
INCANTO
Regia di Pier Paolo Paganelli – Italia, Belgio, 2025 – 96′
con Vittoria Puccini, Mia McGovern Zaini, Giorgio Panariello
UN RIUSCITO FILM DAI TONI DI FAVOLA DARK, UN’OPERA CHE RIEMPIE UNA LACUNA NEL CINEMA ITALIANO
Pier Paolo Paganelli dirige e firma (con Jacopo del Giudice e Davide Rossetti) “Incanto”, una favola che riprende e modernizza personaggi e temi che partono dal lontano 1838, dalla pubblicazione di un classico della letteratura per ragazzi, “Oliver Twist”, scritto da Charles Dickens per denunciare la miserevole condizione degli orfani nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale.
La storia: Margot, tre anni, vive con il padre, Ludovico, e la governante Felicia. Quando l’uomo, gravemente ammalato, muore, la donna è convinta di ereditare la villa. Non sa, però, di una clausola del testamento che, oltre ad obbligarla a trasformare la casa in un orfanotrofio perché Margot possa crescere in allegria con altri bambini, fa della piccola l’unica a poter disporre della proprietà. Potrebbe facilmente convincerla a firmare la cessione (non c’è un vincolo di maggiore età), ma il documento non si trova. Felicia chiude Margot nella sua stanza per sette lunghi anni mentre cerca il modo di impossessarsi della villa dove “accoglie” i bambini affamandoli e terrorizzandoli.
Con lei, complice sottomesso quanto inutile, il suo compagno Max.
Quello che la donna non può immaginare è che il giovane Daniel, il suo tuttofare, sia diventato amico della piccola e che, piano piano, abbia cominciato a insegnarle parole nuove, lei che, a dieci anni, reclusa e traumatizzata, ancora non parla. Una notte, Margot riesce a fuggire e trova rifugio tra gli artisti del circo Ballon, da poco arrivato in zona.
Accolta e protetta da Charlie, dalla funambola Stella, dall’uomo cannone e dal suo assistente Spoletta, la bambina trova finalmente qualcosa che profuma di casa, di famiglia. Ma Felicia la sta cercando…
Per il suo esordio nel lungometraggio Paganelli ha scelto di rivolgersi a un pubblico di ragazzi. “Incanto”, infatti, è un racconto di formazione dalle sfumature dark, giocato tra i due poli del male e bene, facilmente riconoscibili nella crudeltà dell’orfanotrofio (la non-famiglia per antonomasia, dove i più indifesi vengono maltrattati e umiliati), e nell’incanto del circo (una “famiglia” costruita sulla gentilezza e sull’accoglienza dove ciascuno mette la sua arte al servizio degli altri ed è rispettato e considerato). Certamente i caratteri dei personaggi sono piuttosto definiti e prevedibili, ma ci sono anche, qua e là, interessanti sfumature. Daniel (Massimo Pio Giunto) – il primo bambino accolto nella casa, fedele servitore di Felicia, ma anche guida per gli altri piccoli orfani – ad esempio vede in Felicia la mamma che non ha conosciuto e per questo non riesce, non può, ammetterne cattiverie e limiti. Aprirà gli occhi al momento giusto. Una parola va spesa per il cast. Innanzitutto, Vittoria Puccini, una perfetta, gelida Felicia, una “cattiva” totale senza traccia di pentimento, che ovviamente pagherà il fio per la sua malvagità: interessante il contrasto che si crea tra i tratti gentili del suo volto e la freddezza che riesce a trasmettere in ogni gesto, in ogni sguardo. Significativa anche l’interpretazione di Giorgio Panariello che si lascia alle spalle l’esuberanza, l’istrionismo e l’ironia che ben conosciamo per tratteggiare, con misura e sentimento, Charlie, il clown bianco che non si toglie mai il trucco di scena. Da segnalare anche Mia Benedetta, nel ruolo della funambola Stella, che, come una madre, accoglie, rassicura e aiuta la piccola Margot (Mia McGovern Zaini, 12 anni e già una veterana tra cinema e serie Tv) a scoprire il suo talento. Originale il finale a cui si arriva accompagnati da un cast valido e affiatato.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Bambini, Educazione, Famiglia, Solidarietà
Incanto va a riempire una lacuna del cinema italiano, che realizza pochi prodotti per ragazzi e quando lo fa spesso va al risparmio: qui la produzione italo-belga ha invece fornito fondi adeguati e l’autore ha riconosciuto autorevolezza al pubblico dei più giovani, confezionando per loro un film riuscito nei suoi intenti di intrattenimento non condiscendente, e collocandolo in “un luogo fra realtà e fantasia”, fra Lemony Snicket, Miss Peregrine e Coraline: paragoni alti, ma meglio guardare in alto che raso terra, come fa spesso il cinema italiano per ragazzi.
Nel panorama spesso avaro di film italiani destinati all’infanzia, Incanto arriva come un colpo di scena: una fiaba moderna, sospesa tra incubo e speranza, che non si limita a intrattenere ma osa raccontare la fragilità con coraggio. Diretto da Pier Paolo Paganelli, alla sua prova più ambiziosa dietro la macchina da presa, si colloca tra le rare eccezioni del cinema italiano capaci di rivolgersi ai più giovani senza trattarli da spettatori ingenui.
Il viaggio di Margot è un percorso di crescita, in cui riscopre l’amore, l’amicizia e la sua vera identità, mentre il circo diventa il palcoscenico della sua rinascita.
Recensioni
3/5 MYmovies
3,8/5 ComingSoon
3/5 Movieplayer
FAVOLE DARK: IL LATO OSCURO DELLE STORIE PER BAMBINI
Le vere favole sono favole dark. Dalle favole per bambini scritte nei libri sino a quelle del grande schermo, ci siamo sempre fatti abbindolare dalle morali e dai lieto fine tramite l’uso di parole consone a stimolare l’immaginazione, fantasia e curiosità, il cui scopo è di impartire degli insegnamenti, che poi dovranno essere appresi e messi in pratica nella vita, ma è solo apparenza. Favole dark, questo è il loro vero nome: ciò che non viene mai sottolineato è una realtà spaventosa e crudele. Tanti dettagli vengono nascosti per non incutere terrore e paura, passaggi tetri della trama che passano inosservati. Analizzando alcune di queste favole per bambini o tra i più famosi film di animazione, salteranno all’occhio parecchi temi importanti che da bambini non avremmo mai e poi mai potuto cogliere.
Hansel e Gretel
Tra le prime favole dark che sicuramente ricorderete ci sono Hansel e Gretel. La casa fatta di pane e dolci succulenti, e il loro ritorno trionfante a casa, dopo essere scampati dalle grinfie dell’anziana signora, mettono da parte i fatti atroci avvenuti sin dall’inizio della storia. I temi principali che compaiono nel racconto è quello dell’abbandono da parte del padre e la matrigna, e l’inganno che li ha condotti nel bosco “per avere meno bocche da sfamare”. Cannibalismo dell’anziana signora, e il compimento di azioni violente da parte di Gretel, che per mettere in salvo lei e la vita di suo fratello, uccide l’anziana signora bruciandola viva nel forno.
Cenerentola
Un classico tra le favole dark per bambini è proprio lei, Cenerentola. Il racconto parla chiaro, una bambina – e in seguito adulta – abusata e sfruttata nelle mansioni di casa, maltrattata dalla sua matrigna e dalle sorellastre, un cattivo esempio, diremmo. E non dimentichiamo come le sorellastre di Cenerentola si tagliano rispettivamente le dita e il tallone del piede per calzare la scarpetta di cristallo. Sottili sfumature offuscate dalla magia della fata madrina, dai mitici topolini e dal principe.
La Carica dei 101
Tra le favole dark più cruenti troviamo quella della Carica dei 101. I dalmati, i protagonisti più belli e pelosi della storia delle favole. L’avventura che intraprendono questi 101 cuccioli insieme a Peggy e Pongo ha fatto la storia, facendo poca luce sulla malvagità e ossessione incessante per lo scuoiamento verso dei poveri cuccioli di cane, destinati a essere pelliccia per gli abiti di Crudelia Demon, simbolo di avidità e vanità estrema, aspetti negativi da non apprendere.

Raperonzolo
Come non dimenticare la bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli: Raperonzolo. La ragazza cresciuta, o meglio rapita e poi rinchiusa in una torre molto alta dove non le era permesso di uscire su ordine della strega, la stessa che sottrasse la piccola Raperonzolo ai genitori. Anche lei si aggiudica un posticino tra le favole dark.
La sirenetta
Obnubilati dalla versione edulcorata di Walt Disney con scontato happy ending, spesso si dimentica che la fiaba scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata nel 1836, è in realtà quasi un racconto horror venato di misticismo, con la protagonista pronta a rinunciare a quello che di più prezioso possiede, una voce incantevole, pur di poter andare sulla terra per conquistare il principe che ha salvato durante il naufragio, in modo tale che lui la sposi e la doti di un’anima. Per liberarla della sua coda di pesce la strega del mare non solo le mozza la lingua lasciandola muta, ma le fa anche presente che la trasformazione sarà dolorosissima e che le cose non miglioreranno in seguito: «ogni passo che farai, sarà come se camminassi su lame acuminate e tutto il tuo sangue dovesse stillare a goccia a goccia».
Nelle favole il male sembra sempre passare in secondo piano, cosa invece molto importante e che ci permette di comprendere meglio il mondo che ci circonda.
Se a distanza di anni andassimo a rileggere le favole, ci accorgeremmo di tanti dettagli lasciati dietro e che ci aiuterebbero a stare in guardia e a farci riflettere ancora di più sulle azioni che bisogna e non bisogna fare, e che il lieto fine non è il vero traguardo.
Fonte: Eroicafenice.com
MGF

Roma, anno del Signore 1600.
È in questo contesto che Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, dopo anni di malumori, trova finalmente un palcoscenico per la propria arte: abbandonate le piccole tele dai soggetti laici, già da qualche tempo si era dedicato a grandi opere religiose, in parte spinto dall’insistenza del cardinale Francesco Maria del Monte, che in occasione del Giubileo lo mise in contatto con Clemente VIII.
Le sue rappresentazioni sacre sono crude, brutali, le sue figure non sono eteree e distanti, ma umane e imperfette: amate da alcuni, considerate assolutamente impresentabili per altri. Chiaroscuri intensi e dalla consistenza quasi solida danno vita a personaggi nerboruti e giunonici, mentre Caravaggio sperimenta la resa di pose fino ad allora mai osate, non per santi e beati, considerate sconvenienti per la rappresentazione del Figlio di Dio, della sua Vergine Madre e dei suoi accoliti.
Alcune opere di Caravaggio vennero rifiutate per questi motivi: in più di un’occasione, addirittura, egli usò come modelli persone incontrate lungo la strada: passanti, mendicanti, persino prostitute (che vennero riconosciute, sebbene non si possa dire altrettanto dell’ipocrisia dei sant’uomini che furono in grado di riconoscere i volti di queste donne di malaffare).
Non termina l’anno del Giubileo prima che Caravaggio commetta un altro crimine, stavolta un’aggressione che lo portò ad essere incarcerato per qualche tempo.
Poi accadde, ciò che forse aveva sempre covato nel buio fitto abilmente nascosto dalla luce: durante una partita di pallacorda, per futili motivi, Caravaggio uccide un uomo.
Nicola Calipari era nato a Reggio Calabria il 23 giugno 1953 e fu educato negli scout, entrando a far parte del reparto “Aspromonte” del gruppo Reggio Calabria 1 dell’AGESCI. Conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Messina. Si arruolò in Polizia nel 1979, diventando funzionario e prestando servizio a Genova, Cosenza e Roma, ricoprendo ruoli di responsabilità, tra cui quello di commissario e dirigente della Squadra Volanti.
La sera del 4 marzo 2005 una Toyota Corolla dei servizi segreti italiani con a bordo la giornalista Giuliana Sgrena, l’autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell’operazione, informando anche l’ambasciata. La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21, ora in cui transitava l’auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell’allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte.
Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l’autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l’auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S: Shout” (grida), “Show” (mostra), “Shove” (allontana), e “Shoot” (spara). Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista. I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell’operazione condotta dal SISMI, né dell’identità delle persone a bordo di quell’auto, regolarmente presa a nolo all’aeroporto di Baghdad.Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell’elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato PDF, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.L’inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l’aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza. Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.
«Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano».