
LA VITA DA GRANDI
Regia di Greta Scarano – Italia, 2025 – 96′
con Matilda De Angelis, Yuri Tuci, Maria Amelia Monti
IL DEBUTTO ALLA REGIA DI SCARANO E’ UNA COMMEDIA LIEVE E INCLUSIVA, PIENA DI CUORE E IRONIA
L’opera prima è sempre una scommessa.
Greta Scarano fa subito centro, anzi va dritto al cuore con “La vita da grandi”. L’attrice romana, classe 1986, dopo due decenni di attività tra cinema e serie Tv – tra i suoi lavori “Suburra” (2015), “Smetto quando voglio” (2017), “La linea verticale” (2018) e “Il commissario Montalbano. Il metodo Catalanotti” (2021) –, si è preparata al debutto nella regia con un copione che unisce cinema sociale e commedia familiare. “La vita da grandi” prende le mosse da una storia vera, quella dei fratelli Margherita e Damiano Tercon, che hanno messo in racconto pubblicamente il loro legame comprese le sfide poste dall’autismo di Damino e le responsabilità di Margherita come ‘sibling’ (sorella/fratello di persona con disabilità). A interpretarli sullo schermo con grande vivacità e trasporto sono la brava Matilda De Angelis e l’esordiente Yuri Tuci (favoloso!). Nel cast anche Maria Amelia Monti, Paolo Hendel, Adriano Pantaleo e Ariella Reggio.
La storia. Roma oggi, Irene è una giovane donna sulla trentina che lavora nel campo della comunicazione e delle risorse rinnovabili. Ha una vita apparentemente serena, tra lavoro e il progetto di una casa con il fidanzato Ugo. Un giorno la madre Piera le chiede di tornare a Rimini per occuparsi temporaneamente del fratello quarantenne Omar.
La donna deve fare degli accertamenti medici e non vuole lasciare solo il figlio. Omar è autistico e la madre ha avuto sempre paura che potesse non essere pienamente indipendente.
I due fratelli si ritrovano così a passare del tempo insieme, riannodando i fili del passato e provando anche a costruire un nuovo rapporto.
Attraverso la storia di Irene e Omar la Scarano offre un importante sguardo sulla condizione di numerose famiglie, che affrontano la disabilità di un loro componente, passando in rassegna i vari pensieri, sentimenti ed emozioni in campo.
La Scarano si tiene ben lontana da inutili stereotipi o macchiette comico-pietistiche. Usa la commedia gentile per raccontare la realtà, il quotidiano familiare, in tutte le sfaccettature: alterna con disinvoltura la prospettiva dei due fratelli, cerando di fare emergere punti di vista ed esigente di entrambi.
Da un lato, c’è Omar che è consapevole della sua condizione, ma non accetta di vivere una vita in sottrazione; vuole lavorare, essere libero di uscire, di cantare e sì anche di potersi innamorare. Il suo autismo esiste, ma non deve essere una barriera che separa dagli altri, dalla vita. Omar desidera un’esistenza piena, come ogni adulto.
Dall’altro lato c’è Irene, che disattende puntualmente le richieste della madre Piera che la vorrebbe più disciplinata nell’occuparsi del fratello, più organizzata davanti alla prospettiva sul “dopo di noi”, quando lei e il padre non ci saranno più. Irene invece è infastidita da tutta questa “soffocante” protezione nei confronti del fratello, che vorrebbe vedere più libero, più felice, in grado di “sporcarsi” anche lui con la vita, di inciampare in errori e comunque andare avanti. Come tutti.
Nell’insieme il film è un affresco familiare dove trovano posto un po’ tutti i ruoli ancorati alla realtà: al di là dei due fratelli in primo piano ci sono due genitori apprensivi, che portano sul volto i segni di un’esistenza spesa per non far mancare nulla in casa, soprattutto a Omar; e ancora la nonna e la zia, generatrici di ironia e leggerezza, quella di un’età dove si è meno propensi a seguire pedissequamente le regole, cercando scampoli di giocosa libertà.
“La vita da grandi” è una commedia riuscita e coinvolgente che si muove con grazia su un tema delicato, tra colpi di ironia e sguardi attenti, rispettosi. Un film splendido, arioso, che conquista per profondità e insieme leggerezza.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Amicizia, Arte, Disabilità, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli,
Lavoro, Libertà, Mass-media, Media, Metafore del nostro tempo, Musica
La vita da grandi è tante cose: un film sull’autismo, raccontato con autenticità, rispetto e ironia e senza forzature – perché Omar non è un genio e non risponde ai cliché a cui il cinema ci ha abituati -, un doppio racconto di crescita fatto di paure e speranze, una riflessione sul terrore del fallimento e sulla necessità di iniziare a pensare che essere felici – o almeno provarci – è più importante che “sistemarsi”. E forse è per questo che risuona potente in chi guarda. Perché quello che mette in scena abbraccia tutti.
Come trasformare i ricordi del passato condivisi in propulsione per un futuro più di speranze che di paure? La vita da grandi cerca di raccontarcelo con un garbo molto sincero, un rispetto dei personaggi assoluto, tanto che li abbracceresti, ma assestando anche qualche sacrosanto calcio nel sedere nei momenti giusti
Scarano firma una commedia garbata che parla di sogni, legami familiari, inclusione, ma anche chiassose cene familiari davanti al televisore, tra racconti, incomprensioni e recriminazioni (spicca la performance di Maria Amelia Monti, nel ruolo della madre legittimamente apprensiva).
Recensioni
3,6/5 MYmovies
4/5 Movieplayer
3,7/5 Sentieri Selvaggi
I SIBLINGS: FRATELLI E SORELLE DI CUI NON SI PARLA ABBASTANZA
Il termine siblings appartiene alla lingua inglese, possiamo tradurlo come “fratello” o “sorella”.
Tuttavia, nella lingua italiana, quando ci riferiamo alla parola “siblings”, stiamo parlando dei fratelli e delle sorelle di persone che necessitano di assistenza a causa di neurodiversità e/o disabilità.
Questi siblings si trovano ad affrontare una serie di esperienze e sfide uniche dovute alla loro situazione familiare, che possono includere la responsabilità di fornire assistenza, la gestione delle proprie emozioni legate alla situazione del fratello o della sorella, nonché la navigazione attraverso il complesso sistema di supporto e servizi disponibili.
Spesso, essi giocano un ruolo cruciale nel fornire sostegno e assistenza al proprio familiare con bisogni speciali, assumendo un carico emotivo e pratico significativo. Le loro esperienze sono profondamente influenzate dalla dinamica familiare e dalla relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile, il che può avere un impatto notevole sul loro sviluppo personale e sulle relazioni interpersonali. Premesso che la gamma di neurodiversità e disabilità è vasta e variegata, molte persone che vivono queste esperienze si confrontano con sfide significative, insieme alle loro famiglie. Sebbene il rapporto genitori-figli sia un aspetto naturale e atteso, per i fratelli e le sorelle non è scontato dover assumersi la responsabilità della vita di una persona cara, soprattutto quando i genitori non saranno più presenti.
Questa responsabilità aggiuntiva, può presentare un carico emotivo e pratico considerevole per i siblings, che potrebbero dover affrontare decisioni cruciali riguardanti i problemi familiari, la cura e il sostegno del fratello o della sorella neurodiverso/a o disabile.
I siblings possono trovarsi a bilanciare le loro esigenze personali e aspirazioni con il bisogno di assistere e prendersi cura del loro familiare, creando così una complessa rete di responsabilità e dinamiche familiari. Inoltre, possono sperimentare sentimenti di preoccupazione, ansia, colpa o frustrazione nel navigare questo ruolo in evoluzione, specialmente quando si confrontano con limitazioni delle risorse o mancanza di supporto esterno.
Tuttavia, nonostante le sfide, i siblings spesso si dimostrano incredibilmente resilienti e dedicati nel loro impegno a sostenere i loro cari. La loro relazione con il fratello o la sorella neurodiverso/a o disabile può svilupparsi in un legame profondo e significativo, basato sull’amore, la comprensione reciproca e l’empatia. I siblings spesso hanno più empatia rispetto ai coetanei e alle coetanee, più senso di responsabilità, maggiore profondità di pensiero, di resilienza, di sensibilità, di solidarietà, di capacità di insegnamento e di vicinanza, e un tasso inferiore di conflitto e rivalità.
Nonostante ciò molti di questi fratelli/sorelle percepiscono e crescono con l’idea di avere un avvenire segnato dalle aspettative genitoriali, poiché sono destinati a diventare caregiver dei loro fratelli e vivono il futuro con preoccupazione e ansia: è importante intercettare precocemente nei siblings forme di disagio e/o vulnerabilità.
Gli studi scientifici sui siblings sono stati trascurati per molti anni, ma nell’ultimo periodo ci si sta concentrando anche sul loro ruolo. Il benessere psicologico del sibling, la percezione della qualità della sua vita relazionale, la presenza di una rete di supporto a cui fare affidamento, sono tutti elementi di cui è importante tener conto. Tramite la terapia familiare, i siblings possono sentirsi supportati nel condividere le loro esperienze e trovare modi costruttivi per affrontare le sfide che incontrano, rafforzando così il legame familiare e promuovendo il benessere di tutti i membri della famiglia.
Questa è una delle ragioni per cui esiste la “Giornata dei fratelli e delle sorelle” o “Siblings day” (10 aprile): non solo bisogna riconoscere il loro ruolo sostenendo la loro salute mentale, ma anche l’importanza che giocano nel benessere di tutta la famiglia.
Fonte: Serenis.it
MGF

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza. Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.
«Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano».
Le spie interne sono individui che fanno parte dell’organizzazione o del governo nemico. La loro posizione consente loro di avere accesso a informazioni altamente sensibili e riservate.
Nella lunga storia dello spionaggio, alcune figure si distinguono per il loro coraggio, intraprendenza e contributo all’arte dell’inganno.


Sidney Reilly, a volte chiamato “la migliore delle spie”, era un agente segreto britannico nato in Russia che operava all’inizio del XX secolo. La sua vita è avvolta nel mistero e nella leggenda, con storie del suo coraggio e astuzia che rivaleggiano con qualsiasi fiction di spionaggio. Si ritiene che Reilly abbia svolto un ruolo cruciale in diversi importanti eventi geopolitici, inclusa la caduta dello zar russo Nicola II. La sua vita e le sue imprese hanno ispirato numerose opere di narrativa, tra cui Ian Fleming per il suo personaggio di James Bond.
Per rispondere a questa domanda, bisogna porre l’ascesa del regime nazista nel contesto storico: ci troviamo in una Germania al collasso, messa in ginocchio dalle riparazioni imposte dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, un Paese in cui l’inflazione era così galoppante che gli stipendi erano rivisti giorno per giorno, senza che ciò fosse d’aiuto alla popolazione.
Ma da qui alla persecuzione sistematica serve un passo ulteriore: serve dimostrare che tutte queste “persone che non sembrano tedeschi”, siano essi ebrei, rom, omosessuali, comunisti o disabili, abbiano veramente delle cattive intenzioni nei confronti del Paese. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è così: nascono dunque i giornali di partito, che riferiscono solo versioni ufficiali rivedute e corrette dal Governo stesso. L’interesse non è trasmettere la verità, ma diffondere una menzogna che faccia comodo.
Un primo tentativo di screditare l’arte non istituzionale fu fatto nel 1933, quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, organizzò una mostra di “arte degenerata”, nella quale veniva mostrato “come le menti malate vedevano la natura”. Tuttavia, l’enorme successo della mostra, che nonostante l’intento derisorio piacque a due milioni di persone, spinse presto la Germania a metodi più drastici.
Si provvide poi alla distruzione sistematica delle opere d’arte che non si era riusciti a vendere, in quanto inutili anche da un punto di vista economico.
Nelle foreste della Finlandia, tra laghi cristallini e notti illuminate dall’aurora boreale, si nasconde un segreto brassicolo vecchio di secoli: la birra Sahti finlandese. Questa bevanda, che fonde ritualità pagane e ingredienti selvatici, non è solo una birra. È un viaggio nel tempo, un’esperienza sensoriale che racconta storie di clan, saune fumanti e feste del solstizio. Con la sua gradazione coraggiosa e l’aroma di ginepro, la Sahti sfida le convenzioni moderne, offrendo un sorso di autenticità nordica.
Il suo profilo è unico: note terrose si intrecciano a sentori resinosi del ginepro, mentre una dolcezza maltata ricorda il pane di segale appena sfornato. Non esiste una Sahti uguale all’altra. Ogni famiglia custodisce variazioni segrete, tramandate come dote nuziale.
Gli ingredienti principali sono orzo e segale tostati su legno di betulla, ginepro, acqua di pozzo non trattata e fermentazione spontanea o da ceppi ancestrali. I malti si mescolano in un tino di legno chiamato kuurna, il filtraggio avviene attraverso rami di ginepro che rilasciano oli essenziali donando note balsamiche e creando un dialogo aromatico con i malti di segale. La fermentazione è breve, due o tre giorni in botti di quercia, e il consumo è immediato.