Regia di Cesc Gay – Spagna, 2025 – 99′
con Nora Navas, Rodrigo De la Serna, Juan Diego Botto

 

 

 

 

 

UNA COMMEDIA GARBATA SUL CAMBIAMENTO E SU UNA DONNA CHE MOLLA TUTTO A 50 ANNI PER PROVARE NUOVE EMOZIONI

Eva è una consulente editoriale spagnola che sta per compiere 50 anni e un giorno per caso, durante una trasferta di lavoro a Roma e una chiacchierata con uno sceneggiatore sconosciuto, si rende conto che la sua vita matrimoniale dopo 25 anni di nozze non la soddisfa più. Semplicemente ha voglia di provare emozioni nuove e una sera ha il coraggio di comunicarlo al marito Victor. La sua vita cambia, i suoi figli si adattano alle novità come possono e lei, senza clamori, inizia a sperimentare nuove esperienze e incontrare nuove persone tramite appuntamenti anche improbabili, fino a rincontrare lo stesso sceneggiatore che aveva conosciuto a Roma. Ma ora è tutto diverso, lei è una donna diversa, e le cose possono ancora cambiare. È una commedia delicata e deliziosa sul cambiamento, La mia amica Eva. Con grande misura racconta la voglia di vita di una donna che all’alba dei cinquant’anni non vuole arrendersi a una vita priva di emozioni.
Perché trasformare radicalmente la propria vita si può anche a cinquant’anni, anche quando i Tampax non servono più (per citare una gustosa scena della commedia) e la menopausa incombe, anche quando si ha pudore di provare un barlume di desiderio per uno sconosciuto (nel caso della protagonista Alex, uno sceneggiatore incontrato in una trasferta professionale). Senza scene madri, senza melodrammi, senza retorica e tanto meno facili didascalismi, sfila sullo schermo la quotidianità di una donna che si sente stretta nel suo ruolo di madre e moglie, desidera provare sulla sua pelle delle nuove emozioni e uscire dalla noia di un rapporto spento. Ce la mette tutta, si rimette in gioco a cinquant’anni, si assume la responsabilità e il rischio di una scelta importante, e per questo viene puntualmente giudicata dalla società, perché “osa” rompere un matrimonio. Senza aver tradito, senza avere un altro uomo o un piano b, se non vivere con autenticità ciò che resta di se stessa.
Nora Navas è l’attrice perfetta per incarnare tutto questo e lo fa con grande equilibrio, diretta da un regista, Cesc Gay, che non appare minimamente interessato a firmare l’esilarante commedia pop ridanciana del momento e neppure uno struggente dramma intimista autoriale, ma un sussurro di commedia romantica garbata che, nella sua semplicità, sa conquistare chi guarda con la sua forte umanità. Declinandola in una sequela di momenti buffi, dubbi, indecisioni, incomprensioni, chiusure e riavvicinamenti, e in tutta la girandola emotiva di errori e imperfezioni di cui è fatta la vita, soprattutto sentimentale. “Ain’t no cure for love”, ci ricorda Leonard Cohen in un finale che chiude il cerchio di evoluzione della protagonista, che potrebbe essere la versione cresciuta di Hafsia Herzi di Tu mérites un amour. In quel film l’attrice, anche regista, interpretava una ragazza in cerca dell’amore e del tipo giusto, che cercava attraverso una serie di avventure e appuntamenti con sconosciuti.
Qui, in un certo punto del film, accade lo stesso, ma è l’età della protagonista a cambiare, e non è così comune vedere considerato e narrato su grande schermo il desiderio femminile, passati i cinquant’anni. Lo ha fatto Sophie Hyde con Il piacere è tutto mio, ma lì Emma Thompson aveva a che fare con un gigolò, qui l’oggetto del desiderio – mai esploso, ed è la forza del film, fuggire al già visto e alle banalità – è uno sceneggiatore (lo interpreta Rodrigo de la Serna). Un uomo normale, come Eva, come il pubblico che guarda, e come il salvifico amico di Eva, che con la sua battuta darà il titolo al film.

Claudia Catalli – Mymovies

Tematiche: ricerca di sé, sfide e incertezze del cambiamento, desiderio di libertà e nuove emozioni, romanticismo, fragilità dei rapporti umani.

 

Senza Nora Navas, attrice davvero squisita e sensibile, questo film non esisterebbe: lei porta nel personaggio l’ironia sulla menopausa, il piacere di mettersi in gioco, il desiderio di farsi stupire, anche una bellezza non artefatta intonata all’età.


Sofisticato senza eccedere nel patinato, La mia amica Eva è capace di dosare dialoghi e situazioni ben orchestrate con l’effetto che scatenano nei protagonisti, silenzi e imbarazzi, con un cast di ottimi attori e non di bellezze da catalogo. Film impeccabile.


La mia amica Eva è, in definitiva, una commedia sentimentale che riesce nell’impresa più difficile: essere lieve senza superficialità, ironica senza cinismo, dolce senza zucchero. Racconta il desiderio di ricominciare quando tutto sembra fermo, la malinconia di ciò che si perde e la gioia improvvisa di ciò che ritorna. Un film che invita a ridere di sé e a riconoscersi, con la grazia di chi sa che la vita, a volte, sorprende davvero.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,6/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

LE DONNE DELLA “GENERAZIONE X” O “SANDWICH”

Nate tra il 1965 e il 1980, appartengono a quella che in America viene definita Generazione Sandwich: sono le donne che, oggi, hanno circa 50 anni e si trovano dinanzi a un incrocio irripetibile di passaggi cruciali della vita, tra i figli adolescenti, l’arrivo della menopausa e i cambiamenti del corpo, le asperità del lavoro e i genitori anziani, sempre meno autonomi e più bisognosi di aiuto.

 

 

 

A raccontarle nel libro Le schiacciate, edito da Solferino, è Laura Turuani, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano, che parte dalle testimonianze raccolte durante la sua carriera per analizzare questa condizione femminile e illustrarne l’impatto psicofisico.
«Oltre ad appartenere anch’io a questa generazione, lavorando con gli adolescenti ho contatto quotidiano con i genitori, spesso con madri che si mettono in discussione. Così, ho avuto modo di percepire una stanchezza inedita in queste donne che, diventate madri tardi perché prima hanno investito tempo, energia e soldi in altri ruoli, si trovano a dover affrontare il peso di essere allo stesso tempo madri, mogli, figlie, senza alcun cedimento. Queste donne sono schiacciate dalla molteplicità dei pesi, aggravata dalla società dell’ipercontrollo che ci chiede di essere sempre multitasking e performanti. Per tale motivo, temono di non essere adeguate. Hanno “superpoteri”, ma avvertono il peso della responsabilità.

 

Le “schiacciate” sono giunte alla maternità cariche di aspettative melense che lasciavano poco spazio all’ambivalenza e molto al senso di colpa. Anche la menopausa per loro è stato un tabù. Hanno proceduto per prove e errori, correndo per arrivare dappertutto. […] Sono state le prime a crescere dando per scontato il diritto/dovere di lavorare, difendendo le stesse ambizioni e opportunità dei colleghi. Con grande ottimismo, si sono inserite in un contesto lavorativo prettamente maschile, sperimentandosi in tutti gli ambiti, ma ben presto si sono rese conto di non essere così attese, in un mondo immobile da troppi decenni. Da qui scaturisce il senso di stanchezza: premono di meno l’acceleratore della professione, procedono per inerzia, a velocità limitata, forse per il timore di rimanere senza benzina, paradossalmente più in preda alle insicurezze che alla solidità. Dopo una vita vissuta di corsa, ci si può consentire di rallentare e usare l’esperienza accumulata per guardare in modo inedito passato, presente e futuro. Sostenute da una maggiore consapevolezza e un’autostima finalmente ritrovata, possono raggiungere un nuovo equilibrio, con una maggiore centratura su sé stesse. In questa fase della vita, in cui le madri, spesso, si trovano ad affrontare il complesso periodo della menopausa, da alcuni definita come una seconda adolescenza proprio per il subbuglio ormonale che provoca, la paura di invecchiare porta alla ricerca affannosa di soluzioni per allontanare il declino. Nella nostra società narcisistica, tante donne ricorrono alla chirurgia estetica e a un abbigliamento casual per illudersi di sembrare più giovani, ma bisogna ben comprendere che il tempo non si può fermare, invecchiare è un privilegio e non è soltanto una questione di estetica. La solitudine, in queste fasi di cambiamento psicofisico, può rivelarsi pericolosa facendo scaturire sintomi ansiosi-depressivi. Per tale motivo sostengo sia fondamentale instaurare un legame di sorellanza tra donne che, in tal modo, non si sentono sbagliate né tantomeno le uniche ad affrontare questi momenti di fatica, ma trovano rifugio nel dialogo, nel conforto del confronto. Senza tralasciare l’importanza del sostegno della società, dei compagni di vita, per intraprendere un percorso di rinascita, senza più la paura di perdere pezzi»

Fonte: MInotauro.it

 

MGF

 

 

 

 

Regia di Andrea Di Stefano – Italia, 2025 – 125′
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno

 

 

 

 

UNA COMMEDIA AGRODOLCE CHE VUOLE SEDURRE GLI SPETTATORI A TUTTI I COSTI E PROBABILMENTE CI RIUSCIRÀ.

“Il Maestro è un omaggio ai mentori imperfetti, feriti ma pieni di cuore”. Così Andrea Di Stefano, noto attore e regista – tra i suoi titoli “L’ultima notte di Amore” (2023) –, nel raccontare il suo nuovo film “Il Maestro”, presentato fuori Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025). Un film sul rapporto maestro e allievo, ma anche padre e figlio, che si gioca dentro e fuori il campo da tennis. Un racconto di formazione livido e insieme arioso, il viaggio verso l’adolescenza e l’età adulta di un tredicenne che impara ad ascoltarsi e a trovare la propria voce interiore, sbaragliando aspettative familiari e pressioni sociali. Un viaggio oltre la paura e il pregiudizio alla scoperta della felicità. Interpretato straordinariamente da Pierfrancesco Favino e dal giovane Tiziano Menichelli, nel cast anche Giovanni Ludeno, Dora Romano, Valentina Bellè.
La storia. Estate, fine anni Ottanta. Il tredicenne Felice Milella, allenato tra dedizione e pressione dal padre Pietro, spera di poter fare il salto di qualità come tennista. Per affrontare i tornei nazionali la famiglia investe i propri risparmi per ingaggiare un maestro professionista, l’ex gloria del tennis italiano Raul Gatti. Felice e Raul si mettono così in macchina seguendo un fitto programma di tornei stilato da Pietro. Tappa dopo tappa i due impareranno a conoscersi, superando reticenze e pregiudizi, menzogne e verità, solitudini e insicurezze. Un viaggio vibrante, azzardato e liberatorio…
“È un viaggio attraverso il dolore della crescita – commenta il regista – la potenza dell’insegnamento e la bellezza dei legami umani; una commedia all’italiana per chiunque creda ancora che il mondo possa essere migliore, una lezione alla volta”. Andrea Di Stefano fa centro con un film-romanzo di formazione “imperfetto” e luminoso. Racconta anzitutto il rapporto maestro e allievo nel perimetro dello sport, ma in maniera atipica. Raul Gatti è un tennista che ha perso l’occasione della vita, un tormento che non lo abbandona in età adulta, relegandolo in un’esistenza irrisolta e triste. Quando si trova faccia a faccia con il giovane Felice rilegge il suo passato, tra opportunità ed errori, provando ad aggiustare il proprio percorso di vita. Il ragazzo gli fornirà energie nuove, pulite, spingendolo a fronteggiare i propri demoni e a riconciliarsi con la vita.
Dall’altro lato, Felice è un tredicenne apparentemente sereno, in verità “ostaggio” del sogno di gloria paterno: ama il tennis, ma non sa se vuole dedicarsi esclusivamente a quello; è suo padre Pietro ad essere ossessionato dalla vita da campione. Felice si adatta per non deludere il genitore, perché è più facile assecondare i sogni altrui piuttosto che dar voce ai propri. L’incontro però con un maestro sopra le righe, brillante e cialtrone, lo fa uscire dalla sua zona di sicurezza, dai rigidi schemi tracciati dal padre. Felice viene letteralmente buttato in mare aperto, senza protezioni, il mare della vita; e il maestro Raul Gatti è l’unico a insegnargli a nuotare. Un incontro sulle prime traumatico, vertiginoso, ma alla lunga foriero di umanità e dolcezza. Raul insegna a Felice che spesso la vita è difficile, sbeccata e dolorosa, ma è comunque una straordinaria opportunità da abbracciare con fiducia e coraggio.
Andrea Di Stefano compone un film denso e profondo servendosi di lampi di leggerezza e note malinconiche; un romanzo di formazione ruvido, non patinato, ma dai riverberi acuti e in un certo senso educativi.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Amicizia, Amore-Sentimenti, Educazione, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Sport


Oltre a essere il ritratto di un mondo oramai scomparso (la storia è collocata negli anni Ottanta), più vicino anche temporalmente a quello raccontato dalla grande commedia italiana a cui non a caso il film di Di Stefano guarda, “Il maestro” incrocia il racconto di due anime per dare vita a una sorta di romanzo di formazione in cui l’incontro tra l’allievo e il suo mentore fa sanguinare vecchie ferite e regala consapevolezze in duplice direzione.


A volte comica, altre drammatica, ma sempre con una dolcezza di fondo che rende la visione coinvolgente ed emotiva lungo le sue quasi due ore di durata a ritmo dosato, quella di Di Stefano è un’ode alla bellezza dei legami umani che ci ricorda, prima di tutto, come nessun uomo è e può essere un’isola, anche se lo vorrebbe con tutto sé stesso.


Un’opera vitale, che recupera una certa tradizione di cinema italiano agrodolce e non ha paura degli azzardi, proprio come la lezione del suo strepitoso protagonista.

 

Recensioni
3,2/5 MyMovies
4/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 ComingSoon

 

ELOGIO DELLA NORMALITÀ. IL FENOMENO SINNER

Negli ultimi anni, il tennis italiano ha vissuto una trasformazione radicale. Al centro di questa rivoluzione c’è un nome: Jannik Sinner. Da promessa silenziosa a superstar internazionale, il giovane altoatesino è diventato molto più di un atleta. È un fenomeno mediatico, un brand, e, forse senza volerlo, anche un simbolo.
Sinner non è solo uno dei tennisti più forti al mondo. È anche la rappresentazione di un ideale sportivo che sembrava perduto: dedizione, disciplina, silenzio, umiltà.

Non ci sono eccessi nelle sue dichiarazioni, non ci sono polemiche nei suoi atteggiamenti. In un’epoca in cui la spettacolarizzazione domina ogni sport, Sinner ha conquistato tutti non facendo spettacolo, ma semplicemente giocando meglio di chiunque altro.
La vittoria di Wimbledon 2025, che lo ha consacrato tra i più grandi della storia del tennis italiano e internazionale, ha segnato uno spartiacque. Non solo per il valore sportivo dell’impresa, ma per l’impatto simbolico che ha avuto. Un italiano che vince il torneo più prestigioso del mondo, sull’erba sacra di Londra, con eleganza e freddezza, è qualcosa che va oltre la cronaca sportiva.
E proprio questa sua apparente “non personalità” televisiva, così distante da ciò che normalmente attira i riflettori, è diventata il suo punto di forza. Con Sinner, anche il tennis ha smesso di essere uno sport “di nicchia” in Italia. Fino a pochi anni fa, la disciplina era considerata secondaria rispetto a calcio, Formula 1 o MotoGP. Oggi, ogni sua partita è un evento nazionale. I dati d’ascolto delle sue finali e semifinali hanno superato record storici, con milioni di spettatori collegati a ogni ora del giorno (e della notte). Non si tratta solo di sportivi appassionati. Sinner ha saputo attrarre un pubblico trasversale, dai più giovani agli over 60, da chi non ha mai seguito una partita prima d’ora a chi è tornato a farlo dopo anni.

Questo “effetto-Sinner” ha avuto ripercussioni concrete anche sul territorio: iscrizioni ai circoli di tennis in crescita, aumento di investimenti nel settore, maggiore copertura televisiva e giornalistica. Il tennis è finalmente tornato a essere uno sport di primo piano, trascinato da un ragazzo che comunica soprattutto con le racchette, non con le parole.
Quello che rende il fenomeno Sinner ancora più interessante è che Jannik non è un comunicatore nel senso tradizionale, eppure comunica eccome. I suoi silenzi, i suoi sguardi concentrati, la timidezza quasi imbarazzata davanti alle telecamere: tutto contribuisce a costruire un personaggio raro, che piace proprio perché non cerca mai di piacere. È la dimostrazione vivente che non serve essere istrionici per essere vincenti, e che l’eleganza – nello stile di gioco e nei modi – può ancora fare la differenza.
In un mondo dove tutto è immediatamente condiviso, raccontato e spesso gridato, Sinner è l’anomalia che funziona. Il “bravo ragazzo” che non ha bisogno di reinventarsi, né di raccontare drammi personali per farsi ascoltare. È sufficiente guardarlo giocare per capire chi è. E questo, oggi, è forse il suo più grande merito.

Fonte: ScopriNetwork.it

 

MGF

 

 

TIZIANO.
L’IMPERO DEL COLORE
diretto da Laura Chiossone e Giulio Boato
Con la partecipazione straordinaria di Jeff Koons

 

 

 

 

Il docufilm ripercorre quasi un secolo di vita di quel ragazzo che, all’aprirsi del 1500, in una città coperta d’oro che svetta ammiratissima sopra una foresta sommersa, scende dalle montagne del Dogado per essere ricordato come “il più eccellente di quanti hanno dipinto”. Straordinario artista e geniale imprenditore di se stesso, tanto innovativo nella composizione di un’opera quanto nel saperla vendere, Tiziano diviene in pochi anni pittore ufficiale della Serenissima e sommo artista ricercato dalle più ricche e famose corti d’Europa.

 

TIZIANO VECELLIO
IL RINASCIMENTO NEL RINASCIMENTO

Annunciazione – 1539

Tiziano Vecellio è uno degli artisti più prolifici e più largamente apprezzati del Rinascimento: per un uomo che passò buona parte della propria vita lontano da Roma, all’epoca il maggior centro artistico della Penisola, è un traguardo impressionante.
Critiche più o meno pertinenti sono state rivolte a molti artisti dell’epoca: Michelangelo dipingeva personaggi fin troppo nerboruti, Leonardo badava più alle innovazioni che alla pittura stessa… ma ben poche critiche, tranne che di gusto personale, possono essere mosse a Tiziano.

 

 

 

Trasfigurazione -1560

La sua pittura è delicata, le sfumature graduali e le figure, anche le più corpulente, restano lievi ed eteree come se fossero parte stessa del paesaggio, e non elementi di spicco.
L’origine di questo suo stile è nient’altro che il colore.
Al di fuori del Veneto, l’esecuzione di un dipinto richiedeva di prassi una lunga preparazione: prima si disegnavano bozzetti e studi di pose, poi si studiava la composizione, infine ci si approcciava alla tela o al muro e si incideva o tracciava un dettagliato disegno preparatorio.
Dei Veneti, tuttavia, si sono sempre ritrovati pochi studi e pochi disegni; non perché questi siano andati persi, abbiamo taccuini e fogli di moltissimi artisti, semplicemente la pratica del disegno preparatorio era molto meno ossessiva.
Le radiografie delle opere dei Veneti, da Giorgione a Tiziano, rivela la presenza di pochi tratti preparatori, sufficienti giusto ad evidenziare la posizione delle figure all’interno dello spazio: la delimitazione delle figure non avviene più con linee nette, bensì con il colore.

 

 

Madonna Sciarra – 1545

Tiziano è maestro di questa tecnica: se Giorgione, il primo dei grandi ad apparire sulla scena pittorica veneta, ha gettato le basi per questa pittura più materica, Tiziano l’apprende con curiosità, la fa sua e la eleva a vette irraggiungibili.
“Colore” e “Colorito” sono le parole chiave per comprendere la sua pittura: contrasti netti, decisi, accostati a sfumature delicate che quasi fondono gli elementi gli uni negli altri, a creare scene di spiccata profondità; Tiziano apprende le basi della prospettiva, impara a dipingere le figure umane e unisce la tecnica al sentimento, la scienza all’empirismo, creando una via di mezzo che sapientemente scolpisce quest’arte così materica, così viva che sembra quasi parte del reale. Di lui si dice che “accarezza la tela con il pennello”, e osservando da vicino le sue opere non si riesce a trovare una definizione migliore: gli incarnati sono così soffici, le stoffe così sottili e pregiate, che immaginare pennellate intense è quasi sacrilego.

 

Amor sacro e Amor profano – 1515

 

Nulla di più pesante di una piuma potrebbe mai sfiorare quelle superfici così incredibilmente dettagliate senza rischiare di danneggiarle, eppure sembrano quasi a portata di tocco: sono così reali e veritiere che sembra di percepire la serica consistenza delle stoffe pregiate, la sensazione più ruvida di lini e cotoni, la morbidezza di un corpo e la linea sinuosa e delicata di una gota solo appena arrossata.

 

 

Assunta – 1518

Tra tutti i colori della sua palette, una tinta in particolare si distingue: il rosso.
Ora acceso e vibrante, ora tenue e quasi pastello, il rosso sembra un leitmotiv ricorrente della sua arte: da veli e toghe ai capelli delle fanciulle ritratte come allegorie, un biondo ramato che ancora oggi porta il nome di “rosso Tiziano”. È un colore piuttosto difficile da utilizzare: così acceso, quasi violento, il simbolo universale di pericolo, non sempre si può immaginare di inserirlo in una composizione senza inevitabilmente attrarre l’occhio.
Eppure, Tiziano ci gioca con semplicità, ora intensificandolo per chiamare l’occhio, ora stemperandolo al rosa o al corallo per confonderlo con lo sfondo, tutto magistralmente incorniciato dalle sfumature di ombra, che delicatamente armonizzano personaggi e paesaggio, fondendoli senza per ciò confonderli, creando quei magistrali scenari che fanno sentire lo spettatore quasi imbarazzato, un po’ voyeur, come se si fosse improvvisamente aperta una finestra su una scena che sarebbe dovuta restare intima, privata, riservata a pochi eletti.

 

 

Tiziano ci mostra temi sacri e profani, paesaggi e architetture, ci chiama a testimoni che la Fede e la spiritualità non sono temi distanti e troppo complessi per le persone qualsiasi; con la carezza del suo pennello le porta dinanzi a noi, ci fa avvicinare abbastanza da spingerci a sperimentare la sensazione tattile con i nostri occhi, dimostra con la delicatezza che contraddistingue la sua arte che non serve toccare per credere, basta solo sfiorare appena, con uno sguardo che è amore.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Regia di Carine Tardieu – Francia, Belgio, 2024 – 106′.
con Pio Marmaï, Valeria Bruni Tedeschi, Vimala Pons

 

 

 

 

 

LA STORIA DI ESSERI UMANI FRAGILI RACCONTATI CON UNO SGUARDO EMPATICO CHE COMMUOVE

Sandra vive sola – anzi, non sola, con i suoi libri – e gestisce una libreria “intellettual-femminista”; fuma molto, regge bene il vino, non cucina, ha compagni occasionali, non ha figli e “non sa niente di bambini”. Quando la sua vicina di casa molto incinta esce di corsa per andare a partorire, affidandole temporaneamente il figlio Elliott di cinque anni, Sandra lo accoglie a metà fra il disagio e la tenerezza.
Purtroppo la madre di Elliott muore durante il parto ed Elliott dovrà crescere con la sorellina neonata Lucille e suo padre Alex – che non è il padre biologico del maschietto. E Sandra si ritroverà ad entrare nell’intimità famigliare di questo trio spaesato, lei più spaesata di loro. Ma quando si crea un attaccamento affettivo non ci si può chiamare fuori, e si fa tutto ciò di cui siamo umanamente capaci.
Qual è la differenza fra amore e attaccamento?”, chiede L’attachement – La tenerezza della regista francese Carine Tardieu, che adatta per il grande schermo il romanzo “L’intimité” di Alice Fernay.
La risposta non è lapidaria ma empatica, e sembra suggerire che ci siano attaccamenti più forti e più nobili dell’amore, perché non implicano il possesso e comportano invece il rispetto della libertà di chi ci è caro. L’attachement – La tenerezza non commette mai l’errore fatale di accontentarsi della sua premessa narrativa e restare inchiodato lì, portando il pubblico a conclusioni prevedibili. Qui accadono invece un sacco di micro e macro eventi che continuano a cambiare le carte in tavola, per noi spettatori e per i protagonisti, e che richiedono costanti aggiustamenti – come la vita, del resto. I rapporti non si limitano al quartetto centrale, ma si allargano ad altre figure, come la sorella di Sandra, la nonna dei bambini e il padre naturale di Elliott.
“Occuparsi di un’altra vita richiede forza”, dice Sandra, parlando del perché non ha voluto figli, ma di fatto la vita la porta ad occuparsi di tante altre esistenze, e lei lo fa con grazia e generosità: il che non le impedisce di rimanere una donna adulta e indipendente “di cui non ci si deve preoccupare”, che fa scelte ragionate, ma sa anche aprire il proprio cuore e ascoltarne il battito altrui. Tardieu racconta la storia di questo pugno di esseri umani fragili e affettuosi con una morbidezza di sguardo che commuove senza mai diventare melensa: e il contatto fisico, mai nominato, è l’architrave di una narrazione che comincia con i gesti di una madre pieni di cura nel vestire suo figlio e finirà con un’adesione corpo su corpo del tutto priva di violenza. La storia si sviluppa lungo i primi due anni di vita della piccola Lucille e compie giri lunghi e larghi che vorremmo non finissero mai, per arrivare ad includerci. È un film di cui ci si innamora non perché sia perfetto, ma proprio perché racconta l’umana imperfezione con infinita empatia. L’ottima sceneggiatura incorpora imposizioni sociali che cambiano e situazioni che si complicano, finte certezze e onesti dubbi, fame di vita e conseguenti sensi di colpa, profondi innamoramenti e fuochi di paglia, sfanculamenti ai tre mesi di attesa prima di annunciare una gravidanza e alla natura che colpisce random. C’è anche tanta solidarietà femminile dentro questa storia, non sbandierata e non ovvia, non cartello ideologico ma naturale sostegno “di genere”. Di più: c’è tanta solidarietà umana che rompe stereotipi e convenzioni, anche cinematografiche, ed esce dal racconto borghese in salsa francese per regalarci il ritratto di un’umanità composita che risponde solo a se stessa, ma non manca di trattare con rispetto e gentilezza chi sente vicino.

Paola Casella – Mymovies

Tematiche: Famiglia e legami, Elaborazione del lutto, Solitudine e indipendenza, Affetti e attachement, Femminismo, Paura della tenerezza


L’intricato gioco di ruoli che mette in scena Carine Tardieu, tratto dal romanzo “L’Intimité” di Alice Ferney, è in realtà tale soltanto nelle astrazioni concettuali, decisamente meno nella realtà filmica, in cui i personaggi sono ben delineati e caratterizzati e si muovono con coerenza in uno scenario in cui l’inverno della morte si affianca alla primavera di una nuova vita, nel contesto rigorosamente medio-borghese di tanta cinematografia francese.


È un inno alla vita L’attachement – La tenerezza di Carine Tardieu, e infatti i personaggi che lo attraversano brindano alla vita, e anche i bambini che nel film rompono i silenzi con il loro caos gioioso rappresentano la vita, che rende più digeribile il boccone amaro di una perdita e che apre il cuore a chi, pensando che fossero al di là delle proprie forze, ha scelto di non avere figli.


È la donna della porta accanto, Bruni Tedeschi, letteralmente: è la vicina a cui una giovane coppia che, dovendo andare in ospedale per il parto della seconda figlia, affida il primogenito, un bambino di sei anni piuttosto sveglio che lei proprio non sa come prendere. Quando una tragedia spezza la felicità della famiglia, il padre deve trovare le forze per tenere tutti i pezzi: sarà la vicina a dargli una mano, scardinando la corazza creata forse per troppe convinzioni e scoprendo dentro sé una inaspettata vocazione materna.

 

Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,2/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon

 

INTELLIGENZA EMOTIVA: LA TENEREZZA

La tenerezza è un’emozione complessa e profondamente umana che si manifesta attraverso sentimenti di affetto, protezione e amore verso un’altra persona o un essere vivente. Dal punto di vista neuroscientifico, la tenerezza è associata all’attivazione di sistemi cerebrali legati alla cura e all’attaccamento, tra cui il sistema limbico, che coinvolge strutture come l’ipotalamo e l’amigdala. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare i legami sociali e promuovere comportamenti altruistici e di supporto.
Quando proviamo tenerezza, il nostro cervello attiva una serie di processi neurochimici e neuroanatomici.
La dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere e alla ricompensa, viene rilasciata, creando sensazioni di benessere. L’ossitocina, spesso chiamata “ormone dell’amore”, gioca un ruolo cruciale, promuovendo i legami sociali e comportamenti di cura. L’attivazione dell’area tegmentale ventrale (VTA) e del sistema limbico contribuisce a queste esperienze positive, rinforzando l’attaccamento e la connessione emotiva con gli altri.
Cognitivamente, la tenerezza implica una valutazione empatica e affettuosa dell’altro. Le persone che provano tenerezza tendono a vedere gli altri in una luce positiva, riconoscendo la loro vulnerabilità e il loro bisogno di affetto e protezione. Psicologicamente, la tenerezza può rafforzare l’autostima e il senso di connessione sociale. Questa emozione promuove comportamenti altruistici e di sostegno, migliorando la qualità delle relazioni interpersonali e contribuendo al benessere emotivo generale.
Fisiologicamente, la tenerezza si manifesta attraverso una serie di risposte corporee. Queste includono un rilassamento generale del corpo, una sensazione di calore diffusa e un rallentamento del battito cardiaco.
La respirazione può diventare più lenta e profonda, mentre i livelli di ossitocina aumentano, favorendo un senso di calma e benessere. Questi cambiamenti fisiologici riflettono uno stato di rilassamento e piacere, che contribuisce a rafforzare i legami emotivi e sociali.
Questa emozione è associata a sentimenti di piacere, calore e soddisfazione emotiva. La tenerezza può migliorare il benessere generale e la qualità della vita, favorendo una maggiore connessione emotiva e relazioni più forti e gratificanti. La natura positiva della tenerezza contribuisce a ridurre lo stress e a promuovere un senso di tranquillità e appagamento.
I sistemi motivazionali associati alla tenerezza sono strettamente legati alla cura e all’attaccamento. La tenerezza motiva comportamenti di supporto e protezione, incoraggiando le persone a prendersi cura degli altri e a costruire relazioni forti e durature.
Le emozioni che spesso accompagnano la tenerezza includono l’amore, l’affetto, la gratitudine e la compassione. L’amore e l’affetto sono strettamente correlati alla tenerezza, poiché questa emozione rafforza i legami emotivi e promuove sentimenti di vicinanza e connessione. La gratitudine può emergere in risposta ai gesti di affetto e cura, mentre la compassione implica un riconoscimento empatico delle necessità e delle vulnerabilità degli altri.

Queste emozioni positive si intrecciano, creando un’esperienza emotiva ricca e gratificante.
Le micro-espressioni facciali legate alla tenerezza includono segnali sottili ma distintivi:

un sorriso dolce e genuino, che coinvolge sia i muscoli della bocca che quelli intorno agli occhi.
gli occhi che possono apparire leggermente socchiusi, esprimendo calore e affetto.
l’inclinazione della testa che può indicare un atteggiamento di attenzione e cura.
un rilassamento generale dei muscoli facciali.

Questi segnali non verbali comunicano agli altri il proprio stato emotivo di tenerezza, rafforzando i legami emotivi e promuovendo la connessione sociale e comportamenti di cura e protezione.

Fonte: Fondazione Patrizio Paoletti

 

MGF

 

 

 

 

 

 

 

 

Regia di Simon Curtis – Gran Bretagna, USA, 2025 – 123′
con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery

 

 

 

 

UNA FAVOLA DAI TONI CARAMELLATI CON UN FINALE CHE FARA’ LA GIOIA DI TUTTI I FAN

È tempo di salutare l’universo narrativo di “Downton Abbey” creato da Julian Fellowes nel 2010, durato sei stagioni di successo – è la serie inglese più vista al mondo – e tre film al cinema. Un capitolo finale della saga cui prendono parte tutti gli interpreti, diventati la grande famiglia di Downton: Michelle Dockery (Lady Mary), Hugh Bonneville (Robert Crawley), Elizabeth McGovern (Cora Crawley), Laura Carmichael (Lady Edith), Jim Carter (Carson), Phyllis Logan (Mrs. Hughes), Brendan Coyle (Bates), Joanne Froggatt (Anna), Lesley Nicol (Mrs. Patmore), Penelope Wilton (Lady Isobel), compresi i guest Paul Giamatti (Harold), Dominic West (Guy Dexter) e Alessandro Nivola (Gus Sambrook).
La storia. Inghilterra 1930, la serenità di Downton Abbey è scossa da una serie di cambiamenti. Anzitutto la famiglia Crawley, seppur viva ancora agiatamente, deve fare i conti con un mondo in profonda agitazione socio-economica. È chiamata a ripensare a molte spese e a pianificare la vendita di alcune proprietà. Dagli Stati Uniti arriva Harold, il fratello di Cora, che le comunica di aver perso la fortuna di famiglia a seguito di investimenti sbagliati legati alla crisi del 1929. Le sfida più grande, però, è la salvaguardia dell’onore e della rispettabilità sociale, minacciati dalla notizia del divorzio di Lady Mary…
“Questo film – ha raccontato il regista – è un ritratto affettuoso dei personaggi mentre varcano gli anni ’30, e scaviamo nelle emozioni dei protagonisti alla fine della storia che stiamo raccontando. Julian ha una grande umanità e dona a ogni personaggio, indipendentemente dalla classe sociale, dal sesso o dall’età, dignità, arguzia e calore”.
Dalle parole di Simon Curtis emerge con chiarezza il punto di forza di questo film. Si tratta di un congedo dalle stanze del castello nello Yorkshire, volgendo lo sguardo qua e là a luoghi amati nel corso della serie e soprattutto a personaggi indimenticabili, radicati nel cuore degli spettatori. E poco importa se la trama risulta fragile, quasi inconsistente. L’importante è godersi un’ultima serata in compagnia dei propri beniamini. Fellowes formula battute e dialoghi acuti e scoppiettanti, che caratterizzano perfettamente i personaggi e rimangono impresse in maniera nitida; in più l’autore si diverte a ricollegare la narrazione con situazioni del passato, episodi della serie, rafforzando il tratto avvolgente, familiare, del racconto: il richiamo all’ironia di Lady Violet (la compianta Maggie Smith), alle sue opinioni sui cambiamenti sociali, a cominciare dal suo sbalordirsi per il concetto di “weekend”; ancora, il dialogo tra Mrs. Hughes e Mrs. Patmore sulla vita coniugale oppure la verità sul legame tra Robert Crawley e il maggiordomo Bates, senza dimenticare i nostalgici omaggi agli scomparsi Matthew e Lady Sybil.
“Downton Abbey. Il gran finale” conquista per la raffinata e impeccabile messa in scena, tra la cura degli interni del castello (salotto, camere da letto, scene di colazioni o cene di famiglia) e le suggestive riprese in esterna come l’ippodromo di Ascot; splendidi, poi, i costumi firmati Anna Robbins e le inconfondibili musiche di John Lunn.
Il film è un valzer di dolci emozioni, marcate soprattutto da malinconia, per un mondo che volge al termine, sia perché la storia e la società inglese sono destinate a cambiare inesorabilmente sotto i colpi di una modernità incalzante, sia perché quella dei nostri protagonisti volge al termine. Un elegante addio, tra sorrisi e lampi di commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Denaro, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Julian Fellowes ha deposto la penna, e quindi tocca a noi fantasticare su come potrebbe andare avanti la storia e optare, se lo riteniamo giusto, per un lieto fine. Mentre decidiamo se abbandonarci a questo esercizio creativo, proviamo a pensare che negli ultimi 15 anni i Crawley e le loro vicende ci hanno resi più felici e contenti, dal momento che hanno portato nella nostra quotidianità la bellezza e una grande umanità. Insieme a Lady Violet, sono doni preziosi, di cui sentitamente vogliamo ringraziarli.


Su tutti aleggia il fantasma di Lady Violet, morta nel secondo film, citata continuamente e presente nel ritratto che domina l’ingresso della dimora: è evidentemente un affettuoso e commovente omaggio a Maggie Smith, scomparsa nel settembre 2024, e vera icona del franchise, ma anche il segnale di come le generazioni successive non possano fare a meno di quella lezione, imparando da quella figura tanto burbera quanto saggia quand’è che arriva il momento di cedere il testimone senza tuttavia mettersi da parte.


C’è un senso di dolce addio che pervade l’intero film. Ma non si tratta di un addio amaro o nostalgico nel senso negativo del termine. Downton Abbey: The Grand Finale non è un funerale in abiti eleganti, ma un commiato pieno di speranza e gratitudine.


Recensioni
3,2/5 MyMovies
8/10 IGN ITALIA
4/5 ComingSoon

 

LE LOCATION DI DOWNTON ABBEY

Oltre alle trame avvincenti e ai personaggi indimenticabili, sono le ambientazioni a rivestire un ruolo fondamentale, dando corpo e respiro all’anima dell’Inghilterra rurale. Sebbene la vicenda sia ambientata nello Yorkshire, terra d’origine della tenuta di Downton, le riprese si sono svolte in diverse località. Dalle dimore aristocratiche ai villaggi pittoreschi, ogni scenario contribuisce a trasmettere quell’aura senza tempo e profondamente britannica che caratterizza la saga.

Highclere Castle (Hampshire):
È la vera dimora di campagna che serve da principale location per la serie e i film, rappresentando la tenuta dei Crawley. Situato al confine tra Hampshire e Berkshire, a un’ora e mezza di auto da Londra, questo maestoso castello del XIX secolo è dimora dei Conti di Carnarvon dal XVII secolo. È possibile visitarla, poiché è ancora la residenza della famiglia Herbert.

 

Bampton (Oxfordshire):
Questo pittoresco villaggio è stato utilizzato per rappresentare il villaggio di Downton e le sue zone circostanti. I fan possono visitare luoghi iconici come la chiesa e la piazza del villaggio.

 

 

Basildon Park (Berkshire):
Questa dimora storica ha servito da location per Grantham House, la residenza londinese dei Crawley.

 

 

Richmond Theatre (Londra):
È stato utilizzato per girare scene ambientate in teatro. Costruito nel 1899 dall’architetto teatrale vittoriano Frank Matcham, il Richmond Theatre è un capolavoro del barocco edoardiano.

 

 

 

Fortnum & Mason (Londra – Piccadilly):
Questo noto negozio di alimentari è apparso più volte nella serie: un’istituzione celebre per i suoi prodotti di lusso, i sontuosi cesti, il tè pregiato e un servizio impeccabile.

 

 

 

Bridgewater House (Londra):
Nel film, l’esterno prestigioso di Grantham House, la residenza londinese dei Crawley, è rappresentato dalla sontuosa Bridgewater House, situata nel cuore di St James’s, a Londra. Costruita nel XIX secolo, Bridgewater House è una dimora neoclassica celebre per l’imponente porta d’ingresso incorniciata da colonne corinzie.

 

 

 

Alnwick Castle (Northumberland):
Sebbene non sia la dimora principale, questo castello è stato utilizzato per alcune riprese, a volte associato a scene ambientate in Scozia.

 

 

 

Ippodromo di Ripon (Yorkshire):
Le iconiche scene delle corse di Ascot, evento mondano per eccellenza dell’alta società britannica, sono state girate al Ripon Racecourse, nello Yorkshire. Fondato nel 1900, l’ippodromo di Ripon è tra i più antichi del nord Inghilterra.

 

 

 

Great Yorkshire Showground:
Fa da sfondo alle scene della fiera in Downton Abbey, riflettendo l’attaccamento dei personaggi alle loro radici e al mondo agricolo, cuore dell’identità della contea. Situato vicino a Harrogate, il Showground ospita ogni anno il famoso Great Yorkshire Show, una delle più grandi fiere agricole del Regno Unito.

 

 

MGF