Docufilm diretto da Giovanni Piscaglia

soggetto di Didi Gnocchi

voce narrante di Mario Cordova.

 

 

 

 

 

ANNUS DOMINI PLACABILIS – UN GIUBILEO PER IL PERDONO DIVINO

 

Roma, anno del Signore 1600.
L’intera città, anzi, l’intero mondo cattolico è in fermento per il Giubileo che papa Clemente VIII ha annunciato poco più di sei mesi prima con un’enciclica dal titolo “Annus Domini Placabilis”. L’istituzione del Giubileo arriva all’indomani di una tremenda inondazione del Tevere che ha lasciato la città in ginocchio, flagellandola come se Dio in persona stesse cercando di estirpare da essa ogni seme di peccato.
Indulgenze, riti, tradizioni, tutto s’intreccia sullo sfondo di un’immane campagna di rimessa a nuovo della città, affinché essa sia degna di ospitare questo grandioso evento e le folle che inevitabilmente accorreranno per parteciparvi.

È in questo contesto che Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, dopo anni di malumori, trova finalmente un palcoscenico per la propria arte: abbandonate le piccole tele dai soggetti laici, già da qualche tempo si era dedicato a grandi opere religiose, in parte spinto dall’insistenza del cardinale Francesco Maria del Monte, che in occasione del Giubileo lo mise in contatto con Clemente VIII.
Era il momento perfetto: alcuni studiosi sostengono che Caravaggio seguì questa strada per espiare un presunto omicidio da lui commesso in gioventù, parte del motivo per cui aveva lasciato la Lombardia per cercare di sistemarsi in altre zone della Penisola. Contribuire ai fasti del Giubileo, forse, sarebbe stata una sufficiente dimostrazione del pentimento, forse gli avrebbe concesso il perdono per l’orribile crimine commesso che, le biografie del tempo lo rivelano, continuò a perseguitarlo per il resto della sua vita.
Si susseguono le commissioni, ma non terminano i dissapori: fedele, o forse prigioniero, della sua natura di uomo tormentato e dominato da emozioni forti, Caravaggio non ha la minima intenzione di mitigare i toni, nemmeno in campo artistico.

Le sue rappresentazioni sacre sono crude, brutali, le sue figure non sono eteree e distanti, ma umane e imperfette: amate da alcuni, considerate assolutamente impresentabili per altri. Chiaroscuri intensi e dalla consistenza quasi solida danno vita a personaggi nerboruti e giunonici, mentre Caravaggio sperimenta la resa di pose fino ad allora mai osate, non per santi e beati, considerate sconvenienti per la rappresentazione del Figlio di Dio, della sua Vergine Madre e dei suoi accoliti.

 

Alcune opere di Caravaggio vennero rifiutate per questi motivi: in più di un’occasione, addirittura, egli usò come modelli persone incontrate lungo la strada: passanti, mendicanti, persino prostitute (che vennero riconosciute, sebbene non si possa dire altrettanto dell’ipocrisia dei sant’uomini che furono in grado di riconoscere i volti di queste donne di malaffare).
Un rifiuto dopo l’altro, la frustrazione di Caravaggio aumentava: in pochi sembravano in grado di accettare lui e la sua arte per quello che erano. L’uno e l’altra erano appassionati, flamboyant, altalenanti tra luci crude e taglienti e ombre impenetrabili.

 

Non termina l’anno del Giubileo prima che Caravaggio commetta un altro crimine, stavolta un’aggressione che lo portò ad essere incarcerato per qualche tempo.
Uscito di galera, la sua arte sembra riflettere un animo più pacato, forse piegato dalla dura vita da galeotto, ma forse non si trattò di altro che di un vano tentativo di mettere la testa a posto.

Negli anni seguenti, il magistrale chiaroscuro delle sue opere, netto e deciso, rifletté il dualismo di quest’uomo: da un lato fine artista, in grado di rappresentare molteplici soggetti con realismo, profondità e incontestabile magnificenza. Dall’altro, un uomo prono ai reati: aggressione, possesso improprio di armi, ingiurie, e infine una grave aggressione; solo il favore del nuovo papa, Paolo V, concesse a Caravaggio di continuare a frequentare Roma e il suo incalcolabile patrimonio artistico.

 

Poi accadde, ciò che forse aveva sempre covato nel buio fitto abilmente nascosto dalla luce: durante una partita di pallacorda, per futili motivi, Caravaggio uccide un uomo.

È costretto a fuggire, di nuovo, pena la decapitazione; la notizia della grazia, concessagli anni più tardi, lo raggiunge a Napoli e lo spinge a tornare verso Roma, ma non vi giungerà mai: morirà per un’infezione trascurata in un sanatorio, a metà strada verso il perdono.
Mai salvato, ma nemmeno completamente condannato: questo dualismo di Caravaggio è evidente nelle sue opere e, forse, specchio di ciò che cova in ognuno di noi.

 

 

Beatrice Fiorello Dott.ssa Scienze dei Beni Culturali

 

MGF