C’è ANCORA DOMANI
Regia di Paola Cortellesi – Italia, 2023 – 118′
con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli

 

 

 

 

 

UN ESORDIO AUTORIALE E DIVULGATIVO CHE È PURA EMANAZIONE DEI CODICI ETICI ED ESTETICI DELLA SUA AUTRICE.

Quando, nel 1977, Ettore Scola si intrufolò all’interno di un caseggiato popolare nei primi minuti de Una giornata particolare, lo fece in maniera lenta, calibrata, mostrandoci i dettagli della casa della protagonista, il risveglio della famiglia, le prime faccende domestiche, la colazione, tutti quei riti che sono trasferibili su un piano sociale più grande, gli usi e costumi di un’epoca lontana. Forse Paola Cortellesi aveva in mente la sua lezione quando ha girato il primo atto di C’è ancora domani, l’opera prima dell’attrice romana che ha tutto l’entusiasmo di un debutto cinematografico.
L’ambientazione è simile: le vicende del film di Scola prendono luogo nella Roma fascista, quelle della Cortellesi nella capitale alla vigilia del referendum costituzionale. Ciò che cambia, però, è l’immediata entrata in scena, con la quale Cortellesi intende mettere subito le cose in chiaro: nonostante il bianco e nero e il contesto di povertà, il suo film non vuole essere una mera imitazione dei maestri neorealisti, ma qualcosa di più. Infatti Delia (interpretata da Paola Cortellesi stessa), al risveglio riceve come prima cosa uno schiaffo immotivato dal marito (Ivano, Valerio Mastandrea), più per routine che per altro. Un inizio d’impatto, dunque, il cui effetto però non è drammatico.
Sarà l’unico schiaffo che vedremo per davvero, perché tutti gli altri episodi di violenza saranno mascherati da dei passi a due su note romantiche degli anni ’40 e ’50. È questo il tema portante del film: la violenza domestica che Delia soffre come moglie, la preoccupazione che sua figlia possa affrontare lo stesso destino. Ma anche il diritto allo studio, le piccole e grandi libertà conquistate dalle donne nel corso della storia. Il tutto raccontato con uno spirito moderno e buffo, che cerca di alleviare la drammaticità del personaggio di Delia ma senza renderlo ridicolo.
Quello di C’è ancora domani è un microcosmo di maschere e caricature, in cui ognuno gioca un ruolo ben definito: la figlia maggiore insofferente, il suocero burbero e volgare, il marito orco, le vicine chiassose, l’amica del mercato e così via. Ad essere caricaturali sono soprattutto gli uomini, in particolare il marito-padrone, e ciò forse non è il risultato di una scrittura pigra, ma una scelta ben precisa: se da un lato emerge che anche lui è “vittima”, in un certo senso, dell’educazione di un uomo ben radicato nella cultura patriarcale, dall’altro è chiaro che l’interesse di Paola Cortellesi non è esplorare le radici di una violenza sistemica, ma i suoi effetti. È porre l’attenzione sulle vittime,
insomma.
E, a ben pensarci, è anche il modo di evitare un approccio che, al netto dello spirito leggero del film, rischierebbe di rendere Ivano una figura quasi simpatica. Questo pericolo è largamente evitato, perché il personaggio di Mastandrea ne esce fuori come un uomo sentimentalmente analfabeta e fuori controllo, come l’ostacolo che l’eroina deve superare verso la sua meta finale.
Ad un certo punto, Delia riceve una misteriosa lettera. Chi è il mittente o di cosa si tratta resterà un mistero fino alla fine del film, quando, dopo averci lasciato intendere, sottilmente, che Delia stava tentando la sua fuga, in realtà la protagonista voleva semplicemente andare a votare. Nella sequenza finale, quando Delia viene scoperta dal marito dopo aver votato, un momento musicale dà piena dignità all’importanza di quel momento, al senso di sorellanza tra tutte le donne presenti, alla voglia di rivalsa che no, non porta definitivamente via
Delia da quella prigione domestica. Ma il senso di vincita c’è comunque, per fortuna.
C’è ancora domani ha tutto l’entusiasmo di un’opera prima, tra ispirazioni artistiche e voglia di giocare con diversi linguaggi cinematografici.
Leggero e commovente, una ricetta di evidente successo.
Il segno, questo, che forse c’è ancora tanto bisogno di commozione e di belle storie al femminile.

Carmen Palma – recensione di SentireAscoltare.com

 

LE DONNE DEL ‘900 SONO STATE LE PROTAGONISTE DI UN GRANDE CAMBIAMENTO SOCIALE E POLITICO

Il Novecento è stato definito il secolo delle donne poiché in quel momento storico la vita delle donne ha subito cambiamenti radicali. Il diritto al voto, l’ingresso in politica, l’abolizione del matrimonio riparatore sono state tra le conquiste più importanti per le donne del Novecento.
Nei primi decenni del Novecento accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la vita delle donne: la Prima Guerra Mondiale.

Con lo scoppio della guerra gli uomini dovettero partire per il fronte e nelle città restarono le loro mogli che giocoforza li sostituirono nella società. Quando i soldati fecero ritorno, le donne non vollero riprendere il posto che occupavano prima. Anzi. Le lotte per l’emancipazione femminile conobbero un nuovo impulso e ottennero i primi riconoscimenti.

Nel 1918 il governo britannico concesse alle donne sposate il diritto di votare alle elezioni nazionali. Dieci anni dopo il diritto fu esteso a tutte le donne. Nel 1919 furono le donne tedesche a ottenere il diritto al voto e nel 1920 le donne americane. In Francia le donne poterono votare a
partire dal 1944. In Italia il diritto al voto per le donne fu riconosciuto dalla Costituzione della neonata Repubblica Italiana promulgata nel 1946. Il passo decisivo si avrà nel 1948 quando la Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’ONU considererà il voto femminile un diritto inalienabile.

La seconda metà del Novecento, segnata dalle grandi contestazioni del Sessantotto, portò alle donne nuove vittorie: l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto e l’abolizione del matrimonio riparatore.

Le donne del Novecento che ancora oggi ricordiamo perché hanno fatto la storia sono tante in più campi. Ne citiamo solo alcune:


Emmeline Pankhurst, l’attivista e politica britannica a capo del movimento delle suffragette del Regno Unito.

 

 

 

Amelia Earhart, pilota, fu la donna che volò all’altitudine e alla velocità maggiori allora raggiunte,
attraversò in solitaria l’Atlantico nel 1932; icona femminista, scomparve nel Pacifico nel 1937.

 

 

 

Nilde Iotti, la prima donna a ricoprire la carica di presidente della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana.

 

 

 

Tina Anselmi, la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica.

 

 

 

 

 

Marie Curie, la prima scienziata della storia e la prima donna a vincere il premio Nobel.

 

 

Rita Levi Montalcini, alla quale dobbiamo la scoperta e l’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa (NGF), ha vinto il premio Nobel per la medicina.

 

 

Margaret Thatcher, soprannominata la Lady di Ferro, è stata una delle donne importanti del 900. Fu la prima donna a guidare il Regno Unito dal 1979 al 1990. Segnò un’epoca, tanto che gli anni ’80 vennero soprannominati “era thatcheriana”.

 

 

Margherita Hack, la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987. Oltre la scienza, Hack è ricordata anche per la sua attività sociale e politica e per le battaglie sui diritti civili.

 

 

Coco Chanel, la stilista francese più rivoluzionaria del ‘900

 

 

 

Sally Kristen Ride, la prima astronauta statunitense a raggiungere il 18 giugno 1983 lo spazio.

 

 

 

Frida Kahlo, pittrice messicana, da molti considerata il simbolo del femminismo contemporaneo.

 

 

 

Nel corso dei secoli sono state tantissime le protagoniste femminili che hanno rivoluzionato il mondo, nel campo della politica, della letteratura, della scienza.

Il nostro passato, così come il presente, è ricco di donne che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia dell’umanità, in molti casi offrendo il loro genio per il progresso sociale e culturale, lanciandosi in imprese davvero titaniche. Il nostro ringraziamento va a tutte loro e al loro coraggio!

Recensioni di C’è ancora domani
3,5/5 Movieplayer
6/10 FilmTV
3,7/5 MyMovies

Paola Cortellesi fa il suo esordio alla regia con un originale dramedy in bianco e nero ambientato nel Secondo Dopoguerra. Il film è stato
premiato al Roma Film Festival ed è campione di incassi al Box Office in Italia

https://www.radiozeta.it/notizie/articoli/cortellesi-ancora-da-record-c-e-ancora-domani-supera-barbie-al-botteghino-italiano/

 

MGF

 

MISSION: IMPOSSIBLE Dead Reckoning Parte 1
Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2023 – 163′
con Rebecca Ferguson, Tom Cruise, Hayley Atwell

 

 

 

 

 

“W A R   H A S   C H A N G E D”

La guerra è cambiata, diventa impalpabile, sottocutanea, priva di bandiere, ma non meno crudele e assoluta. La guerra è cambiata, e la premiata ditta Christopher McQuarrie / Tom Cruise, per continuare (e concludere?) la parabola di Ethan Hunt e della sua squadra all’interno dell’IMF ha scelto di tracciare un percorso preciso, chiudendo il cerchio con un dittico che possa da un lato essere antologico e dall’altro spingere l’acceleratore verso la contemporaneità più assoluta.
E’ un primo atto che mette in chiaro i toni di questa nuova avventura attraverso un villain intangibile, e proprio per questo ancor più pericoloso: un’intelligenza artificiale.

 

Senza nemmeno nascondere troppo una vena critica nei confronti dell’attualità, Dead Reckoning Parte Uno ci mette di fronte ad una delle più grandi paure che l’uomo vive al giorno d’oggi: cosa accadrebbe se un programma informatico fosse in grado di agire come un senziente, e se possedesse gli strumenti e le informazioni necessarie a controllare il mondo?
Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno continua la tradizione spettacolare della serie, ma è sia più comico, sia più drammatico dei capitoli precedenti.

Ethan infatti è afflitto dal ricordo di un lutto e il ritorno di Gabriel (che in realtà non si era mai visto prima nella serie) mieterà nuove vittime. Al tempo stesso però Ethan, che rimane pressoché invincibile, dimostra finalmente dei limiti vagamente umani e lo fa in modo sorprendente ed esilarante, soprattutto nella parte del film ambientata a Roma.

       
Qui ha luogo un inseguimento per le vie e i vicoli della città, che passa per i monumenti più celebri della capitale, dal Colosseo alla scalinata di Trinità dei Monti. Ma Ethan si trova impossibilitato a guidare al proprio meglio e Grace, che lo accompagna suo malgrado, non è un asso del volante. L’inseguimento ha così un tono comico, di un umorismo concreto, basato non sulle battute bensì sui piccoli e grandi incidenti causati dai due e sulle loro reazioni. Il tutto viene poi magnificato quando, avendo sfasciato un’auto, ne dovranno
prendere un’altra e si ritroveranno alla guida di una storica 500 gialla, un po’ come fossero Lupin III e Fujiko.

 

Ci sono poi set-piece ambientati in un aeroporto a Dubai, con le sue architetture moderne e ariose, mentre a Venezia ci si insegue per strettissime calle e si passa da party esclusivi a duelli in suggestive cornici storiche.

 

 

A spiccare è però la situazione dell’ultimo elaborato atto, ambientato su un treno che attraversa le Alpi austriache e corre verso un ponte caricato di esplosivo. Anche qui non manca la comicità, con Ethan posto di fronte a un piano davvero impraticabile persino per lui e costretto a improvvisare per raggiungere il treno. Qui, nel mentre, si consuma il consueto inganno con i personaggi mascherati tipico della serie, per poi arrivare al tropo del duello sui tetti dei vagoni mentre il treno sfreccia verso una galleria.

 

 

Tom Cruise, com’è noto, si cimenta negli stunt in prima persona e questo dà alle scene d’azione una maggior concretezza, aiutata anche da un comparto di effetti speciali che cerca soluzioni analogiche anziché abusare di CGI (Computer Generated Imagery). È notevole in questo senso anche l’impegno delle sue due nemesi, interpretate da Esai Morales e soprattutto da Pom Klementieff, che senza il pesante trucco di Mantis dei Guardiani della Galassia è quasi irriconoscibile e sfoggia una bellezza dai tratti molto particolari, oltre a una notevole ferocia nelle scene di corpo a corpo. Ciò nonostante, dal punto di vista dell’azione il capitolo precedente rimane insuperato ma quel film mancava dei tocchi leggeri che McQuarrie sembra aver finalmente trovato in questo Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno.

 

Per concludere: Mission Impossible 7: Dead Reckoning Parte Uno ha azione e ritmo da vendere, e l’impianto narrativo riesce a tenere fede allo stile più recente della saga, pur scricchiolando di più rispetto al passato. Perché stavolta il nemico è invisibile, più astratto, e per questo non sempre le svolte di trama risultano perfettamente coerenti o credibili. Ma forse per la prima volta, la saga dà segnali di stanchezza. Perché gli stunt di Tom Cruise sono meno brillanti, meno presenti.
Perché il tempo passa, a quanto pare, anche per Ethan Hunt. E il problema è tutto lì. Che gli vuoi bene comunque, eh! A Ethan, al team dell’IMF, a ciò che Mission Impossible rappresenta.

 

Recensioni varie elaborate da MariaGrazia Ferrario

In Italia al Box Office Mission: Impossible Dead Reckoning – Parte 1 ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione 5,2 milioni di euro e 1,7 milioni di euro nel primo weekend.

Recensioni
7/10 Everyeye Cinema
7,5/10 IGN Italia
3,6/5 Coming Soon

 

PICASSO. UN RIBELLE A PARIGI
Storia di una vita
e di un museo

Regia di Simona Risi su soggetto di Didi Gnocchi e Sabina Fedeli
con la partecipazione straordinaria di Mina Kavan

 

“Dipingere non è un’operazione estetica:
è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo e ostile e noi”.
Pablo Picasso

 

“CHE BRUTTO, SEMBRA UN PICASSO!”

Quante volte abbiamo sentito, o addirittura pronunciato questa frase?
Perché sì, diciamocelo, ad un primo sguardo abbiamo tutti pensato che Picasso fosse uno che, di disegnare, proprio non era capace.
Ma soffermiamoci per un momento su ciò che sappiamo di lui, della sua vita tormentata, del solitario nella folla che ha lasciato
emergere già dagli albori della sua carriera la malinconia, la solitudine che lo tormentavano mentre si circondava di persone che sapeva non sarebbero rimaste.

Poveri in riva al mare - P.Picasso 1903
Poveri in riva al mare – 1903

Penso al periodo blu, alle sue figure smagrite e tristi, ombre dei sogni svaniti delle persone lì ritratte, così belli e così dolorosi che verrebbe voglia di infrangere il muro tra arte e vita e donare loro un abbraccio, un piccolo pensiero, qualsiasi cosa possa tingere i loro visi con dei sorrisi che sembrano ormai lontani, distanti, persi per sempre.
Picasso è un artista tra i primi che hanno vissuto il turbamento che resta ancora oggi una costante: l’arte ha perso il suo scopo primario, e cioè quello di rappresentare la realtà per come la vediamo.
E dunque, che fare quando ciò che consideri il tuo unico talento è diventato qualcosa di sostanzialmente inutile, buono sì e no a intrattenere gli amici alle feste, come muovere le orecchie o piegare i gomiti all’indietro?

 

 

 

 

Ritratto di Dora Maar – 1937

Semplice, anche se non di immediata comprensione: si cerca un modo di dare all’arte una spinta in più, quella spinta che anni più tardi Fontana ammetteva di non saper trovare, limitandosi a tagliare una tela nella speranza che qualcuno vi infilasse dentro una mano per tirare fuori un nuovo significato per l’arte.
Picasso ha tentato di inserire nell’arte una quarta dimensione: il tempo. Le sue opere sono strane, deformi, non perché Picasso fosse fuori di testa, ma perché sono immagini in movimento, frame sovrapposti della stessa immagine che si muove nel tempo.

 

 

 

Paul en Arlequin – 1924

 

 

Picasso, come sa chiunque abbia dato un’occhiata alle sue prime opere, è perfettamente in grado di dipingere immagini realistiche, ma pensiamo ora ad un corpo in movimento, immaginiamo di sovrapporre nello stesso fotogramma una piccola sequenza di filmato.
Ecco emergere due occhi sullo stesso lato del viso, passando da un profilo a un primo piano, mentre il capo viene voltato verso l’osservatore. Ecco un braccio che si allarga e si deforma, mentre si alza a ravviarsi i capelli.

 

 

 

Ecco una mano che reca una candela, dove fino ad un attimo prima c’era un cavallo che nitriva spaventato dai rumori della guerriglia.

Guernica – 1937

“Mio Dio, è orrendo”, si dice abbia commentato un funzionario di fronte al Guernica. Picasso, si racconta, gli rispose che era orrendo ciò che rappresentava.

 

Les Demoiselles d’ Avignon – 1907

 

 

Strana, difficile da interpretare, assolutamente non immediata, l’arte di Picasso integra la dimensione del tempo, ma non solo quello in cui prende vita l’immagine che dipinge: Picasso si proietta in avanti e prende in prestito un po’ del nostro tempo, quando ci sediamo a interpretare con impazienza malcelata le sue opere, quando cerchiamo di capire cosa esattamente intendeva mostrarci con quelle strane figure sulla tela.

 

 

 

 

Donna Seduta – 1937

 

È il tempo, Picasso è l’unico artista ad essersi sobbarcato il penoso compito di inserire qualcosa di impossibile come il trascorrere del tempo in un’immagine fissa, statica.
E d’altronde, se abbiamo inserito con successo la terza dimensione con l’avvento della prospettiva, perché non tentare quest’altra impresa?
E se il ticchettio dell’orologio non è evidente ad un primo sguardo, forse lo può diventare se pensiamo a quanto la frenesia del trascorrere del tempo pervade le nostre vite: sempre di corsa, sempre di fretta, sempre in ritardo, tanto che riusciamo a percepire con chiarezza solo le cose più vicine a noi, mentre tutto il resto diventa un confuso caos di figure indistinte, che ci sfiorano solamente, cambiano forma e lasciano che passiamo oltre, senza notarle, senza sentire l’urlo cupo della loro disperazione, senza capire che il loro dolore è il nostro.

 

 

Donna accovacciata – 1902

 

Di questo, a mio parere, è fatta l’arte di Picasso: di solitudine e di mancata percezione.
Lui prende anime solitarie, quelle che se ne stanno all’angolo della stanza in silenzio, le persone che hanno perso tutto e ciononostante vanno avanti, a discapito di ogni speranza, le dipinge nel loro breve arco temporale e ce le mette di fronte, ce le butta in faccia e ci costringe a guardare la bruttura della solitudine, del tempo che passa sempre uguale, mai un istante diverso dall’altro nel gorgo della disperazione.
Picasso ruba il tempo dei suoi soggetti, e ruba il nostro, nella speranza di farci comprendere che proprio il tempo, la quarta dimensione che deforma le figure, è il bene più prezioso, la ragione per cui il mondo ha la sua forma e la base della nostra vita; forse, prendendone atto potremo cominciare a goderne, invece di sprecarlo a disperarci per il suo ticchettio incessante.

 

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

Anarchico, straniero, rivoluzionario: a 50 anni dalla morte e a pochi giorni dalla data del suo compleanno, uno sguardo del tutto inedito sull’artista più sorprendente del Novecento. All’alba di una mattina del 1901 Picasso arriva a Parigi. Il suo futuro inizia proprio quel giorno, in quella città. Nato in Spagna il 25 ottobre del 1881, Picasso trascorrerà quasi tutta la sua vita a Parigi eppure, nella capitale francese, si sentirà spesso uno straniero, un esule, un ‘vigilato speciale’ della polizia.

Regia di Jonathan Nossiter
USA, 2020 – 126′
con Nick Nolte, Charlotte Rampling, Alba Rohrwacher
Drammatico

 

 

 

 

 

LAST WORDS È UNA FAVOLA POST APOCALITTICA MA ANCHE UN’ODE AL POTERE DEL CINEMA DI RENDERCI IMMORTALI.

Che film strano, Last Words. A tratti risulta addirittura indecifrabile, nella sua disarmante purezza d’intenti. Intenti che si sovrappongono, che si sostituiscono, che si affiancano. Al centro, un’idea ben precisa. L’arte. L’arte come salvezza, come obiettivo, come speranza. E, soprattutto, l’arte cinematografica come profonda testimonianza, in quanto “se vieni filmato, esisterai per sempre”.
Per questo, Last Words, diretto da Jonathan Nossiter, è da intendere come una sorta di lascito, affidando al cinema stesso i frammenti di una memoria interrotta. Una memoria spezzata che il regista – come può e come crede – prova a ricostruire per mezzo dello stesso cinema, a cui dedica quello che potrebbe essere definito un post-apocalittico umano, lontano dalla realtà fantascientifica ma vicinissimo alla realtà di un futuro non così lontano.
Jonathan Nossiter, il cui film sarebbe dovuto essere presente all’edizione di Cannes 2020, mozzata dal Covid, attraverso la sua – a tratti – bizzarra opera dichiara profondo amore verso la terra (tant’è che ora fa l’agricoltore) e verso la Settima Arte, elevandola quasi ad atto salvifico, a gesto miracoloso. Ma una salvezza – e quindi un miracolo – può essere possibile solo se prima c’è l’abisso più profondo. E oggi, secondo la sceneggiatura di Nossiter, firmata insieme a Santiago Amigorena (autore del libro da cui è tratto il film), l’abisso più pericoloso è anticipato dall’attuale e tutt’ora sottovalutata crisi climatica. Un mostro che incombe, inesorabile e gigantesco. È lì, sullo sfondo, un brusio fastidioso, una pioggia più intensa, un grado in più sotto il sole. Eppure, il cambiamento drammatico è in atto.

Non c’è più tempo.
Siamo nel 2086, l’anno che potrebbe segnare definitivamente la fine dell’umanità. Siccità e grandi alluvioni hanno resto la Terra un posto inospitale. Kal, interpretato dal non-attore Kalipha Touray (rifugiato gambiano, che ha “già vissuto la fine del mondo”, secondo il regista), sta vivendo “l’orrore di essere l’ultimo uomo rimasto“. Intorno a lui non c’è più nulla, né cultura, né bellezza, né natura. Tuttavia, dopo un lungo cammino, si ritrova in quella che una volta era Bologna. Nello specifico, nel luogo che una volta era la Cineteca di Bologna (intravediamo un cartello…). Qui, incontra un vecchio regista che si fa chiamare Shakespeare (si vola basso…), con il volto stropicciato di Nick Nolte. L’uomo spiega al ragazzo che l’unica strada che porta alla salvezza è quella che spinge a credere in qualcosa. Quel qualcosa è il cinema stesso.
Sarà proprio l’immaginazione, sotto forma di cinema, a salvare l’uomo, e in un certo qual modo, a salvare lo stesso film di Nossiter. Profondamente legato all’Italia, il regista statunitense sceglie numerose clip di film italiani (c’è pure Totò!) per delineare il suo concetto salvifico, facendo sì che il cinema, mezzo d’altri tempi, diventi l’innovazione in un mondo che ha perso la sua anima. Perdere e ritrovare, uno spunto notevole, dal forte carattere narrativo.

Non c’è dubbio che Last Words, per Nossiter, sia stato un film dal forte valore personale: una causa sposata in pieno, la sua carezza verso la cinematografia, un atto di speranza che possa allontanare la parola fine.
Come? Mantenendo viva la memoria, e quindi proiettandola su un telo bianco, in cui le emozioni tornano a splendere.

Damiano Panattoni – Movieplayer

 

APOCALITTICO O POSTAPOCALITTICO?

La fantascienza apocalittica e la fantascienza postapocalittica sono due sottogeneri della fantascienza aventi in comune il tema dell’apocalisse intesa come evento distruttivo e catastrofico su scala planetaria.
Si differenziano tra loro perché la fantascienza apocalittica è incentrata sull’imminenza del verificarsi di un evento apocalittico, mentre la fantascienza postapocalittica è incentrata su un mondo devastato da un evento apocalittico già verificatosi, nella sua successiva immediatezza o molto tempo dopo dall’essere avvenuto
L’ambientazione temporale del postapocalittico può essere immediatamente successiva alla catastrofe, focalizzandosi sui viaggi o sulla psicologia dei sopravvissuti, o considerevolmente posteriore, comprendendo spesso il tema della perdita della memoria storica, per cui ci si è dimenticati dell’esistenza di una civiltà precatastrofe o la sua storia è divenuta leggenda o mito. La civiltà perduta possedeva in genere un elevato sviluppo scientifico-tecnologico e poteva anche essere una civiltà basata sullo spazio.
L’uso di un contesto postapocalittico nei film e l’immaginario tipico che vi si riferisce, come i deserti sconfinati o le vedute aeree di città demolite, i vestiti fatti di cuoio e di pelli di animali, le bande di razziatori, è ormai comune.
Non sono pochi i film ambientati dopo un’apocalisse, tutt’altro.
Il cinema post-apocalittico, rispetto al cinema dell’Apocalisse, ha la fortuna di costare molto di meno, come ha dimostrato George A. Romero con la sua tetralogia degli zombie iniziata nel 1968 con La notte dei morti viventi.
Non c’è bisogno di mostrare grandi esplosioni, palazzi che crollano, alieni che invadono le strade. Il cinema post- apocalittico generalmente è piuttosto minimalista, e trova nella famiglia il suo fulcro drammatico. Basta una catastrofe qualsiasi, e un gruppo di sopravvissuti che si fa strada fra le macerie del vecchio mondo.
Alcuni racconti apocalittici e/o postapocalittici sono stati criticati perché ritenuti non verosimili o forieri di propaganda allarmista. Le opere sul tema – assieme alla saggistica – hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del movimento moderno del survivalismo.

Tra i migliori film postapocalittici del ventunesimo secolo ricordiamo:
THE DAY AFTER TOMORROW – L’ALBA DEL GIORNO DOPO (Ronald Emmerich – 2004)
LA GUERRA DEI MONDI (Steven Spielberg – 2005)
I FIGLI DEGLI UOMINI (Alfonso Cuaron – 2006)
IO SONO LEGGENDA ( Francis Lawrence – 2007)
THE ROAD (John Hillcoat – 2009)
SNOWPIERCER (Bong Joon-ho – 2013)
OBLIVION (Joseph Kosinski – 2013)
EXTINCTION – SOPRAVVISSUTI (Miguel Ángel Vivas – 2015)
A QUIET PLACE-UN POSTO TRANQUILLO (John Krasinski – 2018)

Una bella carrellata di film che, se siete appassionati, non potrete mai dimenticare!

 

MGF

 

 

Regia di Frances O’Connor
Gran Bretagna, 2022 – 130′
con Emma Mackey, Oliver Jackson-Cohen, Fionn Whitehead
Biografico – Drammatico

 

 

 

 

L’OPERA PRIMA DELLA REGISTA INGLESE È UN SALTO NELL’IMMAGINARIO DI UNA GRANDE VOCE FEMMINILE.

In fondo, non si può fare che autobiografia. Non importa se reale o immaginaria. Contano le collisioni tra questi emisferi, e il modo soggettivo di sintetizzarle e travasarle in letteratura.
Frances O’ Connor, dopo decenni di recitazione (A.I. Intelligenza Artificiale), si piazza per la prima volta dietro la macchina da presa, per cesellare vita, tormenti, incubi e immaginazioni di Emily Brontë. Un’esistenza che si definisce in un corpo a corpo con la scrittura: una vocazione scacciata, rinnegata, poi finalmente accolta e sublimata in un romanzo epocale.
O’ Connor parte dal senso strisciante di morte che segna le tre sorelle Brontë. La scomparsa della madre ha sconquassato il maniero dello Yorkshire. Il padre padrone, reverendo Patrick le tiranneggia, prescrivendo loro una tediosa vita da insegnanti a Bruxelles. Altra mina vagante è il bizzoso Brandwel, unico figlio maschio. I due sono in simbiosi, si cimentano e si tormentano con la scrittura, urlano alle valli, scorribandano di notte in casa d’altri.
Il tappo dell’equilibrio puritano salta in aria quando vi piomba William Wieghtman. Il tenebroso, aitante pastore fa sospirare le
sorelline, dà lezioni di francese a Emily, la concupisce e l’abbandona, per senso di colpa, in balia di una passione divorante..
Tra il senso del dovere paterno e l’amore clandestino con il curato, Emily, allora, scolpisce la propria inafferrabile interiorità che O’ Connor ci restituisce in uno sventolio di primi piani intimisti per scuotere una narrazione che spesso va al piccolo trotto.
La recitazione camaleontica e nevrile di Emma Mackey si staglia, tra campi lunghi da cartolina, come uno strabordante saggio di recitazione.
Mackey l’espressionista sa riproporre tutto il tremolio emotivo della scrittrice, intestandosi con smorfiosa, sfrontata grazia, il saliscendi sentimentale della parabola. Piazzando la camera negli occhi di Emily, O’ Connor può rimbeccare di sguincio l’Ottocento anglosassone, imbalsamato in cuffiette, carrozze, brughiere, chiese e colpe da espiare. Eppure l’attrice-regista ne mantiene, fedelmente, tutte le direttrici morali, con una sensibilità rabbiosa, postmoderna, orgogliosamente femminista.
Riplasmando l’Ottocento con il Duemila e la letteratura con la biografia, lavora con l’accetta, scartando, riducendo, essenzializzando
la cronologia, asservendola allo stream of consciousness della protagonista, fatto, cinematicamente, d’un turbinio d’occhi e corse nelle
praterie e pianti e rabbia e capelli al vento. Il risultato è un film intimista, rarefatto e luttuoso, che scopre subito le carte in tavola e poi volteggia, leggiadro, tra i generi senza lasciarsi ghermire da nessuno di loro.
O’ Connor impregna ogni scena di tutta la gravità morale e sentimentale del romanzo, ma imprime alla trama un naturalismo atemporale, sgravato dalla Storia, eppure rigoroso nel denuciarne perbenismo e discriminazioni.

Davide Maria Zazzini – Cinematografo.it

 

EMILY BRONTË

Emily Brontë, nata Emily Jane Brontë, è stata una scrittrice inglese nota per il suo romanzo Cime Tempestose, in inglese Wuthering Heights. Emily è nata a Thornton ed è la quinta di sei figli. Non è l’unica scrittrice nota della famiglia Brontë: insieme a lei ricordiamo anche Charlotte, scrittrice di Jane Eyre, e Anne Brontë, autrice di Agnes, di Grey e La signora di Wildfell. Le tre scrittrici, insieme, sono conosciute con il nome di sorelle Brontë.

 

 

 

La famiglia Brontë si trasferisce a Haworth due anni dopo la nascita di Emily: saranno proprio le brughiere, tipiche del West Yorkshire, vicine a Haworth la perfetta ambientazione per la storia d’amore tra i protagonisti di Cime tempestose, Heathcliff e Catherine. La madre morì presto e il padre, un curato perpetuo che doveva occuparsi di sei figli, chiese aiuto alla governante Tabitha Aykroyd, una figura severa e intransigente che segnò l’infanzia dei fratelli.

 

Emily Brontë frequentò la Clergy’s Daughters School di Cowan Bridge, dove venne da subito notato il suo talento letterario. Ormai grande, Emily cominciò a lavorare come insegnante a Law Hill, nel West Yorkshire, ma tornò presto a casa. Insieme con Charlotte poi partì per Bruxelles, per approfondire la conoscenza delle lingue.

Una volta tornate a casa, fu Charlotte a scoprire le poesie e gli appunti di Emily. Le sorelle vivevano la loro produzione poetica come un segreto ma, dopo questa scoperta, Charlotte convinse sia Emily che Anne a pubblicare i loro lavori sotto pseudonimi – creati a partire dalle iniziali.

In seguito l’editore Newby pubblicò i tre romanzi delle sorelle e nel 1947 fu la volta di Cime tempestose di Emily Brontë che, all’inizio, non ebbe il favore della critica. Diventato oggi uno dei classici della lettetaruta mondiale, Wuthering Heights di Emily Bronte è considerato uno dei massimi esempi della letteratura vittoriana.

 

 

 

 

CIME TEMPESTOSE: L’AMORE TORMENTATO CHE RIVIVE SUL GRANDE SCHERMO

La voce nella tempesta (1939)

Di William Wyler. Protagonisti sono Laurence Olivier, nei panni del tormentato Heathcliff, e Merle Oberon in quelli di Cathy. Il regista scelse di rappresentare solamente 16 capitoli (meno della metà) trascurando completamente la storia delle nuove generazioni, della piccola Catherine e di Linton, figlio di Heathcliff e di Isabel. Una scelta probabilmente intelligente, fatta in modo da potersi concentrare unicamente sull’amore tormentato dei due protagonisti. Ottenne ben otto nomination agli Oscar, ma vinse soltanto quello per la miglior fotografia.

 

 

 

Abismos de pasión (1954)

Di Luis Buñuel. Il regista si ispirò liberamente al romanzo e scelse di cambiare un po’ la storia. I protagonisti, Alejandro (Heathcliff) e Catalina (Cathy) non sono personaggi romantici. L’ambientazione si sposta dallo Yorkshire al Messico. I passaggi più importanti e fondamentali del romanzo furono lasciati immutati. I due protagonisti si avvicinano maggiormente a quelli del romanzo; Heathcliff è rancoroso, tormentato, animalesco e non un uomo sempre composto e affascinante. Cathy non è amabile e gentile, ma viziata e capricciosa, esattamente come ci viene descritta dalla Brontë.

 

 

 

Cime tempestose (1992)

Il regista è Peter Kosminsky, gli attori Ralph Fiennes e Juliette Binoche. Tra tutti è forse il film che più si attiene al romanzo. I personaggi sembrano uscire direttamente dalle pagine del libro, li amiamo e li odiamo. Non manca niente: non mancano i giochi capricciosi di Cathy, non mancano scene bellissime tra i due amanti, seduti lontani da tutti, insieme, in mezzo alla brughiera. Non manca la rabbia cieca di lui, né i dubbi e i rimorsi di lei.

 

 

 

 

Wuthering Heights (2009)

Adattamento televisivo, diviso in due parti, del 2009. Alla regia Peter Bowker, Charlotte Riley e Tom Hardy nei panni di Cathy e di Heathcliff. In più di tre ore il regista riesce a mettere in scena tutti i 34 capitoli, mostrandoci l’infanzia e la fase adulta dei due protagonisti e la nuova generazione.

 

 

Cime tempestose (2011)

L’ultimo adattamento cinematografico dell’opera di Emily Brontë risale al 2011 e vede alla regia Andrea Arnold e come protagonisti Kaya Scodelario e James Howson. La regista affida il ruolo dell’indomabile Heathcliff a un attore nero: “Nel romazo la Bronte lo descrive come uno zingaro dalla pelle scura, negli abiti e nelle maniere un geltiluomo” . Con questa scelta la Arnold vuole affidare un ulteriore significato al Cime tempestose classico, sottolineando come l’amore tra Cathy e Heathcliff sia osteggiato principalmente per un motivo: il colore della pelle.

 

 

 

 

MGF