
Regia di Carine Tardieu – Francia, Belgio, 2024 – 106′.
con Pio Marmaï, Valeria Bruni Tedeschi, Vimala Pons
LA STORIA DI ESSERI UMANI FRAGILI RACCONTATI CON UNO SGUARDO EMPATICO CHE COMMUOVE
Sandra vive sola – anzi, non sola, con i suoi libri – e gestisce una libreria “intellettual-femminista”; fuma molto, regge bene il vino, non cucina, ha compagni occasionali, non ha figli e “non sa niente di bambini”. Quando la sua vicina di casa molto incinta esce di corsa per andare a partorire, affidandole temporaneamente il figlio Elliott di cinque anni, Sandra lo accoglie a metà fra il disagio e la tenerezza.
Purtroppo la madre di Elliott muore durante il parto ed Elliott dovrà crescere con la sorellina neonata Lucille e suo padre Alex – che non è il padre biologico del maschietto. E Sandra si ritroverà ad entrare nell’intimità famigliare di questo trio spaesato, lei più spaesata di loro. Ma quando si crea un attaccamento affettivo non ci si può chiamare fuori, e si fa tutto ciò di cui siamo umanamente capaci.
Qual è la differenza fra amore e attaccamento?”, chiede L’attachement – La tenerezza della regista francese Carine Tardieu, che adatta per il grande schermo il romanzo “L’intimité” di Alice Fernay.
La risposta non è lapidaria ma empatica, e sembra suggerire che ci siano attaccamenti più forti e più nobili dell’amore, perché non implicano il possesso e comportano invece il rispetto della libertà di chi ci è caro. L’attachement – La tenerezza non commette mai l’errore fatale di accontentarsi della sua premessa narrativa e restare inchiodato lì, portando il pubblico a conclusioni prevedibili. Qui accadono invece un sacco di micro e macro eventi che continuano a cambiare le carte in tavola, per noi spettatori e per i protagonisti, e che richiedono costanti aggiustamenti – come la vita, del resto. I rapporti non si limitano al quartetto centrale, ma si allargano ad altre figure, come la sorella di Sandra, la nonna dei bambini e il padre naturale di Elliott.
“Occuparsi di un’altra vita richiede forza”, dice Sandra, parlando del perché non ha voluto figli, ma di fatto la vita la porta ad occuparsi di tante altre esistenze, e lei lo fa con grazia e generosità: il che non le impedisce di rimanere una donna adulta e indipendente “di cui non ci si deve preoccupare”, che fa scelte ragionate, ma sa anche aprire il proprio cuore e ascoltarne il battito altrui. Tardieu racconta la storia di questo pugno di esseri umani fragili e affettuosi con una morbidezza di sguardo che commuove senza mai diventare melensa: e il contatto fisico, mai nominato, è l’architrave di una narrazione che comincia con i gesti di una madre pieni di cura nel vestire suo figlio e finirà con un’adesione corpo su corpo del tutto priva di violenza. La storia si sviluppa lungo i primi due anni di vita della piccola Lucille e compie giri lunghi e larghi che vorremmo non finissero mai, per arrivare ad includerci. È un film di cui ci si innamora non perché sia perfetto, ma proprio perché racconta l’umana imperfezione con infinita empatia. L’ottima sceneggiatura incorpora imposizioni sociali che cambiano e situazioni che si complicano, finte certezze e onesti dubbi, fame di vita e conseguenti sensi di colpa, profondi innamoramenti e fuochi di paglia, sfanculamenti ai tre mesi di attesa prima di annunciare una gravidanza e alla natura che colpisce random. C’è anche tanta solidarietà femminile dentro questa storia, non sbandierata e non ovvia, non cartello ideologico ma naturale sostegno “di genere”. Di più: c’è tanta solidarietà umana che rompe stereotipi e convenzioni, anche cinematografiche, ed esce dal racconto borghese in salsa francese per regalarci il ritratto di un’umanità composita che risponde solo a se stessa, ma non manca di trattare con rispetto e gentilezza chi sente vicino.
Paola Casella – Mymovies
Tematiche: Famiglia e legami, Elaborazione del lutto, Solitudine e indipendenza, Affetti e attachement, Femminismo, Paura della tenerezza
L’intricato gioco di ruoli che mette in scena Carine Tardieu, tratto dal romanzo “L’Intimité” di Alice Ferney, è in realtà tale soltanto nelle astrazioni concettuali, decisamente meno nella realtà filmica, in cui i personaggi sono ben delineati e caratterizzati e si muovono con coerenza in uno scenario in cui l’inverno della morte si affianca alla primavera di una nuova vita, nel contesto rigorosamente medio-borghese di tanta cinematografia francese.
È un inno alla vita L’attachement – La tenerezza di Carine Tardieu, e infatti i personaggi che lo attraversano brindano alla vita, e anche i bambini che nel film rompono i silenzi con il loro caos gioioso rappresentano la vita, che rende più digeribile il boccone amaro di una perdita e che apre il cuore a chi, pensando che fossero al di là delle proprie forze, ha scelto di non avere figli.
È la donna della porta accanto, Bruni Tedeschi, letteralmente: è la vicina a cui una giovane coppia che, dovendo andare in ospedale per il parto della seconda figlia, affida il primogenito, un bambino di sei anni piuttosto sveglio che lei proprio non sa come prendere. Quando una tragedia spezza la felicità della famiglia, il padre deve trovare le forze per tenere tutti i pezzi: sarà la vicina a dargli una mano, scardinando la corazza creata forse per troppe convinzioni e scoprendo dentro sé una inaspettata vocazione materna.
Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,2/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon
INTELLIGENZA EMOTIVA: LA TENEREZZA
La tenerezza è un’emozione complessa e profondamente umana che si manifesta attraverso sentimenti di affetto, protezione e amore verso un’altra persona o un essere vivente. Dal punto di vista neuroscientifico, la tenerezza è associata all’attivazione di sistemi cerebrali legati alla cura e all’attaccamento, tra cui il sistema limbico, che coinvolge strutture come l’ipotalamo e l’amigdala. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare i legami sociali e promuovere comportamenti altruistici e di supporto.
Quando proviamo tenerezza, il nostro cervello attiva una serie di processi neurochimici e neuroanatomici.
La dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere e alla ricompensa, viene rilasciata, creando sensazioni di benessere. L’ossitocina, spesso chiamata “ormone dell’amore”, gioca un ruolo cruciale, promuovendo i legami sociali e comportamenti di cura. L’attivazione dell’area tegmentale ventrale (VTA) e del sistema limbico contribuisce a queste esperienze positive, rinforzando l’attaccamento e la connessione emotiva con gli altri.
Cognitivamente, la tenerezza implica una valutazione empatica e affettuosa dell’altro. Le persone che provano tenerezza tendono a vedere gli altri in una luce positiva, riconoscendo la loro vulnerabilità e il loro bisogno di affetto e protezione. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare l’autostima e il senso di connessione sociale. Questa emozione promuove comportamenti altruistici e di sostegno, migliorando la qualità delle relazioni interpersonali e contribuendo al benessere emotivo generale.
Fisiologicamente, la tenerezza si manifesta attraverso una serie di risposte corporee. Queste includono un rilassamento generale del corpo, una sensazione di calore diffusa e un rallentamento del battito cardiaco.
La respirazione può diventare più lenta e profonda, mentre i livelli di ossitocina aumentano, favorendo un senso di calma e benessere. Questi cambiamenti fisiologici riflettono uno stato di rilassamento e piacere, che contribuisce a rafforzare i legami emotivi e sociali.
Questa emozione è associata a sentimenti di piacere, calore e soddisfazione emotiva. La tenerezza può migliorare il benessere generale e la qualità della vita, favorendo una maggiore connessione emotiva e relazioni più forti e gratificanti. La natura positiva della tenerezza contribuisce a ridurre lo stress e a promuovere un senso di tranquillità e appagamento.
I sistemi motivazionali associati alla tenerezza sono strettamente legati alla cura e all’attaccamento. La tenerezza motiva comportamenti di supporto e protezione, incoraggiando le persone a prendersi cura degli altri e a costruire relazioni forti e durature.
Le emozioni che spesso accompagnano la tenerezza includono l’amore, l’affetto, la gratitudine e la compassione. L’amore e l’affetto sono strettamente correlati alla tenerezza, poiché questa emozione rafforza i legami emotivi e promuove sentimenti di vicinanza e connessione. La gratitudine può emergere in risposta ai gesti di affetto e cura, mentre la compassione implica un riconoscimento empatico delle necessità e delle vulnerabilità degli altri.
Queste emozioni positive si intrecciano, creando un’esperienza emotiva ricca e gratificante.
Le micro-espressioni facciali legate alla tenerezza includono segnali sottili ma distintivi:
un sorriso dolce e genuino, che coinvolge sia i muscoli della bocca che quelli intorno agli occhi.
gli occhi che possono apparire leggermente socchiusi, esprimendo calore e affetto.
l’inclinazione della testa che può indicare un atteggiamento di attenzione e cura.
un rilassamento generale dei muscoli facciali.
Questi segnali non verbali comunicano agli altri il proprio stato emotivo di tenerezza, rafforzando i legami emotivi e promuovendo la connessione sociale e comportamenti di cura e protezione.
Fonte: Fondazione Patrizio Paoletti
MGF

Highclere Castle (Hampshire):
Bampton (Oxfordshire):
Basildon Park (Berkshire):
Richmond Theatre (Londra):
Bridgewater House (Londra):

Great Yorkshire Showground:
Margot Wölk, nata a Berlino nel 1917 e morta nel 2014, aveva poco più di 20 anni quando divenne una delle “assaggiatrici di Hitler”, costretta insieme ad altre 14 giovani a mangiare il cibo preparato per il Führer per verificare che non fosse avvelenato. La storia di queste donne venne resa nota solo nel 2012 quando, in occasione del suo 95esimo compleanno, Wölk decise di raccontarla in un’intervista tv. Lei fu l’unica sopravvissuta delle 15 “assaggiatrici”.
La vicenda è stata raccontata in un libro scritto da Rosella Postorino, che nel 2018 ha vinto il Premio Campiello.
Wölk, all’epoca 24enne, veniva prelevata ogni giorno per recarsi ad assaggiare i piatti preparati per Hitler. Ogni volta che terminava un pasto, aveva ricordato ancora Wölk, piangeva “per il sollievo”, sapendo che, ancora una volta, era sopravvissuta.



Paolo era ancora un uomo giovane quando ha cominciato a scordarsi di fare quelle cose che, normalmente, non si dimenticano: andare a prendere i bambini, fare la spesa. Sua moglie, Michela, si è resa conto presto di cosa fosse successo: anche il papà di suo marito ne aveva sofferto, e Paolo, da bambino, lo aiutava a farsi la barba e a mangiare. È diventata presto una caregiver, con tutto il carico emotivo e pratico che comporta, e quando la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e a schiacciarla, ha trovato un aiuto proprio nel suo primogenito, Mattia, che allora aveva solo undici anni.
«All’inizio non capivo. Ero un bambino normale, pensavo a giocare. Poi però ho iniziato a guardare mia mamma e a vedere nei suoi occhi la sua sofferenza, che era triste. E lì ho capito che dovevo mettermi in gioco, aiutare mia mamma, e l’ho fatto piano piano perché ero un bambino. Da allora non ho più smesso», ha spiegato a RaiPlay. Ha deciso di farsi carico di alcune incombenze, e ha cominciato ad aiutare il papà a vestirsi, a infilarsi le scarpe. Le cose che lui non riusciva più a fare da solo.

TRA LE NUVOLE (2009)
I LOVE SHOPPING (2009)
THE COMPANY MEN (2010)
TOO BIG TO FAIL (2011)
INSIDE JOB (2010)