Regia Giuseppe Domingo Romano

 

 

 

 

 

La voce intensa di Stefano Accorsi racconta Tintoretto in un film che lancia un bel segnale, poetico e pratico

Attraversando la vita del pittore, Tintoretto. Un Ribelle a Venezia delineerà i tratti della Venezia del 1500, un secolo culturalmente rigoglioso che vede tra i suoi protagonisti altri due giganti della pittura come Tiziano e Veronese, eterni rivali di Tintoretto in un’epoca in cui la Serenissima conferma il suo dominio marittimo e affronta la drammatica peste del 1575-77, che stermina gran parte della popolazione lasciando un segno indelebile nella Laguna.

 

TINTORETTO IL TERRIBILE

 

Jacobo Robusti – “Tintoretto”

Jacopo Robusti, detto “il Tintoretto” per il mestiere del padre, che era un tintore, è uno dei più grandi esponenti della pittura rinascimentale; racchiude in sé l’eredità della pittura veneta di Tiziano, dei grandi come Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano e incarna i prodromi di quel chiaroscuro violento che poi Caravaggio porterà all’apice della magnificenza.
È una figura chiave del periodo che segna la transizione tra il Rinascimento e il Manierismo, e domina questa fase di cambiamento con carattere impetuoso e aggressivo, che si mostra sia nella vita privata (fu il Vasari a definirlo “Terribile”) sia nello stile pittorico.

 

 

Tiziano e Tintoretto

Le fonti raccontano che già da bambino mostrò una notevole inclinazione all’arte: si racconta infatti che nella bottega del padre “sgraffignasse” le tinture per la stoffa per mettersi a colorare i muri. Fu per questo motivo, e forse anche un po’ per salvare i muri, che appena possibile suo padre lo mandò a bottega da Tiziano Vecellio.
Da lui, Tintoretto non imparò granché: solo pochi giorni dopo Tiziano lo cacciò, per paura che diventasse un rivale. Il suo talento era così grande da intimorire un artista di tale calibro.

 

Tintoretto, Il ritrovamento del corpo di San Marco 1562-1566

Tintoretto procedette in autonomia, procurandosi commissioni grazie alle conoscenze della famiglia e sviluppando uno stile tutto suo, che pur avendo radici nel Rinascimento non è completamente debitore a una figura specifica.
Ricava l’uso sapiente del colore dai veneti, cosa che all’epoca significava Tiziano: considerato il carattere di Tintoretto, mi piace pensare che l’abbia imitato un po’ per ripicca, almeno all’inizio.
Ma, dove il gradiente di Tiziano è delicato, colmo di rossi accesi e delicati colori pastello, quello di Tintoretto è vasto, spazia dai neri più cupi a colori chiari e brillanti, a creare un contrasto netto e violento, sottolineato dalla pennellata aggressiva e rapida; le figure sembrano quasi aleggiare in uno sfondo irreale, tuttavia non perdono di realismo, anzi lo accentuano.

 

Tintoretto-Paradiso (1588-1592) Palazzo Ducale Venezia

 

 

I corpi che dipinge sono un retaggio michelangiolesco: figure grosse, muscolose quasi all’eccesso, che spiccano ancora di più nella luce radente dettata dal violento chiaroscuro.
L’influenza di Raffaello è forse meno immediata, ma la composizione delle opere di maggiori dimensioni, i trompe-l’oeil e i murali, non può che aver visto le opere delle Stanze Vaticane. Non un’accozzaglia di personaggi, nemmeno una composizione irreale e a tratti ridicola, ma una folla vera e propria: la complessità di creare un gran numero di opere così piene di personaggi, senza essere ripetitivo, è inimmaginabile.

Giulio Romano – Camera dei Giganti (1532-1535) Palazzo Te – Mantova

 

Ma l’impressione maggiore, io credo, discende da Giulio Romano: le composizioni di Raffaello sono eteree e armoniche, e quelle di Tintoretto sono troppo maestose per discendere solamente da esse. Un uomo come Tintoretto, aggressivo e deciso e incredibilmente motivato a imparare qualsiasi tecnica su cui posasse gli occhi, non può essere rimasto indifferente di fronte alla Sala dei Giganti da lui affrescata a Palazzo Te (Mantova).
È un’opera maestosa, accerchiante. La sensazione, entrando nella sala, è di non trovarsi più all’interno di un palazzo, ma di essere in qualche modo finiti nel bel mezzo di una leggenda.
Tintoretto ha sicuramente visto quest’opera, e l’ha fatta sua, come suo solito elevandola e includendola con naturalezza nel proprio stile, traendone il meglio con l’uso del chiaroscuro.

 

Tintoretto Doge Pietro Loredan (1567-1570) Cardinale Marco Antonio da Mula (1562-1563)

 

Persino nei ritratti e nelle opere di dimensioni più ridotte non si perde questa magnificenza e quest’uso quasi emotivo del chiaroscuro: con il colore, Tintoretto tratteggia e detta le sensazioni da provare, quasi imponendo allo spettatore la propria visione. Si pensi alla differenza tra il ritratto del Doge Pietro Loredan da quello del Cardinale Marco Antonio da Mula: per quanto le loro espressioni siano neutre, guardandoli abbiamo quasi la sensazione di conoscerli personalmente.

 

 

Tintoretto – Cristo morto sorretto da un angelo (datazione sconosciuta)

 

E quando guardiamo il Cristo Morto sorretto da un angelo, possiamo sentire l’angoscia della Morte del Salvatore, leggere sulle Sue membra il peso del peccato che morendo ha tolto dalle spalle dell’Uomo.
E una pittura così eclettica serve forse a dimostrarci, ogni volta che la guardiamo, che il mondo può essere molto più di ciò che vediamo, e che possiamo scoprirne i misteri… se solo abbiamo il coraggio di avvicinarci e scrutare tra le ombre più profonde senza perdere di vista la luce.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF