna e in America vi fu un forte movimento di opinione in favore della famiglia Mortara.

Nel frattempo, nonostante anche il medico che all’epoca del battesimo clandestino aveva avuto in cura Edgardo avesse dichiarato che il bambino non era mai stato in pericolo di vita, le autorità pontificie decisero che al piccolo –ormai considerato cristiano sotto tutti i punti di vista- doveva essere garantita un’educazione cattolica. Gli anni passarono e, solo nel 1878, dopo la presa di Roma e l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia, il fratello maggiore Riccardo e la madre Marianna riuscirono a rivedere quello che era un giovane uomo ormai ordinato sacerdote.
L’emozionante incontro avvenne a Parigi, ma ormai era troppo tardi…il diritto naturale aveva dovuto soccombere davanti al diritto canonico. La fotografia scattata nella straordinaria occasione mostra Riccardo in atteggiamento assai freddo e quasi sprezzante verso il fratello minore. Tanto che ai parenti e ai giornali ne fu data copia mutilata, dove comparivano solo Edgardo e la madre. Colui che era diventato don Pio Edgardo

 

 

Mortara ebbe una lunga vita: fu missionario apostolico, canonico lateranense, professore di teologia. Cresciuto lontano dai suoi, segregato dal mondo e guardato a vista, aveva preso i voti con piena convinzione e non mise mai in dubbio i lati oscuri della sua vicenda umana. Continuò tuttavia ad avere rapporti anche epistolari con la famiglia di origine. Morì nel 1940 in Belgio.

 

 

 

Il film ha ottenuto 9 candidature e vinto 6 Nastri d’Argento, In Italia al Box Office Rapito ha incassato nelle prime 7 settimane di programmazione 1,7 milioni di euro e 459 mila euro nel primo weekend

RECENSIONI
4/5 Movieplayer
4/5 Coming Soon
4/5 Cineforum.it

 

MGF

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ULTIMA FOGLIA

Come un’ultima foglia
su un ramo d’autunno,
io resisterò a questo male

ed i miei occhi bagnati di lacrime
continueranno a vedere la tua bellezza,
anche se tu mamma non ci sei più,

perché io ne sono certa
che tu continuerai
a vivere in me

e ci terremo per sempre per mano
come due foglie di primavera
sullo stesso ramo.

 

E’ questa la poesia con la quale la giovane poetessa Inna Viieru vinse l’anno scorso la sezione Ragazzi del nostro Concorso di Poesia Sole D’Autunno. Ma Inna non si è fermata qui e con nostra grandissima gioia apprendiamo in questi giorni che la sua poesia si è classificata prima anche al Premio Internazionale Agenda dei Poeti 2023 e che sarà insignita del Trofeo Città di Milano il prossimo 26 novembre.

 

La giovanissima poetessa, dodicenne di nazionalità ucraina e in Italia solo da pochi mesi, frequenta l’Istituto Comprensivo N. Tommaseo di Busto Arsizio.

In questa poesia dalla straordinaria potenza, l’addio alla madre commuove chi legge, il dolore del distacco è espresso con parole forti e sentite e le parole dolcissime e di affetto profondo aprono a una maturità espressiva e di sentimento notevole e non comune.

 

La forza di questi versi sta proprio nella capacità di esprimere il dolore, ma anche la speranza di ritrovarsi in quel tempo, fuori dal tempo reale, in cui i cuori rinascono l’uno nell’altro per sempre.

Brava Inna! E grazie per averci fatto capire con pochi versi la forza dell’amore!

MGF