Drammatico
Regia di Joachim Trier – Danimarca, Francia, Svezia, 2025
con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas

 

 

 

 

 

CON UNA CIFRA STILISTICA INCONFONDIBILE, TRIER DELINEA CON MORBIDEZZA E FLUIDITÀ LA COMPLESSITÀ DEI RAPPORTI FAMILIARI

Il regista norvegese Joachim Trier, classe 1974, ha diretto pochi film, lasciando già un segno come autore acuto e originale. Al 78° Festival di Cannes (2025) ha partecipato con “Sentimental Value”, conquistando il Grand Prix Speciale della Giuria. “Sentimental Value” è un film bellissimo, profondo e sorprendente, che mette a tema il rapporto padre-figlie come una pièce a metà tra teatro e set cinematografico.
La storia. Oslo oggi, due sorelle trentenni, Nora e Agnes, sono chiamate a fare ordine nella grande casa di famiglia dopo la morte della madre. Al funerale si presenta anche il padre Gustav, famoso regista cinematografico con cui le due hanno perso quasi del tutto i contatti. È soprattutto Nora a soffrire la presenza paterna, perché la associa a un momento di frattura interiore, che l’ha portata sull’orlo del precipizio. Il padre Gustav però è determinato, forse data l’età avanzata, a rimettere le cose in ordine, a riannodare i fili della memoria e del dialogo. Dopo anni di inattività ha scritto un nuovo copione, pensato proprio per Nora, che però non ne vuole sapere. La sceneggiatura affascina una giovane diva hollywoodiana, Rachel Kemp, che vuole convintamente la parte della protagonista…
Un film che colpisce per la sua sfaccettatura e stratificazione. “Sentimental Value” si muove tra palcoscenico e realtà, tra teatro, set e vita di una famiglia, con citazioni ai classici come “Il gabbiano” (1895) di Anton Čechov e suggestioni cinematografiche. Trier compone un’opera intima di raffinata eleganza e bellezza, ci racconta gli irrisolti di un anziano regista, che rilegge il suo passato e i traumi di infanzia, che hanno popolato la vecchia casa di famiglia a Oslo; un uomo che si sente quasi alla fine del suo percorso artistico ed esistenziale, ma a cui manca ancora un film, forse la sua opera migliore. Scrive un copione pensato per ritrovare la figlia, le figlie, scivolate via dalla sua vita per troppa distrazione o egoismo. Due donne che portano sulla pelle, nell’animo (soprattutto Nora), le cicatrici di un’infanzia complicata.
“Sentimental Value” apparentemente parla di morte, ma in verità si rivela un coinvolgente inno alla vita. Il film si apre con il funerale della madre di Nora e Agnes, ma anche con gli attacchi di panico di Nora in scena a teatro. C’è troppa sofferenza da gestire, da arginare. Il padre Gustav, poi, ha scritto una sceneggiatura che affonda le mani nella loro storia di famiglia, un copione che si avvita su un ingombrante suicidio. Sembra così la celebrazione della sconfitta della vita, della resa, ma quel copione così dolente è in grado invece di smuovere le roccaforti del dolore di Gustav, Nora e Agnes, di accorciare le distanze tra loro, riaccendendo la scintilla del dialogo, la luce della speranza. “Sentimental Value” è una raffinata e acuta poesia che parla di famiglia, resiliente oltre le cadute e gli affanni, che sa ascoltarsi e perdonarsi.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Anziani, Arte, Cinema nel cinema, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Mass-media, Metafore del nostro tempo, Morte, Teatro


La regia di Trier si muove con la consueta morbidezza e fluidità nelle transizioni fra gli spazi e i sentimenti, spesso interrotta da schermi al nero e brusche frenate musicali, e riproduce la natura caleidoscopica dei rapporti, mantenendo una raffinatezza compositiva rarefatta ed essenziale, ma mai algida o priva di pathos: anzi, il pathos gonfia lentamente con la progressione geometrica della narrazione.


Mentre il cinema si specchia nella famiglia e la famiglia nel cinema, Sentimental Value chiude il suo percorso con la consapevolezza che certe ferite non chiedono di essere guarite, ma comprese, osservate, magari archiviate in qualche stanza della memoria che ogni tanto si riapre da sola. Un film che parla di padri assenti, figlie presenti e case che sanno più cose di chi le abita, ricordandoci che il vero lascito emotivo non è ciò che scegliamo di tramandare, ma quello che continuiamo ostinatamente a portarci dietro, anche quando fingiamo di aver cambiato casa o film.


Il film del regista norvegese è un vero capolavoro, che si fa applaudire anche per il saggio di recitazione che tutti sanno dare, capace di trasmettere la forza della verità.

 

Recensioni
3,5/5 MyMovies
4/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Movieplayer
8,5/10 Everyeye Cinema

 

MEMORIE FAMILIARI: QUELLO CHE CI PORTIAMO ADDOSSO

 

La pedagogia ha riflettuto lungamente sul valore della memoria familiare, scardinandone la parvenza di un costrutto semplice, composto da eventi che si sedimentano, uno addosso all’altro, a formare cumuli di ricordi da trasferire tout court alle generazioni future.
Riflettere sulla propria esistenza, solleticare una memoria sopita, dare il giusto rilievo alle vicende affettive ed emotive del vissuto, sembrerebbe avere un enorme potenziale di autoformazione e di trasformazione, avviando riflessioni critiche e bellissime fioriture di ricerca di senso riguardanti la propria esperienza di vita.

 

 

Una riflessività preziosa, capace di apportare cambiamenti benefici nella vita di chi la sperimenta.
Ma cosa si ricorda, quando si ricorda? Quali possono essere considerate memorie generative, su cosa dobbiamo riflettere nel porre in essere l’educazione, affinché rientri nella questione ricordo come fonte di bellezza, e non di cruccio? C’è una nota poesia di Doroty Law Nolte, si chiama “I bambini imparano quello che vivono” e recita in questo modo:

 

 

Se il bambino vive nella critica, impara a condannare.
Se vive nell’ostilità, impara ad aggredire.
Se vive nell’ironia, impara la timidezza.
Se vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.
Se vive nella tolleranza impara ad essere paziente.
Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.
Se vive nella lealtà, impara la giustizia.
Se vive nella disponibilità, impara ad avere fede.
Se vive nell’approvazione, impara ad accettarsi.
Se vive nell’accettazione e nell’amicizia, impara a trovare l’amore nel mondo.

 

Con la semplicità di queste parole, la risposta si fa immediatamente chiara: i bambini, ma anche gli adulti, assorbono il contesto, costruiscono la propria storia sulla schiena dei vissuti.
E così accade una cosa semplice, ma non banale: all’interno della famiglia, ogni membro della coppia genitoriale chiamato ad educare, tenderà a riversare e trasmettere ai propri figli ciò che ha ricevuto nel suo contesto d’origine: aspetti culturali condivisi da quel gruppo di appartenenza, interiorizzati, rimasticati e rielaborati alla luce del proprio percorso, anche in modo implicito.

 

 

Doctor touched medical clamp a DNA molecule.

Ma non tutti i percorsi sono semplici e lineari. Può capitare infatti di arrivare a diventare genitori con grandi irrisolti personali, che si riversano inevitabilmente nella relazione, rendendola difficoltosa: non è qualcosa su cui possiamo non riflettere, non è un lavoro che può essere rimandato o peggio, delegato. Bisogna fare i conti con le proprie difficoltà, richiedere il giusto sostegno quando questo è necessario e soprattutto tenere sempre a mente la profonda valenza del contesto che offriamo e del modo in cui lo offriamo.

 

D’altra parte siamo la specie con il processo di crescita più lungo: i nostri piccoli maturano molto più lentamente dei cuccioli di cane o di scimpanzè, e sono dunque esposti più a lungo alle nostre intemperie, come anche al nostro sole.

Fonte: Socialacademy.com

 

MGF