Diretto da L’Ubomír Ján Slivka

 

 

 

 

 

Come in un viaggio on the road, il film esplora l’enigmatica personalità di Andy Warhol (1928-1987), indagando i suoi legami familiari e le radici che hanno plasmato uno degli artisti più iconici del Novecento.


Attraverso interviste intime e materiali personali, il film accompagna gli spettatori in un viaggio emotivo e spirituale, esplorando le origini di Warhol e gli anni leggendari della Factory di New York. La narrazione offre una nuova prospettiva sull’artista, svelando dettagli meno noti che cattureranno l’attenzione non solo degli ammiratori di Warhol, ma anche di un pubblico più ampio.


 

LA POP ART: UN INNO AL CONSUMISMO AMERICANO

 

La Pop Art, corrente della quale Andy Warhol è uno dei maggiori esponenti, nasce negli Stati Uniti, nel corso degli anni Cinquanta.
È un periodo storico particolarmente florido: usciti dalla guerra vittoriosi, anche se con le mani sporche di sangue come mai prima di allora, l’America comincia ad arricchirsi, e la classe borghese si espande a dismisura, dando la spinta alla nascita di nuovi mercati e colmando il vuoto tra il commercio dei beni di prima necessità e quello dei beni di lusso.

 

 

Come sempre accade, quando nella storia sorge una nuova classe sociale, essa è spinta dal desiderio di trovare un segno distintivo, uno status symbol che li rappresenti inequivocabilmente.
È in questo contesto sociale che nasce la pop art.
In passato, possedere delle opere d’arte era stato unicamente appannaggio delle classi nobili; forse in un tentativo di mediare tra l’imitazione e l’originalità, la classe mercantile del Diciottesimo Secolo aveva cominciato a collezionare non solo arte, ma anche (e spesso soprattutto) reperti e curiosità da ogni parte del mondo: delle reliquie distintive, che dichiaravano senza ombra di dubbio a quale classe appartenesse il proprietario.
Ma ora, la classe media americana, cosa possedeva? La circolazione delle merci non era ancora immediata come al giorno d’oggi, né tantomeno si poteva pretendere di avere un Caravaggio appeso in salotto: entrambe le opzioni erano improponibili, e oltretutto non avrebbero avuto nulla di distintivo. E, ammettiamolo, è nella natura umana desiderare di essere ricordati e riconosciuti.

 

Entrano in gioco ora artisti come Warhol, ma anche Lichtenstein, Oldenburg e molti altri; come tutti gli artisti, avevano la capacità di allontanarsi dalla tela e guardarla da una prospettiva più distante.
Cerchiamo qualcosa che sia rappresentativo della cultura borghese americana negli anni Cinquanta? Beh, guidano utilitarie, vendono cosmetici porta a porta, tagliano il prato al sabato pomeriggio, comprano zuppa di pomodoro Campbell e hanno un debole per Marilyn Monroe.

 

 

Poca cosa, in confronto alla Cappella Sistina, si potrebbe dire.
Ma non avrebbe senso fingere di amare ciò che non ci appartiene, e la nuova classe media americana ha davanti agli occhi troppe cose belle per andarne a cercare altre, lontano lontano.
Si tratta di persone che sono cresciute con il peso della guerra, e che ora cominciano a capire che è finita; persone che hanno l’età giusta per poter cogliere al volo questa rara opportunità di benessere, con i riflessi pronti della giovinezza e quel tanto che basta di esperienza per poterne trarre frutto.

 

 

Sembrano cose triviali, di fronte alla magnificenza dell’arte del Rinascimento, ma non sempre c’è bisogno di andare a ricercare la grandezza, anzi: forse, per rialzarsi e guarire veramente c’è innanzitutto bisogno di concentrarsi sul qui ed ora, forse con qualche scandalo qui e là a rendere vivaci le chiacchierate, e con un pizzico di critica sociale a rendere più solida la consapevolezza di essere fortunati, di essere i prescelti, di essere esattamente dove si suppone che si debba essere.
Gli artisti della Pop Art hanno preso questa fortuna, questo lieto vivere dove i giorni si rincorrono pigramente l’un l’altro e ha spruzzato colore sulle pareti di queste persone, ha dato loro la rappresentazione di ciò che erano: qualcosa di mai visto prima, un’assoluta novità, gaia e colorata ma anche enfatica e appassionata.

 


La sensualità dello sguardo di Marilyn Monroe e il ritmo incalzante di una fila di barattoli di zuppa di pomodoro. Colori forti, saturi, che colpiscono l’occhio.
E qui, nello splendore iridescente di queste opere, emerge sottilmente anche una piccola critica a questo modo di vivere: tutto è ripetitivo, un giorno è uguale all’altro, nulla spezza la routine e nulla può valicare i confini dei quartieri rispettabili, le meraviglie come le tragedie sono distanti, separate dalla vita reale come da un vetro impenetrabile. E forse possiamo intravedere un piccolo pensiero, ripetitivo e costante, da non dire mai ad alta voce: “A me non può succedere”.

E chi lo sa, forse nel successo che ebbero le opere della Pop Art è riflesso un piccolo barlume della consapevolezza che si oppone a quella frase: “A tutti può succedere, anche a me”. E dunque ci aggrappiamo alla vita, alle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta… alla possibilità di prepararci una zuppa versandola direttamente dal barattolo, se non siamo in vena di cucinare.
Che Dio benedica il detersivo in polvere, e che Andy Warhol lo immortali.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

Regia di Alessandro Genovesi – Italia, 2025 –
con Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Giulia Bevilacqua

 

 

 

 

 

UNA FORMULA RASSICURANTE PER IL TERZO CAPITOLO DELLA MINISAGA DEDICATA ALLA FAMIGLIA ROVELLI

Il regista-sceneggiatore milanese Alessandro Genovesi si è imposto negli ultimi quindici anni con titoli comici di richiamo, stringendo un sodalizio di ferro con Fabio De Luigi: tra i più noti “La peggior settimana della mia vita” (2011), “Soap opera” (2014) e “Ridatemi mia moglie” (2021). A questi si aggiunge il ciclo dedicato alla famiglia Rovelli: “10 giorni senza mamma” (2019) e “10 giorni con Babbo Natale” (2020). A distanza di alcuni anni Genovesi, insieme alla cordata Colorado Film, Medusa e Prime Video, ne firma un terzo episodio: “10 giorni con i suoi” (2025), coinvolgendo sempre Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, cui si sono aggiunti Dino Abbrescia, Giulia Bevilacqua e Marcello Cesena.
La storia. La famiglia Rovelli, composta dai genitori Carlo e Giulia, dai tre figli Angelica, Tito e Bianca, si reca in Puglia per accompagnare la primogenita che si trasferisce lì per frequentare l’università e stare vicina al suo fidanzato. A ospitarli è la famiglia del ragazzo, i Paradiso…
“Tutta la saga – ha dichiarato il regista – è in qualche modo un esperimento sociale: siamo cresciuti nella realtà in parallelo ai personaggi di finzione, la famiglia Rovelli. In questo nuovo film si affrontano tematiche diverse, complesse, sulla separazione dai figli che crescono e iniziano la loro vita ‘adulta’, sulla coppia che affronta cambiamenti e nuovi movimenti”. “10 giorni con i suoi” corre agile sul binario della commedia semplice, che omaggia i modelli hollywoodiani alla “Ti presento i miei” (2000) ma anche i riusciti campioni di incasso italiani come “Benvenuti al Sud” (2010) o il francese “Giù al Nord” (2008). Al centro del racconto troviamo genitori che da un lato vedono i figli uscire dal nido per inseguire i propri sogni, e dall’altro sono richiamati a nuove responsabilità per gravidanze inattese. Questi temi, sulla carta densi e stratificati, vengono però diluiti in una narrazione a caccia più di risate che di riflessioni. La regia di Genovesi è al servizio di un copione brillante dall’andamento fin troppo prevedibile, ben sorretto comunque da attori dalla comicità rodata.
“10 giorni con i suoi” è un titolo d’evasione senza troppe pretese, che punta a unire grandi e piccoli con una comicità frizzante, accessibile, non volgare. Qua e là qualche inciampo gratuito o banalità, ma comunque un film consigliabile, semplice e divertente.
Questa saga ha inoltre il pregio di non risultare mai troppo lontana dalla realtà (fatta eccezione qui per il prete interpretato da Marcello Cesena in modo delirante) e di suscitare empatia anche nel pubblico che ne ha confermato il successo nel tempo. E questa nuova puntata non sarà da meno delle precedenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Famiglia, Società, Amore, Figli-Genitori


Storie di famiglia e portate avanti con garbo, fra comicità fisica, in cui è maestro il protagonista Fabio De Luigi, e qualche incursione in temi in cui tutti possiamo identificarci come i figli che crescono troppo presto, l’amore che dopo anni rischia di trasformarsi e in generale la composita lotta quotidiana per mantenere attiva e vivace un nucleo familiare.


10 giorni con i suoi è una commedia piacevole e leggera, in grado di offrire un intrattenimento genuino con una trama piuttosto semplice. La bellezza del film risiede nelle performance degli attori (resta sempre molto fluida la chimica tra Fabio De Luigi e Valentina Lodovini) e nei momenti comici che si intrecciano con alcune situazioni più delicate ed emozionanti.


Recensioni
3,5/5 Coming Soon
3,5/5 Ciak Magazine
3/5 Movieplayer

 

L’EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA ROVELLI

DIECI GIORNI SENZA MAMMA

 

Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Sebbene alcune vicende siano esilaranti, dietro si nasconde la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli e che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time: Valentina Lodovini interpreta un ruolo femminile dal sapore finalmente contemporaneo. Non tutto però risulta essere armonico e alcune scene sono al limite dell’assurdo. Ma il film ha comunque il pregio di mettere in discussione il tradizionale ritratto dei ruoli di mamma e papà.

 

DIECI GIORNI CON BABBO NATALE

 

Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Il Natale è in arrivo, e mentre Carlo spera nel buon esito di un colloquio per tornare a fare il suo mestiere, Giulia riceve un’offerta che sarà difficile rifiutare: l’incarico dei suoi sogni non a Roma, dove abitano i Rovelli, ma a Stoccolma. E l’incontro decisivo con la dirigenza è fissato per la vigilia di Natale. Considerato anche l’allontanamento progressivo dei loro figli – Camilla l’ecologista in crisi adolescenziale, Tito attratto dalla destra neonazista – Carlo decide di riesumare il camper con cui lui e Giulia hanno viaggiato da giovani per trasformare la trasferta della moglie a Stoccolma in una gita di famiglia. E lungo la via i Rovelli raccoglieranno anche l’ospite più inatteso: un tipo strano che sostiene di essere Babbo Natale.

 

 

DIECI GIORNI CON I SUOI

 

Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.

 

MGF

 

 

 

 

 

Regia di Gabriele Salvatores – Italia, 2024 – 124′
con Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra

 

 

 

 

UN VIAGGIO GEOGRAFICO MA INSIEME SENTIMENTALE E STORICO

“Già solo il fatto di essere venuto in possesso di una storia scritta da Federico Fellini e Tullio Pinelli, di cui si sapeva poco o niente, mi è sembrato meraviglioso. Quando poi ho letto questo ‘trattamento-sceneggiatura’ di circa 80 pagine, la meraviglia è diventata desiderio e spinta creativa”. Così Gabriele Salvatores (Premio Oscar per “Mediterraneo”, 1991) parla della sua ultima fatica di regista e sceneggiatore: “Napoli-New York”, nella sale italiane dal 21 novembre 2024.
La storia. Napoli, 1949, un palazzo crolla, i morti e i feriti non si contano. Celestina (Dea Lanzaro) ha nove anni, è orfana e ha visto qualche mese prima la sorella maggiore, Agnese, partire per gli Stati Uniti, all’inseguimento del soldato che le ha promesso di sposarla. Nella tragedia ha perso la zia, che si occupava di lei. Traumatizzata e sola, senza nessuno a cui chiedere aiuto la bambina si rifugia dal suo amico Carmine (Antonio Guerra), poco più grande, che vive arrangiandosi come può. Carmine incontra George (Omar Benson Miller), un cuoco afroamericano che lavora su una nave della Marina statunitense in procinto di salpare per gli Stati Uniti. Per una serie d’imprevedibili coincidenze Carmine e Celestina finiscono per imbarcarsi clandestinamente sulla nave diretta a New York. Sbarcati con uno stratagemma per aggirare i controlli di frontiera, si mettono alla ricerca di Agnese, ma all’indirizzo riportato sulla lettera, che Celestina custodisce tanto gelosamente, non c’è traccia della ragazza. È l’inizio di una girandola di avventure che coinvolgerà anche il commissario di bordo, Domenico Garofalo (Pierfrancesco Favino), un burbero dal cuore d’oro, che già sulla nave li aveva aiutati, tenendoli nascosti, ma soprattutto sfamandoli e coinvolgendoli in piccoli lavoretti. A Little Italy i bambini troveranno anche la premurosa moglie di Garofalo (Anna Ammirati) e l’intraprendente direttore del giornale della comunità italiana (Antonio Catania), ma soprattutto il loro posto nel “nuovo mondo” e con esso la possibilità di un futuro.
“Il viaggio, l’altrove, la solidarietà – spiega ancora Salvatores – sono temi che ho spesso trattato nei miei film. Ho anche spesso lavorato con i bambini ed è una cosa che mi ha sempre dato gioia. I bambini non ‘recitano’, vivono davvero quello che stanno facendo in un ‘gioco’ molto serio”.
Nel film i due piccoli protagonisti attraversano eventi drammatici, affrontano fame, solitudine, dolore, ma non si arrendono, mai. Interessante la descrizione della comunità italiana di New York – al di là della folkloristica processione della statua di San Gennaro, tra canti, balli e bancarelle – e soprattutto la percezione che gli americani avevano degli immigrati italiani, che tanto ricorda alcune considerazioni di sconfortante attualità sugli “stranieri”. E Celestina ce lo ricorda con la disarmante semplicità e immediatezza dei bambini: “Tu non sei straniero, sei solo povero. Se sei ricco non sei mai straniero”.
“Napoli-New York” è una favola dal sapore neorealista, che Salvatores ha diretto a regola d’arte e alla quale ha dato alcuni tocchi di modernità, costruendo un racconto garbato, commovente e avvincente, a tratti anche divertente, con due protagonisti, Lanzaro e Guerra, davvero straordinari, e due certezze come Favino e Ammirati, senza dimenticare il tocco originale e gustoso del cammeo di Catania. Bella la colonna sonora con il suo mx di brani celebri tra cui “Tammuriata nera” e gli omaggi a “Titanic e “West Side Story”.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Amicizia, Amore-Sentimenti, Bambini, Emigrazione, Famiglia, Lavoro, Politica-Società, Povertà-Emarginazione, Rapporto tra culture, Razzismo, Solidarietà-Amore


Napoli – New York è un sogno. La fotografia alterna il realismo delle macerie napoletane a un lirismo che si accende nelle sequenze americane. E la regia di Salvatores, precisa e al tempo stesso delicata, si prende il tempo di accarezzare i dettagli, trasformando ogni frame in un piccolo pezzo di poesia.


È un film che parla al cuore senza scordarsi della testa, un film che si rivolge agli spettatori italiani ma che ha tutte le carte in regola per conquistare un pubblico globale. Salvatores ha fatto un film popolare, nel miglior senso del termine, che mescola emozioni, ironia e sogno in un racconto universale. Una fiaba in cui è impossibile non credere.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

L’EMIGRAZIONE ITALIANA

 

Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti, accolti dagli stessi pregiudizi che oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese.
La maggioranza degli emigranti italiani, oltre 14 milioni, partì nei decenni successivi all’Unità di Italia, durante la cosiddetta “grande emigrazione” (1876-1915).
Intere cittadine, come Padula in provincia di Salerno, videro la loro popolazione dimezzarsi nel decennio a cavallo tra ‘800 e ‘900. Di questi quasi un terzo aveva come destinazione dei sogni il Nord America, affamato di manodopera.

 

 

A partire non erano solo braccianti. Gli strati più poveri della popolazione in realtà non avevano di che pagarsi il viaggio, per questo tra gli emigranti prevalevano i piccoli proprietari terrieri che con le loro rimesse compravano casa o terreno in patria.
New York e gli States furono le destinazioni più gettonate. Ma non le uniche. Così come non si partiva solo dal Sud Italia. I genovesi ad esempio ben prima del 1861 partirono per l’Argentina e l’Uruguay.E, proprio come gli immigrati oggi che giungono da noi, non iniziavano l’avventura con tutta la famiglia: quasi sempre l’emigrazione era programmata come temporanea e chi partiva era di solito un maschio solo.

 

 

 

A fare eccezione fu solo la grande emigrazione contadina di intere famiglie dal Veneto e dal Meridione verso il Brasile, specie dopo l’abolizione in quel paese della schiavitù (1888) e l’annuncio di un vasto programma di colonizzazione.

 

 

 

Di solito chi partiva dalle regioni del Nord si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia. Chi partiva dal Sud invece si imbarcava a Napoli. Il rapporto tra passeggeri di prima classe e di terza era di 5mila a 17mila e le differenze di trattamento per questi ultimi abissali: un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone erano gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese. Molti morivano prima di vedere il Nuovo Mondo.L’arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l’Isola delle Lacrime. Iniziava poi la sfida per l’integrazione. Se in Sud America conquistarsi un posto nella nuova patria fu più facile, negli Stati Uniti era una faticaccia. I nostri connazionali preferivano così ghettizzarsi nei quartieri italiani e frequentare scuole parrocchiali, rallentando così la diffusione dell’inglese nelle comunità.

 

Negli Stati Uniti che da poco avevano abolito la schiavitù si diceva che gli italiani non erano bianchi, “ma nemmeno palesemente negri”. E poi ancora “una razza inferiore” o una “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi”. E il presidente Usa Richard Nixon intercettato nel 1973 fu il più chiaro di tutti. Disse: “Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio é che non si riesce a trovarne uno che sia onesto”.
Negli Usa l’immigrazione dall’Italia si fermò con la Prima guerra mondiale.

 

 

 

Nel 1921 l‘Emergency quota act impose un tetto al numero di immigrati dall’Europa dell’Est e del Sud in quanto si riteneva che popoli come quelli italiani fossero meno assimilabili. Solo con la Seconda guerra mondiale, grazie all’arruolamento nell’esercito statunitense di molti italoamericani l’integrazione fece concreti passi avanti.
Forse anche per questo nel secondo dopoguerra ci fu una ripresa dell’emigrazione dall’Italia agli Usa. Ma ormai si era aperta una nuova rotta verso l’Europa del Nord: Francia, Germania e Belgio le mete più gettonate.
Eppure nemmeno qui i nostri connazionali furono accolti a braccia aperte, anche perché il 50% partiva come clandestino, senza lavoro, sfidando leggi e pregiudizi e assediando frontiere nell’irriducibile speranza di garantirsi una vita migliore.

Fonte: Focus Storia

 

MGF

 

 

 

Regia di Edward Berger – USA, 2024 – 120′
con Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow

 

 

 

 

 

UN THRILLER FILOSOFICO ELEGANTE CON INTERPRETAZIONI SOLIDE E UNA FOTOGRAFIA MEMORABILE.

Il regista austriaco-tedesco Edward Berger si è fatto conoscere dal grande pubblico nel 2022 per il bellico “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Netflix), adattamento dell’opera di Erich Maria Remarque, che gli ha schiuso le porte di Hollywood: 9 candidature ai Premi Oscar tra cui miglior film e 4 statuette vinte. A distanza di due anni torna con “Conclave”, titolo sempre ad alta tensione, ma di carattere diverso: è un thriller di matrice politico-religiosa che si muove sul terreno della finzione, dal romanzo omonimo di Robert Harris (2016, in Italia con Mondadori). Protagonista un cast di livello composto da Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Le riprese del film sono state realizzate tra Cinecittà, Palazzo Barberini e Reggia di Caserta.
La storia. Città del Vaticano, il Pontefice è appena deceduto e al card. Lawrence è affidato il compito di coordinare i lavori del Conclave. Viene attuato un rigido protocollo e le stanze del Vaticano si trasformano quasi in un bunker impenetrabile, dove i poco più di cento cardinali da tutto il mondo sono chiamati a indicare il successore al soglio di Pietro. Tra i favoriti gli occidentali Bellini e Tremblay, il sudafricano Adeyemi e l’italiano Tedesco, ma anche l’outsider Benitez, neocardinale di Kabul…
“Il meccanismo di elezione di un Papa – ha dichiarato il regista – è tra i segreti meglio mantenuti del mondo. Io ero tanto, tanto curioso di guardare dallo spioncino, di arrivare ai più piccoli particolari”. Dalle parole di Edward Berger emerge con chiarezza la linea del racconto del film “Conclave”: soddisfare quella curiosità, a tratti morbosa, di accedere al momento dell’elezione del successore di Pietro, attraverso una prospettiva profondamente umana, centrata in un perimetro narrativo da thriller politico-spionistico. Sia chiaro, non è un film fracassone alla “Angeli e Demoni” (2009), puntellato da delitti, esplosioni e dinamiche da James Bond. Qui, in “Conclave” è tutto più controllato e misurato. Si coglie bene la mano esperta ed elegante di Berger, che orchestra una partita a scacchi tra cardinali addizionata da sfumature psicologiche ben tratteggiate.
Berger è interessato a descrivere il mondo della Chiesa, quella di palazzo, come una piramide di potere, ambizione e corruzione. I cardinali si muovono ponderando le proprie mosse, tra giochi di alleanze, colpi bassi e strategie. Quello cui il regista è maggiormente interessato è un racconto terreno, impastato di pensieri e sentimenti di un’umanità fragile, per lo più interessata al potere e non alla guida pastorale della Chiesa.Tra le figure significative c’è di certo quella del card. Lawrence, che Ralph Fiennes abita con grande mestiere e compostezza, regalando un’interpretazione incisiva: è il decano e guida il Conclave, schiacciato dal peso di una responsabilità troppo grande, uno dei favoriti per l’elezione, ma del tutto riluttante; apprezzato sempre per la sua efficienza gestionale, in verità vorrebbe solo ritirarsi a vita semplice, essere un pastore. La gran parte dei cardinali rientra invece nelle tessere di un mosaico virato sui toni del chiaroscuro, espressione di una “povertà” morale e spirituale.
“Conclave” è un ottimo film per regia, ritmo e dinamica narrativa, per le musiche eccellenti di Bertelmann, per le ricostruzioni scenografiche accurate e ovviamente per le performance degli attori.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Chiesa Cattolica, Dialogo, Dolore, Donna, Fede, Giustizia, Mass-media, Metafore del nostro tempo, Morte, Politica-Società, Potere, Povertà, Psicologia, Tematiche religiose


Eccellente sotto tutti i punti di vista, propone un intreccio dinamico, alternativo, senza velleità. Sceneggiatura strepitosa, fotografia sublime, musica coerente. Interpretazioni magistrali, regia interessante. Insomma, merita di essere visto.


Molto fedele al romanzo di Harris, con uno script ineccepibile firmato del drammaturgo e sceneggiatore britannico Peter Straughan (“La talpa”), questo “Conclave” diventa un’indagine sulla duplicità della natura umana, sulle ambizioni inconfessate e sul grado di empatia che siamo spinti a rivolgere verso chi commette un errore, senza essere necessariamente una persona malvagia (o viceversa).


Quello che si deve apprezzare di Conclave è la maestria con cui si presenta la dimensione umana, che alla fine governa ognuno di noi, a prescindere dal ruolo che si ricopre.


Questa non è una storia di fede, è una trama politica al 100% in cui sono replicate le medesime fazioni che si scontrano nei governi secolari, quella dei progressisti e quella dei conservatori, quelli che soffiano sulla xenofobia per compattare i propri accoliti e quelli che hanno solo desiderio di potere. E in mezzo ci sono gli uomini di buona volontà


Recensioni
3,2/5 MYmovies
7/10 IGN Italia
4/5 Movieplayer

 

IL CONCLAVE

 

Il CONCLAVE costituisce una sorta di vero e proprio “ritiro spirituale durante il quale tutti i Padri Cardinali della Chiesa si dispongono in ascolto del Divino Spirito per eleggere colui che, secondo Dio, ritengono debba essere Vescovo della Chiesa di Roma”. L’antico rito prende il nome proprio dalla procedura per la quale tutti i cardinali riuniti sono chiusi “cum clave” fino a quando non arrivano alla elezione del nuovo Pontefice.

 

 

CHI PUO’ ESSERE ELETTO – Il candidato deve prima di tutto essere di sesso maschile, battezzato e non sposato. Se l’eletto è scelto tra coloro che non hanno però ancora l’Episcopato e che quindi una volta eletto dovrà essere ordinato Vescovo, si devono allora includere le indicazioni per la nomina a tale ordine: almeno 35 anni di età, un minimo di 5 anni di presbiterato, una laurea o licenza in Sacra Scrittura, Teologia o Diritto Canonico conseguite in un Istituto di Studi Superiori approvato dalla Sede Apostolica, oltre che delle canoniche “buona reputazione, saldezza di fede, pietà, zelo delle anime, saggezza, prudenza, virtù umane e ogni altra qualità che dimostri l’attitudine del soggetto all’adempimento del suo ufficio”.

COME SI SVOLGE – Il giorno fissato per l’inizio del conclave tutti i Cardinali si riuniscono nella basilica di San Pietro per celebrare prima di tutto la Missa pro eligendo Romano Pontifice, presieduta dal Decano del collegio cardinalizio. Il pomeriggio i cardinali elettori si recano in processione cantando il Veni Creator verso la cappella Sistina al cui interno avverranno le votazioni in un ambiente rigorosamente privo di qualsiasi mezzo audiovisivo o di trasmissione. Nella sala verrà montata la stufa nella quale verranno bruciati tutti gli appunti e i voti degli elettori e dalla quale si alzeranno poi, durante le varie fasi del conclave, le fumate: nera per ogni avvenuta votazione, bianca quando verrà raggiunto il quorum previsto.

           

LO SCRUTINIO E I TEMPI – L’unica forma di elezione del Pontefice ammessa è quella per scrutinium. Per la valida elezione sono richiesti i due terzi dei suffragi più una votazione nel caso in cui tale numero non sia divisibile per tre. Nel caso in cui le elezioni inizino il pomeriggio del primo giorno di conclave, vi sarà un solo scrutinio. Nei giorni seguenti, si svolgeranno due scrutini al mattino e due il pomeriggio, ciascuno dei quali composto da tre diverse fasi:
1. ANTESCRUTINIUM: i cerimonieri preparano e distribuiscono due o tre schede a ciascun cardinale elettore, l’ultimo cardinale diacono estrae a sorte tra tutti gli elettori 3 scrutatori, 3 “infirmarii” (incaricati di raccogliere i voti dei cardinali infermi presso la Domus Sanctae Marthae) e tre revisori. Durante la votazione i cardinali elettori rimangono da soli ed esprimono il loro voto compilando l’apposita scheda che riporta l’ufficiale formula “Eligo in Summum Pontificem”.
2. SCRUTINIUM VERE PROPRIEQUE: uno alla volta i cardinali si recano presso l’altare dov’è posizionata l’urna con un piatto sopra. Alla presenza dei tre scrutatori si recita il giuramento nella sua sua rigorosa formula latina: “Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”, posa la scheda sul piatto e la lascia poi cadere all’interno dell’urna. Concluse le operazioni di voto si procede quindi a quelle di spoglio. Gli scrutatori agitano le schede nell’urna, le mescolano ne leggono il contenuto una ad una, rilegandole infine tutte insieme per l’estremità con un filo.
3. POST SCRUTINIUM: in quest’ultima fase si conteggiano i voti e si bruciano le schede nella stufa. Sia che sia stato raggiunto il quorum o meno, i cardinali revisori devono controllare tutte le schede e le annotazioni degli scrutatori per vigilare sulla precedente operazione. Se il quorum non è stato raggiunto si procede a un’immediata nuova votazione. Nel secondo scrutinio i cardinali ripeteranno le stesse operazioni ma senza pronunciare di nuovo il giuramento.

ELEZIONE DEL NUOVO POTEFICE – Nel momento in cui un candidato raggiunge i due terzi dei voti a suo favore, l’elezione è da considerarsi canonicamente valida. L’ultimo dell’ordine dei cardinali diaconi richiama il maestro delle celebrazioni liturgiche e il segretario del collegio cardinalizio il quale, rivolgendosi all’eletto, gli domanda: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” e, a risposta affermativa, aggiunge: “Come vuoi essere chiamato?”. Il candidato risponderà con il nome pontificale che avrà scelto per il suo insediamento, le schede vengono bruciate e finalmente la piazza di San Pietro vede innalzarsi la celebre e solenne fumata bianca.

 

LA STANZA DELLE LACRIME – Dopo la sua proclamazione, il papa neoeletto si ritira nella “Stanza delle lacrime”, ovvero nella sacrestia della Cappella Sistina, per indossare per la prima volta la talare bianca e i paramenti con i quali si presenterà in pubblico dalla Loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro.
Il nome di tale luogo deriva dal fatto che, si presume, in tale stanza il neo-pontefice scoppi in lacrime per l’emozione e per il peso della responsabilità del ruolo che è chiamato a svolgere.

 

Il libro di Robert Harris da cui è tratto il film

 

MGF

 

 

 

 

Ecco alcune foto dell’evento e il simpatico autografo lasciato ai volontari del Teatro

 

         

       

 

Rassegna stampa:

https://www.malpensa24.it/baff-maurizio-nichetti-esordisce-ancora-con-amiche-mai-al-fratello-sole-di-busto/

 

https://www.prealpina.it/pages/maurizio-nichetti-protagonista-del-suo-baff-373981.html

 

Un estratto dell’intervista:

https://www.youtube.com/watch?v=Iw9lp89-iC8

 

 

MGF