Regia di Margherita Spampinato – Italia, 2025 – 90′
con Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina Ziami

 

 

 

 

 

UN FILM SEMPLICE E NOSTALGICO CHE GUARDA ALLA PROVERBIALE ESTATE ITALIANA CHE FORSE NON ESISTE PIÙ

Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Frank, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti all’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune.
Prima volta nel lungometraggio per Margherita Spampinato, che con autoriale dolcezza scrive, dirige e monta un omaggio all’arcano mondo delle nonne, come ce lo ricordiamo tutti nella nostra memoria infantile.
Dal momento in cui bisogna inventarsi di tutto per non accompagnarle a messa, passando per i salotti con le tapparelle sempre chiuse, fino alle raccomandazioni sul fazzoletto da portarsi sempre dietro per giocare in cortile.
Gela e Nico non sono esattamente nonna e nipote, ma proprio per questo riescono a isolare e incarnare ancora meglio la dinamica di estrema differenza e di grande vicinanza che si crea in quel rapporto. È un film nostalgico, che guarda a un milieu classico come la proverbiale “estate italiana”, che forse non esiste più se non filtrata attraverso l’immaginario collettivo.
Spampinato scrive e mette in scena per archetipi e chiare opposizioni, senza troppe sfumature, ma è una semplicità che ben si presta a una storia lineare fatta di pochi elementi, seppur tutti profondamente sentiti.
Con la limpidezza di un apologo ben riuscito, la regista avvicina una lente d’ingrandimento emotiva al trauma dei due personaggi principali, uno radicato nel passato e l’altro (il distacco dalla babysitter prediletta) che brucia di un dolore molto presente. È un elemento drammatico che il film prende ammirevolmente sul serio, ingigantendolo come se lo spettatore stesso ci fosse dentro. Al tempo stesso lo circonda di elementi di commedia, soprattutto grazie al colore dei personaggi di contorno e al forte senso di luogo legato alla verticalità del palazzo, nonché alle note da romanzo di formazione, con il piccolo (e iper-consapevole) Nico alla ricerca di un’inevitabile sintesi culturale e personale.
Avendo lavorato in passato come responsabile casting, Spampinato va sul sicuro e si affida al volto iconico di Aurora Quattrocchi per la sua Gela, dandole subito un’implicita e magnetica autorevolezza contro cui il Nico del giovane Marco Fiore può andare dritto a scontrarsi. La fotografia calda cattura una Sicilia d’interni torrida ma raffinata, che sul finale si apre a una liberatoria partita a nascondino – come tutto ciò che l’ha preceduta, anche quest’ultima ci restituisce un senso di autenticità, fedele tanto ai nostri ricordi quanto ai nostri sentimenti.

Tommaso Tocci – Mymovies

Tematiche: Confronto Generazionale e Culturale, Legame e Cura, Solitudine e Connessione, Tradizione vs Modernità, Memoria e Segreti


Una classica struttura da film di formazione, un tema non certo nuovo, ma che l’esordiente Spampinato tratta con bella delicatezza, mettendo a frutto la sua esperienza e guidando con precisione i suoi attori – oltre ai ragazzi anche un coro di nonne preoccupate che nessuno resti a digiuno – riuscendo a restituire un convincente ritratto di come un giovane può imparare a conoscere la vita dove pensava di non trovarla.


È un viaggio nel tempo, in cui in un luogo apparentemente fermo nello spazio piomba la fanciullezza, la freschezza di sguardo. L’antico fare cinema sembra davvero guidare la mano della regista che nei meandri del passato imbastisce una lotta con la modernità e la tecnologia. Si cede alla nostalgia del racconto, quel sentimento per cui l’estate è appunto l’approdo più efficace, tra il sospeso e il temporaneo: tutto è in divenire, trasformazione, spinta a cercare una risposta.


Un film dal sapore d’altri tempi quello di Margherita Spampinato. Per il suo esordio, la regista ha voluto raccontare una tenera storia familiare che riflette sul confronto tra generazioni, tra usi e costumi del nord e del sud e tra passato e presente.

Recensioni
3,5/5 MyMovies
3,5/5 Sentieri Selvaggi
3/5 ComingSoon

 

IL GAP GENERAZIONALE

 

Con il termine gap generazionale, o conflitto generazionale, si intende sostanzialmente la differenza tra idee, approccio culturale, sviluppo economico-tecnologico-sociale e modalità relazionali che sussiste tra una generazione più giovane e quelle precedenti e successive. Venne utilizzato per la prima volta nei Paesi occidentali negli anni sessanta per indicare le differenze culturali che si erano create tra la generazione dei baby boomer e quella dei loro genitori. Le differenze riguardavano principalmente i gusti musicali, la moda, la politica, l’uso di sostanze.

I baby boomer iniziarono a ribellarsi con grandi proteste e venivano considerati dai loro predecessori come ragazzi che volevano oltrepassare ogni convenzione sociale.

In media una generazione dura in un arco di tempo compreso tra i 15 e i 25 anni. Le ultime generazioni sono:
Baby Boomers, nati tra il 1945 e il 1964
Generazione X, nati tra il 1964 e il 1980
Generazione Y o Millennials, nati tra il 1980 e il 1995
Generazione Z, nati tra il 1995 e il 2010
Generazione Alpha, nati dopo il 2010

 

Attualmente si vive un gap generazionale causato principalmente dall’evoluzione delle nuove tipologie di media e dalla difficoltà di creare un canale comunicativo strutturato e valido tra genitori e figli.
Si evidenzia una grande differenza tra gli over 40 e i figli adolescenti nel campo della tecnologia, con i figli che sono ormai nativi digitali e accedono all’uso dei mezzi tecnologici con estrema, a volte eccessiva, rapidità e facilità e i genitori che spesso devono farsi supportare per poter comprendere alcuni meccanismi.

 

Nel campo del lavoro si assiste ad un grande divario, quando per esempio nella stessa azienda convivono i baby boomer, magari abituati a lavorare in ufficio prendendo appunti carta e penna, e i millennial o, gli ancor più giovani della generazione Z, immersi nel mondo digitale e dei social media.
Un punto importante è che spesso il gap generazionale si traduce nella creazione di difficoltà comunicative e collaborative, con alla base la presenza di pregiudizi e scontri.
Nel campo della tecnologia è evidente un divario tra le generazioni passate e quelle più recenti, un divario contraddistinto dalla velocità dello sviluppo dei mezzi tecnologici cui i più anziani faticano ad accedere con la stessa disinvoltura e rapidità dei più giovani.

Il gap si ritrova anche nel rapporto tra genitori e figli. Vuoi nelle modalità comunicative, vuoi nell’utilizzo diverso dei social e delle nuove tecnologie e nelle modalità relazionali; emerge una differenza anche nella maggior sensibilità che i giovani sembrerebbero manifestare verso temi quali educazione ambientale, associazioni LGBT, diritti civili, rispetto per minoranze e parità di genere.
Il modo per risolvere il conflitto e la distanza generazionale si concentra nella costruzione di un dialogo strutturato e condiviso. È importante che si venga a creare un buon canale comunicativo tra le generazioni, in modo da poter superare insieme le difficoltà.

 

 

Fonte: Santagostino.it

 

MGF

 

 

Regia Giuseppe Domingo Romano

 

 

 

 

 

La voce intensa di Stefano Accorsi racconta Tintoretto in un film che lancia un bel segnale, poetico e pratico

Attraversando la vita del pittore, Tintoretto. Un Ribelle a Venezia delineerà i tratti della Venezia del 1500, un secolo culturalmente rigoglioso che vede tra i suoi protagonisti altri due giganti della pittura come Tiziano e Veronese, eterni rivali di Tintoretto in un’epoca in cui la Serenissima conferma il suo dominio marittimo e affronta la drammatica peste del 1575-77, che stermina gran parte della popolazione lasciando un segno indelebile nella Laguna.

 

TINTORETTO IL TERRIBILE

 

Jacobo Robusti – “Tintoretto”

Jacopo Robusti, detto “il Tintoretto” per il mestiere del padre, che era un tintore, è uno dei più grandi esponenti della pittura rinascimentale; racchiude in sé l’eredità della pittura veneta di Tiziano, dei grandi come Raffaello, Michelangelo e Giulio Romano e incarna i prodromi di quel chiaroscuro violento che poi Caravaggio porterà all’apice della magnificenza.
È una figura chiave del periodo che segna la transizione tra il Rinascimento e il Manierismo, e domina questa fase di cambiamento con carattere impetuoso e aggressivo, che si mostra sia nella vita privata (fu il Vasari a definirlo “Terribile”) sia nello stile pittorico.

 

 

Tiziano e Tintoretto

Le fonti raccontano che già da bambino mostrò una notevole inclinazione all’arte: si racconta infatti che nella bottega del padre “sgraffignasse” le tinture per la stoffa per mettersi a colorare i muri. Fu per questo motivo, e forse anche un po’ per salvare i muri, che appena possibile suo padre lo mandò a bottega da Tiziano Vecellio.
Da lui, Tintoretto non imparò granché: solo pochi giorni dopo Tiziano lo cacciò, per paura che diventasse un rivale. Il suo talento era così grande da intimorire un artista di tale calibro.

 

Tintoretto, Il ritrovamento del corpo di San Marco 1562-1566

Tintoretto procedette in autonomia, procurandosi commissioni grazie alle conoscenze della famiglia e sviluppando uno stile tutto suo, che pur avendo radici nel Rinascimento non è completamente debitore a una figura specifica.
Ricava l’uso sapiente del colore dai veneti, cosa che all’epoca significava Tiziano: considerato il carattere di Tintoretto, mi piace pensare che l’abbia imitato un po’ per ripicca, almeno all’inizio.
Ma, dove il gradiente di Tiziano è delicato, colmo di rossi accesi e delicati colori pastello, quello di Tintoretto è vasto, spazia dai neri più cupi a colori chiari e brillanti, a creare un contrasto netto e violento, sottolineato dalla pennellata aggressiva e rapida; le figure sembrano quasi aleggiare in uno sfondo irreale, tuttavia non perdono di realismo, anzi lo accentuano.

 

Tintoretto-Paradiso (1588-1592) Palazzo Ducale Venezia

 

 

I corpi che dipinge sono un retaggio michelangiolesco: figure grosse, muscolose quasi all’eccesso, che spiccano ancora di più nella luce radente dettata dal violento chiaroscuro.
L’influenza di Raffaello è forse meno immediata, ma la composizione delle opere di maggiori dimensioni, i trompe-l’oeil e i murali, non può che aver visto le opere delle Stanze Vaticane. Non un’accozzaglia di personaggi, nemmeno una composizione irreale e a tratti ridicola, ma una folla vera e propria: la complessità di creare un gran numero di opere così piene di personaggi, senza essere ripetitivo, è inimmaginabile.

Giulio Romano – Camera dei Giganti (1532-1535) Palazzo Te – Mantova

 

Ma l’impressione maggiore, io credo, discende da Giulio Romano: le composizioni di Raffaello sono eteree e armoniche, e quelle di Tintoretto sono troppo maestose per discendere solamente da esse. Un uomo come Tintoretto, aggressivo e deciso e incredibilmente motivato a imparare qualsiasi tecnica su cui posasse gli occhi, non può essere rimasto indifferente di fronte alla Sala dei Giganti da lui affrescata a Palazzo Te (Mantova).
È un’opera maestosa, accerchiante. La sensazione, entrando nella sala, è di non trovarsi più all’interno di un palazzo, ma di essere in qualche modo finiti nel bel mezzo di una leggenda.
Tintoretto ha sicuramente visto quest’opera, e l’ha fatta sua, come suo solito elevandola e includendola con naturalezza nel proprio stile, traendone il meglio con l’uso del chiaroscuro.

 

Tintoretto Doge Pietro Loredan (1567-1570) Cardinale Marco Antonio da Mula (1562-1563)

 

Persino nei ritratti e nelle opere di dimensioni più ridotte non si perde questa magnificenza e quest’uso quasi emotivo del chiaroscuro: con il colore, Tintoretto tratteggia e detta le sensazioni da provare, quasi imponendo allo spettatore la propria visione. Si pensi alla differenza tra il ritratto del Doge Pietro Loredan da quello del Cardinale Marco Antonio da Mula: per quanto le loro espressioni siano neutre, guardandoli abbiamo quasi la sensazione di conoscerli personalmente.

 

 

Tintoretto – Cristo morto sorretto da un angelo (datazione sconosciuta)

 

E quando guardiamo il Cristo Morto sorretto da un angelo, possiamo sentire l’angoscia della Morte del Salvatore, leggere sulle Sue membra il peso del peccato che morendo ha tolto dalle spalle dell’Uomo.
E una pittura così eclettica serve forse a dimostrarci, ogni volta che la guardiamo, che il mondo può essere molto più di ciò che vediamo, e che possiamo scoprirne i misteri… se solo abbiamo il coraggio di avvicinarci e scrutare tra le ombre più profonde senza perdere di vista la luce.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Drammatico
Regia di Paolo Sorrentino – Italia, 2025 – 131′
con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque

 

 

 

 

 

UN’ODE COMICA E MALINCONICA SULLA CONDIZIONE UMANA. UN FILM TOCCATO DALLA GRAZIA, CON TONI SERVILLO CHE GIGANTEGGIA.

Roma oggi. Mariano De Santis è il presidente della Repubblica. È appena entrato nel semestre bianco, negli ultimi sei mesi del suo mandato. Dopo aver affrontato svariate crisi di governo con grande controllo e fermezza, ormai ha ben poco di cui occuparsi. Rimangono sul tavolo due questioni alquanto spinose: concedere la grazia a due carcerati che stanno scontando la pena per l’uccisione del coniuge in circostanze drammatiche (malattia degenerativa e violenze domestiche), e firmare il disegno di legge sull’eutanasia. Il presidente, però, è contrario alla sua promulgazione per motivi giuridici ma soprattutto per i valori cattolici di appartenenza. A incalzarlo e a chiedere un gesto di responsabilità istituzionale è la figlia Dorotea, anche lei giurista e sua fidata assistente…
“La Grazia è un film d’amore”. Così Sorrentino nel raccontare il suo nuovo film, uno sguardo ravvicinato a un uomo delle istituzioni, la figura al vertice del nostro Stato democratico, il presidente della Repubblica. Sorrentino lo ritrae prossimo alla conclusione del suo mandato, con le ultime incombenze. A interpretarlo Toni Servillo, fidato compagno di viaggio nell’orizzonte narrativo sorrentiniano. Nel cast anche l’ottima Anna Ferzetti nel ruolo della figlia Dorotea, interpretazione che segna un cambio di passo nella carriera dell’attrice.
Sorrentino ha dichiarato di aver preso spunto per la storia dalla cronaca, dalla concessione della grazia da parte del presidente Sergio Mattarella a un uomo reo di omicidio. Un film pertanto incentrato sui dilemmi morali. Il film abita il dubbio, i perimetri della legge. Sposa la prospettiva del capo dello Stato, stretto in un sentiero che avverte sdrucciolevole e che usa la bussola della legge e della fede per percorrerlo. Nel racconto c’è anche un colloquio con il Papa – africano, dai capelli “dread” bianchi lunghi, legati, in sella alla moto, un ritratto sempre in chiave ironico-anticonvenzionale alla Sorrentino –, un suo amico, che lo richiama ai valori cui appartiene.
“La Grazia” non è però solo un film che si pone nei panni del vertice dell’istituzione, nelle responsabilità e doveri di un uomo di Stato, ma è anche un film che esplora l’amore: quello per la moglie morta da 8 anni, di cui avverte costantemente la mancanza; quello di un padre verso la figlia, che scopre tutto a un tratto adulta, solida e caparbia. L’amore, dunque, è il filo rosso che il presidente di Sorrentino segue nell’esplorare tutti i suoi dubbi, per governare le ultime sfide, nei palazzi della Repubblica e nelle stanze di casa.
“La Grazia” mette a tema riflessioni importanti e sfidanti, anche non condivisibili, offrendo comunque diverse argomentazioni allo spettatore, con le quali confrontarsi, aderire oppure dissentire.
“La Grazia” è un film acuto, scritto e diretto con mestiere da Sorrentino, puntellato da ironia e malinconia, persino elegantemente irriverente.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Bioetica, Chiesa Cattolica, Dolore, Eutanasia, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Fede, Giustizia, Matrimonio – coppia, Morte, Politica-Società


Giocando con grande ironia e autoironia sui cosiddetti sorrentinismi, La Grazia procede con un sorriso sardonico stampato sullo schermo che sta sempre lì a mascherare, sapendo di non poterlo fare, un abisso di dolore che Sorrentino – con la saggezza e la lucidità di un uomo ben più anziano di quanto lui non sia – sa benissimo siamo destinati a portarci sempre appresso.


Quella Grazia del titolo, che non è solo uno strumento giuridico a disposizione del Presidente della Repubblica, qui si trasforma in comprensione, eleganza, in atteggiamento nei confronti del mondo e della vita, in una persona in fondo innamorata e piena di valori. In un uomo, simbolo di un’idea alta di politica e morale e di quel timido ma coraggioso cambiamento della società verso il futuro che ci auspichiamo tutti di vedere. Al centro: l’umanità.


Un Sorrentino che, come sempre, commuove e diverte, mettendo sullo schermo la natura complessa e contraddittoria della vita e dei sentimenti.


Recensioni
4,2/5 MyMovies
4/5 Cineforum.it
5/5 ComingSoon

 

IL POTERE DI GRAZIA

 

L’art. 87 della Costituzione prevede, al comma undicesimo, che il Presidente della Repubblica può, con proprio decreto, concedere grazia e commutare le pene. Si tratta di un istituto clemenziale di antichissima origine che estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un’altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione). La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente; non estingue invece gli altri effetti penali della condanna (art. 174 c.p.). Ai sensi dell’art. 681 del codice di procedura penale può essere sottoposta a condizioni1.

Il procedimento di concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale. La domanda di grazia è diretta al Presidente della Repubblica e va presentata al Ministro della Giustizia. È sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato. Se il condannato è detenuto o internato, la domanda può essere però direttamente presentata anche al magistrato di sorveglianza. Il presidente del consiglio di disciplina dell’istituto penitenziario può proporre, a titolo di ricompensa, la grazia a favore del detenuto che si è distinto per comportamenti particolarmente meritevoli.

 

 

Sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello e, se il condannato è detenuto – anche presso il domicilio – ovvero affidato in prova al servizio sociale, il Magistrato di sorveglianza. A tal fine, essi acquisiscono ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari …. Acquisiti i pareri, il Ministro trasmette la domanda o la proposta di grazia, corredata dagli atti dell’istruttoria, al Capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario alla concessione del beneficio. Come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006, al Capo dello Stato compete la decisione finale. L’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che è stata compiuta l’istruttoria.

Se il Presidente della Repubblica concede la grazia, il pubblico ministero competente ne cura l’esecuzione, ordinando, se del caso, la liberazione del condannato.

Generalmente nei decreti di grazia o di commutazione della pena è inserita la condizione – risolutiva – della revoca dell’atto di clemenza in caso di commissione da parte del beneficiario di un delitto non colposo entro 5 anni dal decreto presidenziale (10 anni in caso di grazia riguardante la pena dell’ergastolo).

Decreti di grazia e commutazione delle pene del secondo mandato del Presidente Sergio Mattarella (data di insediamento 29 gennaio 2022)

grazia per pena detentiva temporanea (di cui due relative anche alla pena pecuniaria) – 22
grazia parziale (riduzione della pena detentiva temporanea) – 9
grazia per pena pecuniaria – 3
grazia per pena detentiva della reclusione militare – 1
grazia per pena accessoria – 1
TOTALE DEI PROVVEDIMENTI DI CLEMENZA:36

Fonte: Quirinale

 

MGF

 

 

 

 

Thriller
Regia di Timur Bekmambetov – USA, 2026 – 100′
con Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis

 

 

 

UN THRILLER ADRENALINICO AL PASSO CON LE TECNOLOGIE AVVENIRISTICHE

Se a giudicare i reati non fosse più un essere umano ma un integerrimo e (in)fallibile prototipo di intelligenza artificiale? Questa è la domanda che pone il film “Mercy: Sotto Accusa”, legal-thriller futuristico (ma neanche troppo) diretto da Timur Bekmambetov e interpretato da Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis e Chris Sullivan.
La storia. Stati Uniti, oggi. In un futuro prossimo venturo Chris Raven è un agente del dipartimento rapine e omicidi della polizia di Los Angeles. Sposato e con una figlia adolescente, Chris ha avuto problemi di alcolismo in seguito alla morte del suo mentore, un evento traumatico del quale si ritiene personalmente responsabile. In passato ha contribuito a fondare la Mercy Court, un tribunale virtuale preposto a giudicare gli inquisiti con la massima oggettività.
Ma si ritrova improvvisamente incatenato ad una sedia metallica e messo sotto processo da una giudice AI, l’impassibile Maddox, che lo accusa dell’omicidio di sua moglie Nicole. Chris, che si dichiara innocente ma non ricorda nulla delle ultime ore della sua vita, avrà solo 90 minuti di tempo per trovare le prove che potrebbero scagionarlo. “Non sono colpevole, non posso esserlo, non lo avrei mai fatto”, dice Chris a se stesso e a Maddox. Ma sarà vero, in un mondo in cui “tutti mentono”?
Ricorda non poco l’ottimo “Minority Report” (2002) di Steven Spielberg con Tom Cruise, da un racconto di Philip K. Dick.
“Mercy – Sotto accusa” esplora il nostro possibile domani, una società che abdica competenze umane all’evoluzione tecnologica, lasciando campo libero all’intelligenza artificiale. Non solo, dunque, aerei o navi pilotate da computer, ma anche la giustizia governata da sistemi di intelligenza artificiale.
L’opera di Bekmambetov – suoi “Wanted” (2008) e “Ben-Hur” (2016) – ha il pregio di individuare approfondire un tema di stringente attualità; lo svolgimento narrativo incede agile e adrenalinico, depotenziato qua e là da semplificazioni secondo i canoni del cinema hollywoodiano un po’ fracassone, ma ad ancorare la storia sono gli interpreti, in testa Pratt e Ferguson. Una buona proposta nel terreno del legal-thriller, acuta ma senza troppi sussulti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Media, Nuove tecnologie, Politica-Società


Uno screenlife thriller dai contrappunti sci-fi. Teso e compatto, chiaramente debitore dell’immaginario di Philip K. Dick, è mosso e smosso da una messa in scena quasi interamente mediata da schermi, dati e flussi digitali. Il film punta su ritmo e tensione. Al centro c’è una riflessione attuale sul rapporto tra uomo, tecnologia e giustizia, con l’A.I. come giudice supremo. Un film onesto.


In Mercy: Sotto Accusa, il regista Timur Bekmambetov prende una premessa che oggi fa davvero paura perché sembra a un passo dal reale: un tribunale automatizzato dove un’“intelligenza” decide in tempo reale chi merita di vivere. La domanda che il film mette sul tavolo è brutale e seducente: se la giustizia diventa un calcolo, quanto siamo disposti a chiamarla “ordine” pur di sentirci al sicuro?


Fin dai suoi primissimi istanti, il lungometraggio diretto da Timur Bekmambetov strizza l’occhiolino verso il nostro presente, verso un mondo che, in qualche modo, potrebbe ritrovarsi facilmente in una situazione simile, in un contesto in cui è la stessa tecnologia creata dall’essere umano a dover portare legge nel suo quotidiano.

Recensioni
3/5 Sentieri Selvaggi
3/5 Movieplayer
6,5/10 Everyeye Cinema

 

AI IN ITALIA: SIAMO TUTTI UTENTI… MA QUANTI DAVVERO SANNO COSA FANNO?

 

Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale (AI) è diventata parte integrante della vita quotidiana degli italiani. Secondo i dati di Comscore, il 28% degli utenti internet in Italia sono circa 13 milioni di persone e ognuno di loro ha utilizzato almeno un’applicazione di AI generativa ad aprile, un dato in crescita e molto significativo, rispetto agli anni precedenti.

 

 

Le applicazioni più diffuse in Italia sono:
ChatGPT: 11 milioni di utenti, soprattutto tra i 15-24 anni (44,5%), leggermente più donne (51,9%)
Google Gemini: 2,8 milioni di utenti
Microsoft Copilot: 2,7 milioni di utenti
Character AI: 119.000 utenti
DeepSeek: 308.000 utenti

 

E vengono maggiormente utilizzate (con nostra grande sorpresa del primo posto, perché proprio non ce lo aspettavamo), in tre ambiti fondamentali:
Educazione: il 37% degli studenti usa ChatGPT come supporto allo studio
Creatività: strumenti per generazione musicale (Suno) e immagini (Ideogram)
Lavoro: il 59% dei manager usa l’AI per migliorare il proprio ruolo, contro il 39% dei dipendenti non-manager

 

 

Nonostante l’uso diffuso, però, solo il 7% degli italiani ha una comprensione approfondita dell’AI.

Il restante 77% la utilizza senza capire veramente cosa fa o quali rischi comporta, praticamente la maggior parte delle persone non sa valutare correttamente i limiti degli strumenti (e neanche ci prova, vista la moltitudine di contenuti fasulli che girano). Ma quali sono questi limiti?

Allucinazioni dei modelli: l’AI può fornire risposte sbagliate o incoerenti, ricordate che le informazioni su cui si basa non sono sempre esatte. Indovinate perché non possono prendere il posto di programmatori, designers o data analysts…
Bias e discriminazione: algoritmi che riproducono pregiudizi esistenti.
Privacy e sicurezza: dati personali a rischio di esposizione o abuso. Non tutte le AI sono discrete come ChatGPT o Gemini, alcune sono delle vere ficcanaso.
Manipolazione dell’informazione: deepfake e contenuti falsi. Se gli diamo in pasto nozioni fasulle lui risponderà con risposte fasulle.
Dipendenza emotiva: interazioni prolungate con IA empatiche possono creare attaccamento emotivo.
Riteniamo che l’AI sia uno strumento utilissimo e di gran supporto in alcuni ambiti, utile anche per divertirsi ogni tanto, ma sicuramente qualcuno si sta facendo prendere troppo la mano. Andrebbe disciplinato un po’ l’uso e siamo d’accordo con le iniziative di alfabetizzazione digitale, non farla sarebbe come guidare un’auto senza mai esserci neanche saliti sopra.
Il vero passo avanti sarà saper usare l’intelligenza artificiale con consapevolezza, non solo con entusiasmo.

Fonte: Digiup.it

 

CONSIGLI DI LETTURA PER APPROFONDIRE:

         

 

MGF

 

 

 

 

Storico
Regia di James Vanderbilt – USA, 2025 – 148′
con Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall

 

 

 

 

 

UN FILM, CON UN ‘MOSTRUOSO’ RUSSELL CROWE, CHE HA IL MERITO DI PORRE LO SPETTATORE DI FRONTE ALL’ORRORE, PROVANDO A DIALOGARE CON L’OGGI.

A 80 anni dal suo inizio, il cinema torna a raccontare uno dei processi più importanti e impegnativi della storia, quello istituito da Gran Bretagna, Usa, Francia e Urss contro i principali esponenti del regime nazista. James Vanderbilt, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa (“Truth”, 2015), con “Norimberga” rilegge la vicenda ispirandosi al libro del 2013 “Il Nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai.
La storia. Norimberga, 20 novembre 1945 – 1° settembre 1946. Lo psichiatra dell’esercito statunitense capitano Douglas Kelley è chiamato a valutare la sanità mentale dei dirigenti del regime nazista a vario titolo imputati nel processo. Il suo obiettivo è quello di stabilire l’effettiva libera adesione degli imputati al nazifascismo: erano stati semplici esecutori di ordini? La sua attenzione si concentra in modo particolare su Hermann Göring, numero due del Reich consegnatosi agli Alleati alla fine della guerra. Lo psichiatra, con i suoi metodi anticonformisti, sembra conquistare la fiducia dell’alto gerarca. E se invece fosse lui a essere caduto nelle maglie di un lucido manipolatore?
Fino a che punto i gerarchi nazisti hanno aderito liberamente e in piena coscienza alle farneticanti dottrine hitleriane? Sono stati “costretti” all’obbedienza? Qualcuno di loro ha avuto qualche dubbio, qualche ripensamento, un’ombra di pentimento? Queste sono le domande alle quali a suo tempo si è tentato di dare una risposta cercando di coniugare l’inalienabile diritto alla difesa, con la giustizia dovuta a tutte le vittime. Il film si regge sulla superba interpretazione di Russel Crowe che fagocita lo stralunato psichiatra di Rami Malek: è Göring a condurre il gioco, abile nell’ingannare il capitano Kelley e forse anche gli spettatori.
Vanderbilt costruisce abilmente un film denso e dinamico che coniuga la drammaticità dei fatti evocati con la spettacolarità propria della tradizione hollywoodiana. Il racconto cerca e trova un suo equilibrio. Nella prima parte troviamo anche inserti “ironici”: la resa di Göring che si consegna con moglie e figlia ai soldati americani, chiedendo loro, in tedesco, di portargli le valigie; le sue risposte sarcastiche al test Rorschach cui viene e sottoposto in cella; e la scena in treno in cui Kelley cerca di far colpo su una sconosciuta con un gioco di carte. Sequenze iniziali che lasciano poi il posto alle immagini drammatiche girate dagli Alleati durante il loro ingresso nel campo di Auschwitz mostrate in tribunale: montagne di cadaveri e prigionieri scheletrici, nei cui volti scavati si legge tutto l’orrore di cui gli uomini sono stati capaci.
Nel film si evidenziano due linee narrative. Da un lato il difficile svolgimento del processo, dove si alternano sul banco degli imputati i vari gerarchi, Göring in testa, dall’altro il tormento di Douglas Kelley che, per il suo eccessivo coinvolgimento nel caso, viene sollevato dall’incarico. In particolare, lo psichiatra sperimenta sfiducia e amarezza verso le procedure militari e processuali; assalito da dubbi verso i suoi superiori e la propria professione, matura un senso di ribellione e frustrazione.
Nel racconto va segnalata qualche perplessità sul trattamento riservato a papa Pio XII: una breve scena, un colloquio da cui emerge la figura di un uomo pavido, deciso a mantenere la Chiesa in una posizione ambigua nei confronti del nazismo. Una soluzione gratuita, che fa traballare il lucido e attento racconto della Storia.
Nell’insieme, “Norimberga” si dimostra un film valido, dall’ottima messa in scena e cura formale, che racconta un passato di cui è importante fare memoria per evitare che possa tornare di agghiacciante attualità.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Carcere, Famiglia, Giustizia, Guerra, Libertà, Male, Politica-Società, Potere, Psicologia, Razzismo, Shoah – Olocausto, Storia, Violenza


Le scene finali di Norimberga colpiscono nel segno e non si dimenticano facilmente, risultano molto coraggiose e si fanno testimoni di un film che non ha paura a raccontare gli ultimi nazisti – quelli abbandonati persino dal Führer che si è egoisticamente tolto la vita – ponendoli sullo stesso piano di quelle vittime che hanno mietuto nei campi di concentramento.


Nel ruolo di Hermann Göring, Russell Crowe giganteggia, nel senso letterale del termine. L’attore neozelandese sfoggia una parlata tedesca fluente e un fisico incredibilmente massiccio. Crowe trasuda carisma, rubando la scena a ogni apparizione. Il rischio del film di James Vandebilt è proprio quello di rendere uno spietato assassino talmente affascinante da farci segretamente parteggiare per lui.

 

Recensioni
3/5 MyMovies
3,5/5 Movieplayer
3/5 ComingSoon

 

         

 

IL MISTERO DEL VOLO DI RUDOLF HESS

RUDOLF HESS

Quale fu lo scopo del famoso volo di Rudolf Hess sulla Scozia concluso con un lancio con il paracadute?
Una missione, individuale o per conto di Adolf Hitler, per aprire chissà quali trattative con il governo britannico. Un documento spuntato fuori dagli archivi russi, svelerebbe il giallo: la Germania sperava nell’alleanza o almeno nella neutralità di Londra in caso di attacco alla Russia.
Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1894 da un ricca famiglia di commercianti, durante la prima guerra si arruolò nel reggimento «List», tra i più aggressivi e tenaci dell’esercito tedesco, in cui combatteva anche un certo caporale di origine austriaca, tal Adolf Hitler. Fu proprio lui che convinse Hess a entrare in politica nel 1920, anno in cui tra l’altro abbandonò l’Università di Monaco mentre stava per laurearsi in filosofia.

 

 

 

Dunque nazista della primissima ora, partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fu arrestato insieme ad Hitler. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il «Mein Kampf», «La mia Battaglia». Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito.

Infatti, nel 1933, Hitler lo nomina suo vice, dandogli ampi poteri sia all’interno del partito sia nel governo. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dietro ovviamente a Hitler e Hermann Göring.

 

Il 10 maggio del 1941 volò in Scozia da solo e si per raggiungere il castello del Duca di Hamilton, considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti, ma la versione ufficiale britannica dipinge Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all’insaputa del dittatore, a proporre, tramite il Duca, un utopistico piano di pace all’Inghilterra. Secondo alcuni storici in realtà la missione avvenne con il consenso di Hitler, per aprire una trattativa di pace tra i due Paesi.

 

La nuova versione, illustrata dallo «Spiegel», avvalora l’ipotesi di un viaggio su mandato del Führer, ma per chiedere agli inglesi il «placet» di invadere l’Unione Sovietica. Il settimanale ha infatti esaminato un documento di 28 pagine, scovato negli archivi russi da uno storico tedesco e redatto nel 1948 da Karlheinz Pietsch, ex aiutante di campo di Hess al momento del suo volo. Nel documento è scritto che la missione concordata con gli inglesi, aveva come obiettivo di riuscire a porre in atto «con ogni mezzo un’alleanza militare tra Germania ed Inghilterra contro la Russia, o come minimo ottenere la neutralità dell’Inghilterra».
Una trattativa, come ha dimostrato la storia, forse neppure aperta, ma sicuramente respinta dalla Gran Bretagna. Internato fino alla fine della guerra, nel 1946 fu portato alla sbarra come imputato al Processo di Norimberga.

 

 

Hess fu condannato all’ergastolo e trascorse il resto della sua vita nel carcere di Spandau, morendo nel 1987 senza mai chiarire completamente se la sua missione fosse un atto folle o il risultato di una manipolazione.
Ancora oggi, il volo di Hess rimane uno degli episodi più enigmatici della Seconda Guerra Mondiale, sospeso tra l’idea di una follia personale e complesse teorie di cospirazione.

 

 

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MGF