
Diretto da L’Ubomír Ján Slivka
Come in un viaggio on the road, il film esplora l’enigmatica personalità di Andy Warhol (1928-1987), indagando i suoi legami familiari e le radici che hanno plasmato uno degli artisti più iconici del Novecento.
Attraverso interviste intime e materiali personali, il film accompagna gli spettatori in un viaggio emotivo e spirituale, esplorando le origini di Warhol e gli anni leggendari della Factory di New York. La narrazione offre una nuova prospettiva sull’artista, svelando dettagli meno noti che cattureranno l’attenzione non solo degli ammiratori di Warhol, ma anche di un pubblico più ampio.
LA POP ART: UN INNO AL CONSUMISMO AMERICANO
La Pop Art, corrente della quale Andy Warhol è uno dei maggiori esponenti, nasce negli Stati Uniti, nel corso degli anni Cinquanta.
È un periodo storico particolarmente florido: usciti dalla guerra vittoriosi, anche se con le mani sporche di sangue come mai prima di allora, l’America comincia ad arricchirsi, e la classe borghese si espande a dismisura, dando la spinta alla nascita di nuovi mercati e colmando il vuoto tra il commercio dei beni di prima necessità e quello dei beni di lusso.
Come sempre accade, quando nella storia sorge una nuova classe sociale, essa è spinta dal desiderio di trovare un segno distintivo, uno status symbol che li rappresenti inequivocabilmente.
È in questo contesto sociale che nasce la pop art.
In passato, possedere delle opere d’arte era stato unicamente appannaggio delle classi nobili; forse in un tentativo di mediare tra l’imitazione e l’originalità, la classe mercantile del Diciottesimo Secolo aveva cominciato a collezionare non solo arte, ma anche (e spesso soprattutto) reperti e curiosità da ogni parte del mondo: delle reliquie distintive, che dichiaravano senza ombra di dubbio a quale classe appartenesse il proprietario.
Ma ora, la classe media americana, cosa possedeva? La circolazione delle merci non era ancora immediata come al giorno d’oggi, né tantomeno si poteva pretendere di avere un Caravaggio appeso in salotto: entrambe le opzioni erano improponibili, e oltretutto non avrebbero avuto nulla di distintivo. E, ammettiamolo, è nella natura umana desiderare di essere ricordati e riconosciuti.
Entrano in gioco ora artisti come Warhol, ma anche Lichtenstein, Oldenburg e molti altri; come tutti gli artisti, avevano la capacità di allontanarsi dalla tela e guardarla da una prospettiva più distante.
Cerchiamo qualcosa che sia rappresentativo della cultura borghese americana negli anni Cinquanta? Beh, guidano utilitarie, vendono cosmetici porta a porta, tagliano il prato al sabato pomeriggio, comprano zuppa di pomodoro Campbell e hanno un debole per Marilyn Monroe.
Poca cosa, in confronto alla Cappella Sistina, si potrebbe dire.
Ma non avrebbe senso fingere di amare ciò che non ci appartiene, e la nuova classe media americana ha davanti agli occhi troppe cose belle per andarne a cercare altre, lontano lontano.
Si tratta di persone che sono cresciute con il peso della guerra, e che ora cominciano a capire che è finita; persone che hanno l’età giusta per poter cogliere al volo questa rara opportunità di benessere, con i riflessi pronti della giovinezza e quel tanto che basta di esperienza per poterne trarre frutto.
Sembrano cose triviali, di fronte alla magnificenza dell’arte del Rinascimento, ma non sempre c’è bisogno di andare a ricercare la grandezza, anzi: forse, per rialzarsi e guarire veramente c’è innanzitutto bisogno di concentrarsi sul qui ed ora, forse con qualche scandalo qui e là a rendere vivaci le chiacchierate, e con un pizzico di critica sociale a rendere più solida la consapevolezza di essere fortunati, di essere i prescelti, di essere esattamente dove si suppone che si debba essere.
Gli artisti della Pop Art hanno preso questa fortuna, questo lieto vivere dove i giorni si rincorrono pigramente l’un l’altro e ha spruzzato colore sulle pareti di queste persone, ha dato loro la rappresentazione di ciò che erano: qualcosa di mai visto prima, un’assoluta novità, gaia e colorata ma anche enfatica e appassionata.

La sensualità dello sguardo di Marilyn Monroe e il ritmo incalzante di una fila di barattoli di zuppa di pomodoro. Colori forti, saturi, che colpiscono l’occhio.
E qui, nello splendore iridescente di queste opere, emerge sottilmente anche una piccola critica a questo modo di vivere: tutto è ripetitivo, un giorno è uguale all’altro, nulla spezza la routine e nulla può valicare i confini dei quartieri rispettabili, le meraviglie come le tragedie sono distanti, separate dalla vita reale come da un vetro impenetrabile. E forse possiamo intravedere un piccolo pensiero, ripetitivo e costante, da non dire mai ad alta voce: “A me non può succedere”.
E chi lo sa, forse nel successo che ebbero le opere della Pop Art è riflesso un piccolo barlume della consapevolezza che si oppone a quella frase: “A tutti può succedere, anche a me”. E dunque ci aggrappiamo alla vita, alle piccole cose che la rendono degna di essere vissuta… alla possibilità di prepararci una zuppa versandola direttamente dal barattolo, se non siamo in vena di cucinare.
Che Dio benedica il detersivo in polvere, e che Andy Warhol lo immortali.
Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali
MGF


Carlo lavora da quindici anni nella stessa azienda e il suo lavoro lo ha tenuto lontano dalla famiglia. Quando la sua vita sembra essersi stabilizzata, un giovane ambizioso vuole prendere il suo posto in ufficio. Intanto la moglie decide di partire per una vacanza a Cuba. Carlo quindi non dovrà solo cercare di mantenersi il lavoro ma dovrà anche badare ai propri figli.
Carlo e Giulia Rovelli sono ai ferri corti: lui ha lasciato il lavoro e non ne può più di dedicarsi per quasi due anni ai tre figli Camilla, Tito e Bianca, lei sta facendo carriera e “a casa non c’è mai”.
Carlo e Giulia Rovelli si preparano a partire verso il Salento dove la figlia maggiore Camilla, ora diciottenne, vuole trasferirsi per studiare all’università. Ma poiché il progetto di Camilla è anche quello di andare a vivere con il fidanzatino pugliese Antonio, Carlo è contrariato, e l’incontro con quelli che potrebbero diventare i futuri suoceri è a rischio. Anche Tito e Bianca, gli altri figli di Carlo e Giulia, viaggiano con la famiglia: il primo, adolescente imbottito di pregiudizi contro il Sud, combinerà una serie di guai, mentre la piccola di casa farà amicizia con Mario, il fratellino di Antonio. Ma a combinare più guai di tutti sarà Carlo, comportandosi come un elefante nella cristalleria in casa dei “suoi”. Si aggiunga che Giulia ha appena scoperto di essere di nuovo incinta: a 45 anni suonati, e proprio quando gli altri figli cominciano a diventare grandi, lei e il marito dovrebbero ricominciare tutto da capo, e non sono sicuri di essere pronti. Valentina Lodovini è sempre la più credibile ed efficace nei panni di Giulia, Fabio De Luigi sforna battute e i tre ragazzi, interpretati dagli stessi attori che abbiamo visto via via crescere (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai), ricoprono bene il loro ruolo. Niente di nuovo sotto il sole, ma una formula rassicurante.
Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti, accolti dagli stessi pregiudizi che oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese.
A partire non erano solo braccianti. Gli strati più poveri della popolazione in realtà non avevano di che pagarsi il viaggio, per questo tra gli emigranti prevalevano i piccoli proprietari terrieri che con le loro rimesse compravano casa o terreno in patria.
Di solito chi partiva dalle regioni del Nord si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia. Chi partiva dal Sud invece si imbarcava a Napoli. Il rapporto tra passeggeri di prima classe e di terza era di 5mila a 17mila e le differenze di trattamento per questi ultimi abissali: un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone erano gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese. Molti morivano prima di vedere il Nuovo Mondo.L’arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l’Isola delle Lacrime. Iniziava poi la sfida per l’integrazione. Se in Sud America conquistarsi un posto nella nuova patria fu più facile, negli Stati Uniti era una faticaccia. I nostri connazionali preferivano così ghettizzarsi nei quartieri italiani e frequentare scuole parrocchiali, rallentando così la diffusione dell’inglese nelle comunità.
Nel 1921 l‘Emergency quota act impose un tetto al numero di immigrati dall’Europa dell’Est e del Sud in quanto si riteneva che popoli come quelli italiani fossero meno assimilabili. Solo con la Seconda guerra mondiale, grazie all’arruolamento nell’esercito statunitense di molti italoamericani l’integrazione fece concreti passi avanti.

CHI PUO’ ESSERE ELETTO – Il candidato deve prima di tutto essere di sesso maschile, battezzato e non sposato. Se l’eletto è scelto tra coloro che non hanno però ancora l’Episcopato e che quindi una volta eletto dovrà essere ordinato Vescovo, si devono allora includere le indicazioni per la nomina a tale ordine: almeno 35 anni di età, un minimo di 5 anni di presbiterato, una laurea o licenza in Sacra Scrittura, Teologia o Diritto Canonico conseguite in un Istituto di Studi Superiori approvato dalla Sede Apostolica, oltre che delle canoniche “buona reputazione, saldezza di fede, pietà, zelo delle anime, saggezza, prudenza, virtù umane e ogni altra qualità che dimostri l’attitudine del soggetto all’adempimento del suo ufficio”.
COME SI SVOLGE – Il giorno fissato per l’inizio del conclave tutti i Cardinali si riuniscono nella basilica di San Pietro per celebrare prima di tutto la Missa pro eligendo Romano Pontifice, presieduta dal Decano del collegio cardinalizio. Il pomeriggio i cardinali elettori si recano in processione cantando il Veni Creator verso la cappella Sistina al cui interno avverranno le votazioni in un ambiente rigorosamente privo di qualsiasi mezzo audiovisivo o di trasmissione. Nella sala verrà montata la stufa nella quale verranno bruciati tutti gli appunti e i voti degli elettori e dalla quale si alzeranno poi, durante le varie fasi del conclave, le fumate: nera per ogni avvenuta votazione, bianca quando verrà raggiunto il quorum previsto.

ELEZIONE DEL NUOVO POTEFICE – Nel momento in cui un candidato raggiunge i due terzi dei voti a suo favore, l’elezione è da considerarsi canonicamente valida. L’ultimo dell’ordine dei cardinali diaconi richiama il maestro delle celebrazioni liturgiche e il segretario del collegio cardinalizio il quale, rivolgendosi all’eletto, gli domanda: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” e, a risposta affermativa, aggiunge: “Come vuoi essere chiamato?”. Il candidato risponderà con il nome pontificale che avrà scelto per il suo insediamento, le schede vengono bruciate e finalmente la piazza di San Pietro vede innalzarsi la celebre e solenne fumata bianca.
LA STANZA DELLE LACRIME – Dopo la sua proclamazione, il papa neoeletto si ritira nella “Stanza delle lacrime”, ovvero nella sacrestia della Cappella Sistina, per indossare per la prima volta la talare bianca e i paramenti con i quali si presenterà in pubblico dalla Loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro.



