PICCOLE COSE COME QUESTE: RECENSIONE DEL FILM E L’ORRORE DELLE CASE MAGDALENE

Regia di Tim Mielants – USA, Irlanda, Belgio, 2024 – 96′
con Cillian Murphy, Ciarán Hinds, Emily Watson
UNA PICCOLA OPERA DI STRAORDINARIA INTIMITÀ E AMMIREVOLE PRECISIONE DELLA MESSA IN SCENA
Il perimetro in cui si muove è quello dei film “Magdalene” (2002) di Peter Mullan e “Philomena” (2013) di Stephen Frears. È “Piccole cose come queste” (“Small Things Like These”) diretto da Tim Mielants, su copione di Enda Walsh, ispirato al romanzo “Piccole cose da nulla” di Claire Keegan (Einaudi). Il film mette a tema gli scandali nelle Case Magdalene in Irlanda, dove giovani donne venivano forzate ad entrare perché rimaste orfane oppure perché incinte fuori dal matrimonio; luoghi che spesso si rivelavano non di accoglienza ma di sfruttamento. Protagonista il Premio Oscar Cillian Murphy (“Oppenheimer”, 2023), che partecipa al film anche in veste di produttore insieme a Matt Damon e Ben Affleck. Titolo d’apertura della Berlinale 2024 e presentato alla 19a Festa del Cinema di Roma, il film è nelle sale con Teodora dal 28 novembre 2024.
La storia. Irlanda, 1985. A pochi giorni dal Natale Bill Furlong, che ha una ditta di carbone, scopre che nel convento locale alcune ragazze si trovano in condizioni di sofferenza, private della libertà. Bill è sposato ed è padre di cinque ragazze, pertanto non riesce a distogliere lo sguardo come molti gli consigliano. Inoltre, da orfano, rivede nelle giovani chiuse nella struttura la condizione di sofferenza e solitudine patita da bambino, figlio di una ragazza madre…
“Da un po’ di tempo io e Cillian – ha dichiarato il regista – volevamo tornare a lavorare insieme dopo l’esperienza di ‘Peaky Blinders’. Cercavamo temi e storie che ci sarebbe piaciuto raccontare e questo succedeva prima di ‘Oppenheimer’. Un giorno lui e sua moglie sono venuti da me con il libro di Claire Keegan. Si trattava di qualcosa che a livello personale potevo comprendere a fondo: la storia di un uomo maturo che si confronta con un dolore e lotta per fare la cosa giusta”.
Mielants costruisce un racconto perimetrato attorno al romanzo della Keegan. Approfondisce il dramma vissuto nelle Case Magdalene in Irlanda attraverso lo sguardo di un quarantenne con alle spalle le cicatrici di un’infanzia senza madre e da adulto padre di cinque figlie. È soprattutto la paternità a renderlo permeabile alle sofferenze delle giovani rinchiuse nelle Case Magdalene; a loro guarda come se fossero le figlie ma anche sua madre, che lo ha cresciuto da sola. E nonostante nella comunità locale siano in molti a consigliargli di abbassare lo sguardo e pensare alla sua vita tranquilla, già segnata da un’economia incerta e precaria, Bill non accetta compromessi, non volendo convivere con rimorsi. E nel cuore del clima natalizio, simbolo di accoglienza, si adopera per dare riparo a una giovane in difficoltà. Punto di forza di “Piccole cose come queste” è senza dubbio l’interpretazione di Murphy, che lavora molto in sottrazione con sguardi e silenzi intensi, dando voce, risonanza, ai demoni interiori del protagonista, combattuto nella scelta da compiere.
La regia di Mielants è sobria e composta, evitando toni urlati o enfatizzazioni. Quello che manca, a ben vedere, è un po’ di approfondimento sulla vicenda delle Case Magdalene in Irlanda; la narrazione rimane infatti troppo in superficie, lavorando più di suggestioni che di contenuto. Bene, dunque, ma non benissimo, se consideriamo la complessità del tema, che meriterebbe una maggiore articolazione.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche Amore-Sentimenti, Chiesa Cattolica, Cronaca, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Letteratura, Libertà, Povertà, Psicologia, Storia, Violenza
Il belga Tim Mielants – che con Murphy aveva lavorato nella serie Peaky Blinders – si concentra sul protagonista, e sui suoi silenzi, sul suo dolore imploso e evidente, e col direttore della fotografia Frank van den Eedenmette mette sullo schermo immagini di grande potenza visiva, notturne, crepuscolari, dolenti, affascinanti.
L’azione emotiva della pellicola è chiusa in una fotografia cupa, tra offuscamenti, non-fuoco e primissimi piani che inglobano e raccordano la luce domestica. Oltre l’abitazione di Bill, oltre il convento, a fare da protagonista, è la neve, la nemesi di ogni scrittore e scrittrice irlandese.
Piccole cose come queste è un film a cui bisogna dare fiducia. Scorre lento, non ha colpi di scena o improvvisi capovolgimenti di fronte. Nonostante la sua durata contenuta (96 minuti), la pellicola diretta da Tim Mielants ha l’incredibile potere di catturarci e portarci in una dimensione narrativa da cui si esce solo ai titoli di coda.
Recensioni
3,3/5 Mymovies
3,5/5 Coming Soon
7/10 Ondacinema
L’ORRORE DELLE CASE MAGDALENE

Le Case Magdalene erano residenze-prigioni attive in Irlanda a partire dal XIX secolo e rimaste aperte sino al 1996. Fino a quell’anno, infatti, le donne nubili e incinte, o considerate promiscue, venivano incarcerate a vita in queste strutture di proprietà della Chiesa Cattolica.
Quello delle Magdalene House fu uno scandalo cominciato nel lontano 1837 e continuato per quasi duecento anni, fino al 1990 inoltrato. Perché, per quanto il mondo e le società occidentali siano progredite, le donne sono spesso state lasciate indietro, come la presenza di queste prigioni testimonia. Non dovevi aver commesso un crimine per essere rinchiusa in una casa Magdalene: bastava che in un borgo o in un quartiere si spargesse la voce sulla presunta – non importa se reale o inventata – promiscuità della donna per segnare il suo destino che, dal momento dell’ingresso in un simile luogo, sarebbe stato segnato da una schiavitù totale nei confronti delle suore.
Per quanto in molte abbiano provato a uscirne, la maggior parte delle donne veniva ripresa quasi immediatamente e convinta a suon di isolamenti e percosse a non tentare più la fuga. L’unico vero modo per scampare a quelle case era infine la morte.
La vita per le donne delle case Maddalena era durissima: servitù totale e fatiche fisiche immani, punizioni corporali crudeli che spesso portavano alla morte… e ancora malattie, malnutrizione, depressione che spesso sfociava nel suicidio: l’opera di tortura messa in atto dalle suore – anche se loro la chiamavano redenzione – era così completa.
Manodopera gratuita, anche, al punto che spesso le suore accettavano presso le case Magdalene anche donne generalmente considerate virtuose, ma scomode ai parenti per i più svariati motivi, come per esempio un’eredità o un secondo matrimonio contratto dal padre di giovani ragazze orfane di madre.
Tutto ciò non importava alle suore e alle sfere alte della politica, egualmente interessate a finanziare queste case-prigioni. Bastava una piccola mazzetta affinché qualunque donna venisse ammessa nelle case Magdalene, a prescindere dalle sue presunte colpe.
Per quanto riguarda invece le nubili incinte, era praticamente certo che, una volta partorito, i bambini sarebbero stati venduti (anche se, ancora una volta, le suore parlavano di adozione) a coppie sterili o a contadini alla ricerca di futura manodopera gratuita.
Adesso che le case Magdalene sono state destituite, in molte di queste residenze le recenti opere di restauro e riammodernamento hanno fatto sì che nei giardini venissero trovati innumerevoli cadaveri di donne e neonati, al punto che di recente sono esplosi diversi scandali nazionali e internazionali. Innumerevoli gli irlandesi che vogliono far luce non solo sulle colpe del clero, ma anche sul legame tra i governi che si sono succeduti negli anni e le sfere alte dell’apparato religioso irlandese.
Fonte: LangEditore
MGF