Regia di Payal Kapadia – Francia, India, Paesi Bassi, Italia, 2024 – 110′
con Kani Kusruti, Divya Prabha, Chhaya Kadam

 

 

 

 

Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2024.

 

UN FILM INTENSO, ELEGANTE E FORTEMENTE SENSUALE IN CUI LA REGISTA SI DIMOSTRA ECCEZIONALE NEL COGLIERE OGNI SFUMATURA

Prabha è un’infermiera nel reparto ginecologico di un caotico ospedale di Mumbai. Tramite un matrimonio combinato ha sposato senza conoscerlo un uomo che subito dopo si è trasferito in Germania, senza farsi praticamente più sentire. La donna divide un microappartamento con un’infermiera più giovane, Anu, che è innamorata di Shiaz, un ragazzo musulmano inaccettabile agli occhi della sua famiglia indù (così come lei è inaccettabile per la famiglia di Shiaz). La terza protagonista è la città di Mumbai, metropoli sovraffollata “costruita dalle mani della povera gente” e punteggiata da condomini alveari in cui ognuno ha poco spazio per sé ma coltiva grandi sogni, perché “bisogna credere nelle illusioni, altrimenti si impazzisce”. Una città che annulla le singole individualità e dove il lusso sfrenato è riservato a pochi privilegiati, così come è discriminante la società indiana che attraverso le sue regole rigide e millenarie esercita una pressione incontestabile sulle vite delle persone, soprattutto (ma non solo) quelle di sesso femminile. Opera seconda della regista indiana 38enne Payal Kapadia, racconta con immensa tenerezza la storia di due donne (anzi tre, perché c’è anche un’infermiera più anziana, Parvati, sfrattata dalla casa in cui ha vissuto per 22 anni) i cui desideri e aspirazioni si scontrano con un assetto sociale che le relega in un angolo e preclude loro soddisfazioni e sentimenti. Le due protagoniste di All We Imagine As Light affrontano però i limiti loro imposti in modo opposto: Prabha seppellisce le sue speranze in fondo al cuore, conscia che a Mumbai e dintorni “non è possibile sfuggire al proprio destino”; Anu invece cerca ogni occasione di fuga e di incontro con Shiaz, rubando attimi di gioia e leggerezza, e guadagnandosi solo per questo la nomea di sgualdrina fra le altre infermiere.
Kapadia entra a fondo nell’intimità degli spazi angusti in cui è confinata la vita di Prabha e Anu, perlustra gli spazi della città e della natura circostante, inzuppa il suo racconto di piogge monsoniche e utilizza le musiche del giovanissimo montatore e cantautore Topshe per sottolineare le differenze fra le due protagoniste, ma anche le svolte della narrazione, e verso il finale fa sfociare la storia di Prabha in una sequenza di realismo magico di rara poesia.
All We Imagine As Light è in film intenso, elegante e fortemente sensuale senza essere esplicitamente sessuale (ma l’unica scena di sesso del film è una delle più realistiche e commoventi viste nel cinema recente).
La narrazione composta di Kapati lascia perfettamente intuire il vulcano che la società indiana nasconde, e che forse avrà la potenza di sovvertirla, o forse si limiterà a regalare piccoli momenti di respiro e di rivalsa alle donne come Prahba e Anu, che non fanno nulla di male ma vogliono per sé qualcosa di meglio di quello che il mondo ha già deciso per loro.
All We Imagine As Light è la dimostrazione che nell’arte ciò che conta non è tanto il cosa quanto il come: ed è nel “come” che Kapadia si dimostra una regista eccezionale, capace di cogliere ogni sfumatura dell’universo narrato, ogni luce, ogni sguardo, ogni dettaglio, ogni piccolo spostamento dell’anima.

Paola Casella – Mymovies


All We Imagine as Light – Amore a Mumbai è delicato e intenso, per nulla scontato, non è solo un film romantico, racconta la società indiana e il mondo femminile.


All We Imagine As Light è una luce nella pioggia, una speranza nel buio, un film nella terra – e di qui il mare – di nessuno tra costrizione e anelito.


Racconto della Mumbai di oggi attraverso gli occhi di tre donne di età differenti, tutte infermiere e tutte con un rapporto incerto con gli uomini della loro vita. Spostandosi dalla città al mare, si riapproprieranno del loro destino.


Recensioni
3,3/5 MyMovies
3,5/5 Sentieri selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

CASTE INDIANE, SISTEMA GERARCHICO DI STRATIFICAZIONE SOCIALE

Il complesso apparato che costituisce il sistema delle caste in India è una struttura gerarchica che stabilisce e contestualizza vari livelli di stratificazione a carattere sociale, i quali si basano esclusivamente e rigidamente sull’ereditarietà della condizione relativa alla popolazione indiana. Pur essendo stata soppressa sin dal 1950, questa antichissima struttura fa ancora sentire i propri influssi nella ripartizione dei posti di lavoro, nelle delicate dinamiche politiche, nella circolazione dei beni ed ha le proprie basi su regole religiose di tipo arcaico, molto radicate a livello sociale.

 

Nella religione induista si afferma che l’anima è impegnata nel suo incessante percorso di purificazione che la vede reincarnarsi (il samsara, l’eterno ciclo di vita, morte e rinascita, spesso raffigurato come una ruota proprio a evidenziare la sua ciclicità) per raggiungere la liberazione grazie alle virtù sviluppate in ciascuna vita. Un esempio: nascere come membro di una casta di livello inferiore, in base al sistema della casta indiana, significa essere stato un peccatore nell’incarnazione precedente.
Al contrario, nascere sotto la casta indiana dei brahmani dimostra che l’anima della persona è pura e che, se saprà vivere un’esistenza onesta e integerrima, potrà ottenere il nirvana, cessando di restare intrappolata nel ciclo morte-vita-rinascita.

 

Il sistema delle caste Varna

 

La parola significa colore. Questo sistema si basa sull’antica letteratura indù e classifica gli indiani in 4 classi principali provenienti dalla società indiana vedica:
Clero o insegnanti (Brahmani)
Governanti o guerrieri (Kshatriya)
Artigiani o commercianti (Vaishyas)
Operai o servi (Shudra)

 

 

 

Villaggio Dalit di Madurai

 

I Paria o Dalit (in passato definiti «intoccabili», attualmente considerati «oppressi») sono considerati avarna, cioè al di fuori del sistema sociale e religioso delle caste induista (ed è quindi erroneo elencarla come una quinta casta), includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. I Dalit sono costituiti da vari gruppi in tutta l’Asia meridionale. Parlano una varietà di lingue e praticano varie religioni. I Dalit formano il 16,6% della popolazione indiana secondo il censimento del 2012.

 

 

 

Le persone appartenenti alle tre caste superiori ricevono un’iniziazione alla fine della pubertà. Questo rito è considerato come una seconda nascita. Gli Shudra non hanno iniziazione perché nascono una sola volta.
Come fa l’India moderna a gestire il sistema delle caste?
La costituzione stabilisce che la discriminazione contro le caste inferiori è illegale.
Dopo l’indipendenza sono state implementate diverse politiche per superare le barriere delle caste e migliorare la mobilità sociale
Queste politiche includono il sistema delle quote riservate negli impeghi pubblici per i membri delle caste più basse
Per la corretta applicazione di queste politiche i governi locali hanno moltiplicato il sistema delle caste
In questi sistemi più bassa è la condizione sociale più benefici si possono ottenere in modo che alcune caste cercano di mantenere la qualifica più bassa.

Fonte: www.consciousjourneys.com

MGF