LA VITA DA GRANDI
Regia di Greta Scarano – Italia, 2025 – 96′
con Matilda De Angelis, Yuri Tuci, Maria Amelia Monti

 

 

 

 

 

IL DEBUTTO ALLA REGIA DI SCARANO E’ UNA COMMEDIA LIEVE E INCLUSIVA, PIENA DI CUORE E IRONIA

L’opera prima è sempre una scommessa.
Greta Scarano fa subito centro, anzi va dritto al cuore con “La vita da grandi”. L’attrice romana, classe 1986, dopo due decenni di attività tra cinema e serie Tv – tra i suoi lavori “Suburra” (2015), “Smetto quando voglio” (2017), “La linea verticale” (2018) e “Il commissario Montalbano. Il metodo Catalanotti” (2021) –, si è preparata al debutto nella regia con un copione che unisce cinema sociale e commedia familiare. “La vita da grandi” prende le mosse da una storia vera, quella dei fratelli Margherita e Damiano Tercon, che hanno messo in racconto pubblicamente il loro legame comprese le sfide poste dall’autismo di Damino e le responsabilità di Margherita come ‘sibling’ (sorella/fratello di persona con disabilità). A interpretarli sullo schermo con grande vivacità e trasporto sono la brava Matilda De Angelis e l’esordiente Yuri Tuci (favoloso!). Nel cast anche Maria Amelia Monti, Paolo Hendel, Adriano Pantaleo e Ariella Reggio.
La storia. Roma oggi, Irene è una giovane donna sulla trentina che lavora nel campo della comunicazione e delle risorse rinnovabili. Ha una vita apparentemente serena, tra lavoro e il progetto di una casa con il fidanzato Ugo. Un giorno la madre Piera le chiede di tornare a Rimini per occuparsi temporaneamente del fratello quarantenne Omar.
La donna deve fare degli accertamenti medici e non vuole lasciare solo il figlio. Omar è autistico e la madre ha avuto sempre paura che potesse non essere pienamente indipendente.
I due fratelli si ritrovano così a passare del tempo insieme, riannodando i fili del passato e provando anche a costruire un nuovo rapporto.
Attraverso la storia di Irene e Omar la Scarano offre un importante sguardo sulla condizione di numerose famiglie, che affrontano la disabilità di un loro componente, passando in rassegna i vari pensieri, sentimenti ed emozioni in campo.
La Scarano si tiene ben lontana da inutili stereotipi o macchiette comico-pietistiche. Usa la commedia gentile per raccontare la realtà, il quotidiano familiare, in tutte le sfaccettature: alterna con disinvoltura la prospettiva dei due fratelli, cerando di fare emergere punti di vista ed esigente di entrambi.
Da un lato, c’è Omar che è consapevole della sua condizione, ma non accetta di vivere una vita in sottrazione; vuole lavorare, essere libero di uscire, di cantare e sì anche di potersi innamorare. Il suo autismo esiste, ma non deve essere una barriera che separa dagli altri, dalla vita. Omar desidera un’esistenza piena, come ogni adulto.
Dall’altro lato c’è Irene, che disattende puntualmente le richieste della madre Piera che la vorrebbe più disciplinata nell’occuparsi del fratello, più organizzata davanti alla prospettiva sul “dopo di noi”, quando lei e il padre non ci saranno più. Irene invece è infastidita da tutta questa “soffocante” protezione nei confronti del fratello, che vorrebbe vedere più libero, più felice, in grado di “sporcarsi” anche lui con la vita, di inciampare in errori e comunque andare avanti. Come tutti.
Nell’insieme il film è un affresco familiare dove trovano posto un po’ tutti i ruoli ancorati alla realtà: al di là dei due fratelli in primo piano ci sono due genitori apprensivi, che portano sul volto i segni di un’esistenza spesa per non far mancare nulla in casa, soprattutto a Omar; e ancora la nonna e la zia, generatrici di ironia e leggerezza, quella di un’età dove si è meno propensi a seguire pedissequamente le regole, cercando scampoli di giocosa libertà.
“La vita da grandi” è una commedia riuscita e coinvolgente che si muove con grazia su un tema delicato, tra colpi di ironia e sguardi attenti, rispettosi. Un film splendido, arioso, che conquista per profondità e insieme leggerezza.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Arte, Disabilità, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli,
Lavoro, Libertà, Mass-media, Media, Metafore del nostro tempo, Musica


 

La vita da grandi è tante cose: un film sull’autismo, raccontato con autenticità, rispetto e ironia e senza forzature – perché Omar non è un genio e non risponde ai cliché a cui il cinema ci ha abituati -, un doppio racconto di crescita fatto di paure e speranze, una riflessione sul terrore del fallimento e sulla necessità di iniziare a pensare che essere felici – o almeno provarci – è più importante che “sistemarsi”. E forse è per questo che risuona potente in chi guarda. Perché quello che mette in scena abbraccia tutti.


Come trasformare i ricordi del passato condivisi in propulsione per un futuro più di speranze che di paure? La vita da grandi cerca di raccontarcelo con un garbo molto sincero, un rispetto dei personaggi assoluto, tanto che li abbracceresti, ma assestando anche qualche sacrosanto calcio nel sedere nei momenti giusti


Scarano firma una commedia garbata che parla di sogni, legami familiari, inclusione, ma anche chiassose cene familiari davanti al televisore, tra racconti, incomprensioni e recriminazioni (spicca la performance di Maria Amelia Monti, nel ruolo della madre legittimamente apprensiva).


Recensioni
3,6/5 MYmovies
4/5 Movieplayer
3,7/5 Sentieri Selvaggi

 

I SIBLINGS: FRATELLI E SORELLE DI CUI NON SI PARLA ABBASTANZA

Il termine siblings appartiene alla lingua inglese, possiamo tradurlo come “fratello” o “sorella”.
Tuttavia, nella lingua italiana, quando ci riferiamo alla parola “siblings”, stiamo parlando dei fratelli e delle sorelle di persone che necessitano di assistenza a causa di neurodiversità e/o disabilità.
Questi siblings si trovano ad affrontare una serie di esperienze e sfide uniche dovute alla loro situazione familiare, che possono includere la responsabilità di fornire assistenza, la gestione delle proprie emozioni legate alla situazione del fratello o della sorella, nonché la navigazione attraverso il complesso sistema di supporto e servizi disponibili.
Spesso, essi giocano un ruolo cruciale nel fornire sostegno e assistenza al proprio familiare con bisogni speciali, assumendo un carico emotivo e pratico significativo. Le loro esperienze sono profondamente influenzate dalla dinamica familiare e dalla relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile, il che può avere un impatto notevole sul loro sviluppo personale e sulle relazioni interpersonali. Premesso che la gamma di neurodiversità e disabilità è vasta e variegata, molte persone che vivono queste esperienze si confrontano con sfide significative, insieme alle loro famiglie. Sebbene il rapporto genitori-figli sia un aspetto naturale e atteso, per i fratelli e le sorelle non è scontato dover assumersi la responsabilità della vita di una persona cara, soprattutto quando i genitori non saranno più presenti.
Questa responsabilità aggiuntiva, può presentare un carico emotivo e pratico considerevole per i siblings, che potrebbero dover affrontare decisioni cruciali riguardanti i problemi familiari, la cura e il sostegno del fratello o della sorella neurodiverso/a o disabile.
I siblings possono trovarsi a bilanciare le loro esigenze personali e aspirazioni con il bisogno di assistere e prendersi cura del loro familiare, creando così una complessa rete di responsabilità e dinamiche familiari. Inoltre, possono sperimentare sentimenti di preoccupazione, ansia, colpa o frustrazione nel navigare questo ruolo in evoluzione, specialmente quando si confrontano con limitazioni delle risorse o mancanza di supporto esterno.
Tuttavia, nonostante le sfide, i siblings spesso si dimostrano incredibilmente resilienti e dedicati nel loro impegno a sostenere i loro cari. La loro relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile può svilupparsi in un legame profondo e significativo, basato sull’amore, la comprensione reciproca e l’empatia. I siblings spesso hanno più empatia rispetto ai coetanei e alle coetanee, più senso di responsabilità, maggiore profondità di pensiero, di resilienza, di sensibilità, di solidarietà, di capacità di insegnamento e di vicinanza, e un tasso inferiore di conflitto e rivalità.
Nonostante ciò molti di questi fratelli/sorelle percepiscono e crescono con l’idea di avere un avvenire segnato dalle aspettative genitoriali, poiché sono destinati a diventare caregiver dei loro fratelli e vivono il futuro con preoccupazione e ansia: è importante intercettare precocemente nei siblings forme di disagio e/o vulnerabilità.
Gli studi scientifici sui siblings sono stati trascurati per molti anni, ma nell’ultimo periodo ci si sta concentrando anche sul loro ruolo. Il benessere psicologico del sibling, la percezione della qualità della sua vita relazionale, la presenza di una rete di supporto a cui fare affidamento, sono tutti elementi di cui è importante tener conto. Tramite la terapia familiare, i siblings possono sentirsi supportati nel condividere le loro esperienze e trovare modi costruttivi per affrontare le sfide che incontrano, rafforzando così il legame familiare e promuovendo il benessere di tutti i membri della famiglia.
Questa è una delle ragioni per cui esiste la “Giornata dei fratelli e delle sorelle” o “Siblings day” (10 aprile): non solo bisogna riconoscere il loro ruolo sostenendo la loro salute mentale, ma anche l’importanza che giocano nel benessere di tutta la famiglia.

Fonte: Serenis.it

 

MGF

 

 

 

 

 

LA VITA ACCANTO
Regia di Marco Tullio Giordana
con Sonia Bergamasco, Paolo Pierobon, Valentina Bellè

 

 

 

LA VITA ACCANTO – IL SEGRETO E’ UNA MACCHIA

Volto di donna. Gli echi lontanissimi possono partire da Gustaf Molander (Senza volto) e The Woman’s Face di George Cukor del 1941. I primi piani sulla protagonista in La vita accanto, ispirato al romanzo di Mariapia Veladiano che ha vinto il Premio Calvino, rivelano e nascondono, proprio come nel caso di una giovanissima Ingrid Bergman nel primo film e di Joan Crawford deturpata e contagiata dal Male nel secondo. Il dolore, nel nuovo film di Marco Tullio Giordana, non è però nel corpo di Rebecca. O, almeno, non soltanto. Contagia invece una famiglia bene vicentina in cui ogni respiro vitale si interrompe. Tutto diventa fermo, immobile. Così, proprio nel modo in cui gli interni familiari potrebbero essere attraversati da spettri, si sente la mano di Marco Bellocchio, co-sceneggiatore assieme a Gloria Malatesta e il regista.
Tutto comincia nel 1980 quando nasce Rebecca. La madre Maria (Valentina Bellè) è su di giri e condivide la sua gioia con il marito Osvaldo (Paolo Pierobon) ed Erminia (Sonia Bergamasco), la sorella gemella di lui che è anche pianista di successo. Ma dopo il parto, la famiglia nota che la bambina ha qualcosa di strano; sulla sua faccia infatti c’è una voglia rossastra che la copre per metà. Da quel momento, piomba nello sconforto. Maria cade in depressione e rifiuta le sue responabilità come madre. Osvaldo è come impotente. Solo Erminia si accorge che Rebecca ha talento come pianista. Così la protagonista vede nella musica la possibilità per un riscatto personale.
Dedicato a Chantal Akerman, La vita accanto fa convivere l’accurata ambientazione dei luoghi e dei personaggi con un impulso contagioso in cui il cinema di Giordana sembra essersi improvvisamente ringiovanito. Ed è proprio nell’omaggio alla grande cineasta francese scomparsa nel 2015 che il film cattura i gesti, le vie di fuga, il legame ombelicale ma anche di aperto contrasto con i luoghi. Ci sono scatti di rabbia (Maria che non sopporta il suono degli esercizi della figlia al piano, il litigio di Rebecca con il padre quasi risvegliato da quel sonno profondo in cui è piombato dalla sua nascita) che si alternano con il silenzio e il vuoto, ma anche tanti, possibili, ritorni alla vita. Così è proprio dalla casa che riemergono i segni del passato (il diario e i disegni di Maria, fatti a mano da Bellocchio ), ed è nello stretto rapporto tra memoria e identità – che è tra i temi ricorrenti del cinema di Giordana – che Rebecca (portata sullo schermo da Sara Ciocca da ragazzina e da Beatrice Barison che sorprende per l’intensità che regala a un personaggio difficile) riesce a uscire da un isolamento che non è soltanto suo ma è come se appartenesse solo a lei.
Malgrado qualche distorsione eccessiva come nella seduzione e inganno da parte di un coetaneo studente di musica di Rebecca o il modo in cui viene mostrata l’aggressione nel sonno da parte della madre della protagonista, sono le derive fantasy/horror che portano il cinema di Giordana verso territori nuovi, riconoscibili ma anche inesplorati, in cui risulta decisamente felice il suo incontro con Bellocchio. Gli sguardi dalla finestra, il rumore del tuffo nel fiume. Sono percezioni, oppure già oscuri presentimenti. Gli stessi della famiglia di Lucilla, amica di Beatrice. Nelle scene in cui si trovano insieme quando sono bambine potrebbero esserci – forse è pura allucinazione – delle strane corrispondenze con i biopic sulle star del rock. Sono i tanti strati di un film che rincorre ancora il tempo perduto, anche attraverso il dramma. Non c’è più Giordana solido narratore. Stavolta c’è qualcosa di più inafferrabile, forse anche confuso. Il titolo stesso, La vita accanto, fa presagire qualcosa di misterioso per il suo essere incompleto e suscitando varie domande: accanto a chi? Dove?

Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi


L’eleganza della messa in scena è memore della perizia di un regista che ha fatto la Storia del nostro Cinema contemporaneo e pur risultando a tratti ieratico nell’incedere della narrazione, lascia lo spazio ai suoi attori per esprimere il grande talento apportato da ognuno di loro.


In La vita accanto Marco Tullio Giordana ambienta una torbida vicenda familiare nello splendido scenario di una città d’arte, Vicenza, ingaggiando la maestosa bellezza delle architetture palladiane per fare da contrappunto alle miserie, alle fragilità e alle paure umane rappresentate.


Recensioni
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Cineforum
6,5/10 IMDb

 

LA NOSTRA OSPITE: MARIAPIA VELADIANO

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza. Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.
La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010, e secondo al Premio Strega 2011.
Nel 2012 ha pubblicato, con Einaudi Stile Libero, Il tempo è un dio breve. Nel 2013 è uscito un piccolo giallo per ragazzi, Messaggi da lontano, con Rizzoli. E, ancora con Einaudi Stile Libero, Ma come tu resisti, vita, una raccolta di minuscole riflessioni sui sentimenti e le azioni.
Nel 2014 ha pubblicato Parole di scuola, edizioni Erickson. Liberissime riflessioni sulla scuola.
Nel 2016 Una storia quasi perfetta, Guanda editore. Nel 2017, LEI, Guanda editore. Adesso che sei qui, Guanda editore, è uscito nel gennaio del 2021 e ha vinto il Premio Flaiano. Quel che ci tiene vivi viene pubblicato nel 2023. Il nuovo romanzo, Dio della povere, è in libreria il 16 settembre 2025.

“L’adolescenza sorprese a tradimento la mia vita e la schiantò con la furia indifferente e sciatta di un uragano, senza che nessuno se ne accorgesse. Avevo già perso Lucilla allora, o almeno lo credevo, e anche la maestra Albertina, che aveva lasciato il posto a una schiera di professori cinerini dalla voce secca come un frustino, che chiamavano gli studenti per cognome confondendoli come i pedoni degli scacchi e come i pedoni li spostavano qua e là per la classe ogni volta che nasceva un brusio ritenuto sedizioso”. [da La vita accanto]

 

«Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano».
Natalia Aspesi, «la Repubblica»

«Questa è un’opera matura, sapiente, memorabile per la sagacia che ostenta nel trovare uno sbocco coerente a tante biografie intrecciate, e per l’altezza che attinge nel narrare la catastrofe, la tragedia e il miracolo. Ma il libro non è la storia di una donna brutta che diventa bella. Bensì di una donna che, dal mondo dove tutti, compresa lei, la sentono come brutta, si costruisce un mondo su misura, dove tutto viene ricalibrato. Perfino la coppia. Perfino la maternità».
Ferdinando Camon, «ttL»

«Il romanzo brilla per uno stile elegante, capace di precipitare il lettore in una storia
al tempo stesso surreale e plausibile».
Lara Crinò, «il Venerdì di Repubblica»

 

Il suo sito personale:

https://www.mariapiaveladiano.it/

 

MGF

 

 

 

 

 

BLACK BAG – DOPPIO GIOCO
Regia di Steven Soderbergh – USA, 2025 – 93′
con Cate Blanchett, Michael Fassbender, Marisa Abela

 

 

 

 

 

SODERBERGH IN GRAN FORMA, IN UN FILM ILLUMINATO DA MICHAEL FASSBENDER E CATE BLANCHETT

Londra. L’agente segreto George Woodhouse deve svolgere una delicata missione; il suo superiore Meacham gli ha dato infatti una settimana di tempo per indagare sulla fuga di notizie di un software top-secret dal nome in codice Severus. Tra i cinque agenti del SIS sospettati, c’è anche sua moglie Kathryn. Così, per smascherare il traditore, invita gli altri quattro a cena a casa sua: Clarissa, specialista in immagini satellitari, il suo compagno e superiore Freddie, la psichiatra dell’agenzia Joe e il suo fidanzato James, anche lui agente segreto. Droga poi il cibo per abbassare le loro inibizioni. Quella stessa sera Meacham muore per un attacco cardiaco e i sospetti di George su sua moglie aumentano quando trova un biglietto del cinema nella spazzatura. Ma Kathryn è colpevole o la posta in gioco è ancora più alta? L’uomo si trova così diviso tra l’amore per lei e il dovere nei confronti del proprio paese.
Intrigo a Londra. L’ambientazione si sposta rispetto al film che Steven Soderbergh ha diretto nel 2006 con George Clooney come protagonista. Dalla Berlino degli anni ’40 si passa alla Londra contemporanea.
Nulla è come sembra. Soderbergh mette in atto quel ‘gioco di maschere’ che spesso attraversa il suo cinema e dove i protagonisti sembrano già pronti per la finzione dello schermo, per essere altri personaggi.
Il dettaglio del biglietto del cinema nella borsa di Kathryn non solo è rivelatore ma il titolo, Dark Windows, potrebbe essere quello alternativo a Black Bag, proprio perché nasconde quelle tracce di oscurità proprie della spy-story a cui fa da contrasto quella luce persistente, sui primi piani di Michael Fassbender e Cate Blanchett che diventano figure luminose, forse la reincarnazione di quelle hitchcockiane di Cary Grant e Grace Kelly che illuminano lo schermo ogni volta che vengono inquadrati e fanno percepire sempre le tracce della loro presenza, anche nel fuori-campo: “Io osservo lei e lei osserva me”.
È uno dei meccanismi classici del cinema di spionaggio, dove non ci sono mai risposte, ma aumentano invece i dubbi e le possibili, molteplici, piste narrative. In più il gioco psicologico che George propone durante la cena, con i propositi per la persona accanto, mette in atto un altro elemento sempre funzionale e seducente del suo cinema: quello di far mettere i personaggi nei panni dell’altro, di avvertirne i pensieri, anticiparne le azioni, leggerne la mente.
Rispetto alla saga di 007, il cineasta statunitense depura ogni possibile traccia letteraria. In Black Bag – Doppio gioco, non c’è Ian Fleming, e i fitti dialoghi della sceneggiatura di David Koepp diventano l’ulteriore sfida per il regista di mostrarli come doppi, depistanti, di coglierne la crescente tensione, di sottolinearne la natura di ‘bugie vere’, di renderli anche ironici. Ma quello che riesce benissimo a Soderbergh, ancora una volta, è quello di trovare il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.
C’è un’eleganza che non è mai forma. I colpi improvvisi (il coltello da bistecca sulla mano di Freddie), sembrano come dei gesti improvvisi in un meccanismo narrativo collaudatissimo, ma che mostra come il cinema di Soderbergh può aprirsi a improvvise sorprese. Anche Black Bag – Doppio gioco, è un film che insegue la luce. Quella delle candele dei bicchieri a tavola sembrano arrivare da lì. Sotto questo aspetto oggi il regista è l’unico, nel panorama statunitense, che può riprendere la lezione di Roger Corman dove in un film c’è parte che resta di quello (o di quelli) precedenti con momenti di grande e puro cinema, come il piano-sequenza iniziale con l’entrata di George dentro il locale.

Simone Emiliani – Mymovies

Tematiche: spionaggio, tradimento e lealtà, Matrimonio – coppia, Potere e controllo, Verità e menzogne, Identità e ruolo


Black Bag è un film di spionaggio che in realtà parla della coppia contemporanea, stretta nella morsa lavoro/privacy. Fassbender & Blanchett devono trovare una via d’uscita nel groviglio di indizi e menzogne che possa salvare il Paese, ma soprattutto il loro matrimonio. Perché in Black Bag la vita di coppia diventa l’unico “mondo” rimasto da preservare.


“Black Bag – Doppio gioco” è prima di tutto un film di divertimento, in cui ci si appassiona agli incastri millimetrici della trama – la risoluzione finale è impeccabile, cosa rarissima in un film di spionaggio – e alle interpretazioni eccellenti di Blanchett e Fassbender.
Un gioco intellettuale, di vera eleganza.


Una spy-story classica con tracce di Hitchcock e 007, elegante e seducente, dove nulla è quello che sembra. Il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.


Recensioni
3,7/5 MYmovies
4/5 ComingSoon
4/5 Sentieri Selvaggi

LO SPIONAGGIO OLTRE LA FINZIONE

 

Al di là del campo di battaglia, la strategia e l’intelligence svolgono un ruolo vitale in qualsiasi conflitto. Nella trama della storia, lo spionaggio ha svolto un ruolo di primo piano in più occasioni, cambiando talvolta drasticamente il corso degli eventi. Anche se spesso associamo lo spionaggio alle trame di film o romanzi, la realtà è che è molto presente nel nostro mondo.

Sapete che esistono varie tipologie di spie?
Le spie interne sono individui che fanno parte dell’organizzazione o del governo nemico. La loro posizione consente loro di avere accesso a informazioni altamente sensibili e riservate.
Le spie di turno sono nemici catturati che sono stati persuasi a lavorare per conto di coloro che li hanno catturati. Questi tipi di spie possono essere incredibilmente preziosi grazie al loro accesso e alla conoscenza interna del nemico.
Le spie di sopravvivenza sono agenti inviati in territorio nemico allo scopo di raccogliere informazioni. Il loro nome deriva dal fatto che devono sopravvivere in territorio nemico per lunghi periodi di tempo.
Le spie della morte sono coloro che raccolgono informazioni sapendo che, una volta scoperte, il loro destino sarà quasi certamente la morte. Sono agenti che si infiltrano nelle file nemiche per diffondere disinformazione, seminare discordia e operazioni di sabotaggio.

 

Nella lunga storia dello spionaggio, alcune figure si distinguono per il loro coraggio, intraprendenza e contributo all’arte dell’inganno.
Mata Hari, il cui vero nome era Margaretha Geertruida Zelle, era una famosa ballerina e cortigiana esotica dell’inizio del XX secolo. Il suo fascino e il suo talento per la seduzione l’hanno portata in un mondo di intrighi internazionali durante la prima guerra mondiale. Lavorando per la Germania come spia, Hari divenne una figura misteriosa . Fu arrestata dai francesi nel 1917, condannata per spionaggio e giustiziata.

 

Harold Adrian Russell “Kim” Philby è una delle spie più famose della Guerra Fredda. Membro del famigerato gruppo di spionaggio noto come “Cambridge Five”, Philby ha lavorato per l’MI6 britannico mentre agiva come doppio agente per l’Unione Sovietica. Per decenni, Philby ha passato informazioni cruciali al KGB, inclusi dettagli sulla strategia della NATO e sulle operazioni di intelligence occidentali. Il suo tradimento fu finalmente scoperto nel 1963, ma riuscì a fuggire a Mosca prima di essere arrestato.

 

Aldrich Ames, un ex ufficiale della CIA, è una delle spie più famose della storia americana. Dalla sua posizione con la CIA, Ames ha spiato per l’Unione Sovietica per quasi un decennio prima di essere scoperto nel 1994. Durante questo periodo, Ames ha compromesso una serie di operazioni di intelligence della CIA e ha rivelato l’identità di varie fonti di intelligence statunitensi, molti dei quali furono successivamente giustiziati. Ames è stato condannato all’ergastolo nel 1994 e si trova tuttora in carcere.

 

Julius ed Ethel Rosenberg erano una coppia americana condannata e giustiziata nel 1953 per spionaggio per conto dell’Unione Sovietica. I Rosenberg furono accusati di aver passato informazioni sulla bomba atomica ai sovietici durante la seconda guerra mondiale, in uno dei casi più controversi della guerra fredda. Furono giustiziati sulla sedia elettrica, diventando gli unici cittadini statunitensi ad essere stati giustiziati per spionaggio durante la pace.

 

 

Sidney Reilly, a volte chiamato “la migliore delle spie”, era un agente segreto britannico nato in Russia che operava all’inizio del XX secolo. La sua vita è avvolta nel mistero e nella leggenda, con storie del suo coraggio e astuzia che rivaleggiano con qualsiasi fiction di spionaggio. Si ritiene che Reilly abbia svolto un ruolo cruciale in diversi importanti eventi geopolitici, inclusa la caduta dello zar russo Nicola II. La sua vita e le sue imprese hanno ispirato numerose opere di narrativa, tra cui Ian Fleming per il suo personaggio di James Bond.

Fonte: Espiamos.com

 

 

MGF

 

 

LA GRANDE PAURA DI HITLER.
PROCESSO ALL’ARTE DEGENERATA
Diretto da Simona Risi
con la voce narrante di Iaia Forte

 

 

 

 

I veri grandi nemici di Hitler erano artisti come Picasso, Chagall, Van Gogh e Matisse, bollati dal nazismo come “degenerati”: le loro opere vennero ritirate dai musei tedeschi, distrutte o vendute, così come furono messe al bando la letteratura, la musica e l’architettura non in linea con il regime. A partire dalla mostra del Musée Picasso di Parigi, il documentario ripercorre questo attacco ideologico attraverso filmati rari, opere censurate e testimonianze di curatori, storici, sociologi e psicanalisti.

LA CENSURA ARTISTICA NEL TERZO REICH

Chiunque abbia aperto un libro di storia recente si è trovato faccia a faccia con gli orrori causati dal Terzo Reich, e credo che almeno una volta tutti ci siamo posti una domanda: com’è stato possibile?

Per rispondere a questa domanda, bisogna porre l’ascesa del regime nazista nel contesto storico: ci troviamo in una Germania al collasso, messa in ginocchio dalle riparazioni imposte dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, un Paese in cui l’inflazione era così galoppante che gli stipendi erano rivisti giorno per giorno, senza che ciò fosse d’aiuto alla popolazione.
Il Marco tedesco, la valuta ufficiale, era del tutto inutile: per gli scambi commerciali si usava il dollaro, oppure si acquistava cibo barattando sigarette o vecchi mobili, utili ormai solo come legna da ardere.

 

In questo contesto di fame e disperazione, appare un giovane Adolf Hitler, che punta il dito sull’ormai morente patriottismo: i Tedeschi dovevano rialzarsi e mostrare il loro vero valore!
Un discorso banale, scontato, ma perfetto per fare presa sulle menti di persone la cui sopravvivenza è oramai ai limiti dell’inspiegabile.
Hitler, nel suo Mein Kampf, parla di un’aleatoria idea dell’identità tedesca, non un amore di patria o un consesso di valori, ma una considerazione che partiva da basi estetiche: entrato in contatto con la comunità ebraica di Vienna, riporta di essersi sentito molto a disagio, e di aver finalmente compreso tutto l’odio rivolto nei loro confronti, perché “non sembravano assolutamente dei tedeschi”.

Ma da qui alla persecuzione sistematica serve un passo ulteriore: serve dimostrare che tutte queste “persone che non sembrano tedeschi”, siano essi ebrei, rom, omosessuali, comunisti o disabili, abbiano veramente delle cattive intenzioni nei confronti del Paese. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è così: nascono dunque i giornali di partito, che riferiscono solo versioni ufficiali rivedute e corrette dal Governo stesso. L’interesse non è trasmettere la verità, ma diffondere una menzogna che faccia comodo.
Scatta inoltre una brutale censura, verso qualsiasi pensiero od opinione che non sia completamente conforme ai princìpi di quel Partito che prometteva di far tornare grande la Germania, verso chiunque non corrisponda all’immagine del Tedesco. Viene indefessamente soffocata qualsiasi cosa possa spingere al ragionamento critico, fino ad instillare nelle persone il terrore anche solo di pensare qualcosa di sovversivo: non parlarne, sia chiaro, anche solo pensarlo.

 

Ma perché l’arte? Beh, innanzitutto non si parla di tutta l’arte, ma solo delle correnti più moderne, considerate decadenti e pregne di propaganda ebraica. Inoltre, l’arte eleva lo spirito, induce alla considerazione di concetti che vanno oltre la mera sopravvivenza. E l’arte di avanguardia spingeva a ragionamenti meno tradizionali, contrari all’ideologia imposta dai nazisti e pericolosi per il regime.

Un primo tentativo di screditare l’arte non istituzionale fu fatto nel 1933, quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, organizzò una mostra di “arte degenerata”, nella quale veniva mostrato “come le menti malate vedevano la natura”. Tuttavia, l’enorme successo della mostra, che nonostante l’intento derisorio piacque a due milioni di persone, spinse presto la Germania a metodi più drastici.
Nel 1937, venne organizzata una grandiosa vendita all’asta, in Svizzera, per allontanare le opere sovversive dalla Germania, eliminando il problema alla radice: i proventi, fu promesso, non sarebbero stati utilizzati per finanziare la guerra. Era una bugia.

 

Si provvide poi alla distruzione sistematica delle opere d’arte che non si era riusciti a vendere, in quanto inutili anche da un punto di vista economico.

La stessa distruzione venne poi operata anche con i bambini disabili, sterminati a decine di migliaia durante il progetto Aktion T4, autorizzato nel settembre 1939, prima della sua dismissione nel 1941. Da quella data, le eutanasie sistematiche non cessarono, semplicemente proseguirono senza un documento programmatico.

Il passo dalla censura all’omicidio di massa fu breve e agghiacciante, e vale la pena, oggi più che mai, di ricordare una citazione di Heinrich Heine: “Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.

 

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

Regia di Teemu Nikki – Finlandia, Italia, 2024 – 88′

con Pirjo Lonka, Elina Knihtilä, Ville Tiihonen

 

 

 

UNA COMMEDIA SCORRETTA CON UN TRAVOLGENTE RITMO DA THRILLER

In un paesino della Finlandia vivono due sorelle di mezza età, Taina e Pirkko, che di mestiere producono birra artigianale seguendo le orme del padre, un anziano scorbutico considerato il più grande mastro birraio della zona. Taina e Pirkko hanno promesso di produrre 100 litri di birra per l’imminente matrimonio della sorella Päivi, trasferitasi da tempo a Helsinki e costretta a camminare con delle protesi di titanio dopo un incidente causato da Taina. Donne aggressive, risolute e senza peli sulla lingua, le due sorelle sono delle conclamate alcolizzate e senza nemmeno rendersene conto bevono tutta la birra di Päivi e a un giorno di matrimonio sono costrette a trovarne altrettanta. L’unica è comprarla dal loro avversario più temibile racimolando soldi dai creditori che hanno sempre maltrattato.
Il prolifico regista Teemu Nikki gira una commedia grezza e scorretta ambientata nel villaggio natale di Sysmä e dedicata a una delle glorie nazionali finlandesi: la birra sathi. Una tale istituzione, in Finlandia, da poterci fare su un film un po’ comico e un po’ tragico in cui emergono i tanti caratteri di un popolo: il suo lato scatenato e distruttivo, la sua latente insoddisfazione, il suo complicato rapporto con l’alcol, la sua anima travolgente, svaccata, divertente, crudelmente disperata.
Taina e Pirkko sono due donne sole, arrabbiate e aggressive che usano l’alcol come uno sfogo; soprattutto la prima, incapace di elaborare la colpa per aver causato da ubriaca l’incidente che ha menomato la sorella e per questo legata a doppio filo all’incosciente e autodistruttiva Pirkko, la vera leader di una coppia di guerriere che sono in realtà rifiuti della società, artigiane di talento e devastatrici ancora più dotate.
Lo schema del film è quello classico di una commedia sgangherata con ritmo da thriller, con tanto di ore, minuti e secondi che invadono lo schermo per ricordare allo spettatore la missione delle due protagoniste: recuperare la birra perduta in tempo per il matrimonio. Lo spunto è il medesimo di Una notte da leoni, quando le due donne, al risveglio dopo un’epica sbronza di due giorni, non hanno la più pallida idea di ciò che hanno combinato e hanno perso la cognizione del tempo. Lo svolgimento, invece, è da film anni ’90, un po’ tarantiniano e un po’ fratelli Coen, tra un mastro birraio rivale con aria da gangster, un aiutante timido e narrativamente inutile, un frammento di iperviolenza assurda, continui rovesci di fortuna (la birra viene trovata, persa, ritrovata, ripersa e così via) e pure qualche gag azzeccata (lo stacco di montaggio sulla macchina rovesciata è molto divertente…).
Come sempre, poi, non manca il sottofondo dolceamaro: una propensione alla morte e all’autodistruzione già presente in altri film del regista come Il cieco che non voleva vedere Titanic e La morte è un problema dei vivi (2023) e qui ripresa per restituire in chiave sinistra il lato oscuro della passione per l’alcol, la corsa delle due protagoniste soprattutto contro sé stesse, le loro debolezze, la loro propensione ad affogare dolori e sconfitte in una pinta media e un amaro.
Non è casuale, però, che proprio il personaggio più riuscito del film sia il più spietato e disperato, e cioè l’irrefrenabile e caotica Pirkko, che a differenza della sorella sembra non conoscere rimorso o voglia di redenzione, ed è mossa come da un istintivo e animalesco principio di piacere e sopravvivenza. In termini cinematografici, è lei la forza propulsiva del racconto; lei, così indifferente e amorale, a fare da controcanto al sentimento che nel finale risolve in parte gli sbagli del passato.
Resta anche il dolore, nel mondo di 100 litri di birra, e la possibilità di offuscarlo, distruggendosi.

Roberto Manassero – MyMovies.it

Tematiche:
Alcolismo, Denaro, Disabilità, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli


Presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, conferma nel suo piacevole scorrimento la scioltezza narrativa di un autore piuttosto interessante, giunto all’ottavo lungometraggio, chiaramente invaghito del mondo emarginato e borderline che ama rappresentare, sorta di Kaurismaki certamente meno geniale e sublimato nella forma. Di certo, il cinema nordico evidenzia un umorismo tutto suo. Esempio? Nel pieno di una giornata scaldata da un bel sole, Taina totalmente zuppa dell’acqua del lago in cui ha rischiato di annegare, si rifugia dal padre Vekko che, vedendola, chiede impassibile: “Oh! Piove fuori?”.


È un concentrato di follia e trovate geniali e sopra le righe il 100 litri di birra di Teemu Nikki. Il regista finlandese mette le sue protagoniste in un frullatore di situazioni intrise di umorismo nero, che sfociano nel grottesco, che ammiccano all’eccesso, ma viene premiato dalla prova delle due splendide protagoniste Elina Knihlä e Pirjo Lonka, che portano su schermo Pirkko e Taina senza risparmiarsi, suscitando una empatia nello spettatore che lascia stupiti e soddisfatti.


Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.
Una sarabanda grottesca, una corsa contro il tempo – con tanto di conto alla rovescia sullo schermo – che, tra colpi di scena e trovate “ingegnose”, che immancabilmente peggiorano la situazione, incalza i personaggi e trascina gli spettatori in un vortice di risate.

Recensioni
3/5 MYmovies
7/10 FilmTV
3/5 ComingSoon

 

BIRRA SATHI FINLANDESE: TRA TRADIZIONE VICHINGA E SAPORI ANCESTRALI

Nelle foreste della Finlandia, tra laghi cristallini e notti illuminate dall’aurora boreale, si nasconde un segreto brassicolo vecchio di secoli: la birra Sahti finlandese. Questa bevanda, che fonde ritualità pagane e ingredienti selvatici, non è solo una birra. È un viaggio nel tempo, un’esperienza sensoriale che racconta storie di clan, saune fumanti e feste del solstizio. Con la sua gradazione coraggiosa e l’aroma di ginepro, la Sahti sfida le convenzioni moderne, offrendo un sorso di autenticità nordica.
Classificata come historical beer dalla BJCP, rappresenta uno degli stili più antichi ancora prodotti in Europa.

 

 

Il suo profilo è unico: note terrose si intrecciano a sentori resinosi del ginepro, mentre una dolcezza maltata ricorda il pane di segale appena sfornato. Non esiste una Sahti uguale all’altra. Ogni famiglia custodisce variazioni segrete, tramandate come dote nuziale.
Le radici della birra Sahti finlandese affondano nell’epopea nazionale Kalevala, dove il poeta-sciamano Väinämöinen crea la prima birra usando miele e saliva d’orso. Documentata dal XIII secolo, era la bevanda cerimoniale per matrimoni, funerali e riti di passaggio. Le donne finlandesi – vere sacerdotesse della brassificazione – mescolavano i malti in grandi tini di legno, spesso durante sessioni di sauna collettiva.
Con l’avvento del luppolo nel XVII secolo, molti stili tradizionali scomparvero. La Sahti sopravvisse nelle zone rurali, diventando simbolo di resistenza culturale.

La Sahti si affida a metodi ancestrali: è di colore ambra scuro, torbido come i laghi finlandesi in autunno.
Gli ingredienti principali sono orzo e segale tostati su legno di betulla, ginepro, acqua di pozzo non trattata e fermentazione spontanea o da ceppi ancestrali. I malti si mescolano in un tino di legno chiamato kuurna, il filtraggio avviene attraverso rami di ginepro che rilasciano oli essenziali donando note balsamiche e creando un dialogo aromatico con i malti di segale. La fermentazione è breve, due o tre giorni in botti di quercia, e il consumo è immediato.
Nella cultura finlandese, la Sahti si beve durante le sessioni di sauna: il calore intenso esalta i suoi aromi balsamici, creando un’esperienza quasi sciamanica.

 

Le spose finlandesi un tempo portavano in dote un ceppo di lievito di famiglia, un’usanza simile a quella delle birre trappiste, dove i monasteri custodiscono ceppi unici. Secondo la leggenda, usare rami di ginepro raccolti dopo il tramonto porta sfortuna.
I mastri birrai devono rispettare cicli naturali, come nella produzione delle birre stagionali.
La birra Sahti finlandese non è un semplice prodotto brassicolo. È un ponte tra passato e presente, tra natura e cultura, un’avventura senza fine.

Fonte:.lacasettacraftbeercrew.it

 

 

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