PRIMO CLASSIFICATO

Gloria Falciglia

Motivazione: La poesia “Nell’universo”, grazie alla rima baciata e alla semplicità lessicale, si presenta come una musicale filastrocca. Il contenuto, invece, quasi in contrasto con la forma così lineare, offre profondi spunti di riflessione su tematiche importanti e attuali.
La giovane autrice sogna, come tutti noi dovremmo, di abolire ogni guerra e pervenire a una vera e pacifica unione di tutti gli uomini, perché ” c’è posto per tutti nell’ universo “.
Molto tenero il pensiero sui bambini che hanno,” tutti”, il diritto di giocare e avere una famiglia da amare.

 

NELL’UNIVERSO

Cammino scalza sulla terra
sognando un mondo senza la guerra
dove tutti i bambini possono giocare
e vivere in una famiglia da amare.
E non importa se tu sei diverso,
perché c’è posto per tutti nell’universo


SECONDO CLASSIFICATO

Giulia Morandi

Motivazione: Nel mondo contemporaneo le sollecitazioni provenienti dal mondo reale e virtuale sono molteplici e differenti. Tutte possono avere aspetti positivi o negativi, ma la scelta personale e consapevole può concorrere a cambiare il mondo. La poesia è una riflessione etica sull’importanza di come a ogni età saper scegliere sia cosa essenziale e di come il buon esempio sia il primo insegnamento alla scelta consapevole per le giovani generazioni.

 

L’UOMO LA TERRA E L’UNIVERSO IN UNA CONTEMPORANEITA’ CONSAPEVOLE

Il mondo di oggi non e’ banale
Ci troviamo in mezzo
Tra reale e virtuale

L’uomo deve scegliere
Cosa amare e curare
La terra con la natura e le persone
O la rete in prima visione

Si può coltivare la scienza
E dell’universo aumentare la conoscenza
Ma anche internet ci può aiutare
Se il mondo vogliamo migliorare

E se agiamo sempre con il cuore
Reale o virtuale sarà pieno d’amore


 

TERZO CLASSIFICATO

Adem Lalistuu Mohammed – Riccardo Boggi – Helena Manzi – Martino Maria Megale – Bianca Maria Lucrezia Rainoldi

Motivazione: Si fa sera in spiaggia e i bambini lasciano i giochi (“il secchiello riposa”) e osservano la natura che si prepara per la notte: il sole al tramonto colora tutto di arancione, il vento solleva la sabbia, la barca riposa cullandosi sulle onde, gli ultimi raggi del sole ispirano gli innamorati: componimento spontaneo ma che fa intravedere la cura con cui sono cercate le parole, le rime e le armonie per descrivere un momento magico come quello del tramonto.

 

IL TRAMONTO SUL MARE

Quando il mare si veste d’arancio
e le nuvole coprono il sole
il silenzio avvolge ogni cosa
e il secchiello vuoto riposa.

Gli ombrelloni si chiudono stanchi
mentre i pesci si muovono in banchi
il vento gioca con la sabbia bagnata
e scopre una conchiglia assonnata.

La barca dondola sul mare increspato
guardando l’orizzonte sconfinato
come bimbi si rincorrono le onde
lasciando delle orme profonde.

E galleggiano gli ultimi raggi ramati:
è il momento degli innamorati.


 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

Classe 5^A

Motivazione: La Giuria conferisce un PREMIO SPECIALE alla Poesia “Il mondo che vorremmo”, perchè è un canto corale che ben esprime i pensieri dei bambini e il loro desiderio di vivere in un mondo pulito in cui la Natura sia “madre” rispettata.
I “puntini vaganti” che aprono il primo verso, sono i mondi delle mille galassie e, nella nostra, gli uomini, i bambini stessi e tutti gli esseri viventi sulla Terra hanno voce e chiedono un luogo in cui sentirsi al sicuro e felici.

 

IL MONDO CHE VORREMMO

E noi puntini vaganti
ci divertiamo a giocar con le stelle
scoprendo nuove galassie
che ci abbracciano come sorelle.

Immaginiamo un mondo pulito
avvolto da un bianco vestito
con ruscelli che scorron sui fianchi
per buttarsi nei mari mai stanchi.

E un panda di nuovo felice
che gusta tranquillo un germoglio
nella casa finalmente trovata
in una foresta mai stata tagliata.

Gli elefanti di un grigio leggero
che marciano senza pensiero
gazzelle e zebre protette
che saltano come cavallette.

Il nostro mondo si sveglia guarito
senza più macchie sul suo vestito
e sbadiglia guardando estasiato
l’arcobaleno appena arrivato.

 

MGF

                           

 

Il tema di quest’anno, “L’Uomo, la Terra e l’Universo in una contemporaneità consapevole”, ha ispirato versi profondi e riflessivi. Maria Francesca Giovelli ha conquistato il primo premio tra gli adulti, premiati anche bambini e ragazzi della scuola Tommaseo. Benedetta Sarrica ha sottolineato l’importanza della poesia come strumento per abitare il mondo con consapevolezza e meraviglia.
Un pomeriggio di bellezza e consapevolezza ha illuminato la premiazione del concorso “Sole d’Autunno”, giunto alla sua XXI edizione e tenutosi sabato 24 maggio al Fratello Sole, davanti a un pubblico emozionato e partecipe. Il tema scelto quest’anno, “L’Uomo, la Terra e l’Universo in una contemporaneità consapevole”, ha stimolato riflessioni profonde e versi potenti, capaci di raccontare l’oggi con lo sguardo rivolto all’infinito.

La cerimonia, intensa e toccante, ha visto il trionfo di Maria Francesca Giovelli, vincitrice del primo premio nella sezione Adulti, che si è distinta anche con un secondo componimento ex aequo al terzo posto, seguita da Giorgio Baro di Torino e Fabiola Ballini di Verona. Il Premio della giuria è stato assegnato a Bruno Bianco di Montegrosso d’Asti, per l’originalità e la forza evocativa dei suoi versi.

Nella sezione dedicata ai più piccoli, si è imposta Gloria Falciglia della classe V°C della scuola Tommaseo, davanti alla compagna di classe Giulia Morandi, mentre il terzo posto è stato assegnato congiuntamente ad Adem, Manzi, Megale e Rainoldi della V°A, che si è aggiudicata anche il Premio della giuria per un intenso lavoro collettivo.

La voce e l’anima del concorso, Benedetta Sarrica, ha illustrato lo scopo dell’iniziativa: «È un concorso a tema che ha l’obiettivo di aiutare a vivere la bellezza e l’essenza di ciò che ci circonda, riconoscendo nella vita di ciascuno il contenuto e il contenente di un istante». E ancora: «Le poesie ricevute quest’anno, sezione adulti, raccontano di una nostalgia della bellezza, di muri da frantumare, e di una immensa solitudine nell’incapacità di rapportarsi agli altri».

Colma di gratitudine, emozione e senso di responsabilità verso le nuove generazioni, Benedetta ha voluto dare risalto anche alle voci più giovani: «Le poesie dei bambini e dei ragazzi commuovono perché raccontano di noi bambini-adulti e di ciò che abbiamo perso. Parlano del cielo, della terra, della Luna e della famiglia, riconoscono la natura sofferente e, implicitamente, sottolineano la responsabilità di noi grandi che diventa al contempo rammarico e sprone».

Il momento più poetico è arrivato proprio grazie al lavoro dei più piccoli, che Benedetta ha descritto con una metafora che è già immagine: «Nelle poesie dei bambini e ragazzi ci sono poi lavori di gruppo che pensiamo come piccoli stormi a cinguettare sull’acqua di una fontana». E infine, con la sua voce limpida, ha dichiarato ciò che rappresenta l’essenza del concorso: «Il nostro intento è sottolineare il bisogno di poesia e come essa faccia parte del nostro respirare nel mondo».

Il “Sole d’Autunno” continua dunque a splendere, alimentando con parole autentiche una semina silenziosa ma potente, che anno dopo anno coltiva consapevolezza, meraviglia e senso di appartenenza al mistero dell’esistere.

 

Laura Vignati – Il Bustese

 

Link all’articolo originale:

https://www.ilbustese.it/2025/05/25/leggi-notizia/argomenti/scuola-3/articolo/luomo-la-terra-e-luniverso-premiati-i-poeti-del-sole-dautunno-nella-xxi-edizione-de.html

 

Regia di Emmanuel Courcol – Francia, 2024 -103′
con Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco

 

 

 

 

 

DUE FRATELLI DIVISI DALLA VITA SCOPRONO L’ESISTENZA L’UNO DELL’ALTRO E IMPARANO A VOLERSI BENE ATTRAVERSO LA MUSICA.

Presentato al Festival di Cannes 2024 e alla 19ª Festa del cinema di Roma (2024), “L’orchestra stonata” (“En Fanfare”) è il terzo lungometraggio del regista e attore francese Emmanuel Courcol. Nel 2020 con “Un triomphe” il regista aveva raccontato la sofferenza, e il riscatto, di un attore caduto in disgrazia che si trova a mettere in scena uno spettacolo in prigione, storia vera che ha trovato la sua trasposizione in italiano in “Grazie ragazzi”, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Antonio Albanese. Courcol usa di nuovo un’espressione artistica, in questo caso la musica, per raccontare una storia di rapporti personali che vira sul sociale, intrecciando legami familiari, lavoro, opportunità e destino.
La storia. Il quarantenne Thibaut è un celebre direttore d’orchestra che un brutto giorno scopre di essere malato di leucemia. Facendo indagini sulla compatibilità dei familiari scopre di essere stato adottato e di avere un fratello di sangue, Jimmy, operatore di una mensa sociale che vive in provincia e suona il trombone nella banda comunale. Non potrebbero essere più diversi: il direttore è colto e raffinato, un filo saccente, Jimmy è scontroso, istintivo e orgoglioso, ma entrambi amano la musica. Dopo un iniziale, comprensibile, sbandamento emotivo – Thibaut si sente tradito dalla sua famiglia che gli ha nascosto l’adozione e Jimmy guarda con indifferenza, se non con astio, il fratello ritrovato, che nella lotteria delle adozioni sembra aver estratto il biglietto vincente – i due trovano un accordo: dopo il trapianto di midollo ognuno andrà per la sua trada. Tuttavia, superata l’emergenza, Thibaut, sentendosi immeritatamente favorito dalla sorte, vuole riparare all’ingiustizia e aiuta il fratello spronandolo ad esprimere il proprio talento musicale (scopre con immenso stupore, e un pizzico d’invidia, che Jimmy è dotato dell’orecchio assoluto) e lo convince ad accettare la direzione della banda musicale di cui fa parte, dandogli anche alcune lezioni.
Tra brani classici, jazz e marce, confessioni e rimpianti, alti e bassi, il rapporto tra i due fratelli cresce, ma il destino, ancora una volta, si mette in mezzo e spariglia le carte: a Jimmy non resta che regalare a Thibaut una travolgente e corale esecuzione del “Bolero” di Ravel.
A dispetto del titolo (italiano) “L’orchestra stonata”, Courcol ha diretto un’opera ben accordata, che alterna sapientemente dramma e commedia, in una scrittura misurata, empatica ed essenziale, pudica nel raccontare la malattia di Thibaut e l’infanzia difficile di Jimmy. Ed è il suo pregio, ma per certi versi anche il limite: molte piste aperte – c’è la crisi di un’azienda con la lotta degli operai per non perdere il lavoro – avrebbero meritato un maggiore approfondimento, ma sono proprio queste “divagazioni sul tema” a tenere il film lontano dal “già visto”, dalla lacrima facile, ma, attenzione, non dalla commozione. La perfetta interpretazione di Benjamin Lavernhe (Thibaut) e Pierre Lottin (Jimmy) fa il resto. “L’orchestra stonata” è una garbata commedia a vocazione popolare, nel senso più nobile del termine.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Disabilità, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Malattia, Musica, Solidarietà-Amore


L’amore per la musica a fungere efficacemente da cerniera, in un mosaico di brani che vanno da Ravel ad Aznavour passando per il jazz, e un discorso sul rapporto tra scelta e casualità (anche crudele) dell’esistenza che, evitando enfasi e pietismi, ha il coraggio di imboccare le vie meno facili e consolatorie.


…il grande cinema popolare, quello sorridente e commovente insieme, che arriva al pubblico senza essere melenso o troppo retorico. ‘En fanfare’ (così in originale) tiene insieme generi diversi e mette al centro la musica come insostituibile punto d’incontro/scontro tra due fratelli


Recensioni
3,7/5 MYmovies
3,5/5 Movieplayer
3,6/5 Sentieri selvaggi

 

LA MUSICA CLASSICA INCONTRA IL CINEMA

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (1968)

Al primo posto non può che esserci il capolavoro fantascientifico di Stanley Kubrick. Anno 1968, il regista del Bronx rivoluziona il genere. Sul bel Danubio blu di Johann Strauss accompagna la navicella alla stazione spaziale dove il dottor Floyd prenderà la coincidenza per la luna. Also sprach Zarathustra di Richard Strauss apre e chiude l’opera e inframezza di tanto in tanto quando c’è il colpo di genio.

 

 

 

APOCALYPSE NOW (1979)

Non c’è niente di meglio di Wagner per un attacco aereo nella giungla vietnamita. Con la Cavalcata delle Valchirie, Francis Ford Coppola regala al mondo intero una delle scene più famose e belle di Apocalypse Now. Come nella mitologia norrena, uno stormo di diavoli e demoni, in questo caso elicotteri e marines, si solleva da terra e raggiunge la meta da radere al suolo.

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (1984)

Nel momento in cui Noodles e la sua banda scambiano i bambini all’ospedale, la Gazza Ladra di Rossini guida i loro movimenti. Una delle pochissime volte in cui Leone si affida ad un autorità come Rossini e non a Morricone.

 

 

 

IL GATTOPARDO (1963)

La scena del ballo fra Claudia Cardinale e Burt Lancaster è a dir poco meravigliosa. Il ritmo di quell’intesa artistica nel salone dorato è scandito da Giuseppe Verdi e il suo Valzer brillante.

 

 

 

 

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI (1991)

Hannibal Lecter (Hopkins) sta ascoltando un’aria di Bach, tratta dalle Variazioni Goldberg, quando due secondini si avvicinano alla sua cella per dargli un vassoio con la cena. Tutto è apparentemente calmo, ma sappiamo benissimo che la musica classica usata da Jonathan Demm ne Il silenzio degli innocenti serve a nascondere qualcos’altro: è naturalmente l’astuto piano del cannibale per fuggire.

 

 

 

SHERLOCK HOLMES: GIOCO DI OMBRE (2011)

Nel secondo episodio diretto da Guy Ritchie, si instaura maggiormente la geniale complicità del genio e l’odio fra Holmes (Downey Jr.) e il professor James Moriarty (Harris). I due astuti personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle, sono sempre a tanto così dall’uccidersi, o almeno da scontrarsi decisivo.
L’astuto Holmes, capisce che il suo rivale è astuto tanto quanto lui, quando fallisce nel suo intento di sventare l’attentato a Parigi e la bomba esplode lo stesso, lasciando il detective inglese sconsolato e il perfido Moriarty gongolante e soddisfatto. Il momento di tensione durante quel primo scontro, è scandito dagli istanti finali dall’opera di Mozart, Don Giovanni.

 

 

EXCALIBUR (1981)

Excalibur, film del 1981 diretto da John Boorman, il regista di Un tranquillo weekend di paura. Degna di nota è la scena della lunga cavalcata dei soldati e l’attacco sanguinario. In questo caso, i Carmina Burana di Carl Orff calzano proprio a pennello.

 

 

 

 

UP (2009)

Un gran pezzo di musica classica per uno dei film firmati Disney Pixar più belli che si potessero realizzare. Up è la storia di un povero vecchietto rimasto solo nella piccola casa dopo la morte dell’amata moglie. A scandire i primi minuti della giornata, dopo la sveglia mattutina, è il pezzo Habanera, tratto dalla Carmen di Bizet.

 

 

 

 

MGF

 

Regia di Robert Zemeckis – USA, 2024 -104′
con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany

 

 

 

 

 

ZEMECKIS È ANCORA AFFAMATO DI VITA E FIRMA UN’OPERA MALINCONICA E DOLCISSIMA SULL’ESISTENZA UMANA.

Un terreno preistorico, e la casa che sorgerà su quel terreno. Quella casa ospiterà generazioni di famiglie, dall’homo sapiens agli indigeni ai coloni, fino ad un nucleo domestico afroamericano contemporaneo. E nel salotto di quella casa scorreranno vite sempre diverse e sempre uguali, popolate da mariti, mogli, figli, nonni, nipoti.
Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo, racchiudendo tutti in uno spazio che è a tratti rifugio e a tratti trappola, scrigno fatato e camera mortuaria, luogo di creazione – di arte, di progenie, di speranze – o di quieta implosione e rimpianto, in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana.
L'”Here” and now, il qui e ora, diventa il qui e sempre, perché all’unità di luogo non corrisponde un’unità di tempo, anzi: il tempo viene frammentato, shakerato, disallineato e reso eterno nella sua ripetitività, riportando il percorso di innumerevoli famiglie che vivono in quell’unico luogo gioie e tragedie, nascite e lutti, e quel numero limitato di Giorni del Ringraziamento e Natali che scandisce il tempo, per tutti noi, all’interno del cerchio della (nostra) vita. “Il tempo vola”, ripeterà un personaggio, e in un attimo quello che sembrava infinito diventa momentaneo. E forse ci diremo: “Avrei voluto fare di più, con questi anni”
La sensazione, per lo spettatore come per i personaggi in scena, è insieme claustrofobica e familiare. Zemeckis crea la parabola struggente della vita, affrontando anche l’inevitabilità della morte che arriva improvvisa, mai come ce la saremmo aspettata. Dentro questa parabola c’è anche la summa del percorso cinematografico del regista, che si autocita infinite volte: attraverso le scatole di un trasloco marcate Allied, attraverso un Beniamino Franklin che cerca il fulmine come il Doc di Ritorno al futuro, o un pilota che rischia la vita come quello di Flight, e naturalmente attraverso la coppia centrale del film, interpretata da Tom Hanks e Robin Wright che erano il cuore tenero di Forrest Gump.
Il regista muove le sue figurine come in un diorama esistenziale per esorcizzare la paura di vivere, e soprattutto quella di morire: emblematica la scena in cui, in quella stanza che abbiamo osservato per tutto il film, non ci accorgiamo che c’è un corpo inanimato steso a terra, dentro quel rettangolo che chiamiamo vita.
Here è l’opera malinconica e dolcissima di un regista settantenne che è sempre stato affamato di vita, e che l’ha raccontata come un’avventura surreale (Ritorno al futuro), un mistero insondabile (Contact), anche una farsa legata alle nostre illusioni (La morte ti fa bella). I suoi protagonisti possono diventare cartoni animati senza colpa perché “disegnati così” (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), fantasmi (A Christmas Carol), marionette di legno desiderose di diventare esseri umani (Pinocchio). Alcuni si perdono (Cast Away) per ritrovarsi più consapevoli, altri diventano consapevoli scoprendo Le verità nascoste. E tutti camminano su un filo teso sopra al nulla (The Walk), in equilibro tra la vita e la morte, talvolta gettandosi nel vuoto nella speranza di trovare un appoggio sicuro (Allied – Un’ombra nascosta) perché la vita è incerta, ma ricca di possibilità.

Paola Casella – MyMovies


Inchiodandoci nello stesso angolo per quasi due ore come nessuno aveva mai fatto prima, Here sembra lanciare una provocazione allo spettatore e gli chiede di non rimanere immobile mentre la vita ci scorre davanti, perché gli attori di questa storia siamo noi.


Idea folgorante e messa in scena di assoluto impatto per una storia estremamente luminosa, in grado di dialogare immediatamente con il pubblico. Struttura originale che ruota attorno ad un punto d’osservazione fisso, portandoci a riflettere sulla vita, sullo spazio e sul tempo. Un’opera poetica, armoniosa e carica di bellezza.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Ciak Magazine
4/5 Sentieri selvaggi

 

L’UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN HERE

L’uso dell’intelligenza artificiale in “Here” per ringiovanire gli attori è solo la punta dell’iceberg di un film che, pur sfruttando le potenzialità della tecnologia, non perde mai di vista la bellezza delle emozioni umane.
Con il suo ultimo progetto il regista Robert Zemeckis spinge ulteriormente i confini di ciò che è possibile sul grande schermo, utilizzando la più avanzata tecnologia per ringiovanire i suoi protagonisti, Tom Hanks e Robin Wright, grazie all’intelligenza artificiale. Un’innovazione che non solo affascina, ma riscrive le regole della narrazione cinematografica.

 

“Here” è un film che non si limita a raccontare una storia, ma offre un’esperienza visiva senza precedenti, dove il tempo si svela in tutte le sue sfumature.
L’uso dell’IA in “Here” è una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontare una storia. La tecnologia, infatti, ha permesso di ottenere effetti di ringiovanimento (e invecchiamento) in tempo reale durante le riprese, un risultato che non sarebbe stato possibile con le tradizionali tecniche di CGI, che richiedono tempi più lunghi e costi più elevati. La compagnia Metaphysic, specializzata in trasformazioni facciali assistite dall’IA, ha sviluppato un sistema che ha consentito di “ringiovanire” e “invecchiare” i volti di Hanks e Wright, creando un effetto di continuità che, pur rimanendo fedele alla realtà, è riuscito a trasmettere l’illusione del passare degli anni in modo perfetto.

 

 

La sfida di Zemeckis era duplice: non solo utilizzare la tecnologia per ringiovanire gli attori, ma anche garantire che le loro performance rimanessero credibili e naturali. In un’intervista, Tom Hanks ha spiegato come il lavoro di preparazione fosse stato complesso. Ogni giorno, gli attori dovevano essere pronti a interpretare versioni di sé stessi in età diverse, passando dal giovane diciassettenne alla versione più adulta del personaggio, senza mai perdere la coerenza emotiva. Un lavoro che richiedeva non solo abilità attoriali, ma anche un’analisi profonda di come cambiano le persone nel tempo.

 

 

Il “de-aging” è diventato una pratica comune nell’industria cinematografica, ma “Here” si distingue per la sua cura nei dettagli. A differenza di film come “The Irishman” di Martin Scorsese, dove i movimenti del corpo degli attori non riuscivano a replicare quelli di un giovane, Zemeckis ha studiato minuziosamente anche come i personaggi si muovono nelle diverse fasi della loro vita.
“Here” non è solo un film tecnicamente straordinario, ma segna anche un punto di svolta nella relazione tra cinema e tecnologia.

 

 

L’uso dell’intelligenza artificiale nel processo di realizzazione non è solo una tendenza passeggera, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova era cinematografica, in cui la tecnologia diventa parte integrante del processo creativo. Con l’IA, infatti, è possibile esplorare nuove frontiere narrative, come quella della manipolazione del tempo e dello spazio, senza le limitazioni delle tradizionali tecniche di produzione.

 

 

L’uso dell’IA in Hollywood sta suscitando discussioni e controversie, soprattutto riguardo alla sua capacità di sostituire o modificare il lavoro umano. I sindacati degli attori, come il SAG-AFTRA, hanno imposto delle restrizioni sull’uso dell’IA, ma ciò non ha impedito agli studi di esplorarne le potenzialità. In “Here”, Zemeckis dimostra che l’intelligenza artificiale non è un sostituto dell’arte della recitazione, ma piuttosto uno strumento che può essere utilizzato per amplificare la capacità espressiva degli attori e per raccontare storie che prima sembravano impossibili da realizzare.

Fonte: cryptohack.it

 

MGF

 

 

Regia di Ridley Scott – Gran Bretagna, USA, 2024 – 150′
con Paul Mescal, Connie Nielsen, Denzel Washington

 

 

 

 

 

SANGUE E RABBIA PER UN SEQUEL EPICO, POTENTE E A TRATTI VISIONARIO

Un film che risuona fin dal titolo. Possente, gigantesco, pensato seguendo le logiche del miglior cinema di Hollywood, tra l’enfasi e la spettacolarità. Un cinema che sta mancando, e che si sta rivolgendo solo a un pubblico distratto. Uno spettacolo, vi anticipiamo, che inizia fin dalla prima sequenza, pensata da Ridley Scott seguendo le logiche di certi kolossal del passato: Ben-Hur, Quo vadis? e pure Spartacus, con tanto di citazione. Ecco, Il Gladiatore II, nella sua turgida ricerca della maestosità e dell’epica, non è solo un grande sequel, ma è anche l’intuizione artigiana di un cinema legato al passato ma, intanto, straordinariamente proiettato verso il futuro.
Viste le premesse, non era facile né tantomeno scontato che il risultato, alla fine, superasse addirittura le aspettative. Del resto, è tutt’altro che semplice realizzare un seguito di una pellicola – che piaccia o no – leggendaria e appartenente ad un passato oggi molto lontano. Eppure, con rigore, lucidità e intuizioni narrative, Scott è riuscito a mantenere lo spirito originale de Il gladiatore (uscito venticinque anni fa), pur strutturando un film a sé stante, che ha una sua forte propensione contemporanea, quasi visionaria. E potremmo dire, senza paura di venir contraddetti, che Il Gladiatore II, data la sceneggiatura firmata da David Scarpa, è anche il titolo più politico e politicizzato del regista. E visti i tempi, in cui pochi autori hanno il coraggio di dire ciò che pensano (in un film o in un’intervista), quella di Scott è una forte dichiarazione di intenti. Sangue, sabbia, vendetta e redenzione, lungo un viaggio a tratti lisergico e spirituale. Il gladiatore II è la parafrasi anticata di un mondo, però, drammaticamente moderno. Un mondo avvilito dallo status quo, dall’ossessione per il potere, dalla guerra come habitat naturale di una classe politica rivoltante e senza scrupoli (la stessa con cui, sfortunatamente, ci troviamo a confrontarci). Per questo, la eco dello script ha i giusti riverberi, e la giusta precisione linguistica nel proporre una Roma sull’orlo del collasso.Ciò che fa la differenza ne Il Gladiatore 2, oltre al legame generazionale tra Lucio e Massimo (una sorta di passaggio, anch’esso leggibile attraverso una focalizzazione contemporanea), è infatti la traccia politica di una storia, diremmo, misurata al centimetro da Scott, che segna un parallelo lampante tra l’Impero Romano e gli Stati Uniti d’America. Il sogno di Roma, che tuona e risuona nell’indole di Lucio e poi in quello di Marco Acacio, ormai disilluso, sarà la stessa promessa tradita rispetto alla libertà del sogno americano. Ridley Scott parla di democrazia, di oppressione, di civiltà, di rivoluzione e di resistenza. E lo fa con un linguaggio cinematografico straordinariamente pop, senza lesinare appunto un’indole spettacolare che, tra combattimenti e arene, fino al cielo di Roma, è in grado di far vibrare, letteralmente, la poltrona su cui siete seduti. Con un appunto: per favore, non cercate veridicità o attinenza storica, il cinema non è pensato per essere storiograficamente accurato.

Damiano Panattoni – Redattore Movieplayer


Ridley Scott e un sequel a regola d’arte. Potente, cinematografico, ideale rispetto all’originale, per una storia dallo spirito anche politico. Una chiave di lettura che esce fuori scena dopo scena, di pari passo alla spettacolarità di un film avvicinabile alla miglior esperienza filmica possibile.


Ridley Scott fornisce del sano cinema di genere gestendo la memoria di Massimo nel modo giusto, senza eccessi di nostalgia o ansia da prestazione; concentrandosi semmai sui nuovi personaggi i quali, pur rimanendo soprattutto attanti, funzionano grazie allo sforzo del cast e a una sceneggiatura piena di dettagli tanto minuti quanto eloquenti.


Recensioni
4/5 Ciak Magazine
8/10 IGN Italia
4/5 Movieplayer

 

LE ORIGINI E L’EVOLUZIONE DEI COMBATTIMENTI TRA GLADIATORI

 

La tradizione romana dei gladiatori trasse origine dalle usanze di altre popolazioni italiche: gli etruschi secondo alcuni studiosi e i campani secondo altri. Nei primi tempi i combattimenti erano organizzati dalle famiglie ricche in occasione della morte di uno dei loro membri.

Il primo combattimento in assoluto è attestato nel 264 a. C., quando nel Foro Boario di Roma si scontrarono tre coppie di gladiatori per i riti funebri del patrizio Bruto Pera. Con il passare degli anni i combattimenti divennero sempre più popolari e gradualmente si diffusero in tutte le città dell’impero. Inoltre, da evento “privato” si trasformarono in un affare di Stato: in genere erano inseriti in celebrazioni più ampie ed erano finanziati dagli esponenti politici che intendevano guadagnare il consenso della popolazione.

 

Si diceva che per tenere buona la plebe romana fosse necessario offrirle panem et circenses, pane e spettacoli. In età imperiale (iniziata, come sappiamo, nel 27 a. C.) il ruolo dello Stato e degli imperatori nell’organizzazione dei giochi gladiatori divenne ancora più importante.
I combattimenti avevano luogo nelle arene (o anfiteatri), presenti in numerose città romane.
La più grande fu inaugurata a Roma nell’anno 80 d. C.: l’anfiteatro Flavio, il Colosseo.

 

In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra, costretti a combattere nell’arena dietro minaccia di morte. Con il passare degli anni, però, entrarono nel novero dei lottatori anche schiavi condannati dai tribunali e uomini liberi che sceglievano volontariamente di partecipare ai combattimenti.
I gladiatori rischiavano la vita, ma se dimostravano valore erano ricompensati con il prestigio e, talvolta, con la ricchezza. Persino alcuni imperatori vollero cimentarsi nei combattimenti, in parte per spirito di avventura e in parte per acquisire popolarità, ma in genere i loro incontri erano “addomesticati” e il rischio per l’incolumità era ridotto al minimo.
Per addestrare i gladiatori esistevano apposite scuole, la più famosa delle quali aveva sede a Capua.

 

Ogni spettacolo includeva diversi combattimenti, ciascuno dei quali durava in media 10-15 minuti e terminava quando uno dei due combattenti era neutralizzato o ucciso. La sorte dello sconfitto dipendeva dall’organizzatore/finanziatore dei giochi (editor), che poteva decidere per la morte o per la salvezza, spesso seguendo gli umori della folla. L’editor esprimeva la sua decisione con un gesto, ma non è certo che per decretare la morte volgesse il pollice verso il basso, come in genere si ritiene. Il gesto esatto non è noto.
I vincitori erano ricompensati con un premio messo in palio dall’editor e con un ramo di palma. Nel caso dei prigionieri di guerra, la vittoria poteva essere ripagata anche con la liberazione.

I gladiatori erano suddivisi in varie categorie, ognuna equipaggiata con uno specifico armamento. In origine, erano classificati su base etnica: sanniti, celti, traci, ecc., ma con il passare del tempo furono definite altre categorie, non legate solo all’origine “nazionale” dei combattenti.

Reziario: armato con un tridente, un pugnale e una rete da pesca per immobilizzare l’avversario, ma privo di armature pesanti.
Mirmillone: armato con il gladio e protetto da uno scudo rettangolare, da parabraccia e schinieri.
Secutor: un mirmillone specializzato nel combattimento contro i reziari, che portava un elmo rotondo, per non offrire appigli alla rete dell’avversario.
Oplomaco: armato con lancia e gladio, protetto da uno scudo rotondo, dall’elmo, da parabraccia e da schinieri.
Esistevano anche altre categorie e in età imperiale sono attestati persino gladiatori a cavallo o su carri da guerra.

 

 

Gli spettacoli dei gladiatori raggiunsero la massima popolarità durante l’età imperiale. Il declino iniziò nel III secolo d. C. quando, a causa della crisi dell’impero, la classe politica aveva a disposizione meno fondi da destinare ai giochi. Inoltre l’avvento del cristianesimo (religione ufficiale dell’impero dall’anno 380) mise fine alle feste pagane, al cui interno si tenevano spesso gli spettacoli nelle arene, e in due occasioni, nel 399 e nel 438, gli imperatori emisero divieti di organizzare combattimenti tra gladiatori.
L’ultimo combattimento conosciuto ebbe luogo nel 439, quando l’interesse del pubblico era ormai scemato in tutto il mondo romano.

Fonte: Geopop

 

MGF