Regia di Margherita Ferri – Italia, 2024 – 121′
con Samuele Carrino, Claudia Pandolfi, Andrea Arru

 

 

 

 

 

 

“IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA” PORTABANDIERA DELLA LOTTA AL BULLISMO

Roma, Andrea è un adolescente brillante, il più bravo della scuola, amatissimo in famiglia e con un talento canoro fuori dal comune. Questo lo porta a vincere una borsa di studio e a entrare in una scuola prestigiosa, dove con il coro si esibirà anche davanti al Papa. Tutto sembra filare liscio, finché Andrea non si imbatte in un ragazzo ripetente affascinante e glaciale, che prima lo tratta da amico e poi inizia a deriderlo, avviando la macchina del fango fino a innescare ripetuti episodi di bullismo. Le cose non migliorano quando Andrea si presenta a scuola con pantaloni rosa e smalto nero alle unghie. L’umiliazione si fa sempre più assordante…
Tra tenerezza e bruciante dolore. Si muove su tale binario il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” di Margherita Ferri, che racconta la storia vera di Andrea Spezzacatena, morto suicida nel 2012 a soli 15 anni, perseguitato da offese e calunnie tra banchi di scuola e pagine dei social. Una vittima di cyberbullismo, che ha dato vita a un movimento di sensibilizzazione portato avanti dalla madre Teresa Manes, che ha scritto un libro e si è spesa negli anni perché tragedie simili non riaccadano. Protagonisti Claudia Pandolfi, Samuele Carrino, Sara Ciocca, Andrea Arru e Corrado Fortuna. Il copione è firmato da Roberto Proia.
“Ho cercato di lavorare con gli attori – ha spiegato la regista – per creare personaggi tridimensionali, sfaccettati, che non fossero dogmaticamente divisi in ‘buoni e cattivi’ nel tentativo di realizzare un film che possa parlare sia ai bulli sia alle vittime”. È chiaro il perimetro de “Il ragazzo dai pantaloni rosa”: cronaca del dolore, ma anche aperture di vita e speranza, quella che Andrea Spezzacatena non ha potuto cogliere appieno ma che il suo ricordo, il suo pesante lascito, invitano a fare.
Il film, infatti, è giocato su tonalità solari e ombrose, ossia la gamma di colori accesi e contrastanti che popolano il mondo dell’adolescenza; un racconto che vuole unire insieme denuncia e dialogo.
La storia di Andrea è simbolo di una società adulta distratta da mille occorrenze, che trascura le giovani generazioni, in balia di solitudine e di casse di risonanza social fuorvianti. Andrea era un ragazzo di appena quindici anni, pieno di possibilità, che è rimasto schiacciato dal peso di una crudeltà perpetrata dai suoi pari. Il film di Margherita Ferri non è perfetto, composto qua e là da soluzioni narrative semplici e un po’ ingenue, ma nell’insieme è un racconto onesto, importante ed educativo. Tratteggia le fragilità esistenziali dove è centrale la custodia e il dialogo familiare, ma anche il patto fiduciario con l’istituzione scolastica. Un film che corre veloce, caldo, delicato e torrenziale, mosso da un desiderio di denuncia e condivisione, affinché storie come quelle di Andrea non si ripetano.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Bullismo, Cronaca, Dialogo, Dolore, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Mass-media, Media, Morte, Psicologia, Scuola, Solidarietà


«Le parole sono come dei vasi di fiori che cadono dai balconi Se sei fortunato li schivi e vai avanti sulla tua strada, ma se invece sei un po’ più lento, ti centrano in pieno e ti uccidono». Andrea Spezzacatena


Scegliendo di narrare la vita di un adolescente dal suo punto di vista, ma collocando le sue riflessioni in un lasso temporale che è esterno alla vita stessa, si dà ad esse una dimensione più profonda e un’etica più consapevole grazie a uno sguardo narrativo privilegiato. Il protagonista, che rievoca le proprie vicende, le filtra attraverso una nitida luce binoculare che ripercorre i fatti e contemporaneamente li intesse con commenti lapidari e toccanti che restituiscono allo spettatore la dimensione del giovane che è ormai diventato adulto.


Margherita Ferri è un’abile regista che sa raccontare con pathos ed empatia il mondo giovanile, gestendo molto bene le scene di insieme che raccontano la poliedricità dei comportamenti durante un’età fluida e ipersensibile.


Recensioni
3,5/5 MYmovies
3/5 Movieplayer
3,5/5 Ciak Magazine

 

BULLISMO E CYBERBULLISMO

Il contrasto dei fenomeni del bullismo tradizionale e di quello online, conosciuto come cyberbullismo, rappresenta una sfida globale alla quale non possiamo sottrarci.
Gli effetti dannosi di tali comportamenti hanno implicazioni sociali molto ampie, sia per le vittime che per gli autori: tra queste, c’è lo sviluppo sociale personale, l’educazione ed il benessere psico-fisico dei minorenni, con effetti negativi che possono protrarsi fino all’età adulta.

 

Le statistiche più recenti delle Nazioni Unite riportano che nel mondo 1 studente su 3, tra i 13 e i 15 anni, ha vissuto esperienze di bullismo. Nel mondo 246 milioni di bambini e adolescenti subiscono ogni anno qualche forma di violenza a scuola o episodi di bullismo. Anche il cyberbullismo è in sensibile aumento: la maggior parte dei dati disponibili riguarda indagini condotte nei Paesi industrializzati con percentuali di minorenni che lo hanno sperimentato che variano tra il 5% e il 20% della popolazione minorile, con conseguenze psicofisiche che vanno dal mal di testa ai dolori allo stomaco e/o che si manifestano con mancanza di appetito o disturbi del sonno.
Questi fenomeni, che risultano essere molto diffusi nei paesi ad alto reddito, richiedono un intervento politico efficace e misurato, proprio perché la loro diffusione provoca effetti dannosi sull’apprendimento e sul comportamento dei minorenni tali da ridurre l’efficacia degli investimenti pubblici nell’istruzione e nel benessere dei bambini di ogni paese.

 

Il BULLISMO può essere definito come un comportamento intenzionale e aggressivo che si verifica ripetutamente contro una o più vittime con le quali vi è un reale o percepito squilibrio di potere. Normalmente le vittime si sentono totalmente vulnerabili ed incapaci di difendersi autonomamente. L’aggressione può essere fisica nei confronti di persone o beni di proprietà, oppure verbale, sia diretta che indiretta: tra le forme di aggressione verbale diretta ci sono gli insulti e le minacce, tra quelle indirette c’è la diffusione di voci finalizzate al danneggiamento della reputazione altrui e l’esclusione da un gruppo.
Il bullismo di solito si manifesta senza provocazione e costituisce una forma di violenza tra pari, una dinamica dove i bulli spesso agiscono per frustrazione, rabbia o per raggiungere uno status sociale dominante.

 

Il CYBERBULLISMO ha le stesse caratteristiche del bullismo tradizionale, con la particolarità che questo si manifesta attraverso la rete internet, in diverse forme e con conseguenze potenzialmente più gravi del bullismo offline.
Per cyberbullismo si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione e diffusione illecita di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica. Le finalità sono le stesse del bullismo tradizionale, ma nel cyberbullismo il comportamento lesivo ha maggior risonanza e risulta spesso inarrestabile, negando alla vittima qualsiasi rifugio o via di fuga.
Proprio per la continua evoluzione della rete e delle nuove tecnologie, le forme di manifestazione del cyberbullismo possono variare ed aumentare nel tempo.

Fonte: UNICEF

 

di Teresa Manes
Graus Edizioni, 2023

 

 

 

 

 

 

MGF

Regia di Tim Mielants – USA, Irlanda, Belgio, 2024 – 96′
con Cillian Murphy, Ciarán Hinds, Emily Watson

 

 

 

 

 

 

UNA PICCOLA OPERA DI STRAORDINARIA INTIMITÀ E AMMIREVOLE PRECISIONE DELLA MESSA IN SCENA

Il perimetro in cui si muove è quello dei film “Magdalene” (2002) di Peter Mullan e “Philomena” (2013) di Stephen Frears. È “Piccole cose come queste” (“Small Things Like These”) diretto da Tim Mielants, su copione di Enda Walsh, ispirato al romanzo “Piccole cose da nulla” di Claire Keegan (Einaudi). Il film mette a tema gli scandali nelle Case Magdalene in Irlanda, dove giovani donne venivano forzate ad entrare perché rimaste orfane oppure perché incinte fuori dal matrimonio; luoghi che spesso si rivelavano non di accoglienza ma di sfruttamento. Protagonista il Premio Oscar Cillian Murphy (“Oppenheimer”, 2023), che partecipa al film anche in veste di produttore insieme a Matt Damon e Ben Affleck. Titolo d’apertura della Berlinale 2024 e presentato alla 19a Festa del Cinema di Roma, il film è nelle sale con Teodora dal 28 novembre 2024.
La storia. Irlanda, 1985. A pochi giorni dal Natale Bill Furlong, che ha una ditta di carbone, scopre che nel convento locale alcune ragazze si trovano in condizioni di sofferenza, private della libertà. Bill è sposato ed è padre di cinque ragazze, pertanto non riesce a distogliere lo sguardo come molti gli consigliano. Inoltre, da orfano, rivede nelle giovani chiuse nella struttura la condizione di sofferenza e solitudine patita da bambino, figlio di una ragazza madre…
“Da un po’ di tempo io e Cillian – ha dichiarato il regista – volevamo tornare a lavorare insieme dopo l’esperienza di ‘Peaky Blinders’. Cercavamo temi e storie che ci sarebbe piaciuto raccontare e questo succedeva prima di ‘Oppenheimer’. Un giorno lui e sua moglie sono venuti da me con il libro di Claire Keegan. Si trattava di qualcosa che a livello personale potevo comprendere a fondo: la storia di un uomo maturo che si confronta con un dolore e lotta per fare la cosa giusta”.
Mielants costruisce un racconto perimetrato attorno al romanzo della Keegan. Approfondisce il dramma vissuto nelle Case Magdalene in Irlanda attraverso lo sguardo di un quarantenne con alle spalle le cicatrici di un’infanzia senza madre e da adulto padre di cinque figlie. È soprattutto la paternità a renderlo permeabile alle sofferenze delle giovani rinchiuse nelle Case Magdalene; a loro guarda come se fossero le figlie ma anche sua madre, che lo ha cresciuto da sola. E nonostante nella comunità locale siano in molti a consigliargli di abbassare lo sguardo e pensare alla sua vita tranquilla, già segnata da un’economia incerta e precaria, Bill non accetta compromessi, non volendo convivere con rimorsi. E nel cuore del clima natalizio, simbolo di accoglienza, si adopera per dare riparo a una giovane in difficoltà. Punto di forza di “Piccole cose come queste” è senza dubbio l’interpretazione di Murphy, che lavora molto in sottrazione con sguardi e silenzi intensi, dando voce, risonanza, ai demoni interiori del protagonista, combattuto nella scelta da compiere.
La regia di Mielants è sobria e composta, evitando toni urlati o enfatizzazioni. Quello che manca, a ben vedere, è un po’ di approfondimento sulla vicenda delle Case Magdalene in Irlanda; la narrazione rimane infatti troppo in superficie, lavorando più di suggestioni che di contenuto. Bene, dunque, ma non benissimo, se consideriamo la complessità del tema, che meriterebbe una maggiore articolazione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche Amore-Sentimenti, Chiesa Cattolica, Cronaca, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Letteratura, Libertà, Povertà, Psicologia, Storia, Violenza


Il belga Tim Mielants – che con Murphy aveva lavorato nella serie Peaky Blinders – si concentra sul protagonista, e sui suoi silenzi, sul suo dolore imploso e evidente, e col direttore della fotografia Frank van den Eedenmette mette sullo schermo immagini di grande potenza visiva, notturne, crepuscolari, dolenti, affascinanti.


L’azione emotiva della pellicola è chiusa in una fotografia cupa, tra offuscamenti, non-fuoco e primissimi piani che inglobano e raccordano la luce domestica. Oltre l’abitazione di Bill, oltre il convento, a fare da protagonista, è la neve, la nemesi di ogni scrittore e scrittrice irlandese.


Piccole cose come queste è un film a cui bisogna dare fiducia. Scorre lento, non ha colpi di scena o improvvisi capovolgimenti di fronte. Nonostante la sua durata contenuta (96 minuti), la pellicola diretta da Tim Mielants ha l’incredibile potere di catturarci e portarci in una dimensione narrativa da cui si esce solo ai titoli di coda.


Recensioni
3,3/5 Mymovies
3,5/5 Coming Soon
7/10 Ondacinema

 

L’ORRORE DELLE CASE MAGDALENE

 

 

 

Le Case Magdalene erano residenze-prigioni attive in Irlanda a partire dal XIX secolo e rimaste aperte sino al 1996. Fino a quell’anno, infatti, le donne nubili e incinte, o considerate promiscue, venivano incarcerate a vita in queste strutture di proprietà della Chiesa Cattolica.

 

 

Quello delle Magdalene House fu uno scandalo cominciato nel lontano 1837 e continuato per quasi duecento anni, fino al 1990 inoltrato. Perché, per quanto il mondo e le società occidentali siano progredite, le donne sono spesso state lasciate indietro, come la presenza di queste prigioni testimonia. Non dovevi aver commesso un crimine per essere rinchiusa in una casa Magdalene: bastava che in un borgo o in un quartiere si spargesse la voce sulla presunta – non importa se reale o inventata – promiscuità della donna per segnare il suo destino che, dal momento dell’ingresso in un simile luogo, sarebbe stato segnato da una schiavitù totale nei confronti delle suore.

 

 

Per quanto in molte abbiano provato a uscirne, la maggior parte delle donne veniva ripresa quasi immediatamente e convinta a suon di isolamenti e percosse a non tentare più la fuga. L’unico vero modo per scampare a quelle case era infine la morte.
La vita per le donne delle case Maddalena era durissima: servitù totale e fatiche fisiche immani, punizioni corporali crudeli che spesso portavano alla morte… e ancora malattie, malnutrizione, depressione che spesso sfociava nel suicidio: l’opera di tortura messa in atto dalle suore – anche se loro la chiamavano redenzione – era così completa.
Manodopera gratuita, anche, al punto che spesso le suore accettavano presso le case Magdalene anche donne generalmente considerate virtuose, ma scomode ai parenti per i più svariati motivi, come per esempio un’eredità o un secondo matrimonio contratto dal padre di giovani ragazze orfane di madre.

 

 

Tutto ciò non importava alle suore e alle sfere alte della politica, egualmente interessate a finanziare queste case-prigioni. Bastava una piccola mazzetta affinché qualunque donna venisse ammessa nelle case Magdalene, a prescindere dalle sue presunte colpe.
Per quanto riguarda invece le nubili incinte, era praticamente certo che, una volta partorito, i bambini sarebbero stati venduti (anche se, ancora una volta, le suore parlavano di adozione) a coppie sterili o a contadini alla ricerca di futura manodopera gratuita.

 

Adesso che le case Magdalene sono state destituite, in molte di queste residenze le recenti opere di restauro e riammodernamento hanno fatto sì che nei giardini venissero trovati innumerevoli cadaveri di donne e neonati, al punto che di recente sono esplosi diversi scandali nazionali e internazionali. Innumerevoli gli irlandesi che vogliono far luce non solo sulle colpe del clero, ma anche sul legame tra i governi che si sono succeduti negli anni e le sfere alte dell’apparato religioso irlandese.

Fonte: LangEditore

 

MGF

 

 

 

Anche quest’anno abbiamo voluto dedicare parte del nostro tempo e del nostro impegno ai più giovani.

Abbiamo accolto con grande gioia le richieste delle scuole della nostra zona per la proiezione di film dal forte significato istruttivo ed educativo: due film sulla Shoah -One life e La zona d’interesse-, un film che tratta il fenomeno purtroppo attualissimo del bullismo in tutte le sue forme -Il ragazzo dai pantaloni rosa- e uno sul tema anch’esso tristemente attuale dei migranti e dell’accoglienza e integrazione -Io capitano-.

E’ un nostro piccolo contributo per investire sulla loro formazione, per orientarli verso un futuro più giusto e consapevole.

 

“Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai. Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere.”  Renzo Piano

 

MGF

 

Regia di Jonathan Glazer – Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023 -105′
con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus

 

 

 

 

 

UN LABORATORIO DI ANALISI DELLA BANALITA’ DEL MALE

Rudolf Höss e famiglia vivono la loro quiete borghese in una tenuta fuori città, tra gioie e problemi quotidiani: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano tra loro o combinano qualche marachella. C’è un dettaglio però. Accanto a loro, separato solo da un muro, c’è il campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf è il direttore. Siamo di fronte ad un film ambizioso e collocato in un’epoca storica tristemente nota, quella degli anni ’40 e della messa in atto della Soluzione Finale da parte dei nazisti.
E’ chiaro fin da subito come non sia la ricostruzione storica a interessare il regista, bensì la messa in scena di una situazione paradossale, così estrema da trasformarsi in un laboratorio di analisi della banalità del male e della separazione tra percezione soggettiva e realtà oggettiva.
Introdotto e chiuso da alcuni minuti di solo audio – una composizione di Mica Levi che sembra rievocare il suono di urla di dolore umane – il film di Glazer sceglie di introdurci alla vita di una famiglia rivelando gradualmente il contesto generale. Con un astuto gioco di campi e controcampi e una meticolosa osservazione del profilmico, in cui ogni dettaglio dell’inquadratura assume importanza, cominciamo a intravedere cosa ci sia al di là del muro, e quindi ad associarlo alle immagini note di una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità. Svelato il mistero, tutto assume un nuovo significato e ogni situazione quotidiana sembra una versione distorta di quanto avviene al di là del muro: non saremo più in grado, come è giusto che sia, di interpretare con il medesimo metro di giudizio quanto avviene alla famiglia Höss.
Eppure, superato lo choc della scoperta, a emergere con vigore è il ruolo simbolico della rappresentazione messa in atto da Glazer. Una volta che tra spettatore e personaggi si è creato un distacco siderale, ecco che la sceneggiatura li riavvicina, insinuando il dubbio che sia proprio la normalità di alcuni piccoli gesti e dialoghi il monito nascosto di La zona d’interesse. I discorsi sulla carriera professionale di Rudolf, il ménage famigliare o il contrasto tra la personificazione di animali e piante a scapito dell’oggettivizzazione delle vittime di Auschwitz, la costante sensazione di vivere in una bolla, nella negazione di quel che avviene al di fuori, riproduce comportamenti e vizi della nostra contemporaneità borghese.
Tendenze sempre più diffuse nella società del terzo millennio, che pongono inquietanti dilemmi etici su quale sia il possibile approdo di una graduale disaffezione dal nostro lato più umano e istintuale. Di Auschwitz ascoltiamo solo i rumori, spari e grida di dolore, ma non vediamo nulla di quel che avviene all’interno. Anche noi spettatori, complici e colpevoli, assisteremo alla rivelazione della verità – periodicamente negata e ridiscussa – solo a cose fatte, in un epilogo che apre al surreale e che dona l’esatta chiave di lettura sul film.
Ancora una volta straordinaria Sandra Hüller (Toni Erdmann) nel ruolo di Hedwig, moglie di Rudolf, così affezionata alla propria dimora da lottare strenuamente perché il marito mantenga la propria posizione professionale. Ma è la coralità di cast nel suo complesso, unita alla direzione di Glazer e alle musiche di Levi, a rendere La zona d’interesse un’opera di cui si parlerà a lungo.

Emanuele Sacchi – MyMovies


La normalità del male, raccontata con un’ironia nerissima che gioca su contrasti incredibili eppure reali, lasciando al contempo ammirati e sconcertati.


La zona d’interesse è un film che si potrebbe guardare a occhi chiusi


Glazer riesce a veicolare attraverso le immagini e i suoni, più che attraverso le parole, schegge di realtà progressivamente più taglienti che sembrano bucare in vari punti il massiccio diniego familiare, come una diga, dalle cui fessure si infiltrino poco a poco la percezione del vuoto identitario e dell’orrore.


Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 9 candidature e vinto 3 BAFTA, 5 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards

Recensioni
9/10 IGN Italia
4/5 MYMOVIES
4/5 COMINGSOON


I MIGLIORI FILM SULLA SHOAH

Schindler’s list – Steven Spielberg 1993
Il pianista – Roman Polanski 2002
La scelta di Sophie – Alan J. Pakula 1982
La vita è bella – Roberto Benigni 1997
Train de vie – Un treno per vivere – Radu Mihaleanu 1988
Il bambino con il pigiama a righe – Mark Herman 2008

Il diario di Anna Frank – George Stevens 1959
Jona che visse nella balena – Roberto Faenza 1993
Jojo Rabbit – Taika Waititi 2019
The Reader A voce alta – Bernhard Schlink 2008
Il figlio di Saul – László Nemes 2015
La signora dello zoo di Varsavia – Niki Cari 2017

                                                                                


COME SAPPIAMO QUANTI EBREI MORIRONO NELL’OLOCAUSTO?

Sebbene non esista in nessuna parte del mondo un elenco ufficiale di coloro che persero la vita nell’Olocausto, le stime fornite a partire dagli anni ‘40 da studiosi, agenzie governative e organizzazioni ebraiche sono concordi nel rilevare che il numero di ebrei uccisi dai nazisti sia intorno ai sei milioni.
Tali stime si basano su diversi documenti come rapporti di censimento precedenti alla seconda guerra mondiale, archivi tedeschi e di altri paesi dell’Asse, documenti dei campi di concentramento che non furono distrutti dai tedeschi, rapporti di guerra stilati da funzionari responsabili dell’attuazione della politica demografica nazista, studi demografici postbellici sulla perdita di popolazione durante la guerra e indagini postbelliche.
I tedeschi compilarono statistiche degli ebrei uccisi nel 1942 e nel 1943, ma smisero di farlo durante l’ultimo anno e mezzo di guerra. Quando si resero conto che stavano perdendo la guerra, distrussero anche molti dei registri dei campi. La loro abitudine di produrre documenti in più copie, tuttavia, consentì ai ricercatori di ricostruire stime dei numeri dei deportati in alcuni campi.
Nonostante questo, non possiamo far altro che stimare il numero reale di coloro che persero la vita, poiché non c’è modo di controllare gli elenchi tedeschi, né di tenere conto delle nascite e dei decessi avvenuti dopo la deportazione. I livelli della Sala dei nomi a Yad Vashem contengono quattro milioni di pagine di testimonianze in cui i sopravvissuti e le famiglie hanno contribuito con informazioni. Per coloro che non sono mai stati riconosciuti, però, non può esserci alcuna registrazione.

Fonte: aboutholocaust.org

MGF

 

 

 

 

Regia di Chris Sanders – USA, 2024 – 102′
con Lupita Nyong’o, Pedro Pascal, Bill Nighy

 

 

 

 

UNA FAVOLA SUL RAPPORTO TRA NATURA E TECNOLOGIA CON UNO STILE DI DISEGNO DIGITALE CHE GUARDA ALL’IMPRESSIONISMO

Cos’è un classico? Cosa ne definisce lo stato in quanto tale? Possiamo parlare di un film in questi termini ancor prima che la risposta del pubblico ne decreti l’eventuale immortalità? A volte sì, decisamente, quando ci troviamo davanti ad opere come Il robot selvaggio. Ed è palese il suo status, che andrà a consolidarsi nel tempo, diventando un punto di riferimento emotivo per le generazioni future. Del resto, si percepisce con tale e tanta forza l’energia che emana dal disegno, dalle animazioni, dalle personalità delle figure in scena. Chris Sanders, storico regista di Lilo & Stitch o, più di recente, I Croods, ha fatto un piccolo grande miracolo nel mettere in piedi una storia che cattura, diverte ed emoziona, che ci accoglie nel suo microcosmo facendoci sentire a casa. Come si trova a sentircisi il protagonista, Roz.
Ma cosa racconta Il robot selvaggio? È la storia, banale dirlo, di un robot, dell’unità ROZZUM 7134, abbreviato in “Roz”, che si ritrova su un’isola disabitata dopo un naufragio. Disabitata da esseri umani, ma densamente popolate di specie animali, di una fauna ricca e vivace, con la quale il protagonista dovrà imparare a convivere. Quello di Roz sarà un lavoro di comprensione e adattamento, di costruzione di una complessa rete di relazioni sociali con gli altri animali che abitano l’isola, ritrovandosi ad adottare un’ochetta rimasta orfana che lo identificherà come mamma. E il compito di un genitore è quello di educare, guidare e insegnare, ed è questo dovrà fare Roz con il piccolo pulcino, a partire dal cibarsi fino a un difficile traguardo: imparare a volare per poter migrare al momento giusto insieme ai suoi simili. E sopravvivere. Un ruolo, quello che Roz di trova a doversi caricare sulle spalle, che riesce a parlare al pubblico a 360 gradi, parlando di genitorialità e rapporto madre (o padre) e figli in modo tale da poter essere compreso sia dagli spettatori più giovani che quelli più maturi. Quello che Il robot selvaggio racconta da questo punto di vista è universale, può essere capito e percepito in maniera differente da una parte o dall’altra della barricata, da chi è figlio e guarda ai proprio genitori così come da chi è impegnato a crescere bambini e comprende in senso diverso quel legame indissolubile che si viene a creare.
Il robot selvaggio è il perfetto punto di contatto tra due mondi, la sintesi tra modernità e innovazione da una parte e tradizione umana dall’altra. Come è Roz, il suo protagonista, un personaggio che rappresenta quel conflitto presente tra tecnologia e natura così preponderante oggi, per un equilibrio che va cercato e trovato ad ogni costo. Un personaggio destinato a colpire e restare, che tutti i bambini (e non solo) vorranno avere a casa.

ANTONIO CUOMO – Movieplayer


La DreanWorks Animation ha realizzato un’opera che diverte ed emoziona, facendo riflettere su cosa voglia dire essere umani. Anche quando si è un robot.


La storia, tutto sommato, è semplice, a suo modo archetipica, ma Sanders vi inserisce frequenti slittamenti, ribilanciamenti narrativi e di senso, piccole variazioni interne che lo rendono un’opera ricca e viva.


Il robot selvaggio è un viaggio avventuroso e commovente, divertente e di una bellezza abbagliante: l’animazione, a metà tra computer grafica e disegno a mano, dona calore a ogni singolo personaggio, rendendo impossibile non empatizzare con le loro storie, che sia quella del minaccioso orso grizzly Spina o della mamma opossum Codarosa.


Il robot selvaggio è un film capace di emozionare con la sua semplicità e soprattutto di parlare a tutte e tutti. Specialmente la protagonista Roz parla agli adulti, a coloro sulle quali spalle gravano molteplici responsabilità, in primis ai genitori. Essi sono coloro che si trovano tra i piedi dei piccoli marmocchi che non sanno stare al mondo e in un battito d’ali sono pronti a lasciare il nido di casa senza che nulla possa impedirglielo. Perché così fan tutti.


RECENSIONI
4/5 MYmovies
6,5/10 IGN Italia
4,5/5 Movieplayer

 

IL ROBOT SELVAGGIO TRA LA PITTURA IMPRESSIONISTA E L’IMMAGINARIO DI MIYAZAKI

 

Il robot selvaggio è l’adattamento della DreamWorks del bestseller di Peter Brown, numero uno della classifica del The New York Times, The Wild Robot. L’indagine di Peter Brown, prima di approcciarsi alla scrittura del libro, si è rivolta alla robotica, all’intelligenza artificiale e al comportamento animale. “Facendo numerose ricerche su queste tematiche, mi sono reso conto che gli istinti animali sono molto simili ai programmi dei computer“, ha racconta l’autore. “Gli animali hanno una vasta serie di comportamenti che eseguono automaticamente. Roboticamente. È emerso che i robot e gli animali hanno molto in comune, e questa consapevolezza mi ha ispirato a scrivere e illustrare Il robot selvatico”.

 

 

Il regista Chris Sanders e il suo team sono andati oltre la trama e il racconto di Brown, impegnandosi in maniera esemplare verso i confini visivi dell’estetica e dello stile. Il risultato è magnifico ed è un mix tra l’immaginario del regista giapponese Hayao Miyazaki – tra tutti Il mio vicino Totoro – e la pittura impressionista – in primis quella di Claude Monet.

 

 

“All’inizio temevo che la CG tradizionale ci avrebbe limitato. Avevamo bisogno di grazia, potenza e poesia nelle nostre immagini, e tale approccio ha fornito questo e altro ancora”, ha affermato Sanders. “Ci siamo concentrati sulla pittura di profondità, enfatizzando i dettagli impressionistici rispetto al realismo esaustivo. Questa scelta non solo mi ha affascinato per la sua bellezza, ma ha anche conferito alle scene un accresciuto senso di realismo ed emozione. Ci siamo ispirati alle rappresentazioni degli animali dei primi classici Disney come Bambi, e alle foreste suggestive dei film di Hayao Miyazaki. Sfruttando i progressi tecnologici abbiamo creato un film con uno stile di animazione assolutamente unico. Immaginate una foresta di Miyazaki portata in vita attraverso lo stile di Claude Monet”.

 

Il design di Roz si evolve nel corso del film, riflette un po’ quella che è la crescita emotiva del personaggio. Il suo corpo robotico passa da forme pulite e nitide ad accumuli e graffi più organici dovuti al tempo e alle temperature. Da corpo estraneo diventa pian piano quasi un tutt’uno con l’ambiente che vive ed inizia ad assomigliare alla foresta stessa. Lo sviluppo di Roz ha comportato lo studio della robotica di varie aziende e l’integrazione delle tradizionali tecniche di pantomima di maestri come Buster Keaton e Charlie Chaplin.

 

 

Il robot selvaggio è l’esempio di come design, forme e ambientazioni sono strettamente connesse all’esplorazione di temi e argomenti, e dimostra come l’alta e dettagliata qualità della ricerca visiva permette una maggiore profondità emotiva della storia. Questo film ha la capacità e il dono di mostrare e ricordare ad ogni spettatore – di ogni età – che tutti gli esseri viventi sono connessi tra loro e lo sono anche con il mondo naturale che ci ospita.
Margherita Bordino

 

MGF