Regia di Gianni Di Gregorio – Italia, 2025 – 97′
con Gianni Di Gregorio, Greta Scarano, Tom Wlaschiha

 

 

 

 

 

UNA PARABOLA SULLA FRAGILITÀ CHE CI RICORDA CHE CI SONO ANCORA SPAZI DI UMANITÀ RESISTENTE

Romano, classe 1949, Gianni Di Gregorio ha debuttato tardi dietro alla macchina da presa. Nel 2008 firma la sua opera prima, la commedia “Pranzo di ferragosto”, raccogliendo consensi di critica e pubblico, vincendo anche il David di Donatello come miglior regista esordiente. Negli anni sono seguiti titoli sullo stesso tracciato che ne hanno confermato abilità, umorismo acuto e respiro poetico: “Gianni e le donne” (2011), “Lontano lontano” (2019) e “Astolfo” (2022). A Venezia82 – Giornate degli Autori ha presentato il nuovo film “Come ti muovi, sbagli”, di cui è regista e sceneggiatore (il copione è firmato con Marco Pettenello), una metafora sulla terza età, colta tra affanni familiari e desiderio di sentimenti. Oltre a Di Gregorio, nel cast anche Greta Scarano, Tom Wlaschiha e Iaia Forte.
La storia. Roma oggi, un professore ultrasettantenne trascorre placidamente le sue giornate da pensionato scandite da una certa routine. All’improvviso sua figlia Sofia fa ritorno a casa dalla Germania portando con sé i due figli preadolescenti: ha scoperto che il marito Helmut l’ha tradita e non vuole più saperne di lui. Al professore non rimane che occuparsi dei nipoti, provare a consigliare tanto la figlia quanto il genero, e al contempo a salvare la sua amicizia con Giovanna, messa a dura prova dalla sua indecisione e dalle incombenze familiari…
“C’è una cosa – dichiara il regista – della quale noi umani a quanto pare, non possiamo fare a meno: la famiglia. Infatti, cosa c’è di più bello della famiglia? E cosa c’è di più impegnativo della famiglia, con il suo incommensurabile carico d’amore che schiaccia ogni velleità personale, ogni anelito di libertà e di pace? Questo film è dedicato alla famiglia e dunque all’amore, questa forza che ci fa fare cose che non avremmo mai creduto di poter fare, rendendoci allo stesso tempo formichine al lavoro ma anche eroine ed eroi epici”.
Di Gregorio ci regala un altro puntuale sguardo sulla società odierna, servendosi come sempre della sua consueta cifra dolce e semiseria. Ci racconta ancora una volta l’ultima stagione dell’esistenza, la terza età, tra ripetitività, stanchezze varie ma anche un vibrante desiderio di vita, dove c’è posto ancora per amare ed essere amati. L’autore, con stile accorto e brillante, tratteggia un protagonista ancora una volta vicino alla propria età, esplorandone bene la condizione tra luci e chiaroscuri. Il suo sguardo per lo più è rivolto alle tonalità calde, quelle della fiducia e della speranza. Il professore vive in un guscio, in una comfort zone, da cui è scosso dalla figlia Sofia con figli e problemi al seguito, che lo spingono a cercare soluzioni per tutti, soprattutto a preservare i propri spazi di autonomia e a trovare il coraggio di cogliere le tenerezze dell’amore.
“Come ti muovi, sbagli” è una commedia simpatica e gentile, all’apparenza semplice ma a ben vedere segnata da una chiara densità tematica. Un racconto che scivola via su un copione ben scritto, che coniuga realismo e umorismo garbato, regalando suggestioni acute e divertenti. Un cinema che si apprezza con facilità, per la sua scorrevolezza ma anche per i suoi lampi di poesia quotidiana.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Animali, Anziani, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Come ti muovi, sbagli è una commedia umana, elegante senza compiacimenti, dolceamara senza cinismo, capace di farci ridere piano e di farci pensare piano, con quella mitezza che oggi appare quasi rivoluzionaria. Ci ricorda che è meglio inciampare che restare fermi, che l’imperfezione è la nostra forma, che il disordine, accolto senza timore, può rivelarsi inattesa forma di felicità.


In Come ti muovi, sbagli, Di Gregorio mantiene la sua semplicità e la sua leggerezza. È ancora più divertente perché non cerca la pietà ed è soprattutto inserito in una storia più solida e stratificata rispetto, per esempio, al precedente Astolfo. Per questo film come questo sono anime fragili dal cuore puro da conservare con cura e affetto. Perché ci saranno forse altri momenti della nostra vita che avremo bisogno di Come ti muovi, sbagli.


Di Gregorio non ha bisogno di scene clamorose: indugia su dettagli minimi, lascia parlare i silenzi, si affida al ritmo dei gesti quotidiani. È un cinema che non dichiara, ma suggerisce; che non impone, ma apre spazi di riflessione.

 

Recensioni
3/5 MyMovies
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,4/5 ComingSoon

 

SI VIVE DI PIÙ E MEGLIO. LA TERZA ETÀ È SEMPRE PIÙ CORTA

Campiamo di più e il bello è che gli anni aggiunti rispetto ai nostri predecessori si piazzano nella mezza età, allungandone i tempi e il vigore. Non sono cioè gli ultimi anni di vita, i più disagiati, che si protraggono. Occorre allora che cambiamo nella nostra opinione il concetto di vecchiaia e guardiamo con altra considerazione alle età di 75 e 80 anni. Ad affermare questi aggiornamenti sui nostri cicli di vita è la professoressa Tania Rantanen, dell’Università di Jyväskylä in Finlandia, alla fine di un confronto, insieme a un gruppo di collaboratori, tra le persone di età 75-80 anni oggi e i loro “coetanei” di 30 anni fa, negli anni ’90. Lo studio è stato pubblicato sui Journals of Gerontology.
Procedendo con le misurazioni all’interno della Facoltà di Sport e di Scienze della salute, hanno constatato che la forza muscolare, la sveltezza nel camminare, la rapidità delle reazioni, la facilità nel discorrere, il modo di ragionare così come la memoria di lavoro negli attuali 75-80enni sono significativamente molto migliori che negli anziani nati tanti anni prima.

«Una maggiore attività fisica e l’aumento della dimensione del corpo spiegano il modo di camminare più svelto e la maggiore forza muscolare degli attuali anziani – osserva la dottoressa Kaisa Koivunen – mentre la maggiore ragione sottostante alle differenze nelle abilità cognitive dipende dagli studi più prolungati». Aggiunge il ricercatore Matti Munukka: «Il gruppo nato più tardi è cresciuto e è vissuto in un mondo diverso rispetto ai predecessori, in cui si sono verificati molti cambiamenti favorevoli. Il che include una migliore alimentazione, maggiore igiene, miglioramenti nel campo della salute e del sistema scolastico, un più facile accesso all’istruzione e una vita di lavoro migliore».
In più, possiamo aggiungere, gli attuali 75-80enni non hanno attraversato le tragedie della seconda guerra mondiale, che segnò le vite di chi era vecchio negli anni ’90 del Novecento. I risultati dello studio finlandese suggeriscono che l’aumentata aspettativa di vita va di pari passo con molti più anni da vivere in buone condizioni fisico-mentali nelle età finali. Riprende la professoressa Rantanen:
«I risultati raggiunti dimostrano che noi abbiamo un’idea datata della vecchiaia. La maggior parte degli anni guadagnati si aggiungono a quelli della vita di mezzo e non molti all’estrema parte dell’esistenza. Tuttavia la vera vecchiaia arriva ad età sempre più alte. Le conseguenze alla fine sono due: un prolungamento degli anni in salute verso età più avanzate che in passato, ma anche l’aumento di persone davvero molto vecchie che non sono autosufficienti e richiedono cure esterne».
«E’ uno studio confortante e plausibile. Ed è importante che il miglioramento sia globale: fisico e cognitivo – commenta il professor Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di Geriatria e Gerontologia. – Fondamentale è la maggiore scolarità, poi gli stili di vita, le molte relazioni. Anche se compiuto in un paese così nordico come la Finlandia, diciamo pure che i risultati si possono generalizzare a tutto l’Occidente. C’è eterogeneità in Europa per quanto riguarda gli ultimi anni di vita.». Continua il professor Antonelli Incalzi: «C’è poi il problema della pensione: col lavoro qui si passa dal tutto al nulla. Nei paesi scandinavi non si limitano a garantire un buon tenore di vita ai pensionati, ma a offrire forme flessibili di attività».

Fonte: Fondazione Veronesi

 

Regia di Cherien Dabis

con Saleh Bakri, Cherien Dabis, Adam Bakri, Maria Zreik, Mohammad Bakri.

Genere Drammatico, – Cipro, Germania, Grecia, Giordania, 2025 – 145′

1988 Prima Intifada. Noor, un adolescente viene colpito da un proiettile sparato dagli israeliani. La madre, ormai anziana, si rivolge ad un interlocutore, di cui scopriremo l’identità solo molto più avanti, sentendo la necessità di raccontargli quanto accaduto alla famiglia nel passato. Si passa a Jaffa nel 1948 quando il nonno di Noor, Sharif, viene arrestato perché attaccato alla propria terra dopo che gli inglesi hanno lasciato la regione. E poi si arriva al 1978, al campo dei rifugiati in Cisgiordania. Qui Salim, figlio di Sharif, viene umiliato da un soldato israeliano dinanzi al figlio Noor, del quale poi seguiremo le vicende che coinvolgeranno i genitori. Cherien Dabis dirige e interpreta un film che invita tutti a interrogarsi su quanto accade oggi.

La storia del cinema ha visto portare sullo schermo, nel corso dei decenni, il susseguirsi delle generazioni all’interno di un nucleo familiare. In Italia Ettore Scola con La famiglia rappresenta uno dei punti più alti di questo tipo di narrazione. È solo conoscendo il passato che si può comprendere il presente, ed è ciò che Dabis fa scegliendo un punto di vista, quello palestinese, senza dimenticare quello di chi vi si oppone.

C’è uno scambio di battute (nell’ultima parte del film) che è estremamente significativo in proposito ma che in questa sede, per ovvi motivi di spoiler, non è possibile citare.

Vedendo questo film vengono alla mente le parole pronunciate nel febbraio di quest’anno ad una radio ultraortodossa dal vicepresidente della Knesset (il parlamento israeliano): “Chi è innocente a Gaza? I civili sono usciti e hanno massacrato la gente a sangue freddo. Sono feccia, subumani, nessuno al mondo li vuole. I bambini e le donne vanno separati e gli adulti eliminati.” Sono parole che dovrebbero far rabbrividire chiunque si ritenga umano e, purtroppo, non si tratta di una fake news.

Questo film ci porta dalla parte dei ‘subumani’ e ce ne mostra la vita nel susseguirsi degli anni, mostrando come chi viene sottoposto a soprusi non venga messo nella condizione di poter sviluppare sentimenti di fratellanza ma possa conservare comunque un senso profondo di umanità.

Veniamo messi di fronte ad una narrazione che ci ricorda che i palestinesi non sono Hamas, la quale pretende di agire a nome di tutti non avendone il diritto.
Ci ricorda anche che non è con l’oppressione e la separazione (quella che un presidente sicuramente non estremista come Jimmy Carter definì come “apartheid”) che si lavora per la pace. Tutto ciò con una collocazione cronologica che precede il 7 ottobre.
Il passaggio generazionale consente di vedere in azione i padri e i figli ed offre un ruolo importante, in una società in cui prevale il maschile, anche alla madre di Noor. Nella seconda parte, ancor più che in quella storicamente più rilevante, si avverte come la separazione incida in maniera determinante nel quotidiano e si comprende come entrando in contatto con l'”altro” possiamo modificare le dinamiche relazionali nel profondo.
Gli antichi romani dicevano “Senatori boni viri, senatus autem mala bestia”, i singoli sono brave persone; è quando li si vede come massa che, a seconda delle posizioni ideologiche, vengono considerati ‘nemici’ senza più alcuna distinzione. Così tutti i palestinesi finiscono con l’essere identificati con Hamas e tutti gli israeliani con il governo Nethanyau.
Senza aspirare ad un happy end illusorio Dabis riesce a farci incontrare delle persone. Aiutandoci a capirne le vite.

Giancarlo Zappoli – Mymovies


Con Tutto quello che resta di te Cherien Dabis mette in scena un melodramma famigliare lungo intere generazioni per raccontare la tragedia palestinese, dalla Nakba del 1948 fino alla prima Intifada, per finire con la contemporaneità. Narrativamente sfrutta tutti gli escamotage del genere, ma per la prima volta mette in fila di fronte agli occhi “occidentali” le ininterrotte vessazioni patite dal popolo tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, o nei campi profughi libanesi.


L’obiettivo di Dabis, un’umanista che interroga il proprio rapporto con le radici non solo territoriali ma anche culturali (il riconoscimento della ferita storica, la ciclicità della violenza, la convivenza con il dolore, la resistenza di una traccia umoristica), non è condannare chi ha sistematicamente attutato operazioni militari per cancellare una presenza e quelli che hanno chiuso gli occhi di fronte alle aggressioni.


Non si tratta di un film politico, ma un chiaro punto di vista c’è, quello di una popolazione che ha perso progressivamente libertà, diritti e aspirazioni. Con salti temporali dal 1948 al 1978 e dal 1988 a un momento più recente, la storia è più intima che epica nella sua ricerca di autenticità. Siamo invitati a diventare testimoni di una vita trascorsa in uno stato di occupazione permanente, dove rassegnazione e rivoluzione sono gli estremi di un pendolo che oscilla tra una generazione e l’altra.

 

PRIMA DELLA PROIEZIONE INTERVENTO DI fr DAVIDE SIRONI E CAMILLA GOMMARASCHI, LAUREANDA IN STORIA CONTEMPORANEA

 

MGF

 

 

Regia di Cesc Gay – Spagna, 2025 – 99′
con Nora Navas, Rodrigo De la Serna, Juan Diego Botto

 

 

 

 

 

UNA COMMEDIA GARBATA SUL CAMBIAMENTO E SU UNA DONNA CHE MOLLA TUTTO A 50 ANNI PER PROVARE NUOVE EMOZIONI

Eva è una consulente editoriale spagnola che sta per compiere 50 anni e un giorno per caso, durante una trasferta di lavoro a Roma e una chiacchierata con uno sceneggiatore sconosciuto, si rende conto che la sua vita matrimoniale dopo 25 anni di nozze non la soddisfa più. Semplicemente ha voglia di provare emozioni nuove e una sera ha il coraggio di comunicarlo al marito Victor. La sua vita cambia, i suoi figli si adattano alle novità come possono e lei, senza clamori, inizia a sperimentare nuove esperienze e incontrare nuove persone tramite appuntamenti anche improbabili, fino a rincontrare lo stesso sceneggiatore che aveva conosciuto a Roma. Ma ora è tutto diverso, lei è una donna diversa, e le cose possono ancora cambiare. È una commedia delicata e deliziosa sul cambiamento, La mia amica Eva. Con grande misura racconta la voglia di vita di una donna che all’alba dei cinquant’anni non vuole arrendersi a una vita priva di emozioni.
Perché trasformare radicalmente la propria vita si può anche a cinquant’anni, anche quando i Tampax non servono più (per citare una gustosa scena della commedia) e la menopausa incombe, anche quando si ha pudore di provare un barlume di desiderio per uno sconosciuto (nel caso della protagonista Alex, uno sceneggiatore incontrato in una trasferta professionale). Senza scene madri, senza melodrammi, senza retorica e tanto meno facili didascalismi, sfila sullo schermo la quotidianità di una donna che si sente stretta nel suo ruolo di madre e moglie, desidera provare sulla sua pelle delle nuove emozioni e uscire dalla noia di un rapporto spento. Ce la mette tutta, si rimette in gioco a cinquant’anni, si assume la responsabilità e il rischio di una scelta importante, e per questo viene puntualmente giudicata dalla società, perché “osa” rompere un matrimonio. Senza aver tradito, senza avere un altro uomo o un piano b, se non vivere con autenticità ciò che resta di se stessa.
Nora Navas è l’attrice perfetta per incarnare tutto questo e lo fa con grande equilibrio, diretta da un regista, Cesc Gay, che non appare minimamente interessato a firmare l’esilarante commedia pop ridanciana del momento e neppure uno struggente dramma intimista autoriale, ma un sussurro di commedia romantica garbata che, nella sua semplicità, sa conquistare chi guarda con la sua forte umanità. Declinandola in una sequela di momenti buffi, dubbi, indecisioni, incomprensioni, chiusure e riavvicinamenti, e in tutta la girandola emotiva di errori e imperfezioni di cui è fatta la vita, soprattutto sentimentale. “Ain’t no cure for love”, ci ricorda Leonard Cohen in un finale che chiude il cerchio di evoluzione della protagonista, che potrebbe essere la versione cresciuta di Hafsia Herzi di Tu mérites un amour. In quel film l’attrice, anche regista, interpretava una ragazza in cerca dell’amore e del tipo giusto, che cercava attraverso una serie di avventure e appuntamenti con sconosciuti.
Qui, in un certo punto del film, accade lo stesso, ma è l’età della protagonista a cambiare, e non è così comune vedere considerato e narrato su grande schermo il desiderio femminile, passati i cinquant’anni. Lo ha fatto Sophie Hyde con Il piacere è tutto mio, ma lì Emma Thompson aveva a che fare con un gigolò, qui l’oggetto del desiderio – mai esploso, ed è la forza del film, fuggire al già visto e alle banalità – è uno sceneggiatore (lo interpreta Rodrigo de la Serna). Un uomo normale, come Eva, come il pubblico che guarda, e come il salvifico amico di Eva, che con la sua battuta darà il titolo al film.

Claudia Catalli – Mymovies

Tematiche: ricerca di sé, sfide e incertezze del cambiamento, desiderio di libertà e nuove emozioni, romanticismo, fragilità dei rapporti umani.

 

Senza Nora Navas, attrice davvero squisita e sensibile, questo film non esisterebbe: lei porta nel personaggio l’ironia sulla menopausa, il piacere di mettersi in gioco, il desiderio di farsi stupire, anche una bellezza non artefatta intonata all’età.


Sofisticato senza eccedere nel patinato, La mia amica Eva è capace di dosare dialoghi e situazioni ben orchestrate con l’effetto che scatenano nei protagonisti, silenzi e imbarazzi, con un cast di ottimi attori e non di bellezze da catalogo. Film impeccabile.


La mia amica Eva è, in definitiva, una commedia sentimentale che riesce nell’impresa più difficile: essere lieve senza superficialità, ironica senza cinismo, dolce senza zucchero. Racconta il desiderio di ricominciare quando tutto sembra fermo, la malinconia di ciò che si perde e la gioia improvvisa di ciò che ritorna. Un film che invita a ridere di sé e a riconoscersi, con la grazia di chi sa che la vita, a volte, sorprende davvero.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,6/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

LE DONNE DELLA “GENERAZIONE X” O “SANDWICH”

Nate tra il 1965 e il 1980, appartengono a quella che in America viene definita Generazione Sandwich: sono le donne che, oggi, hanno circa 50 anni e si trovano dinanzi a un incrocio irripetibile di passaggi cruciali della vita, tra i figli adolescenti, l’arrivo della menopausa e i cambiamenti del corpo, le asperità del lavoro e i genitori anziani, sempre meno autonomi e più bisognosi di aiuto.

 

 

 

A raccontarle nel libro Le schiacciate, edito da Solferino, è Laura Turuani, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano, che parte dalle testimonianze raccolte durante la sua carriera per analizzare questa condizione femminile e illustrarne l’impatto psicofisico.
«Oltre ad appartenere anch’io a questa generazione, lavorando con gli adolescenti ho contatto quotidiano con i genitori, spesso con madri che si mettono in discussione. Così, ho avuto modo di percepire una stanchezza inedita in queste donne che, diventate madri tardi perché prima hanno investito tempo, energia e soldi in altri ruoli, si trovano a dover affrontare il peso di essere allo stesso tempo madri, mogli, figlie, senza alcun cedimento. Queste donne sono schiacciate dalla molteplicità dei pesi, aggravata dalla società dell’ipercontrollo che ci chiede di essere sempre multitasking e performanti. Per tale motivo, temono di non essere adeguate. Hanno “superpoteri”, ma avvertono il peso della responsabilità.

 

Le “schiacciate” sono giunte alla maternità cariche di aspettative melense che lasciavano poco spazio all’ambivalenza e molto al senso di colpa. Anche la menopausa per loro è stato un tabù. Hanno proceduto per prove e errori, correndo per arrivare dappertutto. […] Sono state le prime a crescere dando per scontato il diritto/dovere di lavorare, difendendo le stesse ambizioni e opportunità dei colleghi. Con grande ottimismo, si sono inserite in un contesto lavorativo prettamente maschile, sperimentandosi in tutti gli ambiti, ma ben presto si sono rese conto di non essere così attese, in un mondo immobile da troppi decenni. Da qui scaturisce il senso di stanchezza: premono di meno l’acceleratore della professione, procedono per inerzia, a velocità limitata, forse per il timore di rimanere senza benzina, paradossalmente più in preda alle insicurezze che alla solidità. Dopo una vita vissuta di corsa, ci si può consentire di rallentare e usare l’esperienza accumulata per guardare in modo inedito passato, presente e futuro. Sostenute da una maggiore consapevolezza e un’autostima finalmente ritrovata, possono raggiungere un nuovo equilibrio, con una maggiore centratura su sé stesse. In questa fase della vita, in cui le madri, spesso, si trovano ad affrontare il complesso periodo della menopausa, da alcuni definita come una seconda adolescenza proprio per il subbuglio ormonale che provoca, la paura di invecchiare porta alla ricerca affannosa di soluzioni per allontanare il declino. Nella nostra società narcisistica, tante donne ricorrono alla chirurgia estetica e a un abbigliamento casual per illudersi di sembrare più giovani, ma bisogna ben comprendere che il tempo non si può fermare, invecchiare è un privilegio e non è soltanto una questione di estetica. La solitudine, in queste fasi di cambiamento psicofisico, può rivelarsi pericolosa facendo scaturire sintomi ansiosi-depressivi. Per tale motivo sostengo sia fondamentale instaurare un legame di sorellanza tra donne che, in tal modo, non si sentono sbagliate né tantomeno le uniche ad affrontare questi momenti di fatica, ma trovano rifugio nel dialogo, nel conforto del confronto. Senza tralasciare l’importanza del sostegno della società, dei compagni di vita, per intraprendere un percorso di rinascita, senza più la paura di perdere pezzi»

Fonte: MInotauro.it

 

MGF

 

 

 

 

Regia di Andrea Di Stefano – Italia, 2025 – 125′
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno

 

 

 

 

UNA COMMEDIA AGRODOLCE CHE VUOLE SEDURRE GLI SPETTATORI A TUTTI I COSTI E PROBABILMENTE CI RIUSCIRÀ.

“Il Maestro è un omaggio ai mentori imperfetti, feriti ma pieni di cuore”. Così Andrea Di Stefano, noto attore e regista – tra i suoi titoli “L’ultima notte di Amore” (2023) –, nel raccontare il suo nuovo film “Il Maestro”, presentato fuori Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025). Un film sul rapporto maestro e allievo, ma anche padre e figlio, che si gioca dentro e fuori il campo da tennis. Un racconto di formazione livido e insieme arioso, il viaggio verso l’adolescenza e l’età adulta di un tredicenne che impara ad ascoltarsi e a trovare la propria voce interiore, sbaragliando aspettative familiari e pressioni sociali. Un viaggio oltre la paura e il pregiudizio alla scoperta della felicità. Interpretato straordinariamente da Pierfrancesco Favino e dal giovane Tiziano Menichelli, nel cast anche Giovanni Ludeno, Dora Romano, Valentina Bellè.
La storia. Estate, fine anni Ottanta. Il tredicenne Felice Milella, allenato tra dedizione e pressione dal padre Pietro, spera di poter fare il salto di qualità come tennista. Per affrontare i tornei nazionali la famiglia investe i propri risparmi per ingaggiare un maestro professionista, l’ex gloria del tennis italiano Raul Gatti. Felice e Raul si mettono così in macchina seguendo un fitto programma di tornei stilato da Pietro. Tappa dopo tappa i due impareranno a conoscersi, superando reticenze e pregiudizi, menzogne e verità, solitudini e insicurezze. Un viaggio vibrante, azzardato e liberatorio…
“È un viaggio attraverso il dolore della crescita – commenta il regista – la potenza dell’insegnamento e la bellezza dei legami umani; una commedia all’italiana per chiunque creda ancora che il mondo possa essere migliore, una lezione alla volta”. Andrea Di Stefano fa centro con un film-romanzo di formazione “imperfetto” e luminoso. Racconta anzitutto il rapporto maestro e allievo nel perimetro dello sport, ma in maniera atipica. Raul Gatti è un tennista che ha perso l’occasione della vita, un tormento che non lo abbandona in età adulta, relegandolo in un’esistenza irrisolta e triste. Quando si trova faccia a faccia con il giovane Felice rilegge il suo passato, tra opportunità ed errori, provando ad aggiustare il proprio percorso di vita. Il ragazzo gli fornirà energie nuove, pulite, spingendolo a fronteggiare i propri demoni e a riconciliarsi con la vita.
Dall’altro lato, Felice è un tredicenne apparentemente sereno, in verità “ostaggio” del sogno di gloria paterno: ama il tennis, ma non sa se vuole dedicarsi esclusivamente a quello; è suo padre Pietro ad essere ossessionato dalla vita da campione. Felice si adatta per non deludere il genitore, perché è più facile assecondare i sogni altrui piuttosto che dar voce ai propri. L’incontro però con un maestro sopra le righe, brillante e cialtrone, lo fa uscire dalla sua zona di sicurezza, dai rigidi schemi tracciati dal padre. Felice viene letteralmente buttato in mare aperto, senza protezioni, il mare della vita; e il maestro Raul Gatti è l’unico a insegnargli a nuotare. Un incontro sulle prime traumatico, vertiginoso, ma alla lunga foriero di umanità e dolcezza. Raul insegna a Felice che spesso la vita è difficile, sbeccata e dolorosa, ma è comunque una straordinaria opportunità da abbracciare con fiducia e coraggio.
Andrea Di Stefano compone un film denso e profondo servendosi di lampi di leggerezza e note malinconiche; un romanzo di formazione ruvido, non patinato, ma dai riverberi acuti e in un certo senso educativi.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Sport


Oltre a essere il ritratto di un mondo oramai scomparso (la storia è collocata negli anni Ottanta), più vicino anche temporalmente a quello raccontato dalla grande commedia italiana a cui non a caso il film di Di Stefano guarda, “Il maestro” incrocia il racconto di due anime per dare vita a una sorta di romanzo di formazione in cui l’incontro tra l’allievo e il suo mentore fa sanguinare vecchie ferite e regala consapevolezze in duplice direzione.


A volte comica, altre drammatica, ma sempre con una dolcezza di fondo che rende la visione coinvolgente ed emotiva lungo le sue quasi due ore di durata a ritmo dosato, quella di Di Stefano è un’ode alla bellezza dei legami umani che ci ricorda, prima di tutto, come nessun uomo è e può essere un’isola, anche se lo vorrebbe con tutto sé stesso.


Un’opera vitale, che recupera una certa tradizione di cinema italiano agrodolce e non ha paura degli azzardi, proprio come la lezione del suo strepitoso protagonista.

 

Recensioni
3,2/5 MyMovies
4/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

ELOGIO DELLA NORMALITÀ. IL FENOMENO SINNER

Negli ultimi anni, il tennis italiano ha vissuto una trasformazione radicale. Al centro di questa rivoluzione c’è un nome: Jannik Sinner. Da promessa silenziosa a superstar internazionale, il giovane altoatesino è diventato molto più di un atleta. È un fenomeno mediatico, un brand, e, forse senza volerlo, anche un simbolo.
Sinner non è solo uno dei tennisti più forti al mondo. È anche la rappresentazione di un ideale sportivo che sembrava perduto: dedizione, disciplina, silenzio, umiltà.

Non ci sono eccessi nelle sue dichiarazioni, non ci sono polemiche nei suoi atteggiamenti. In un’epoca in cui la spettacolarizzazione domina ogni sport, Sinner ha conquistato tutti non facendo spettacolo, ma semplicemente giocando meglio di chiunque altro.
La vittoria di Wimbledon 2025, che lo ha consacrato tra i più grandi della storia del tennis italiano e internazionale, ha segnato uno spartiacque. Non solo per il valore sportivo dell’impresa, ma per l’impatto simbolico che ha avuto. Un italiano che vince il torneo più prestigioso del mondo, sull’erba sacra di Londra, con eleganza e freddezza, è qualcosa che va oltre la cronaca sportiva.
E proprio questa sua apparente “non personalità” televisiva, così distante da ciò che normalmente attira i riflettori, è diventata il suo punto di forza. Con Sinner, anche il tennis ha smesso di essere uno sport “di nicchia” in Italia. Fino a pochi anni fa, la disciplina era considerata secondaria rispetto a calcio, Formula 1 o MotoGP. Oggi, ogni sua partita è un evento nazionale. I dati d’ascolto delle sue finali e semifinali hanno superato record storici, con milioni di spettatori collegati a ogni ora del giorno (e della notte). Non si tratta solo di sportivi appassionati. Sinner ha saputo attrarre un pubblico trasversale, dai più giovani agli over 60, da chi non ha mai seguito una partita prima d’ora a chi è tornato a farlo dopo anni.

Questo “effetto-Sinner” ha avuto ripercussioni concrete anche sul territorio: iscrizioni ai circoli di tennis in crescita, aumento di investimenti nel settore, maggiore copertura televisiva e giornalistica. Il tennis è finalmente tornato a essere uno sport di primo piano, trascinato da un ragazzo che comunica soprattutto con le racchette, non con le parole.
Quello che rende il fenomeno Sinner ancora più interessante è che Jannik non è un comunicatore nel senso tradizionale, eppure comunica eccome. I suoi silenzi, i suoi sguardi concentrati, la timidezza quasi imbarazzata davanti alle telecamere: tutto contribuisce a costruire un personaggio raro, che piace proprio perché non cerca mai di piacere. È la dimostrazione vivente che non serve essere istrionici per essere vincenti, e che l’eleganza – nello stile di gioco e nei modi – può ancora fare la differenza.
In un mondo dove tutto è immediatamente condiviso, raccontato e spesso gridato, Sinner è l’anomalia che funziona. Il “bravo ragazzo” che non ha bisogno di reinventarsi, né di raccontare drammi personali per farsi ascoltare. È sufficiente guardarlo giocare per capire chi è. E questo, oggi, è forse il suo più grande merito.

Fonte: ScopriNetwork.it

 

MGF

 

 

TIZIANO.
L’IMPERO DEL COLORE
diretto da Laura Chiossone e Giulio Boato
Con la partecipazione straordinaria di Jeff Koons

 

 

 

 

Il docufilm ripercorre quasi un secolo di vita di quel ragazzo che, all’aprirsi del 1500, in una città coperta d’oro che svetta ammiratissima sopra una foresta sommersa, scende dalle montagne del Dogado per essere ricordato come “il più eccellente di quanti hanno dipinto”. Straordinario artista e geniale imprenditore di se stesso, tanto innovativo nella composizione di un’opera quanto nel saperla vendere, Tiziano diviene in pochi anni pittore ufficiale della Serenissima e sommo artista ricercato dalle più ricche e famose corti d’Europa.

 

TIZIANO VECELLIO
IL RINASCIMENTO NEL RINASCIMENTO

Annunciazione – 1539

Tiziano Vecellio è uno degli artisti più prolifici e più largamente apprezzati del Rinascimento: per un uomo che passò buona parte della propria vita lontano da Roma, all’epoca il maggior centro artistico della Penisola, è un traguardo impressionante.
Critiche più o meno pertinenti sono state rivolte a molti artisti dell’epoca: Michelangelo dipingeva personaggi fin troppo nerboruti, Leonardo badava più alle innovazioni che alla pittura stessa… ma ben poche critiche, tranne che di gusto personale, possono essere mosse a Tiziano.

 

 

 

Trasfigurazione -1560

La sua pittura è delicata, le sfumature graduali e le figure, anche le più corpulente, restano lievi ed eteree come se fossero parte stessa del paesaggio, e non elementi di spicco.
L’origine di questo suo stile è nient’altro che il colore.
Al di fuori del Veneto, l’esecuzione di un dipinto richiedeva di prassi una lunga preparazione: prima si disegnavano bozzetti e studi di pose, poi si studiava la composizione, infine ci si approcciava alla tela o al muro e si incideva o tracciava un dettagliato disegno preparatorio.
Dei Veneti, tuttavia, si sono sempre ritrovati pochi studi e pochi disegni; non perché questi siano andati persi, abbiamo taccuini e fogli di moltissimi artisti, semplicemente la pratica del disegno preparatorio era molto meno ossessiva.
Le radiografie delle opere dei Veneti, da Giorgione a Tiziano, rivela la presenza di pochi tratti preparatori, sufficienti giusto ad evidenziare la posizione delle figure all’interno dello spazio: la delimitazione delle figure non avviene più con linee nette, bensì con il colore.

 

 

Madonna Sciarra – 1545

Tiziano è maestro di questa tecnica: se Giorgione, il primo dei grandi ad apparire sulla scena pittorica veneta, ha gettato le basi per questa pittura più materica, Tiziano l’apprende con curiosità, la fa sua e la eleva a vette irraggiungibili.
“Colore” e “Colorito” sono le parole chiave per comprendere la sua pittura: contrasti netti, decisi, accostati a sfumature delicate che quasi fondono gli elementi gli uni negli altri, a creare scene di spiccata profondità; Tiziano apprende le basi della prospettiva, impara a dipingere le figure umane e unisce la tecnica al sentimento, la scienza all’empirismo, creando una via di mezzo che sapientemente scolpisce quest’arte così materica, così viva che sembra quasi parte del reale. Di lui si dice che “accarezza la tela con il pennello”, e osservando da vicino le sue opere non si riesce a trovare una definizione migliore: gli incarnati sono così soffici, le stoffe così sottili e pregiate, che immaginare pennellate intense è quasi sacrilego.

 

Amor sacro e Amor profano – 1515

 

Nulla di più pesante di una piuma potrebbe mai sfiorare quelle superfici così incredibilmente dettagliate senza rischiare di danneggiarle, eppure sembrano quasi a portata di tocco: sono così reali e veritiere che sembra di percepire la serica consistenza delle stoffe pregiate, la sensazione più ruvida di lini e cotoni, la morbidezza di un corpo e la linea sinuosa e delicata di una gota solo appena arrossata.

 

 

Assunta – 1518

Tra tutti i colori della sua palette, una tinta in particolare si distingue: il rosso.
Ora acceso e vibrante, ora tenue e quasi pastello, il rosso sembra un leitmotiv ricorrente della sua arte: da veli e toghe ai capelli delle fanciulle ritratte come allegorie, un biondo ramato che ancora oggi porta il nome di “rosso Tiziano”. È un colore piuttosto difficile da utilizzare: così acceso, quasi violento, il simbolo universale di pericolo, non sempre si può immaginare di inserirlo in una composizione senza inevitabilmente attrarre l’occhio.
Eppure, Tiziano ci gioca con semplicità, ora intensificandolo per chiamare l’occhio, ora stemperandolo al rosa o al corallo per confonderlo con lo sfondo, tutto magistralmente incorniciato dalle sfumature di ombra, che delicatamente armonizzano personaggi e paesaggio, fondendoli senza per ciò confonderli, creando quei magistrali scenari che fanno sentire lo spettatore quasi imbarazzato, un po’ voyeur, come se si fosse improvvisamente aperta una finestra su una scena che sarebbe dovuta restare intima, privata, riservata a pochi eletti.

 

 

Tiziano ci mostra temi sacri e profani, paesaggi e architetture, ci chiama a testimoni che la Fede e la spiritualità non sono temi distanti e troppo complessi per le persone qualsiasi; con la carezza del suo pennello le porta dinanzi a noi, ci fa avvicinare abbastanza da spingerci a sperimentare la sensazione tattile con i nostri occhi, dimostra con la delicatezza che contraddistingue la sua arte che non serve toccare per credere, basta solo sfiorare appena, con uno sguardo che è amore.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF