LA GRANDE PAURA DI HITLER.
PROCESSO ALL’ARTE DEGENERATA
Diretto da Simona Risi
con la voce narrante di Iaia Forte

 

 

 

 

I veri grandi nemici di Hitler erano artisti come Picasso, Chagall, Van Gogh e Matisse, bollati dal nazismo come “degenerati”: le loro opere vennero ritirate dai musei tedeschi, distrutte o vendute, così come furono messe al bando la letteratura, la musica e l’architettura non in linea con il regime. A partire dalla mostra del Musée Picasso di Parigi, il documentario ripercorre questo attacco ideologico attraverso filmati rari, opere censurate e testimonianze di curatori, storici, sociologi e psicanalisti.

LA CENSURA ARTISTICA NEL TERZO REICH

Chiunque abbia aperto un libro di storia recente si è trovato faccia a faccia con gli orrori causati dal Terzo Reich, e credo che almeno una volta tutti ci siamo posti una domanda: com’è stato possibile?

Per rispondere a questa domanda, bisogna porre l’ascesa del regime nazista nel contesto storico: ci troviamo in una Germania al collasso, messa in ginocchio dalle riparazioni imposte dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, un Paese in cui l’inflazione era così galoppante che gli stipendi erano rivisti giorno per giorno, senza che ciò fosse d’aiuto alla popolazione.
Il Marco tedesco, la valuta ufficiale, era del tutto inutile: per gli scambi commerciali si usava il dollaro, oppure si acquistava cibo barattando sigarette o vecchi mobili, utili ormai solo come legna da ardere.

 

In questo contesto di fame e disperazione, appare un giovane Adolf Hitler, che punta il dito sull’ormai morente patriottismo: i Tedeschi dovevano rialzarsi e mostrare il loro vero valore!
Un discorso banale, scontato, ma perfetto per fare presa sulle menti di persone la cui sopravvivenza è oramai ai limiti dell’inspiegabile.
Hitler, nel suo Mein Kampf, parla di un’aleatoria idea dell’identità tedesca, non un amore di patria o un consesso di valori, ma una considerazione che partiva da basi estetiche: entrato in contatto con la comunità ebraica di Vienna, riporta di essersi sentito molto a disagio, e di aver finalmente compreso tutto l’odio rivolto nei loro confronti, perché “non sembravano assolutamente dei tedeschi”.

Ma da qui alla persecuzione sistematica serve un passo ulteriore: serve dimostrare che tutte queste “persone che non sembrano tedeschi”, siano essi ebrei, rom, omosessuali, comunisti o disabili, abbiano veramente delle cattive intenzioni nei confronti del Paese. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è così: nascono dunque i giornali di partito, che riferiscono solo versioni ufficiali rivedute e corrette dal Governo stesso. L’interesse non è trasmettere la verità, ma diffondere una menzogna che faccia comodo.
Scatta inoltre una brutale censura, verso qualsiasi pensiero od opinione che non sia completamente conforme ai princìpi di quel Partito che prometteva di far tornare grande la Germania, verso chiunque non corrisponda all’immagine del Tedesco. Viene indefessamente soffocata qualsiasi cosa possa spingere al ragionamento critico, fino ad instillare nelle persone il terrore anche solo di pensare qualcosa di sovversivo: non parlarne, sia chiaro, anche solo pensarlo.

 

Ma perché l’arte? Beh, innanzitutto non si parla di tutta l’arte, ma solo delle correnti più moderne, considerate decadenti e pregne di propaganda ebraica. Inoltre, l’arte eleva lo spirito, induce alla considerazione di concetti che vanno oltre la mera sopravvivenza. E l’arte di avanguardia spingeva a ragionamenti meno tradizionali, contrari all’ideologia imposta dai nazisti e pericolosi per il regime.

Un primo tentativo di screditare l’arte non istituzionale fu fatto nel 1933, quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, organizzò una mostra di “arte degenerata”, nella quale veniva mostrato “come le menti malate vedevano la natura”. Tuttavia, l’enorme successo della mostra, che nonostante l’intento derisorio piacque a due milioni di persone, spinse presto la Germania a metodi più drastici.
Nel 1937, venne organizzata una grandiosa vendita all’asta, in Svizzera, per allontanare le opere sovversive dalla Germania, eliminando il problema alla radice: i proventi, fu promesso, non sarebbero stati utilizzati per finanziare la guerra. Era una bugia.

 

Si provvide poi alla distruzione sistematica delle opere d’arte che non si era riusciti a vendere, in quanto inutili anche da un punto di vista economico.

La stessa distruzione venne poi operata anche con i bambini disabili, sterminati a decine di migliaia durante il progetto Aktion T4, autorizzato nel settembre 1939, prima della sua dismissione nel 1941. Da quella data, le eutanasie sistematiche non cessarono, semplicemente proseguirono senza un documento programmatico.

Il passo dalla censura all’omicidio di massa fu breve e agghiacciante, e vale la pena, oggi più che mai, di ricordare una citazione di Heinrich Heine: “Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF