Regia di Carine Tardieu – Francia, Belgio, 2024 – 106′.
con Pio Marmaï, Valeria Bruni Tedeschi, Vimala Pons

 

 

 

 

 

LA STORIA DI ESSERI UMANI FRAGILI RACCONTATI CON UNO SGUARDO EMPATICO CHE COMMUOVE

Sandra vive sola – anzi, non sola, con i suoi libri – e gestisce una libreria “intellettual-femminista”; fuma molto, regge bene il vino, non cucina, ha compagni occasionali, non ha figli e “non sa niente di bambini”. Quando la sua vicina di casa molto incinta esce di corsa per andare a partorire, affidandole temporaneamente il figlio Elliott di cinque anni, Sandra lo accoglie a metà fra il disagio e la tenerezza.
Purtroppo la madre di Elliott muore durante il parto ed Elliott dovrà crescere con la sorellina neonata Lucille e suo padre Alex – che non è il padre biologico del maschietto. E Sandra si ritroverà ad entrare nell’intimità famigliare di questo trio spaesato, lei più spaesata di loro. Ma quando si crea un attaccamento affettivo non ci si può chiamare fuori, e si fa tutto ciò di cui siamo umanamente capaci.
Qual è la differenza fra amore e attaccamento?”, chiede L’attachement – La tenerezza della regista francese Carine Tardieu, che adatta per il grande schermo il romanzo “L’intimité” di Alice Fernay.
La risposta non è lapidaria ma empatica, e sembra suggerire che ci siano attaccamenti più forti e più nobili dell’amore, perché non implicano il possesso e comportano invece il rispetto della libertà di chi ci è caro. L’attachement – La tenerezza non commette mai l’errore fatale di accontentarsi della sua premessa narrativa e restare inchiodato lì, portando il pubblico a conclusioni prevedibili. Qui accadono invece un sacco di micro e macro eventi che continuano a cambiare le carte in tavola, per noi spettatori e per i protagonisti, e che richiedono costanti aggiustamenti – come la vita, del resto. I rapporti non si limitano al quartetto centrale, ma si allargano ad altre figure, come la sorella di Sandra, la nonna dei bambini e il padre naturale di Elliott.
“Occuparsi di un’altra vita richiede forza”, dice Sandra, parlando del perché non ha voluto figli, ma di fatto la vita la porta ad occuparsi di tante altre esistenze, e lei lo fa con grazia e generosità: il che non le impedisce di rimanere una donna adulta e indipendente “di cui non ci si deve preoccupare”, che fa scelte ragionate, ma sa anche aprire il proprio cuore e ascoltarne il battito altrui. Tardieu racconta la storia di questo pugno di esseri umani fragili e affettuosi con una morbidezza di sguardo che commuove senza mai diventare melensa: e il contatto fisico, mai nominato, è l’architrave di una narrazione che comincia con i gesti di una madre pieni di cura nel vestire suo figlio e finirà con un’adesione corpo su corpo del tutto priva di violenza. La storia si sviluppa lungo i primi due anni di vita della piccola Lucille e compie giri lunghi e larghi che vorremmo non finissero mai, per arrivare ad includerci. È un film di cui ci si innamora non perché sia perfetto, ma proprio perché racconta l’umana imperfezione con infinita empatia. L’ottima sceneggiatura incorpora imposizioni sociali che cambiano e situazioni che si complicano, finte certezze e onesti dubbi, fame di vita e conseguenti sensi di colpa, profondi innamoramenti e fuochi di paglia, sfanculamenti ai tre mesi di attesa prima di annunciare una gravidanza e alla natura che colpisce random. C’è anche tanta solidarietà femminile dentro questa storia, non sbandierata e non ovvia, non cartello ideologico ma naturale sostegno “di genere”. Di più: c’è tanta solidarietà umana che rompe stereotipi e convenzioni, anche cinematografiche, ed esce dal racconto borghese in salsa francese per regalarci il ritratto di un’umanità composita che risponde solo a se stessa, ma non manca di trattare con rispetto e gentilezza chi sente vicino.

Paola Casella – Mymovies

Tematiche: Famiglia e legami, Elaborazione del lutto, Solitudine e indipendenza, Affetti e attachement, Femminismo, Paura della tenerezza


L’intricato gioco di ruoli che mette in scena Carine Tardieu, tratto dal romanzo “L’Intimité” di Alice Ferney, è in realtà tale soltanto nelle astrazioni concettuali, decisamente meno nella realtà filmica, in cui i personaggi sono ben delineati e caratterizzati e si muovono con coerenza in uno scenario in cui l’inverno della morte si affianca alla primavera di una nuova vita, nel contesto rigorosamente medio-borghese di tanta cinematografia francese.


È un inno alla vita L’attachement – La tenerezza di Carine Tardieu, e infatti i personaggi che lo attraversano brindano alla vita, e anche i bambini che nel film rompono i silenzi con il loro caos gioioso rappresentano la vita, che rende più digeribile il boccone amaro di una perdita e che apre il cuore a chi, pensando che fossero al di là delle proprie forze, ha scelto di non avere figli.


È la donna della porta accanto, Bruni Tedeschi, letteralmente: è la vicina a cui una giovane coppia che, dovendo andare in ospedale per il parto della seconda figlia, affida il primogenito, un bambino di sei anni piuttosto sveglio che lei proprio non sa come prendere. Quando una tragedia spezza la felicità della famiglia, il padre deve trovare le forze per tenere tutti i pezzi: sarà la vicina a dargli una mano, scardinando la corazza creata forse per troppe convinzioni e scoprendo dentro sé una inaspettata vocazione materna.

 

Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,2/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon

 

INTELLIGENZA EMOTIVA: LA TENEREZZA

La tenerezza è un’emozione complessa e profondamente umana che si manifesta attraverso sentimenti di affetto, protezione e amore verso un’altra persona o un essere vivente. Dal punto di vista neuroscientifico, la tenerezza è associata all’attivazione di sistemi cerebrali legati alla cura e all’attaccamento, tra cui il sistema limbico, che coinvolge strutture come l’ipotalamo e l’amigdala. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare i legami sociali e promuovere comportamenti altruistici e di supporto.
Quando proviamo tenerezza, il nostro cervello attiva una serie di processi neurochimici e neuroanatomici.
La dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere e alla ricompensa, viene rilasciata, creando sensazioni di benessere. L’ossitocina, spesso chiamata “ormone dell’amore”, gioca un ruolo cruciale, promuovendo i legami sociali e comportamenti di cura. L’attivazione dell’area tegmentale ventrale (VTA) e del sistema limbico contribuisce a queste esperienze positive, rinforzando l’attaccamento e la connessione emotiva con gli altri.
Cognitivamente, la tenerezza implica una valutazione empatica e affettuosa dell’altro. Le persone che provano tenerezza tendono a vedere gli altri in una luce positiva, riconoscendo la loro vulnerabilità e il loro bisogno di affetto e protezione. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare l’autostima e il senso di connessione sociale. Questa emozione promuove comportamenti altruistici e di sostegno, migliorando la qualità delle relazioni interpersonali e contribuendo al benessere emotivo generale.
Fisiologicamente, la tenerezza si manifesta attraverso una serie di risposte corporee. Queste includono un rilassamento generale del corpo, una sensazione di calore diffusa e un rallentamento del battito cardiaco.
La respirazione può diventare più lenta e profonda, mentre i livelli di ossitocina aumentano, favorendo un senso di calma e benessere. Questi cambiamenti fisiologici riflettono uno stato di rilassamento e piacere, che contribuisce a rafforzare i legami emotivi e sociali.
Questa emozione è associata a sentimenti di piacere, calore e soddisfazione emotiva. La tenerezza può migliorare il benessere generale e la qualità della vita, favorendo una maggiore connessione emotiva e relazioni più forti e gratificanti. La natura positiva della tenerezza contribuisce a ridurre lo stress e a promuovere un senso di tranquillità e appagamento.
I sistemi motivazionali associati alla tenerezza sono strettamente legati alla cura e all’attaccamento. La tenerezza motiva comportamenti di supporto e protezione, incoraggiando le persone a prendersi cura degli altri e a costruire relazioni forti e durature.
Le emozioni che spesso accompagnano la tenerezza includono l’amore, l’affetto, la gratitudine e la compassione. L’amore e l’affetto sono strettamente correlati alla tenerezza, poiché questa emozione rafforza i legami emotivi e promuove sentimenti di vicinanza e connessione. La gratitudine può emergere in risposta ai gesti di affetto e cura, mentre la compassione implica un riconoscimento empatico delle necessità e delle vulnerabilità degli altri.

Queste emozioni positive si intrecciano, creando un’esperienza emotiva ricca e gratificante.
Le micro-espressioni facciali legate alla tenerezza includono segnali sottili ma distintivi:

un sorriso dolce e genuino, che coinvolge sia i muscoli della bocca che quelli intorno agli occhi.
gli occhi che possono apparire leggermente socchiusi, esprimendo calore e affetto.
l’inclinazione della testa che può indicare un atteggiamento di attenzione e cura.
un rilassamento generale dei muscoli facciali.

Questi segnali non verbali comunicano agli altri il proprio stato emotivo di tenerezza, rafforzando i legami emotivi e promuovendo la connessione sociale e comportamenti di cura e protezione.

Fonte: Fondazione Patrizio Paoletti

 

MGF

 

 

 

 

 

 

 

 

Regia di Simon Curtis – Gran Bretagna, USA, 2025 – 123′
con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery

 

 

 

 

UNA FAVOLA DAI TONI CARAMELLATI CON UN FINALE CHE FARA’ LA GIOIA DI TUTTI I FAN

È tempo di salutare l’universo narrativo di “Downton Abbey” creato da Julian Fellowes nel 2010, durato sei stagioni di successo – è la serie inglese più vista al mondo – e tre film al cinema. Un capitolo finale della saga cui prendono parte tutti gli interpreti, diventati la grande famiglia di Downton: Michelle Dockery (Lady Mary), Hugh Bonneville (Robert Crawley), Elizabeth McGovern (Cora Crawley), Laura Carmichael (Lady Edith), Jim Carter (Carson), Phyllis Logan (Mrs. Hughes), Brendan Coyle (Bates), Joanne Froggatt (Anna), Lesley Nicol (Mrs. Patmore), Penelope Wilton (Lady Isobel), compresi i guest Paul Giamatti (Harold), Dominic West (Guy Dexter) e Alessandro Nivola (Gus Sambrook).
La storia. Inghilterra 1930, la serenità di Downton Abbey è scossa da una serie di cambiamenti. Anzitutto la famiglia Crawley, seppur viva ancora agiatamente, deve fare i conti con un mondo in profonda agitazione socio-economica. È chiamata a ripensare a molte spese e a pianificare la vendita di alcune proprietà. Dagli Stati Uniti arriva Harold, il fratello di Cora, che le comunica di aver perso la fortuna di famiglia a seguito di investimenti sbagliati legati alla crisi del 1929. Le sfida più grande, però, è la salvaguardia dell’onore e della rispettabilità sociale, minacciati dalla notizia del divorzio di Lady Mary…
“Questo film – ha raccontato il regista – è un ritratto affettuoso dei personaggi mentre varcano gli anni ’30, e scaviamo nelle emozioni dei protagonisti alla fine della storia che stiamo raccontando. Julian ha una grande umanità e dona a ogni personaggio, indipendentemente dalla classe sociale, dal sesso o dall’età, dignità, arguzia e calore”.
Dalle parole di Simon Curtis emerge con chiarezza il punto di forza di questo film. Si tratta di un congedo dalle stanze del castello nello Yorkshire, volgendo lo sguardo qua e là a luoghi amati nel corso della serie e soprattutto a personaggi indimenticabili, radicati nel cuore degli spettatori. E poco importa se la trama risulta fragile, quasi inconsistente. L’importante è godersi un’ultima serata in compagnia dei propri beniamini. Fellowes formula battute e dialoghi acuti e scoppiettanti, che caratterizzano perfettamente i personaggi e rimangono impresse in maniera nitida; in più l’autore si diverte a ricollegare la narrazione con situazioni del passato, episodi della serie, rafforzando il tratto avvolgente, familiare, del racconto: il richiamo all’ironia di Lady Violet (la compianta Maggie Smith), alle sue opinioni sui cambiamenti sociali, a cominciare dal suo sbalordirsi per il concetto di “weekend”; ancora, il dialogo tra Mrs. Hughes e Mrs. Patmore sulla vita coniugale oppure la verità sul legame tra Robert Crawley e il maggiordomo Bates, senza dimenticare i nostalgici omaggi agli scomparsi Matthew e Lady Sybil.
“Downton Abbey. Il gran finale” conquista per la raffinata e impeccabile messa in scena, tra la cura degli interni del castello (salotto, camere da letto, scene di colazioni o cene di famiglia) e le suggestive riprese in esterna come l’ippodromo di Ascot; splendidi, poi, i costumi firmati Anna Robbins e le inconfondibili musiche di John Lunn.
Il film è un valzer di dolci emozioni, marcate soprattutto da malinconia, per un mondo che volge al termine, sia perché la storia e la società inglese sono destinate a cambiare inesorabilmente sotto i colpi di una modernità incalzante, sia perché quella dei nostri protagonisti volge al termine. Un elegante addio, tra sorrisi e lampi di commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Denaro, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Julian Fellowes ha deposto la penna, e quindi tocca a noi fantasticare su come potrebbe andare avanti la storia e optare, se lo riteniamo giusto, per un lieto fine. Mentre decidiamo se abbandonarci a questo esercizio creativo, proviamo a pensare che negli ultimi 15 anni i Crawley e le loro vicende ci hanno resi più felici e contenti, dal momento che hanno portato nella nostra quotidianità la bellezza e una grande umanità. Insieme a Lady Violet, sono doni preziosi, di cui sentitamente vogliamo ringraziarli.


Su tutti aleggia il fantasma di Lady Violet, morta nel secondo film, citata continuamente e presente nel ritratto che domina l’ingresso della dimora: è evidentemente un affettuoso e commovente omaggio a Maggie Smith, scomparsa nel settembre 2024, e vera icona del franchise, ma anche il segnale di come le generazioni successive non possano fare a meno di quella lezione, imparando da quella figura tanto burbera quanto saggia quand’è che arriva il momento di cedere il testimone senza tuttavia mettersi da parte.


C’è un senso di dolce addio che pervade l’intero film. Ma non si tratta di un addio amaro o nostalgico nel senso negativo del termine. Downton Abbey: The Grand Finale non è un funerale in abiti eleganti, ma un commiato pieno di speranza e gratitudine.


Recensioni
3,2/5 MyMovies
8/10 IGN ITALIA
4/5 ComingSoon

 

LE LOCATION DI DOWNTON ABBEY

Oltre alle trame avvincenti e ai personaggi indimenticabili, sono le ambientazioni a rivestire un ruolo fondamentale, dando corpo e respiro all’anima dell’Inghilterra rurale. Sebbene la vicenda sia ambientata nello Yorkshire, terra d’origine della tenuta di Downton, le riprese si sono svolte in diverse località. Dalle dimore aristocratiche ai villaggi pittoreschi, ogni scenario contribuisce a trasmettere quell’aura senza tempo e profondamente britannica che caratterizza la saga.

Highclere Castle (Hampshire):
È la vera dimora di campagna che serve da principale location per la serie e i film, rappresentando la tenuta dei Crawley. Situato al confine tra Hampshire e Berkshire, a un’ora e mezza di auto da Londra, questo maestoso castello del XIX secolo è dimora dei Conti di Carnarvon dal XVII secolo. È possibile visitarla, poiché è ancora la residenza della famiglia Herbert.

 

Bampton (Oxfordshire):
Questo pittoresco villaggio è stato utilizzato per rappresentare il villaggio di Downton e le sue zone circostanti. I fan possono visitare luoghi iconici come la chiesa e la piazza del villaggio.

 

 

Basildon Park (Berkshire):
Questa dimora storica ha servito da location per Grantham House, la residenza londinese dei Crawley.

 

 

Richmond Theatre (Londra):
È stato utilizzato per girare scene ambientate in teatro. Costruito nel 1899 dall’architetto teatrale vittoriano Frank Matcham, il Richmond Theatre è un capolavoro del barocco edoardiano.

 

 

 

Fortnum & Mason (Londra – Piccadilly):
Questo noto negozio di alimentari è apparso più volte nella serie: un’istituzione celebre per i suoi prodotti di lusso, i sontuosi cesti, il tè pregiato e un servizio impeccabile.

 

 

 

Bridgewater House (Londra):
Nel film, l’esterno prestigioso di Grantham House, la residenza londinese dei Crawley, è rappresentato dalla sontuosa Bridgewater House, situata nel cuore di St James’s, a Londra. Costruita nel XIX secolo, Bridgewater House è una dimora neoclassica celebre per l’imponente porta d’ingresso incorniciata da colonne corinzie.

 

 

 

Alnwick Castle (Northumberland):
Sebbene non sia la dimora principale, questo castello è stato utilizzato per alcune riprese, a volte associato a scene ambientate in Scozia.

 

 

 

Ippodromo di Ripon (Yorkshire):
Le iconiche scene delle corse di Ascot, evento mondano per eccellenza dell’alta società britannica, sono state girate al Ripon Racecourse, nello Yorkshire. Fondato nel 1900, l’ippodromo di Ripon è tra i più antichi del nord Inghilterra.

 

 

 

Great Yorkshire Showground:
Fa da sfondo alle scene della fiera in Downton Abbey, riflettendo l’attaccamento dei personaggi alle loro radici e al mondo agricolo, cuore dell’identità della contea. Situato vicino a Harrogate, il Showground ospita ogni anno il famoso Great Yorkshire Show, una delle più grandi fiere agricole del Regno Unito.

 

 

MGF

 

 

LE ASSAGGIATRICI
Regia di Silvio Soldini 
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE RIFLETTE SULLA VIOLAZIONE DEL CORPO DELLE DONNE CONSERVANDO IL TRATTO AUTORIALE DEL SUO REGISTA.

“Cuore del film: il gruppo di donne costrette in una stanza intorno a una tavola apparecchiata. Lì, nella sala assaggi e nel cortile durante l’attesa tra due pasti, Rosa e le altre vivono emozioni e sentimenti di ogni genere, iniziando dalla paura, dalla rabbia, per arrivare a stringere amicizie, complicità, o a tradirsi”. Così il regista Silvio Soldini nel descrivere il suo nuovo film “Le assaggiatrici”, che prende le mosse dal romanzo omonimo di Rossella Postorino, Premio Campiello 2018. La scrittrice si è ispirata alla vicenda vera resa nota nel 2012 dall’unica superstite, Margot Wölk. Il percorso dal romanzo allo schermo ha richiesto alcuni anni. A firmare il soggetto è Cristiana Comencini insieme a Giulia Calenda e Ilaria Macchia.
La storia. Germania 1943. Rosa è una ventenne in fuga da Berlino, che si rifugia in un piccolo paese sul confine orientale dove vivono i genitori del marito, da lungo tempo al fronte. Poco dopo il suo arrivo, Rosa viene prelevata dalle SS e condotta in un presidio militare: lì scopre che è stata scelta, insieme ad altre giovani donne, come assaggiatrice dei pasti di Adolf Hitler, che si trova nel cuore della foresta, nel quartier generale noto come Tana del Lupo. Rosa e le altre sono spaventate e confuse, ma non hanno scampo: devono mangiare quelle prelibatezze, che potrebbero però contenere veleno. A complicare le cose l’arrivo di uno spietato gerarca, il nuovo comandante delle SS Albert Ziegler, che rimane colpito da Rosa…
Il regista milanese Silvio Soldini, apprezzato autore di commedie e drammi sociali come “Pane e tulipani” (2000), “Giorni e nuvole” (2007) e “Il colore nascosto delle cose” (2017), governa un copione potente, che esplora il mondo femminile sul finire della Seconda guerra mondiale. L’autore pedina Rosa e le altre che ogni giorno, controvoglia, sono “invitate” a mangiare piatti succulenti; il loro incedere, però, è come quello delle condannate a morte. Ogni giorno, ogni colpo di cucchiaio, si chiedono se troveranno o meno il veleno sciolto nei pasti. All’apparenza sembrano delle privilegiate, che possono nutrirsi adeguatamente, in un momento in cui anche i tedeschi sperimentano il razionamento delle provviste a favore di Hitler, chiuso nella sua bolla di ossessioni e paure. In particolare, Rosa vive più di un conflitto interiore: oltre al senso di impotenza per le vessazioni delle SS, si strugge per il marito costretto al fronte, quel giovane uomo gentile che ha visto arruolarsi poco dopo il matrimonio; a questo si aggiungono pressioni e pulsioni accese dal comandante Ziegler. Rosa sulle prime lo disprezza, lo respinge, poi la solitudine e il senso di impotenza, la fanno vacillare. Viene travolta da desideri e sentimenti, “rea” di voler provare ancora una volta tenerezza e calore umano, in un mondo dove tutto va in pezzi. Ben presto però la brutale realtà torna a bussare alla porta della sua coscienza. Soldini governa il racconto in maniera asciutta e controllata, mettendosi al servizio di una storia ben scritta e strutturata. La sua è una “esecuzione” rispettosa, senza troppe licenze o abbellimenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Cibo, Donna, Famiglia, Guerra, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Shoah – Olocausto, Solidarietà, Storia, Violenza


 

Non è un film di primi piani ma di inquadrature in cui i personaggi femminili, ripresi in gruppo, sembrano premere sui bordi dell’inquadratura come a dire: “Ma che ci faccio qui?”, anche se l’organizzazione dello spazio filmico è perfetta. In quello spazio i dettagli sono importanti, e non per una ricerca ossessiva di perfezione ma perché ogni cosa ha un valore simbolico e partecipa al mood del film, che mette in scena anche l’emozione e la verità, e la verità significa credere alle donne che 80 anni fa sono state delle cavie.


 

Muovendosi tra spazi circoscritti – la sala da pranzo e il cortile, la casa dei suoceri e la camera da letto di Rosa, il fienile e il dormitorio – Le assaggiatrici si sofferma sui dettagli, le piccole storie personali, i particolari a margine del conflitto. Ricostruisce un mondo femminile vittima del conflitto dove convivono la solidarietà e il tradimento. E in quel contesto così drammatico lascia anche spazio a parentesi di leggerezza e dolcezza.


 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum
4/5 ComingSoon

 

MARGOT WöLK

Margot Wölk, nata a Berlino nel 1917 e morta nel 2014, aveva poco più di 20 anni quando divenne una delle “assaggiatrici di Hitler”, costretta insieme ad altre 14 giovani a mangiare il cibo preparato per il Führer per verificare che non fosse avvelenato. La storia di queste donne venne resa nota solo nel 2012 quando, in occasione del suo 95esimo compleanno, Wölk decise di raccontarla in un’intervista tv. Lei fu l’unica sopravvissuta delle 15 “assaggiatrici”.

 

La vicenda è stata raccontata in un libro scritto da Rosella Postorino, che nel 2018 ha vinto il Premio Campiello.
La storia di Margot Wölk inizia nel dicembre del 1941, quando a causa di un bombardamento fu costretta a trasferirsi nella casa della suocera, mentre il marito era al fronte, in un villaggio della Prussia orientale. L’abitazione si trovava a pochi chilometri dal Wolfsschanze (“Tana del Lupo”), il quartier generale militare del fronte orientale di Hitler. Poco dopo il suo arrivo nel villaggio, Wölk e altre 14 giovani donne vennero selezionate dal sindaco locale e portate nelle caserme di Krausendorf, dove i cuochi preparavano il cibo per le ragazze.

Wölk, all’epoca 24enne, veniva prelevata ogni giorno per recarsi ad assaggiare i piatti preparati per Hitler. Ogni volta che terminava un pasto, aveva ricordato ancora Wölk, piangeva “per il sollievo”, sapendo che, ancora una volta, era sopravvissuta.
Solo dopo che le donne avevano confermato che il cibo era commestibile e innocuo, le SS lo portavano al Führer. Dopo un tentativo fallito di uccidere Hitler, le assaggiatrici non vennero più lasciate nelle loro case, ma furono fatte alloggiare in un edificio a parte.

Nel 1944, quando l’Armata Rossa stava avanzando rapidamente ed era a pochi chilometri dal Wolfsschanze, un soldato prese Wölk e la fece salire su un treno per Berlino. La donna disse di aver incontrato il militare dopo la fine della guerra, fu lui a raccontarle che le altre 14 assaggiatrici erano state uccise prima dell’arrivo dei sovietici.
Dopo l’ingresso dell’esercito sovietico a Berlino, anche lei fu catturata e violentata ripetutamente. Le furono provocate lesioni tali da non permetterle di avere figli negli anni a seguire. Nel 1946 la donna riuscì a ricongiungersi con il marito, con cui visse fino alla morte di lui, avvenuta nel 1980.
Wölk decise di tenere nascosta la sua storia per tantissimi anni, fino a quando nel dicembre 2012 la raccontò a una giornalista del Berliner Zeitung, descrivendo quei giorni come “i peggiori della sua vita”.

Fonte: Fanpage

 

MGF

 

 

 

PER TE
Drammatico
Regia di Alessandro Aronadio – Italia, 2025 – 115′
con Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Leoni

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE NON FORZA LA MANO IN CHIAVE SENTIMENTALE E SA COGLIERE MOMENTI DI VISSUTO AUTENTICO

“È giusto trattare un argomento così terribile provando a usare toni più leggeri?”. Così il regista-sceneggiatore Alessandro Aronadio (“Era ora”, 2022) nel presentare il suo nuovo film “Per te”, ispirato alla famiglia Piccoli segnata da una rara forma di Alzheimer precoce che ha colpito il papà Paolo poco più che quarantenne, e la risposta di forza e luminosità del figlio undicenne Mattia e della moglie Michela. In particolare, la resilienza e l’amore di Mattia per suo padre sono diventati un caso nazionale nel 2021 quando il presidente Sergio Mattarella ha nominato il ragazzo Alfiere della Repubblica. Scritta da Aronadio con Ivano Fachin e Renato Sannio, la loro storia è diventata un film interpretato con grande intensità e prudenza da Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Francesco Leoni e Giorgio Montanini. Prodotto da Piper Film, Lungta, Alea e Netflix, “Per te” è nei cinema dal 17 ottobre.
La storia. Paolo ha poco più di quarant’anni, è sposato con Michela ed è papà di Mattia, undicenne acuto e brillante. La loro quotidianità è spensierata, fatta di sorrisi e complicità. All’improvviso una crepa, che minaccia di inghiottire tutto. Paolo ha avuto una diagnosi implacabile: Alzheimer precoce, aggressivo. Così fa di tutto per vivere al meglio il tempo in cui i ricordi non vacillano, prendendosi un congedo dal lavoro per seguire il figlio Mattia, dandogli insegnamenti utili per quando sarà grande: farsi la barba, il nodo alla cravatta o imparare a guidare la macchina. Michela e Mattia sono sempre al suo fianco, pronti a sorreggere i suoi sorrisi anche quando Paolo non ne sente più motivo…
“In questo film – ha affermato il regista – la diagnosi doveva essere raccontata come un tragico scherzo, una dichiarazione d’intenti, nostra e della vita (…). Perché ‘Per te’ racconta anche questo: due approcci diversi alla tragedia. Il primo, più leggero, di chi vive la commedia come modo per esorcizzare il dolore. L’altro, più concreto e pragmatico, ricorda che la risata è una medicina ma non può essere un’eterna via di fuga, e che a un certo punto le cose vanno attraversate (…). Paolo e Michela nel film incarnano questi due approcci e durante l’arco della storia ognuno, credo, finisce per imparare qualcosa dall’altro”.
“Per te” è un’opera che danza con passo leggero su un tema-vertigine che schianta, da cui si vorrebbe fuggire. Rispetto al recente, e altrettanto delicato, “Familiar Touch” (2025), il film italiano si serve dell’umorismo gentile per governare una materia incandescente, senza mancare di rispetto a chi abita la malattia, alle famiglie coinvolte nella tempesta dello smarrimento e del dolore. “Per te” è una bellissima storia d’amore, tra un marito e una moglie, tra un padre e un figlio. Il viaggio di un uomo nelle terre della paura – è la sfida più grande per Paolo, arrivare a dire al figlio undicenne “ho paura” – e dell’ignoto, senza però sentirsi mai solo, senza appigli o tenerezza. Un’opera che non ristagna nella malattia e nel dolore, bensì nella vita che brilla nella quotidianità familiare. E laddove Paolo non riesce più a trattenere i ricordi, sono Mattia e Michela a farlo per lui, a colorare i dettagli mancanti dalle sue giornate.
Edoardo Leo regala ancora una volta un’interpretazione misurata e vibrante, come pure Teresa Saponangelo; sorprende poi la spontaneità gentile di Javier Francesco Leoni, che sagoma Mattia. “Per te” non è un film ricattatorio, al contrario. Ha un respiro, per quanto possibile, arioso e lieve, che regala una dolce commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Disabilità, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Malattia, Matrimonio – coppia, Medicina


Edoardo Leo, al terzo film con il regista dopo Io c’è ed Era ora, è credibile nei panni di Paolo così come risulta spontaneo il modo in cui viene ricreato il rapporto col figlio Mattia, portato sullo schermo con naturalezza da Javier Francesco Leoni. Ma è soprattutto Teresa Saponangelo che regala una prova di grande intensità, evidente nei silenzi, nei rimpianti, ma anche nel modo con cui costruisce la complicità e l’intimità con il marito. In una scena gli dice: “Tu dimenticherai tutto, io no”.


I film sulle malattie degenerative o incurabili sono un terreno scivoloso: possono essere a modo loro retorici e ricattatori, lavare la coscienza dello spettatore per il tempo della visione o spaventarlo al punto da essere rifiutati, ma quando sono ben fatti e con una scelta stilistica ben precisa questo rischio non si corre.


Alessandro Aronadio trasporta su schermo una storia vera che emoziona sia per ciò che racconta che per il modo in cui il regista sceglie di raccontarla, senza pietismi ma con una grazia preziosa e sicura, che si permette anche la giusta leggerezza dove possibile. Lo aiutano Edoardo Leo e il piccolo Javier Francesco Leoni che portano su schermo un padre e un figlio credibili nella loro ordinaria quotidianità così come nel dramma che si trovano a dover affrontare.

Recensioni
3/5 MyMovies
4,5/5 Ciak Magazine
3,5/5 ComingSoon

 

CHI E’ MATTIA PICCOLI, CHE A 11 ANNI A INIZIATO A PRENDERSI CURA DEL PADRE MALATO

Nei momenti più cupi, Mattia Piccoli, 16 anni, tira fuori una foto incorniciata. Ci sono lui, suo fratello Andrea, 12 anni, e papà Paolo, quando ancora non era malato di Alzheimer precoce, una forma rara che lo ha colpito a soli 43 anni.
In Italia, come spiega al Corriere il dottor Nicola Vanacore, responsabile demenze all’Istituto Superiore di Sanità, si stima che ci siano 24.000 persone malate di Alzheimer precoce, che insorge prima dei 65 anni: ha cause genetiche dettate da mutazioni precise, e riguarda il 3-4% dei casi complessivi di Alzheimer.

Paolo era ancora un uomo giovane quando ha cominciato a scordarsi di fare quelle cose che, normalmente, non si dimenticano: andare a prendere i bambini, fare la spesa. Sua moglie, Michela, si è resa conto presto di cosa fosse successo: anche il papà di suo marito ne aveva sofferto, e Paolo, da bambino, lo aiutava a farsi la barba e a mangiare. È diventata presto una caregiver, con tutto il carico emotivo e pratico che comporta, e quando la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e a schiacciarla, ha trovato un aiuto proprio nel suo primogenito, Mattia, che allora aveva solo undici anni.

 

 

«All’inizio non capivo. Ero un bambino normale, pensavo a giocare. Poi però ho iniziato a guardare mia mamma e a vedere nei suoi occhi la sua sofferenza, che era triste. E lì ho capito che dovevo mettermi in gioco, aiutare mia mamma, e l’ho fatto piano piano perché ero un bambino. Da allora non ho più smesso», ha spiegato a RaiPlay. Ha deciso di farsi carico di alcune incombenze, e ha cominciato ad aiutare il papà a vestirsi, a infilarsi le scarpe. Le cose che lui non riusciva più a fare da solo.

 

 

Per il suo coraggio e la sua forza, Mattia Piccoli, nel 2021, è stato insignito del riconoscimento di Alfiere della Repubblica dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per l’amore e la cura con cui segue quotidianamente la malattia del padre e lo aiuta a contrastarla. Il suo impegno è quanto mai prezioso: non è frequente che un giovanissimo svolga, con tanta dedizione, il compito di caregiver tuttavia la sua esperienza è un esempio anche per i coetanei».

 

 

E oggi la sua storia – che è stata raccontata da Serenella Antoniazzi nel libro Un tempo piccolo (Gemma Edizioni) – è diventata anche un film, Per te, diretto da Alessandro Aronadio, con Edoardo Leo, Javier Francesco Leoni e Teresa Saponangelo.
Oggi Paolo si trova in una Rsa, ma suo figlio Mattia continua a stargli accanto: «Qualche volta lui non si ricorda più nemmeno chi sono, e allora gli prendo la mano e dico: “Papà, sono io: Mattia”».

 

 

 

Fonte: VanityFair.it

 

MGF

 

 

 

 

LE CITTA’ DI PIANURA
Drammatico
Regia di Francesco Sossai – Italia, Germania, 2025 – 100′
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla

 

 

 

 

UN ROAD MOVIE CHE RIESCE A RACCONTARE UN’ITALIA VERA CON UNA SUA ENERGIA LENTA E SUL FINALE COMMOVENTE

Cosa fare in Veneto quando sei morto? La parafrasi del titolo di un film americano della metà degli anni Novanta (“Cosa fare a Denver quando sei morto” di Gary Fleder) è evocativo del mondo richiamato da “Le città di pianura”, opera seconda di Francesco Sossai, ambientata nel lembo di terra che separa la laguna veneta dalle Dolomiti, quello che fino agli anni Novanta era la locomotiva trainante dell’economia del nord-est italiano e che, dopo la grande crisi economica del 2008, è finita per scomparire dall’immaginario collettivo al punto tale che la scena in cui i protagonisti ne disegnano il reticolo stradale e le città principali su fogli di carta velina diventa una sorta di metafora sul bisogno di certificarne l’esistenza da parte delle persone che lo abitano.
In questa specie di “terra di mezzo” si muovono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due simpatici lestofanti che sembrano capaci di esorcizzare gli smacchi della vita trasformandola in una continua festa etilica di cui a un certo punto entra a far parte anche Giulio (Filippo Scotti), studente napoletano fuori sede alle prese con le sofferenze del primo innamoramento.
“Le città di pianura” costruisce da subito una sintonia tra i personaggi e il territorio: dapprima facendo corrispondere l’anonimato esistenziale dei protagonisti a quello della pianura veneta, ripresi senza un inizio e una fine come peraltro si evince dalla mancanza di riferimenti della sequenza d’apertura nella quale vediamo Carlobianchi e Doriano immersi nel buio della notte dentro l’abitacolo della macchina ferma in mezzo alla strada in attesa di capire il da farsi. In seguito, quando la conoscenza con Giulio si trasforma in amicizia, toglie alle cose e alle persone la vaghezza con cui di solito si guarda alle vite in transito, quelle sfiorate dai personaggi nel corso del loro errante incedere. Il film lo fa ambientando la scena clou all’interno della tomba Brion, il monumento funebre realizzato da Carlo Scarpa che, accogliendo i nostri nell’eccezionalità della sua modernistica architettura (contrapposta alla piatta omogeneità delle case passate in rassegna dal finestrino della macchina) diventa l’emblema di un’identità e di una bellezza nelle quali i tre viaggiatori sembrano trovare temporaneo ristoro mentre guardano con incertezza a ciò che sta fuori (campo), ossia l’insensato progresso che ha ridotto la pianura in un luogo di passaggio.
Nel mettere in scena la sua requisitoria “Le città di pianura” elabora un intelligente percorso di stratificazione visiva fatto di scarti impercettibili e però rivelatori dello stato delle cose, come lo è l’inquadratura delle macchie di vino lasciate sulla tovaglia dai bicchieri in tutto uguali all’incrocio degli anelli presenti nel monumento funebre, sintesi della relazione dialettica tra opposti che rimanda al legame tra culture diverse di cui i tre protagonisti sono espressione. Girato con un’attenzione documentaria che il regista destabilizza con distorsioni sensoriali in grado di mettere sullo stesso piano realtà e immaginazione, passato e presente, “Le città di pianura” dà vita a un’esistenza fantasmatica – di cui anche Giulio a un certo punto entra a far parte, diventando protagonista del racconto che sta ascoltando – dove la malinconia del tempo andato è compensata dalla contagiosa leggerezza che permette ai nostri di continuare a vivere, nonostante tutto.

Carlo Cerofolini – Ondacinema

Tematiche: crisi sociale, disillusione e ricerca di senso, amicizia


Impreziosito dalla colonna sonora di Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta, Le città di pianura è un lavoro di grande interesse e intelligenza, capace di portare alla luce un’umanità destinata a scomparire per sempre e un mood esistenziale che con lei si sta spegnendo, e di alludere così anche alle vicende più vaste che riguardano il nostro Paese.


Quando il film finisce, con i protagonisti che mangiano un gelato sotto le montagne e che finalmente hanno ritrovato, nella memoria, il “segreto del mondo” a cui avevano pensato giorni prima, la sensazione è quella di una malinconia soffusa, velata da una gioia del cuore per questa storia semplice.


Il film di Sossai sembra un “indie” americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro “territorio”, ma proprio alla loro terra – quella “parola che nessuno usa più”.

 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008 NELLA CINEMATOGRAFIA

Nonostante sia l’industria di cinema più grande del mondo e nonostante sia specializzata in grandi film di carattere fantastico, storie impossibili, effetti speciali e racconti fantastici, Hollywood è uno dei sistemi di produzione più reattivi nei confronti dell’attualità.

TRA LE NUVOLE (2009)
George Clooney è un tagliatore di teste, di lavoro si reca nelle società e licenzia le persone per conto dei capi. Nel film le molte persone a cui fa il letale discorso, quello che lui è bravo a recitare perché è il suo lavoro, non sono attori, sono vere persone che hanno perso il lavoro in quella medesima maniera, congedati da uno sconosciuto per conto della società per cui lavoravano. Era passato un anno dalla tragedia del fallimento della Lehman Brothers e già Jason Reitman era sul pezzo.

 

 

 

I LOVE SHOPPING (2009)
Tratto dall’omonimo romanzo il film del 2009 metteva in metafora quel che stava accadendo con una pregnanza rara. La commedia leggerissima raccontava di una maniaca dello shopping che arriva a spendere soldi che non ha, finendo indebitata e quindi in crisi. Attraverso questo metaforone quel che veniva messo in scena era il più grande scenario americano di quegli anni (il film esce nel 2009, il che significa che è stato scritto e girato prima del fallimento delle banche d’investimento). Non solo, I love shopping propone anche una via d’uscita. Tutto il film infatti è un gigantesco spot sul sistema capitalista, sull’esigenza di spendere e consumare per far girare l’economia. Nessuno in tutta la storia vuole infatti tenere soldi da parte, ma tutti sono contenti solo quando hanno speso.

 

THE COMPANY MEN (2010)
Senza fare nomi e cognomi ma lavorando di metafora The Company Men racconta cosa accade quando tutto crolla. Manager e agenti ricchissimi si trovano sul lastrico, licenziati da un giorno all’altro.
Invece che fare un racconto dei fatti e degli eventi, questo film preferisce fare un racconto sentimentale che metta in scena non tanto quel che accade ma quali sono i sentimenti in ballo durante una crisi.

 

 

TOO BIG TO FAIL (2011)
Forse il film più completo e dettagliato ma anche il più complesso. Con diversi grandi attori sottratti alla pensione (James Woods, William Hurt), Too Big to Fail si concentra sui tre mesi tra Agosto e Ottobre del 2008 facendo ordine negli eventi della crisi e cercando di adottare tutti i diversi punti di vista necessari.
Anche qui il titolo mette sulla giusta pista per capire quale sia la tesi di fondo, ovvero l’assurdità del principio secondo il quale le grosse banche sarebbero per sempre rimaste in piedi e avrebbero potuto sopportare ogni tipo di crisi o debito perché, semplicemente, “troppo grandi per fallire”.

 

 

INSIDE JOB (2010)
L’opera più completa ed esaustiva in materia, vincitrice di un premio Oscar per il miglior documentario è stato anche tra i primi film sul genere ad uscire. Charles Ferguson divide tutto in capitoli, spiega con calma e utilizza realmente gli strumenti del suo genere (il documentario) e del racconto audiovisivo per fare un racconto comprensibile di una realtà complessa e sfaccettata.

 

 

 

 

Fonte: Wired.it

 

MGF