UNA STORIA NERA: LA RECENSIONE, IL 25 NOVEMBRE E LE FORME DI VIOLENZA SULLE DONNE
Regia di Leonardo D’Agostini
con Laetitia Casta, Andrea Carpenzano, Lea Gavino, Cristiana Dell’Anna
UN RACCONTO DI CHIARO SCURI, DOVE LA RICERCA DELLA VERITÀ SFUMA NEI MILLE INTERROGATIVI DI NATURA ETICA CHE ASSALIRANNO LO SPETTATORE.
“Voi lo sapete perfettamente quello che pensate? Quello che volete? Voi potete dividere tutto con certezza, giusto e sbagliato, sì e no, questo e quello? Se voi potete io vi invidio con tutte le mie forze”, chiede a un certo punto la protagonista Carla rivolgendosi ai giudici e alla Pm che continua a incalzarla in un’aula di tribunale. E forse è proprio questo uno dei passaggi manifesto di Una storia nera, il film che Leonardo D’Agostini dirige sulla base dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Antonella Lattanzi, che qui è anche autrice della sceneggiatura.
Queste parole rappresentano il nucleo dell’intero film: dramma familiare, thriller, noir e legal drama dove i ribaltamenti e i colpi di scena si susseguono come da tradizione. Al centro una storia di violenza domestica, esplorata dal punto di vista giudiziale e delle conseguenze vissute da una famiglia abituata agli abusi del padre verso la propria madre. Una storia nera è il racconto di una donna che si ribella. Ma è anche una storia di figli che per anni hanno dovuto assistere inermi alle violenze domestiche perpetrate dal padre Vito verso la madre Carla. Quando li incontriamo per la prima volta Vito e Carla sono ormai separati da anni: un amore travolgente almeno all’inizio, una passione che ha portato lei, francese, a trasferirsi in Italia, sposarlo e farci tre figli. Si sono amati tanto Carla e Vito, poi però gelosia, manie di controllo e botte hanno trasformato quell’amore folle in una relazione tossica che si è conclusa con un divorzio. Ora entrambi hanno una nuova vita e nuovi partner, l’unico legame sono i tre figli e quando Mara, la più piccola di appena cinque anni, chiede di avere il padre accanto a sé il giorno del suo compleanno, Carla lo invita a cena.La festicciola procede tranquilla nonostante su quella riunione familiare incomba un’atmosfera sinistra: si ride, si scherza e si scartano i regali. Dopo quella sera però di Vito si perderanno completamente le tracce, fino a quando la polizia non recupererà il suo cadavere dal Tevere. L’uomo è stato ucciso con due colpi di arma da taglio e i sospetti ricadono su Carla. La confessione non tarderà ad arrivare: la colpevole è lei e più tardi a confermalo saranno le sue stesse rivelazioni, “ho capito che stavo per morire e l’ho ucciso”. Alla giustizia verrà affidato il compito di accertare la verità (legittima difesa o premeditazione?) e se Carla abbia fatto tutto da sola.
Il film esplora personaggi con “dilemmi morali impossibili” e solleva interrogativi: cosa succede ai figli di una madre che ha subito soprusi per venti anni? E quanto è disposta a pagare una donna vittima di violenza per salvarsi la vita? Cosa fare per non rimanere vittime in uno Stato che spesso ti lascia morire da sola? In Una storia nera nulla ha un contorno ben definito e il confine tra vittima e carnefice resta labile. Tutta la parte processuale è scandita dalla giusta tensione e dall’incalzare della pruriginose (e ahinoi verosimili) domande dell’accusa nel tentativo di scandagliare la vita sentimentale della protagonista con il nuovo compagno: “Chi fu a fare il primo passo?”, “Ha preso lei l’iniziativa?”, “Quando avete consumato la prima volta?”, “In sei mesi tre rapporti soltanto? Intraprendente la signora, come mai così poco ardore?”.
Laetitia Casta mette il proprio corpo e volto al servizio della storia e di uno straordinario lavoro di sottrazione; Andrea Carpenzano, che ritrova D’Agostini ancora una volta dopo Il campione, si conferma uno dei migliori talenti della nuova generazione, inquieto, ombroso e credibile dall’inizio alla fine.
Recensione di Elisabetta Bartucca – Movieplayer.it

Trasposto sullo schermo dal romanzo omonimo di Antonella Lattanzi, “Una storia nera” immerge lo spettatore nei risvolti cupi e allarmanti di tematiche sociali come la fisiologia del matrimonio, la violenza domestica e il suo inerente potenziale delittuoso oggi molto dibattute, ma ahinoi altrettanto irrisolte.
Recensioni
3/5 MYmovies
3,3/5 Comingsoon
3/5 Movieplayer
25 NOVEMBRE
GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Ogni anno, il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. Ma perché è stata scelta proprio la data del 25 novembre per commemorare la lotta contro la violenza sulle donne? Perché il rosso è il colore della giornata?

È stata scelta la data del 25 novembre per la Giornata contro la violenza sulle donne per commemorare la vita, l’attivismo e soprattutto il coraggio di 3 sorelle: Patria, Maria Teresa e Minerva Mirabal, anche soprannominate “mariposas”, ovvero farfalle, che hanno combattuto per la libertà del loro paese.
Durante gli anni ‘40 e ‘50, la Repubblica Dominicana era stretta nella morsa della dittatura del generale Rafael Trujilo. Le sorelle Mirabal decisero di impegnarsi nell’attivismo politico denunciando gli orrori e i crimini dalla dittatura. Ma il 25 novembre 1960 le tre sorelle “mariposas” vennero torturate e uccise dai sicari di Trujillo e i loro corpi gettati in un dirupo per simulare un incidente. L’indignazione per la loro morte, che nessuno credette accidentale, sollevò un moto di orrore sia in patria che all’estero, ponendo l’attenzione internazionale sul regime dominicano e sulla cultura machista che non tollerava di riconoscere alle donne l’occupazione di uno spazio pubblico e politico. Pochi mesi dopo il loro assassinio, Trujillo fu ucciso e il suo regime cadde. L’unica sorella sopravvissuta, perché non impegnata attivamente, Belgica Adele, ha dedicato la sua vita alla cura dei sei nipoti orfani e a mantenere viva la memoria delle sorelle. È in ricordo di Patria, Maria Teresa e Minerva che ogni 25 novembre si inaugura un periodo di 16 giorni dedicato all’attivismo contro la violenza di genere, che si conclude il 10 dicembre con la Giornata Internazionale dei diritti Umani.
Ormai da diversi anni, i simboli contro la violenza donne, sono le scarpe e panchine rosse. Le scarpe rosse rappresentano la battaglia contro i maltrattamenti e femminicidi e la loro storia nasce in Messico, a Ciudad Juárez, città tristemente nota per il numero sconcertante dei femminicidi avvenuti negli ultimi vent’anni. Un’artista messicana, Elina Chauvet, per ricordare le donne vittime di violenza, compresa la sorella assassinata dal marito a soli vent’anni, che nel 2009 posizionò in una piazza della città 33 paia di scarpe femminili, tutte rosse. Il colore rosso è stato in seguito adottato per simboleggiare in maniera più ampia il contrasto alla violenza di genere, in particolare con le panchine, luogo simbolico attorno al quale raccogliersi per riflettere.
La panchina rossa oggi viene utilizzata per dire no alla violenza, e nello specifico alla violenza domestica, per sottolineare come la violenza sulle donne avvena anche in contesti comunitari e familiari.
L’antropologa Franciose Heritier, nel 1997, definiva violenza “ogni costrizione di natura fisica, o psichica, che porti con sé il terrore, la fuga, la disgrazia, la sofferenza o la morte di un essere animato; o ancora qualunque atto intrusivo che ha come effetto volontario o involontario l’espropriazione dell’altro, il danno, o la distruzione di oggetti inanimati”.
Anche la violenza psicologica rappresenta quindi a tutti gli effetti una vera e propria forma di maltrattamento le cui conseguenze possono essere altrettanto devastanti per chi la subisce. Rispetto alla violenza fisica, i cui segni sono spesso visibili, la violenza psicologica rimane frequentemente nascosta, non riconosciuta o sottostimata.
Una delle forme di violenza psicologica recentemente tornata oggetto di studio è il cosiddetto Gaslighting, che è una forma di manipolazione psicologica attraverso la quale l’abusante presenta alla vittima false informazioni con l’intento di farla dubitare di se stessa, della sua stessa memoria e percezione, della sua capacità di analisi e valutazione della realtà fino a farla sentire disorientata, inadeguata, o addirittura sospettosa di star sviluppando un disturbo psichico.
Gli effetti della violenza, compresa quella psicologica, su chi la subisce possono essere devastanti. Le vittime possono sperimentare sensi di colpa, autobiasimo, vergogna, paura, impotenza. Possono sviluppare risposte di ansia, stress, depressione.
Purtroppo, ancora oggi, la violenza psicologica è un fenomeno che può rimanere a lungo sommerso, tuttavia uscirne è possibile. I Centri antiviolenza offrono ascolto e sostegno alle donne per accompagnarle nel percorso di uscita dalla violenza, oltre ad assistenza legale ed ospitalità quando se ne ravvisi il bisogno.
MGF
