Regia di Alessandro Genovesi – Italia, 2025 –
con Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Giulia Bevilacqua

 

 

 

 

 

UNA FORMULA RASSICURANTE PER IL TERZO CAPITOLO DELLA MINISAGA DEDICATA ALLA FAMIGLIA ROVELLI

Il regista-sceneggiatore milanese Alessandro Genovesi si è imposto negli ultimi quindici anni con titoli comici di richiamo, stringendo un sodalizio di ferro con Fabio De Luigi: tra i più noti “La peggior settimana della mia vita” (2011), “Soap opera” (2014) e “Ridatemi mia moglie” (2021). A questi si aggiunge il ciclo dedicato alla famiglia Rovelli: “10 giorni senza mamma” (2019) e “10 giorni con Babbo Natale” (2020). A distanza di alcuni anni Genovesi, insieme alla cordata Colorado Film, Medusa e Prime Video, ne firma un terzo episodio: “10 giorni con i suoi” (2025), coinvolgendo sempre Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, cui si sono aggiunti Dino Abbrescia, Giulia Bevilacqua e Marcello Cesena.
La storia. La famiglia Rovelli, composta dai genitori Carlo e Giulia, dai tre figli Angelica, Tito e Bianca, si reca in Puglia per accompagnare la primogenita che si trasferisce lì per frequentare l’università e stare vicina al suo fidanzato. A ospitarli è la famiglia del ragazzo, i Paradiso…
“Tutta la saga – ha dichiarato il regista – è in qualche modo un esperimento sociale: siamo cresciuti nella realtà in parallelo ai personaggi di finzione, la famiglia Rovelli. In questo nuovo film si affrontano tematiche diverse, complesse, sulla separazione dai figli che crescono e iniziano la loro vita ‘adulta’, sulla coppia che affronta cambiamenti e nuovi movimenti”. “10 giorni con i suoi” corre agile sul binario della commedia semplice, che omaggia i modelli hollywoodiani alla “Ti presento i miei” (2000) ma anche i riusciti campioni di incasso italiani come “Benvenuti al Sud” (2010) o il francese “Giù al Nord” (2008). Al centro del racconto troviamo genitori che da un lato vedono i figli uscire dal nido per inseguire i propri sogni, e dall’altro sono richiamati a nuove responsabilità per gravidanze inattese. Questi temi, sulla carta densi e stratificati, vengono però diluiti in una narrazione a caccia più di risate che di riflessioni. La regia di Genovesi è al servizio di un copione brillante dall’andamento fin troppo prevedibile, ben sorretto comunque da attori dalla comicità rodata.
“10 giorni con i suoi” è un titolo d’evasione senza troppe pretese, che punta a unire grandi e piccoli con una comicità frizzante, accessibile, non volgare. Qua e là qualche inciampo gratuito o banalità, ma comunque un film consigliabile, semplice e divertente.
Questa saga ha inoltre il pregio di non risultare mai troppo lontana dalla realtà (fatta eccezione qui per il prete interpretato da Marcello Cesena in modo delirante) e di suscitare empatia anche nel pubblico che ne ha confermato il successo nel tempo. E questa nuova puntata non sarà da meno delle precedenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Famiglia, Società, Amore, Figli-Genitori


Storie di famiglia e portate avanti con garbo, fra comicità fisica, in cui è maestro il protagonista Fabio De Luigi, e qualche incursione in temi in cui tutti possiamo identificarci come i figli che crescono troppo presto, l’amore che dopo anni rischia di trasformarsi e in generale la composita lotta quotidiana per mantenere attiva e vivace un nucleo familiare.


10 giorni con i suoi è una commedia piacevole e leggera, in grado di offrire un intrattenimento genuino con una trama piuttosto semplice. La bellezza del film risiede nelle performance degli attori (resta sempre molto fluida la chimica tra Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) e nei momenti comici che si intrecciano con alcune situazioni più delicate ed emozionanti.


Recensioni
3,5/5 Coming Soon
3,5/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

L’EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA ROVELLI

DIECI GIORNI SENZA MAMMA

 

Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Sebbene alcune vicende siano esilaranti, dietro si nasconde la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli e che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time: Valentina Lodovini interpreta un ruolo femminile dal sapore finalmente contemporaneo. Non tutto però risulta essere armonico e alcune scene sono al limite dell’assurdo. Ma il film ha comunque il pregio di mettere in discussione il tradizionale ritratto dei ruoli di mamma e papà.

 

DIECI GIORNI CON BABBO NATALE

 

Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Il Natale è in arrivo, e mentre Carlo spera nel buon esito di un colloquio per tornare a fare il suo mestiere, Giulia riceve un’offerta che sarà difficile rifiutare: l’incarico dei suoi sogni non a Roma, dove abitano i Rovelli, ma a Stoccolma. E l’incontro decisivo con la dirigenza è fissato per la vigilia di Natale. Considerato anche l’allontanamento progressivo dei loro figli – Camilla l’ecologista in crisi adolescenziale, Tito attratto dalla destra neonazista – Carlo decide di riesumare il camper con cui lui e Giulia hanno viaggiato da giovani per trasformare la trasferta della moglie a Stoccolma in una gita di famiglia. E lungo la via i Rovelli raccoglieranno anche l’ospite più inatteso: un tipo strano che sostiene di essere Babbo Natale.

 

 

DIECI GIORNI CON I SUOI

 

Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.

 

MGF

 

 

 

 

 

Regia di Gabriele Salvatores – Italia, 2024 – 124′
con Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra

 

 

 

 

UN VIAGGIO GEOGRAFICO MA INSIEME SENTIMENTALE E STORICO

“Già solo il fatto di essere venuto in possesso di una storia scritta da Federico Fellini e Tullio Pinelli, di cui si sapeva poco o niente, mi è sembrato meraviglioso. Quando poi ho letto questo ‘trattamento-sceneggiatura’ di circa 80 pagine, la meraviglia è diventata desiderio e spinta creativa”. Così Gabriele Salvatores (Premio Oscar per “Mediterraneo”, 1991) parla della sua ultima fatica di regista e sceneggiatore: “Napoli-New York”, nella sale italiane dal 21 novembre 2024.
La storia. Napoli, 1949, un palazzo crolla, i morti e i feriti non si contano. Celestina (Dea Lanzaro) ha nove anni, è orfana e ha visto qualche mese prima la sorella maggiore, Agnese, partire per gli Stati Uniti, all’inseguimento del soldato che le ha promesso di sposarla. Nella tragedia ha perso la zia, che si occupava di lei. Traumatizzata e sola, senza nessuno a cui chiedere aiuto la bambina si rifugia dal suo amico Carmine (Antonio Guerra), poco più grande, che vive arrangiandosi come può. Carmine incontra George (Omar Benson Miller), un cuoco afroamericano che lavora su una nave della Marina statunitense in procinto di salpare per gli Stati Uniti. Per una serie d’imprevedibili coincidenze Carmine e Celestina finiscono per imbarcarsi clandestinamente sulla nave diretta a New York. Sbarcati con uno stratagemma per aggirare i controlli di frontiera, si mettono alla ricerca di Agnese, ma all’indirizzo riportato sulla lettera, che Celestina custodisce tanto gelosamente, non c’è traccia della ragazza. È l’inizio di una girandola di avventure che coinvolgerà anche il commissario di bordo, Domenico Garofalo (Pierfrancesco Favino), un burbero dal cuore d’oro, che già sulla nave li aveva aiutati, tenendoli nascosti, ma soprattutto sfamandoli e coinvolgendoli in piccoli lavoretti. A Little Italy i bambini troveranno anche la premurosa moglie di Garofalo (Anna Ammirati) e l’intraprendente direttore del giornale della comunità italiana (Antonio Catania), ma soprattutto il loro posto nel “nuovo mondo” e con esso la possibilità di un futuro.
“Il viaggio, l’altrove, la solidarietà – spiega ancora Salvatores – sono temi che ho spesso trattato nei miei film. Ho anche spesso lavorato con i bambini ed è una cosa che mi ha sempre dato gioia. I bambini non ‘recitano’, vivono davvero quello che stanno facendo in un ‘gioco’ molto serio”.
Nel film i due piccoli protagonisti attraversano eventi drammatici, affrontano fame, solitudine, dolore, ma non si arrendono, mai. Interessante la descrizione della comunità italiana di New York – al di là della folkloristica processione della statua di San Gennaro, tra canti, balli e bancarelle – e soprattutto la percezione che gli americani avevano degli immigrati italiani, che tanto ricorda alcune considerazioni di sconfortante attualità sugli “stranieri”. E Celestina ce lo ricorda con la disarmante semplicità e immediatezza dei bambini: “Tu non sei straniero, sei solo povero. Se sei ricco non sei mai straniero”.
“Napoli-New York” è una favola dal sapore neorealista, che Salvatores ha diretto a regola d’arte e alla quale ha dato alcuni tocchi di modernità, costruendo un racconto garbato, commovente e avvincente, a tratti anche divertente, con due protagonisti, Lanzaro e Guerra, davvero straordinari, e due certezze come Favino e Ammirati, senza dimenticare il tocco originale e gustoso del cammeo di Catania. Bella la colonna sonora con il suo mx di brani celebri tra cui “Tammuriata nera” e gli omaggi a “Titanic e “West Side Story”.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Emigrazione, Famiglia, Lavoro, Politica-Società, Povertà-Emarginazione, Rapporto tra culture, Razzismo, Solidarietà-Amore


Napoli – New York è un sogno. La fotografia alterna il realismo delle macerie napoletane a un lirismo che si accende nelle sequenze americane. E la regia di Salvatores, precisa e al tempo stesso delicata, si prende il tempo di accarezzare i dettagli, trasformando ogni frame in un piccolo pezzo di poesia.


È un film che parla al cuore senza scordarsi della testa, un film che si rivolge agli spettatori italiani ma che ha tutte le carte in regola per conquistare un pubblico globale. Salvatores ha fatto un film popolare, nel miglior senso del termine, che mescola emozioni, ironia e sogno in un racconto universale. Una fiaba in cui è impossibile non credere.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

L’EMIGRAZIONE ITALIANA

 

Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti, accolti dagli stessi pregiudizi che oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese.
La maggioranza degli emigranti italiani, oltre 14 milioni, partì nei decenni successivi all’Unità di Italia, durante la cosiddetta “grande emigrazione” (1876-1915).
Intere cittadine, come Padula in provincia di Salerno, videro la loro popolazione dimezzarsi nel decennio a cavallo tra ‘800 e ‘900. Di questi quasi un terzo aveva come destinazione dei sogni il Nord America, affamato di manodopera.

 

 

A partire non erano solo braccianti. Gli strati più poveri della popolazione in realtà non avevano di che pagarsi il viaggio, per questo tra gli emigranti prevalevano i piccoli proprietari terrieri che con le loro rimesse compravano casa o terreno in patria.
New York e gli States furono le destinazioni più gettonate. Ma non le uniche. Così come non si partiva solo dal Sud Italia. I genovesi ad esempio ben prima del 1861 partirono per l’Argentina e l’Uruguay.E, proprio come gli immigrati oggi che giungono da noi, non iniziavano l’avventura con tutta la famiglia: quasi sempre l’emigrazione era programmata come temporanea e chi partiva era di solito un maschio solo.

 

 

 

A fare eccezione fu solo la grande emigrazione contadina di intere famiglie dal Veneto e dal Meridione verso il Brasile, specie dopo l’abolizione in quel paese della schiavitù (1888) e l’annuncio di un vasto programma di colonizzazione.

 

 

 

Di solito chi partiva dalle regioni del Nord si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia. Chi partiva dal Sud invece si imbarcava a Napoli. Il rapporto tra passeggeri di prima classe e di terza era di 5mila a 17mila e le differenze di trattamento per questi ultimi abissali: un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone erano gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese. Molti morivano prima di vedere il Nuovo Mondo.L’arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l’Isola delle Lacrime. Iniziava poi la sfida per l’integrazione. Se in Sud America conquistarsi un posto nella nuova patria fu più facile, negli Stati Uniti era una faticaccia. I nostri connazionali preferivano così ghettizzarsi nei quartieri italiani e frequentare scuole parrocchiali, rallentando così la diffusione dell’inglese nelle comunità.

 

Negli Stati Uniti che da poco avevano abolito la schiavitù si diceva che gli italiani non erano bianchi, “ma nemmeno palesemente negri”. E poi ancora “una razza inferiore” o una “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi”. E il presidente Usa Richard Nixon intercettato nel 1973 fu il più chiaro di tutti. Disse: “Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio é che non si riesce a trovarne uno che sia onesto”.
Negli Usa l’immigrazione dall’Italia si fermò con la Prima guerra mondiale.

 

 

 

Nel 1921 l‘Emergency quota act impose un tetto al numero di immigrati dall’Europa dell’Est e del Sud in quanto si riteneva che popoli come quelli italiani fossero meno assimilabili. Solo con la Seconda guerra mondiale, grazie all’arruolamento nell’esercito statunitense di molti italoamericani l’integrazione fece concreti passi avanti.
Forse anche per questo nel secondo dopoguerra ci fu una ripresa dell’emigrazione dall’Italia agli Usa. Ma ormai si era aperta una nuova rotta verso l’Europa del Nord: Francia, Germania e Belgio le mete più gettonate.
Eppure nemmeno qui i nostri connazionali furono accolti a braccia aperte, anche perché il 50% partiva come clandestino, senza lavoro, sfidando leggi e pregiudizi e assediando frontiere nell’irriducibile speranza di garantirsi una vita migliore.

Fonte: Focus Storia

 

MGF

 

 

 

Regia di Edward Berger – USA, 2024 – 120′
con Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow

 

 

 

 

 

UN THRILLER FILOSOFICO ELEGANTE CON INTERPRETAZIONI SOLIDE E UNA FOTOGRAFIA MEMORABILE.

Il regista austriaco-tedesco Edward Berger si è fatto conoscere dal grande pubblico nel 2022 per il bellico “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Netflix), adattamento dell’opera di Erich Maria Remarque, che gli ha schiuso le porte di Hollywood: 9 candidature ai Premi Oscar tra cui miglior film e 4 statuette vinte. A distanza di due anni torna con “Conclave”, titolo sempre ad alta tensione, ma di carattere diverso: è un thriller di matrice politico-religiosa che si muove sul terreno della finzione, dal romanzo omonimo di Robert Harris (2016, in Italia con Mondadori). Protagonista un cast di livello composto da Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Le riprese del film sono state realizzate tra Cinecittà, Palazzo Barberini e Reggia di Caserta.
La storia. Città del Vaticano, il Pontefice è appena deceduto e al card. Lawrence è affidato il compito di coordinare i lavori del Conclave. Viene attuato un rigido protocollo e le stanze del Vaticano si trasformano quasi in un bunker impenetrabile, dove i poco più di cento cardinali da tutto il mondo sono chiamati a indicare il successore al soglio di Pietro. Tra i favoriti gli occidentali Bellini e Tremblay, il sudafricano Adeyemi e l’italiano Tedesco, ma anche l’outsider Benitez, neocardinale di Kabul…
“Il meccanismo di elezione di un Papa – ha dichiarato il regista – è tra i segreti meglio mantenuti del mondo. Io ero tanto, tanto curioso di guardare dallo spioncino, di arrivare ai più piccoli particolari”. Dalle parole di Edward Berger emerge con chiarezza la linea del racconto del film “Conclave”: soddisfare quella curiosità, a tratti morbosa, di accedere al momento dell’elezione del successore di Pietro, attraverso una prospettiva profondamente umana, centrata in un perimetro narrativo da thriller politico-spionistico. Sia chiaro, non è un film fracassone alla “Angeli e Demoni” (2009), puntellato da delitti, esplosioni e dinamiche da James Bond. Qui, in “Conclave” è tutto più controllato e misurato. Si coglie bene la mano esperta ed elegante di Berger, che orchestra una partita a scacchi tra cardinali addizionata da sfumature psicologiche ben tratteggiate.
Berger è interessato a descrivere il mondo della Chiesa, quella di palazzo, come una piramide di potere, ambizione e corruzione. I cardinali si muovono ponderando le proprie mosse, tra giochi di alleanze, colpi bassi e strategie. Quello cui il regista è maggiormente interessato è un racconto terreno, impastato di pensieri e sentimenti di un’umanità fragile, per lo più interessata al potere e non alla guida pastorale della Chiesa.Tra le figure significative c’è di certo quella del card. Lawrence, che Ralph Fiennes abita con grande mestiere e compostezza, regalando un’interpretazione incisiva: è il decano e guida il Conclave, schiacciato dal peso di una responsabilità troppo grande, uno dei favoriti per l’elezione, ma del tutto riluttante; apprezzato sempre per la sua efficienza gestionale, in verità vorrebbe solo ritirarsi a vita semplice, essere un pastore. La gran parte dei cardinali rientra invece nelle tessere di un mosaico virato sui toni del chiaroscuro, espressione di una “povertà” morale e spirituale.
“Conclave” è un ottimo film per regia, ritmo e dinamica narrativa, per le musiche eccellenti di Bertelmann, per le ricostruzioni scenografiche accurate e ovviamente per le performance degli attori.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Chiesa Cattolica, Dialogo, Dolore, Donna, Fede, Giustizia, Mass-media, Metafore del nostro tempo, Morte, Politica-Società, Potere, Povertà, Psicologia, Tematiche religiose


Eccellente sotto tutti i punti di vista, propone un intreccio dinamico, alternativo, senza velleità. Sceneggiatura strepitosa, fotografia sublime, musica coerente. Interpretazioni magistrali, regia interessante. Insomma, merita di essere visto.


Molto fedele al romanzo di Harris, con uno script ineccepibile firmato del drammaturgo e sceneggiatore britannico Peter Straughan (“La talpa”), questo “Conclave” diventa un’indagine sulla duplicità della natura umana, sulle ambizioni inconfessate e sul grado di empatia che siamo spinti a rivolgere verso chi commette un errore, senza essere necessariamente una persona malvagia (o viceversa).


Quello che si deve apprezzare di Conclave è la maestria con cui si presenta la dimensione umana, che alla fine governa ognuno di noi, a prescindere dal ruolo che si ricopre.


Questa non è una storia di fede, è una trama politica al 100% in cui sono replicate le medesime fazioni che si scontrano nei governi secolari, quella dei progressisti e quella dei conservatori, quelli che soffiano sulla xenofobia per compattare i propri accoliti e quelli che hanno solo desiderio di potere. E in mezzo ci sono gli uomini di buona volontà


Recensioni
3,2/5 MYmovies
7/10 IGN Italia
4/5 Movieplayer

 

IL CONCLAVE

 

Il CONCLAVE costituisce una sorta di vero e proprio “ritiro spirituale durante il quale tutti i Padri Cardinali della Chiesa si dispongono in ascolto del Divino Spirito per eleggere colui che, secondo Dio, ritengono debba essere Vescovo della Chiesa di Roma”. L’antico rito prende il nome proprio dalla procedura per la quale tutti i cardinali riuniti sono chiusi “cum clave” fino a quando non arrivano alla elezione del nuovo Pontefice.

 

 

CHI PUO’ ESSERE ELETTO – Il candidato deve prima di tutto essere di sesso maschile, battezzato e non sposato. Se l’eletto è scelto tra coloro che non hanno però ancora l’Episcopato e che quindi una volta eletto dovrà essere ordinato Vescovo, si devono allora includere le indicazioni per la nomina a tale ordine: almeno 35 anni di età, un minimo di 5 anni di presbiterato, una laurea o licenza in Sacra Scrittura, Teologia o Diritto Canonico conseguite in un Istituto di Studi Superiori approvato dalla Sede Apostolica, oltre che delle canoniche “buona reputazione, saldezza di fede, pietà, zelo delle anime, saggezza, prudenza, virtù umane e ogni altra qualità che dimostri l’attitudine del soggetto all’adempimento del suo ufficio”.

COME SI SVOLGE – Il giorno fissato per l’inizio del conclave tutti i Cardinali si riuniscono nella basilica di San Pietro per celebrare prima di tutto la Missa pro eligendo Romano Pontifice, presieduta dal Decano del collegio cardinalizio. Il pomeriggio i cardinali elettori si recano in processione cantando il Veni Creator verso la cappella Sistina al cui interno avverranno le votazioni in un ambiente rigorosamente privo di qualsiasi mezzo audiovisivo o di trasmissione. Nella sala verrà montata la stufa nella quale verranno bruciati tutti gli appunti e i voti degli elettori e dalla quale si alzeranno poi, durante le varie fasi del conclave, le fumate: nera per ogni avvenuta votazione, bianca quando verrà raggiunto il quorum previsto.

           

LO SCRUTINIO E I TEMPI – L’unica forma di elezione del Pontefice ammessa è quella per scrutinium. Per la valida elezione sono richiesti i due terzi dei suffragi più una votazione nel caso in cui tale numero non sia divisibile per tre. Nel caso in cui le elezioni inizino il pomeriggio del primo giorno di conclave, vi sarà un solo scrutinio. Nei giorni seguenti, si svolgeranno due scrutini al mattino e due il pomeriggio, ciascuno dei quali composto da tre diverse fasi:
1. ANTESCRUTINIUM: i cerimonieri preparano e distribuiscono due o tre schede a ciascun cardinale elettore, l’ultimo cardinale diacono estrae a sorte tra tutti gli elettori 3 scrutatori, 3 “infirmarii” (incaricati di raccogliere i voti dei cardinali infermi presso la Domus Sanctae Marthae) e tre revisori. Durante la votazione i cardinali elettori rimangono da soli ed esprimono il loro voto compilando l’apposita scheda che riporta l’ufficiale formula “Eligo in Summum Pontificem”.
2. SCRUTINIUM VERE PROPRIEQUE: uno alla volta i cardinali si recano presso l’altare dov’è posizionata l’urna con un piatto sopra. Alla presenza dei tre scrutatori si recita il giuramento nella sua sua rigorosa formula latina: “Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”, posa la scheda sul piatto e la lascia poi cadere all’interno dell’urna. Concluse le operazioni di voto si procede quindi a quelle di spoglio. Gli scrutatori agitano le schede nell’urna, le mescolano ne leggono il contenuto una ad una, rilegandole infine tutte insieme per l’estremità con un filo.
3. POST SCRUTINIUM: in quest’ultima fase si conteggiano i voti e si bruciano le schede nella stufa. Sia che sia stato raggiunto il quorum o meno, i cardinali revisori devono controllare tutte le schede e le annotazioni degli scrutatori per vigilare sulla precedente operazione. Se il quorum non è stato raggiunto si procede a un’immediata nuova votazione. Nel secondo scrutinio i cardinali ripeteranno le stesse operazioni ma senza pronunciare di nuovo il giuramento.

ELEZIONE DEL NUOVO POTEFICE – Nel momento in cui un candidato raggiunge i due terzi dei voti a suo favore, l’elezione è da considerarsi canonicamente valida. L’ultimo dell’ordine dei cardinali diaconi richiama il maestro delle celebrazioni liturgiche e il segretario del collegio cardinalizio il quale, rivolgendosi all’eletto, gli domanda: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” e, a risposta affermativa, aggiunge: “Come vuoi essere chiamato?”. Il candidato risponderà con il nome pontificale che avrà scelto per il suo insediamento, le schede vengono bruciate e finalmente la piazza di San Pietro vede innalzarsi la celebre e solenne fumata bianca.

 

LA STANZA DELLE LACRIME – Dopo la sua proclamazione, il papa neoeletto si ritira nella “Stanza delle lacrime”, ovvero nella sacrestia della Cappella Sistina, per indossare per la prima volta la talare bianca e i paramenti con i quali si presenterà in pubblico dalla Loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro.
Il nome di tale luogo deriva dal fatto che, si presume, in tale stanza il neo-pontefice scoppi in lacrime per l’emozione e per il peso della responsabilità del ruolo che è chiamato a svolgere.

 

Il libro di Robert Harris da cui è tratto il film

 

MGF

 

 

 

L’ALBA DELL’IMPRESSIONISMO. PARIGI 1874

Docufilm
diretto da Ali Ray

 

 

 

 

 

L’Alba dell’Impressionismo. Parigi 1874 ci guida tra le sale della mostra omonima che il Musée d’Orsay ha dedicato ai 150 anni del movimento. Gli impressionisti sono uno dei gruppi più amati, popolari e imitati della storia dell’arte: milioni di persone accorrono ogni anno per ammirare i loro capolavori. Ma all’inizio questi pittori erano degli outsider disprezzati e squattrinati. Il 1874 fu l’anno che cambiò tutto: i primi impressionisti, “affamati di indipendenza”, ruppero gli schemi organizzando una mostra al di fuori dei canali ufficiali. Il 15 aprile di quell’anno, l’esposizione della «Società anonima» aprì i battenti con circa 200 opere appese su pareti rivestite di lana bruno-rossastra nello studio del fotografo Nadar. Quel giorno il mondo dell’arte si apprestava a cambiare per sempre.

La storia questa volta non è raccontata da storici e curatori, ma dalle parole di coloro che furono testimoni dell’alba dell’impressionismo: gli artisti, la stampa e i cittadini di Parigi.


 

IMPRESSIONISMO: LA SERENDIPITY DELLA STORIA DELL’ARTE

 

 

Serendipity, o serendipità, è un termine che indica “l’occasione di fare scoperte per puro caso o di trovare qualcosa mentre si sta cercando tutt’altro”.

 

 

 

Graffiti di Altamira

L’arte nasce come una rappresentazione della realtà, sin dai primissimi esempi di graffiti nelle caverne, e il progredire della tecnica non ha fatto altro che muovere nella stessa direzione.

 

 

Compianto e sepoltura di Cristo (sn), Rogier van der Weyden; Pietà (ds), Beato Angelico

Le spinte più poderose, almeno per quanto riguarda l’arte occidentale, arrivano con l’introduzione della prospettiva e, quasi di pari passo, con l’utilizzo accuratissimo della pittura a olio da parte dei fiamminghi; se procediamo lungo il Rinascimento e poi verso il Barocco e il Neoclassico, i miglioramenti nella tecnica, l’inserimento graduale di elementi architettonici come parte dell’opera (si pensi ad esempio ai trompe-l’oeil) sono una chiara manifestazione di quanto gli artisti si siano impegnati sempre più per ricercare la possibilità di creare opere quanto più possibili fedeli alla realtà, come se l’arte ambisse a diventarne una parte integrante.

 

Noi oggi diamo per scontata la possibilità di portarci a casa un’immagine a ricordo di un evento, ma prima dell’avvento della fotografia il procedimento per riprodurre un bel fiore visto al bordo di una strada era immensamente più difficile: non era certo una questione rapida e alla portata di tutti come estrarsi lo smartphone dalla tasca e immortalare un bel ciuffo di iris, per poi riprendere il cammino senza aver per questo speso chissà quanto tempo.
La nascita della fotografia ha permesso alla realtà di essere immortalata senza necessariamente avere particolari doti artistiche; per avere un ritratto della fidanzata da portarsi al fronte era diventato sufficiente andare da un fotografo, e sebbene nei primi tempi ci volessero svariati minuti a scattare una foto, non era neanche lontanamente paragonabile al tedio (e alla spesa!) di chiamare un ritrattista e posare per ore.
Dunque, ora che il problema della riproduzione della realtà era risolto, cosa restava agli artisti?
Mentre ricercavano metodi di imitazione della realtà sempre più fedeli, un piccolo gruppo di persone si era reso conto di una cosa molto importante: la luce.

 

Caravaggio – Vocazione di Matteo (1599-1600)

 

Da sempre determinante per ogni tipo di arte, basti pensare a quanto sapientemente la sapeva dosare Caravaggio, la luce ha un’influenza sulla percezione della realtà molto più alta di quanto si possa pensare ad un’analisi superficiale.

 

 

 

 

Per esempio, a chi non è mai capitato di comprare dei pantaloni per poi scoprire, a casa, che erano di un colore diverso da come sembravano in camerino? O di disporre gli abiti per il giorno dopo e scambiarli, nella notte, per un intruso?
Gli Impressionisti, con i loro studi sulla luce e sulla sua influenza sulla realtà, speravano di trovare una rappresentazione più fedele. Privati dalla necessità di farlo, si sono dati allo studio della luce stessa. Non importava più che un dipinto fosse fedele: per ricordare uno scorcio di campagna bastava uno scatto. Quello che importava ora era capire: capire come la luce potesse mutare le forme e i colori, come un panorama potesse diventare cupo solo perché il sole era stato coperto dalle nubi nere di un temporale in arrivo.

 

Monet – Scogliere dell’ Etretat (1883-1886)

 

Nelle opere impressioniste, spesso si ritrovano numerose copie dello stesso soggetto, dipinte in diversi orari della giornata, diverse stagioni, diverse condizioni atmosferiche.
Noioso? No, non con gli Impressionisti.
Con le loro opere, gli Impressionisti ci mostrano quanto peso abbia la luce sul quotidiano, quanto anche una minima variazione possa riplasmare le forme e trasformarle in cose nuove; la luce, attentamente studiata, dà nuove vite a oggetti di tutti i giorni. E, a mio parere, lo possiamo vedere proprio perché i soggetti sono semplici, quasi banali: un covone, la facciata di una chiesa, delle ninfee su uno stagno… sono cose che prima o poi abbiamo visto tutti, magari ci siamo passati davanti senza nemmeno prenderne nota.

 

 

 

Il lavoro degli Impressionisti ci mostra, con paziente zelo e calma ripetitività, che il bello si può trovare anche nella più banale e noiosa giornata, ci mostra che il mondo è un continuo cambiamento e che a noi è stato dato il dono di potervi assistere giorno per giorno, ora per ora.
E ci regala anche un piccolo insegnamento: l’importante non è la destinazione, ma il viaggio. E, se la destinazione viene cancellata, dover ripiegare su altro potrebbe portare risultati inaspettati… e meravigliosi.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

Regia di James Mangold – USA, 2024 – 141′
con Timothée Chalamet, Edward Norton, Elle Fanning

 

 

 

 

 

 

NON (SOLO) UN BIOPIC SU BOB DYLAN MA UN VIAGGIO NELL’AMERICA D’INIZIO ANNI ’60

James Mangold, newyorkese classe 1963, è un regista-sceneggiatore di mestiere, che ha all’attivo una serie di film riusciti per stile e solidità di racconto: “Ragazze interrotte” (1999), “Quando l’amore brucia l’anima. Walk the Line” (2005), “Le Mans ’66” (2019) e “Indiana Jones e il quadrante del destino” (2023). Dopo il biopic su Johnny Cash e June Carter, Mangold torna a confrontarsi con un’altra figura chiave della scena musicale e culturale “a stelle e strisce”: il cantautore Bob Dylan, Nobel per la Letteratura nel 2016. Il biopic “A Complete Unknown” non ha però la pretesa del ritratto definitivo, bensì si concentra unicamente sul momento degli esordi, tra passioni folk e insofferenze agli steccati musicali. Protagonisti Timothée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro ed Elle Fanning.
La storia: New York, 1961. Un giovane diciannovenne originario del Minnesota, all’anagrafe Robert Zimmerman, ma ben presto Bob Dylan, si reca in ospedale per conoscere il cantante folk Woody Guthrie. Lì stringe amicizia anche con il cantautore Pete Seeger, che gli offre ospitalità in casa e lo introduce nell’ambiente musicale del Greenwich Village. Nel corso delle prime esibizioni conoscerà anche la cantante Joan Baez…
“Il mio compito – ha dichiarato il regista – è sempre stato quello di mettere in dubbio osservazioni ovvie. Non esiste una verità assoluta su Dylan. Abbiamo letto qualsiasi documento su di lui e molti autori si contraddicono. Invece di concentrarci sulla verità fattuale, abbiamo preferito soffermarci sui passaggi chiave, sulla realizzazione dei dischi, cercando di trovare il filo e il tono della verità”.
Mangold e il cosceneggiatore Jay Cocks hanno scritto un copione efficace, che approfondisce il momento dell’avvio della carriera di Bob Dylan, con il suo arrivo a New York e nella scena della musical folk, intercettando anche la critica sociale giovanile e l’attivismo politico, per poi spiazzare tutti e cambiare passo dalla metà degli anni ’60. Mangold tratteggia Dylan come un talento creativo, animato da irrequietezza e curiosità, insofferente alle regole. Al centro del suo mondo c’è la musica, la sperimentazione, il desiderio di mordere la vita con intensità senza troppi ancoraggi (neanche a livello sentimentale): si lega all’attivista Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo), ma contestualmente frequenta la collega Joan Baez. Dylan è uno spirito libero, interessato alla sua idea di musica e refrattario agli incasellamenti, alle categorie musicali.
Mangold, forte delle interpretazioni generose di Chalamet, Norton e Barbaro, costruisce un racconto avvolgente, sospinto anche da brani iconici come “Mr. Tambourine Man”, “Blowin’ in the Wind” e “Like a Rolling Stone”. Nell’insieme, uno sguardo-suggestione sul mondo artistico di Dylan con richiami allo scenario politico, sociale e culturale del tempo; un modo per (ri)scoprire le origini del genio, senza tralasciarne fragilità e chiaroscuri. Mangold ha svolto un buon compito, valido e accurato, senza eccessi ma neppure guadagni memorabili. Un’opera che intercetta il favore del pubblico di ieri, che torna a canticchiare i brani di Dylan, e accende la curiosità in quello di oggi, pronto a scoprirne il vasto repertorio.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Alcolismo, Arte, Donna, Giovani, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Psicologia


“Chi vorrei essere? Tutto ciò che non vogliono che io sia”. Attorno a questa frase già di culto ruota tutta l’operazione di A Complete Unknown, basato sul libro di Elijah Wald “Dylan Goes Electric!” e approvato in fase di sceneggiatura da Dylan stesso.


Uno dei meriti di A Complete Unknown è quello di trattare Dylan con rispetto pur evitando l’agiografia, anzi, stigmatizzandone tra le righe, sempre attraverso il giudizio che passa negli occhi degli altri, qualche comportamento dettato dall’accrescimento dell’ego.


Chalamet ha capito “cosa” recitare, prima ancora di capire come farlo. Recita quella stranissima coolness di Dylan, che deriva dall’essere contro ogni cosa, dal non amare la sua stessa coolness, dal non voler essere così.


Recensioni
3,7/5 MYmovies
5/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum

 

BOB DYLAN PREMIO NOBEL 2016 DELLA LETTERATURA:
Per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana

 

Bob Dylan, il cui vero nome è Robert Allen Zimmerman, è nato a Duluth il 24 maggio 1941.
Nel corso della sua lunga carriera il suo stile musicale ha spaziato dal country al blues, dal gospel al rock and roll, dal jazz all musica popolare inglese, scozzese e irlandese. È sempre stata forte l’influenza della letteratura e dalla storia americana sui testi delle sue canzoni.

 

 

 

Ha detto di lui il musicologo Alessandro Carrera, autore del saggio La voce di Bob Dylan, Una spiegazione dell’America (Feltrinelli):
“Se Dylan torreggia sopra tutti non è perché sia un poeta che scrive anche canzoni o un autore di canzoni che scrive anche poesie, ma perché l’intensità con la quale ha fatto cozzare linguaggi diversissimi tra loro è unica e irripetibile.
Dylan è senz’altro un poeta, ma non dello stesso genere a cui potrebbero appartenere T.S. Eliot o Montale. È un poeta perché ha inserito nel suo medium, che è quello della canzone, tutta la forza della poesia, del simbolismo, del modernismo di fine Ottocento e del Novecento. Ma Dylan resta soprattuto un cantante, perché il cantante deve saper unire i differenti media che sta usando e trasformarli in qualcosa che è di più della somma delle differenti parti. Questo è quello che Dylan è riuscito a fare, in lui si uniscono l’arte della parola, quella della musica e della voce, oltre quella della perfomance.

 

 

Certo Dylan è anche un narratore, ed è forse più narratore che poeta: ha scritto dei versi bellissimi, ma soprattutto ha inventato storie e ha inventato un modo di raccontarle in canzone. Molti raccontano storie in canzoni, la ballata narrativa è un antichissimo genere della canzone. Dylan si è trovato a utilizzarla negli anni Sessanta, quando la ballata narrativa era impiegata per le forti esigenze del momento: era una ballata topical, che sta per politica impegnata, che tratta di argomenti del giorno.

 

 

Ma Dylan non ha mai trattato questi argomenti in maniera strettamente lineare, o lo ha fatto molto raramente. Ha preferito creare delle situazioni allusive o, certe volte, circolari, in cui la storia, una volta sentita, ci lascia sempre qualcosa di non ancora spiegato, ci fa venir voglia di riascoltare la canzone, perché non ci ha detto tutto al primo ascolto.

 

Dylan è stato influenzato dai poeti che ha letto quando aveva diciotto-vent’anni a Minneapolis e a New York; ed erano i poeti che allora tutti leggevano, come Elliott, Ginsberg e tutta la scuola della beat generation, ma soprattutto Rimbaud. Forse non c’è stato nessun poeta che abbia avuto su di lui quell’impatto che ha avuto Rimbaud, tra il ’62 e il ’65. Ha letto sicuramente moltissimo, assimilando e imparando quello che voleva, e lasciando perdere quello che non gli interessava, come fanno gli autodidatti. Non bisogna dimenticare che Dylan è soprattutto un grandissimo conoscitore della tradizione della musica popolare americana: i veri testi di riferimento, più che quelli scritti, sono i testi del blues, le grandi ballate narrative della tradizione anglosassone.

 

 

La vita di Dylan è un’avventura per la straordinaria capacità che lui ha avuto di togliersi di dosso l’identità d’origine e di crearsene un’altra. Si decide nel momento in cui cambia nome, e da quel momento non torna più indietro, la strada è aperta verso una continua reinvenzione della propria vita. Ha rivissuto il grande mito americano, l’american dream, che però ha riscritto in maniera originale: non è il sogno di sistemarsi in un’altra terra – quello l’avevano già fatto i suoi nonni e i suoi padri – lui questa terra la esplora e la sente come sua, senza sentire alcuna divisione tra sé, la propria etnia e le altre culture di cui l’America è composta. Questa è la sua avventura.”

 

 

Il libro di Elijah Wald che ha ispirato il film

 

MGF