LE ASSAGGIATRICI
Regia di Silvio Soldini 
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE RIFLETTE SULLA VIOLAZIONE DEL CORPO DELLE DONNE CONSERVANDO IL TRATTO AUTORIALE DEL SUO REGISTA.

“Cuore del film: il gruppo di donne costrette in una stanza intorno a una tavola apparecchiata. Lì, nella sala assaggi e nel cortile durante l’attesa tra due pasti, Rosa e le altre vivono emozioni e sentimenti di ogni genere, iniziando dalla paura, dalla rabbia, per arrivare a stringere amicizie, complicità, o a tradirsi”. Così il regista Silvio Soldini nel descrivere il suo nuovo film “Le assaggiatrici”, che prende le mosse dal romanzo omonimo di Rossella Postorino, Premio Campiello 2018. La scrittrice si è ispirata alla vicenda vera resa nota nel 2012 dall’unica superstite, Margot Wölk. Il percorso dal romanzo allo schermo ha richiesto alcuni anni. A firmare il soggetto è Cristiana Comencini insieme a Giulia Calenda e Ilaria Macchia.
La storia. Germania 1943. Rosa è una ventenne in fuga da Berlino, che si rifugia in un piccolo paese sul confine orientale dove vivono i genitori del marito, da lungo tempo al fronte. Poco dopo il suo arrivo, Rosa viene prelevata dalle SS e condotta in un presidio militare: lì scopre che è stata scelta, insieme ad altre giovani donne, come assaggiatrice dei pasti di Adolf Hitler, che si trova nel cuore della foresta, nel quartier generale noto come Tana del Lupo. Rosa e le altre sono spaventate e confuse, ma non hanno scampo: devono mangiare quelle prelibatezze, che potrebbero però contenere veleno. A complicare le cose l’arrivo di uno spietato gerarca, il nuovo comandante delle SS Albert Ziegler, che rimane colpito da Rosa…
Il regista milanese Silvio Soldini, apprezzato autore di commedie e drammi sociali come “Pane e tulipani” (2000), “Giorni e nuvole” (2007) e “Il colore nascosto delle cose” (2017), governa un copione potente, che esplora il mondo femminile sul finire della Seconda guerra mondiale. L’autore pedina Rosa e le altre che ogni giorno, controvoglia, sono “invitate” a mangiare piatti succulenti; il loro incedere, però, è come quello delle condannate a morte. Ogni giorno, ogni colpo di cucchiaio, si chiedono se troveranno o meno il veleno sciolto nei pasti. All’apparenza sembrano delle privilegiate, che possono nutrirsi adeguatamente, in un momento in cui anche i tedeschi sperimentano il razionamento delle provviste a favore di Hitler, chiuso nella sua bolla di ossessioni e paure. In particolare, Rosa vive più di un conflitto interiore: oltre al senso di impotenza per le vessazioni delle SS, si strugge per il marito costretto al fronte, quel giovane uomo gentile che ha visto arruolarsi poco dopo il matrimonio; a questo si aggiungono pressioni e pulsioni accese dal comandante Ziegler. Rosa sulle prime lo disprezza, lo respinge, poi la solitudine e il senso di impotenza, la fanno vacillare. Viene travolta da desideri e sentimenti, “rea” di voler provare ancora una volta tenerezza e calore umano, in un mondo dove tutto va in pezzi. Ben presto però la brutale realtà torna a bussare alla porta della sua coscienza. Soldini governa il racconto in maniera asciutta e controllata, mettendosi al servizio di una storia ben scritta e strutturata. La sua è una “esecuzione” rispettosa, senza troppe licenze o abbellimenti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Cibo, Donna, Famiglia, Guerra, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Shoah – Olocausto, Solidarietà, Storia, Violenza


 

Non è un film di primi piani ma di inquadrature in cui i personaggi femminili, ripresi in gruppo, sembrano premere sui bordi dell’inquadratura come a dire: “Ma che ci faccio qui?”, anche se l’organizzazione dello spazio filmico è perfetta. In quello spazio i dettagli sono importanti, e non per una ricerca ossessiva di perfezione ma perché ogni cosa ha un valore simbolico e partecipa al mood del film, che mette in scena anche l’emozione e la verità, e la verità significa credere alle donne che 80 anni fa sono state delle cavie.


 

Muovendosi tra spazi circoscritti – la sala da pranzo e il cortile, la casa dei suoceri e la camera da letto di Rosa, il fienile e il dormitorio – Le assaggiatrici si sofferma sui dettagli, le piccole storie personali, i particolari a margine del conflitto. Ricostruisce un mondo femminile vittima del conflitto dove convivono la solidarietà e il tradimento. E in quel contesto così drammatico lascia anche spazio a parentesi di leggerezza e dolcezza.


 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum
4/5 ComingSoon

 

MARGOT WöLK

Margot Wölk, nata a Berlino nel 1917 e morta nel 2014, aveva poco più di 20 anni quando divenne una delle “assaggiatrici di Hitler”, costretta insieme ad altre 14 giovani a mangiare il cibo preparato per il Führer per verificare che non fosse avvelenato. La storia di queste donne venne resa nota solo nel 2012 quando, in occasione del suo 95esimo compleanno, Wölk decise di raccontarla in un’intervista tv. Lei fu l’unica sopravvissuta delle 15 “assaggiatrici”.

 

La vicenda è stata raccontata in un libro scritto da Rosella Postorino, che nel 2018 ha vinto il Premio Campiello.
La storia di Margot Wölk inizia nel dicembre del 1941, quando a causa di un bombardamento fu costretta a trasferirsi nella casa della suocera, mentre il marito era al fronte, in un villaggio della Prussia orientale. L’abitazione si trovava a pochi chilometri dal Wolfsschanze (“Tana del Lupo”), il quartier generale militare del fronte orientale di Hitler. Poco dopo il suo arrivo nel villaggio, Wölk e altre 14 giovani donne vennero selezionate dal sindaco locale e portate nelle caserme di Krausendorf, dove i cuochi preparavano il cibo per le ragazze.

Wölk, all’epoca 24enne, veniva prelevata ogni giorno per recarsi ad assaggiare i piatti preparati per Hitler. Ogni volta che terminava un pasto, aveva ricordato ancora Wölk, piangeva “per il sollievo”, sapendo che, ancora una volta, era sopravvissuta.
Solo dopo che le donne avevano confermato che il cibo era commestibile e innocuo, le SS lo portavano al Führer. Dopo un tentativo fallito di uccidere Hitler, le assaggiatrici non vennero più lasciate nelle loro case, ma furono fatte alloggiare in un edificio a parte.

Nel 1944, quando l’Armata Rossa stava avanzando rapidamente ed era a pochi chilometri dal Wolfsschanze, un soldato prese Wölk e la fece salire su un treno per Berlino. La donna disse di aver incontrato il militare dopo la fine della guerra, fu lui a raccontarle che le altre 14 assaggiatrici erano state uccise prima dell’arrivo dei sovietici.
Dopo l’ingresso dell’esercito sovietico a Berlino, anche lei fu catturata e violentata ripetutamente. Le furono provocate lesioni tali da non permetterle di avere figli negli anni a seguire. Nel 1946 la donna riuscì a ricongiungersi con il marito, con cui visse fino alla morte di lui, avvenuta nel 1980.
Wölk decise di tenere nascosta la sua storia per tantissimi anni, fino a quando nel dicembre 2012 la raccontò a una giornalista del Berliner Zeitung, descrivendo quei giorni come “i peggiori della sua vita”.

Fonte: Fanpage

 

MGF

 

 

 

PER TE
Drammatico
Regia di Alessandro Aronadio – Italia, 2025 – 115′
con Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Leoni

 

 

 

 

 

UN’OPERA CHE NON FORZA LA MANO IN CHIAVE SENTIMENTALE E SA COGLIERE MOMENTI DI VISSUTO AUTENTICO

“È giusto trattare un argomento così terribile provando a usare toni più leggeri?”. Così il regista-sceneggiatore Alessandro Aronadio (“Era ora”, 2022) nel presentare il suo nuovo film “Per te”, ispirato alla famiglia Piccoli segnata da una rara forma di Alzheimer precoce che ha colpito il papà Paolo poco più che quarantenne, e la risposta di forza e luminosità del figlio undicenne Mattia e della moglie Michela. In particolare, la resilienza e l’amore di Mattia per suo padre sono diventati un caso nazionale nel 2021 quando il presidente Sergio Mattarella ha nominato il ragazzo Alfiere della Repubblica. Scritta da Aronadio con Ivano Fachin e Renato Sannio, la loro storia è diventata un film interpretato con grande intensità e prudenza da Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Francesco Leoni e Giorgio Montanini. Prodotto da Piper Film, Lungta, Alea e Netflix, “Per te” è nei cinema dal 17 ottobre.
La storia. Paolo ha poco più di quarant’anni, è sposato con Michela ed è papà di Mattia, undicenne acuto e brillante. La loro quotidianità è spensierata, fatta di sorrisi e complicità. All’improvviso una crepa, che minaccia di inghiottire tutto. Paolo ha avuto una diagnosi implacabile: Alzheimer precoce, aggressivo. Così fa di tutto per vivere al meglio il tempo in cui i ricordi non vacillano, prendendosi un congedo dal lavoro per seguire il figlio Mattia, dandogli insegnamenti utili per quando sarà grande: farsi la barba, il nodo alla cravatta o imparare a guidare la macchina. Michela e Mattia sono sempre al suo fianco, pronti a sorreggere i suoi sorrisi anche quando Paolo non ne sente più motivo…
“In questo film – ha affermato il regista – la diagnosi doveva essere raccontata come un tragico scherzo, una dichiarazione d’intenti, nostra e della vita (…). Perché ‘Per te’ racconta anche questo: due approcci diversi alla tragedia. Il primo, più leggero, di chi vive la commedia come modo per esorcizzare il dolore. L’altro, più concreto e pragmatico, ricorda che la risata è una medicina ma non può essere un’eterna via di fuga, e che a un certo punto le cose vanno attraversate (…). Paolo e Michela nel film incarnano questi due approcci e durante l’arco della storia ognuno, credo, finisce per imparare qualcosa dall’altro”.
“Per te” è un’opera che danza con passo leggero su un tema-vertigine che schianta, da cui si vorrebbe fuggire. Rispetto al recente, e altrettanto delicato, “Familiar Touch” (2025), il film italiano si serve dell’umorismo gentile per governare una materia incandescente, senza mancare di rispetto a chi abita la malattia, alle famiglie coinvolte nella tempesta dello smarrimento e del dolore. “Per te” è una bellissima storia d’amore, tra un marito e una moglie, tra un padre e un figlio. Il viaggio di un uomo nelle terre della paura – è la sfida più grande per Paolo, arrivare a dire al figlio undicenne “ho paura” – e dell’ignoto, senza però sentirsi mai solo, senza appigli o tenerezza. Un’opera che non ristagna nella malattia e nel dolore, bensì nella vita che brilla nella quotidianità familiare. E laddove Paolo non riesce più a trattenere i ricordi, sono Mattia e Michela a farlo per lui, a colorare i dettagli mancanti dalle sue giornate.
Edoardo Leo regala ancora una volta un’interpretazione misurata e vibrante, come pure Teresa Saponangelo; sorprende poi la spontaneità gentile di Javier Francesco Leoni, che sagoma Mattia. “Per te” non è un film ricattatorio, al contrario. Ha un respiro, per quanto possibile, arioso e lieve, che regala una dolce commozione.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Disabilità, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Malattia, Matrimonio – coppia, Medicina


Edoardo Leo, al terzo film con il regista dopo Io c’è ed Era ora, è credibile nei panni di Paolo così come risulta spontaneo il modo in cui viene ricreato il rapporto col figlio Mattia, portato sullo schermo con naturalezza da Javier Francesco Leoni. Ma è soprattutto Teresa Saponangelo che regala una prova di grande intensità, evidente nei silenzi, nei rimpianti, ma anche nel modo con cui costruisce la complicità e l’intimità con il marito. In una scena gli dice: “Tu dimenticherai tutto, io no”.


I film sulle malattie degenerative o incurabili sono un terreno scivoloso: possono essere a modo loro retorici e ricattatori, lavare la coscienza dello spettatore per il tempo della visione o spaventarlo al punto da essere rifiutati, ma quando sono ben fatti e con una scelta stilistica ben precisa questo rischio non si corre.


Alessandro Aronadio trasporta su schermo una storia vera che emoziona sia per ciò che racconta che per il modo in cui il regista sceglie di raccontarla, senza pietismi ma con una grazia preziosa e sicura, che si permette anche la giusta leggerezza dove possibile. Lo aiutano Edoardo Leo e il piccolo Javier Francesco Leoni che portano su schermo un padre e un figlio credibili nella loro ordinaria quotidianità così come nel dramma che si trovano a dover affrontare.

Recensioni
3/5 MyMovies
4,5/5 Ciak Magazine
3,5/5 ComingSoon

 

CHI E’ MATTIA PICCOLI, CHE A 11 ANNI A INIZIATO A PRENDERSI CURA DEL PADRE MALATO

Nei momenti più cupi, Mattia Piccoli, 16 anni, tira fuori una foto incorniciata. Ci sono lui, suo fratello Andrea, 12 anni, e papà Paolo, quando ancora non era malato di Alzheimer precoce, una forma rara che lo ha colpito a soli 43 anni.
In Italia, come spiega al Corriere il dottor Nicola Vanacore, responsabile demenze all’Istituto Superiore di Sanità, si stima che ci siano 24.000 persone malate di Alzheimer precoce, che insorge prima dei 65 anni: ha cause genetiche dettate da mutazioni precise, e riguarda il 3-4% dei casi complessivi di Alzheimer.

Paolo era ancora un uomo giovane quando ha cominciato a scordarsi di fare quelle cose che, normalmente, non si dimenticano: andare a prendere i bambini, fare la spesa. Sua moglie, Michela, si è resa conto presto di cosa fosse successo: anche il papà di suo marito ne aveva sofferto, e Paolo, da bambino, lo aiutava a farsi la barba e a mangiare. È diventata presto una caregiver, con tutto il carico emotivo e pratico che comporta, e quando la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e a schiacciarla, ha trovato un aiuto proprio nel suo primogenito, Mattia, che allora aveva solo undici anni.

 

 

«All’inizio non capivo. Ero un bambino normale, pensavo a giocare. Poi però ho iniziato a guardare mia mamma e a vedere nei suoi occhi la sua sofferenza, che era triste. E lì ho capito che dovevo mettermi in gioco, aiutare mia mamma, e l’ho fatto piano piano perché ero un bambino. Da allora non ho più smesso», ha spiegato a RaiPlay. Ha deciso di farsi carico di alcune incombenze, e ha cominciato ad aiutare il papà a vestirsi, a infilarsi le scarpe. Le cose che lui non riusciva più a fare da solo.

 

 

Per il suo coraggio e la sua forza, Mattia Piccoli, nel 2021, è stato insignito del riconoscimento di Alfiere della Repubblica dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per l’amore e la cura con cui segue quotidianamente la malattia del padre e lo aiuta a contrastarla. Il suo impegno è quanto mai prezioso: non è frequente che un giovanissimo svolga, con tanta dedizione, il compito di caregiver tuttavia la sua esperienza è un esempio anche per i coetanei».

 

 

E oggi la sua storia – che è stata raccontata da Serenella Antoniazzi nel libro Un tempo piccolo (Gemma Edizioni) – è diventata anche un film, Per te, diretto da Alessandro Aronadio, con Edoardo Leo, Javier Francesco Leoni e Teresa Saponangelo.
Oggi Paolo si trova in una Rsa, ma suo figlio Mattia continua a stargli accanto: «Qualche volta lui non si ricorda più nemmeno chi sono, e allora gli prendo la mano e dico: “Papà, sono io: Mattia”».

 

 

 

Fonte: VanityFair.it

 

MGF

 

 

 

 

LE CITTA’ DI PIANURA
Drammatico
Regia di Francesco Sossai – Italia, Germania, 2025 – 100′
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla

 

 

 

 

UN ROAD MOVIE CHE RIESCE A RACCONTARE UN’ITALIA VERA CON UNA SUA ENERGIA LENTA E SUL FINALE COMMOVENTE

Cosa fare in Veneto quando sei morto? La parafrasi del titolo di un film americano della metà degli anni Novanta (“Cosa fare a Denver quando sei morto” di Gary Fleder) è evocativo del mondo richiamato da “Le città di pianura”, opera seconda di Francesco Sossai, ambientata nel lembo di terra che separa la laguna veneta dalle Dolomiti, quello che fino agli anni Novanta era la locomotiva trainante dell’economia del nord-est italiano e che, dopo la grande crisi economica del 2008, è finita per scomparire dall’immaginario collettivo al punto tale che la scena in cui i protagonisti ne disegnano il reticolo stradale e le città principali su fogli di carta velina diventa una sorta di metafora sul bisogno di certificarne l’esistenza da parte delle persone che lo abitano.
In questa specie di “terra di mezzo” si muovono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due simpatici lestofanti che sembrano capaci di esorcizzare gli smacchi della vita trasformandola in una continua festa etilica di cui a un certo punto entra a far parte anche Giulio (Filippo Scotti), studente napoletano fuori sede alle prese con le sofferenze del primo innamoramento.
“Le città di pianura” costruisce da subito una sintonia tra i personaggi e il territorio: dapprima facendo corrispondere l’anonimato esistenziale dei protagonisti a quello della pianura veneta, ripresi senza un inizio e una fine come peraltro si evince dalla mancanza di riferimenti della sequenza d’apertura nella quale vediamo Carlobianchi e Doriano immersi nel buio della notte dentro l’abitacolo della macchina ferma in mezzo alla strada in attesa di capire il da farsi. In seguito, quando la conoscenza con Giulio si trasforma in amicizia, toglie alle cose e alle persone la vaghezza con cui di solito si guarda alle vite in transito, quelle sfiorate dai personaggi nel corso del loro errante incedere. Il film lo fa ambientando la scena clou all’interno della tomba Brion, il monumento funebre realizzato da Carlo Scarpa che, accogliendo i nostri nell’eccezionalità della sua modernistica architettura (contrapposta alla piatta omogeneità delle case passate in rassegna dal finestrino della macchina) diventa l’emblema di un’identità e di una bellezza nelle quali i tre viaggiatori sembrano trovare temporaneo ristoro mentre guardano con incertezza a ciò che sta fuori (campo), ossia l’insensato progresso che ha ridotto la pianura in un luogo di passaggio.
Nel mettere in scena la sua requisitoria “Le città di pianura” elabora un intelligente percorso di stratificazione visiva fatto di scarti impercettibili e però rivelatori dello stato delle cose, come lo è l’inquadratura delle macchie di vino lasciate sulla tovaglia dai bicchieri in tutto uguali all’incrocio degli anelli presenti nel monumento funebre, sintesi della relazione dialettica tra opposti che rimanda al legame tra culture diverse di cui i tre protagonisti sono espressione. Girato con un’attenzione documentaria che il regista destabilizza con distorsioni sensoriali in grado di mettere sullo stesso piano realtà e immaginazione, passato e presente, “Le città di pianura” dà vita a un’esistenza fantasmatica – di cui anche Giulio a un certo punto entra a far parte, diventando protagonista del racconto che sta ascoltando – dove la malinconia del tempo andato è compensata dalla contagiosa leggerezza che permette ai nostri di continuare a vivere, nonostante tutto.

Carlo Cerofolini – Ondacinema

Tematiche: crisi sociale, disillusione e ricerca di senso, amicizia


Impreziosito dalla colonna sonora di Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta, Le città di pianura è un lavoro di grande interesse e intelligenza, capace di portare alla luce un’umanità destinata a scomparire per sempre e un mood esistenziale che con lei si sta spegnendo, e di alludere così anche alle vicende più vaste che riguardano il nostro Paese.


Quando il film finisce, con i protagonisti che mangiano un gelato sotto le montagne e che finalmente hanno ritrovato, nella memoria, il “segreto del mondo” a cui avevano pensato giorni prima, la sensazione è quella di una malinconia soffusa, velata da una gioia del cuore per questa storia semplice.


Il film di Sossai sembra un “indie” americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro “territorio”, ma proprio alla loro terra – quella “parola che nessuno usa più”.

 

Recensioni
3,4/5 MyMovies
3/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008 NELLA CINEMATOGRAFIA

Nonostante sia l’industria di cinema più grande del mondo e nonostante sia specializzata in grandi film di carattere fantastico, storie impossibili, effetti speciali e racconti fantastici, Hollywood è uno dei sistemi di produzione più reattivi nei confronti dell’attualità.

TRA LE NUVOLE (2009)
George Clooney è un tagliatore di teste, di lavoro si reca nelle società e licenzia le persone per conto dei capi. Nel film le molte persone a cui fa il letale discorso, quello che lui è bravo a recitare perché è il suo lavoro, non sono attori, sono vere persone che hanno perso il lavoro in quella medesima maniera, congedati da uno sconosciuto per conto della società per cui lavoravano. Era passato un anno dalla tragedia del fallimento della Lehman Brothers e già Jason Reitman era sul pezzo.

 

 

 

I LOVE SHOPPING (2009)
Tratto dall’omonimo romanzo il film del 2009 metteva in metafora quel che stava accadendo con una pregnanza rara. La commedia leggerissima raccontava di una maniaca dello shopping che arriva a spendere soldi che non ha, finendo indebitata e quindi in crisi. Attraverso questo metaforone quel che veniva messo in scena era il più grande scenario americano di quegli anni (il film esce nel 2009, il che significa che è stato scritto e girato prima del fallimento delle banche d’investimento). Non solo, I love shopping propone anche una via d’uscita. Tutto il film infatti è un gigantesco spot sul sistema capitalista, sull’esigenza di spendere e consumare per far girare l’economia. Nessuno in tutta la storia vuole infatti tenere soldi da parte, ma tutti sono contenti solo quando hanno speso.

 

THE COMPANY MEN (2010)
Senza fare nomi e cognomi ma lavorando di metafora The Company Men racconta cosa accade quando tutto crolla. Manager e agenti ricchissimi si trovano sul lastrico, licenziati da un giorno all’altro.
Invece che fare un racconto dei fatti e degli eventi, questo film preferisce fare un racconto sentimentale che metta in scena non tanto quel che accade ma quali sono i sentimenti in ballo durante una crisi.

 

 

TOO BIG TO FAIL (2011)
Forse il film più completo e dettagliato ma anche il più complesso. Con diversi grandi attori sottratti alla pensione (James Woods, William Hurt), Too Big to Fail si concentra sui tre mesi tra Agosto e Ottobre del 2008 facendo ordine negli eventi della crisi e cercando di adottare tutti i diversi punti di vista necessari.
Anche qui il titolo mette sulla giusta pista per capire quale sia la tesi di fondo, ovvero l’assurdità del principio secondo il quale le grosse banche sarebbero per sempre rimaste in piedi e avrebbero potuto sopportare ogni tipo di crisi o debito perché, semplicemente, “troppo grandi per fallire”.

 

 

INSIDE JOB (2010)
L’opera più completa ed esaustiva in materia, vincitrice di un premio Oscar per il miglior documentario è stato anche tra i primi film sul genere ad uscire. Charles Ferguson divide tutto in capitoli, spiega con calma e utilizza realmente gli strumenti del suo genere (il documentario) e del racconto audiovisivo per fare un racconto comprensibile di una realtà complessa e sfaccettata.

 

 

 

 

Fonte: Wired.it

 

MGF

 

 

 

 

SPRINGSTEEN – LIBERAMI DAL NULLA
Biografico
Regia di Scott Cooper – USA, 2025 – 120′
con Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser

 

 

 

 

UNA BALLATA FOLK CHE RACCONTA IL BOSS – MAGISTRALMENTE INTERPRETATO DA JEREMY ALLEN WHITE COME PALADINO DELLE IMPERFEZIONI.

Non un biopic convenzionale. Il regista Scott Cooper si confronta con la vita di Bruce Springsteen, The Boss, isolando un momento preciso della sua carriera, ovvero l’incisione di “Nebraska” nel 1982, album intimo, sperimentale, realizzato contro la volontà della sua etichetta discografica. Così è nato “Springsteen: Liberami dal nulla”, ispirato all’omonimo libro di Warren Zanes, con protagonista l’attore del momento, Jeremy Allen White, star della pluripremiata serie “The Bear” (Disney+). Nel cast anche Jeremy Strong, Odessa Young e Stephen Graham.
La storia. New Jersey, 1982. Il cantautore trentenne Bruce Springsteen ha appena concluso il suo tour registrando un solido successo. Una star in forte ascesa nel panorama statunitense, con i dirigenti della Columbia Records che non vedono l’ora che sia pronto un nuovo album da lanciare. Bruce, però, è stremato, sente il bisogno di fermarsi e affittare una casa isolata fuori città. Lì, inizia a ragionare su un progetto musicale differente dai precedenti, intitolato “Nebraska”: un album intimo, che racconta il sogno americano “spezzato”, quello di chi non ce l’ha fatta. E tra i brani torna ricorrente il fantasma del padre, gli irrisolti nella relazione con il genitore. Assalito così da una tempesta emotiva, che lo conduce nelle secche della depressione, Bruce si aggrappa al produttore Jon Landau e al sentimento per Faye…
“È la storia di un’anima trascurata che guarisce sé stessa attraverso la musica”. Così il regista Cooper, che sottolinea: “Bruce stava uscendo dall’enorme successo di ‘The River’ e, dall’esterno, sembrava che tutto andasse per il meglio. Ma dentro di sé stava silenziosamente crollando, stava attraversando una sorta di vertigine emotiva, la sensazione che la vita che aveva costruito non fosse più all’altezza del peso che si portava dietro”. “Springsteen: Liberami dal nulla” racconta il viaggio della grande voce rock d’America, Bruce Springsteen, non solo come artista ma soprattutto come uomo. Ne esplora le fragilità, le fratture interiori, che affiorano nel momento in cui la carriera sta girando nella direzione giusta. Forte di successi come “Born to Run”, “Thunder Road”, “Hungry Heart” e “The River”, il cantautore trentenne inciampa in una vertigine depressiva che divora slanci artistici e vitali. Bruce si scopre fragile, irrisolto, e mentre si mette in ascolto di nuovi stimoli musicali e culturali (rimane colpito dal film “La rabbia giovane” di Terrence Malick), richiama alla memoria gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, abitati dallo spettro di un padre ombroso e brusco, segnato dalla dipendenza da alcol. Un padre difficile, da cui il rocker non riesce però a separarsi, ma che impara a leggere e comprendere arrivando nel tempo persino a custodire e perdonare. Jeremy Allen White interpreta Springsteen con rispetto e convinzione, entrando in partita con i suoi dolori interiori e al contempo esprimendo sul palco tutta la sua carica di energia dirompente. “Springsteen: Liberami dal nulla” è un film biografico non scontato, acuto e profondo.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Adolescenza, Alcolismo, Amore-Sentimenti, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Musica, Psicologia


Springsteen: Liberami dal nulla è un film che rende giustizia alla figura di Bruce Springsteen. Il film di Scott Cooper, rende giustizia a Nebraska. Come quell’album, questo è un film scarno, intimista, senza alcun orpello.
Come Springsteen per quel disco non aveva voluto nessun ornamento – solo una chitarra a 12 corde, una struggente armonica, un mandolino, un glockenspiel così Scott Cooper per il suo film ha scelto uno stile di riprese semplice e lineare: pochi movimenti di macchina e la mdp che non lascia mai il protagonista.


Springsteen – Liberami dal nulla sceglie un momento particolare della vita e carriera del Boss per raccontare lo smarrimento identitario di un uomo e un artista che ha sempre avuto come priorità quella di non tradire se stesso.


Recensioni
3,7/5 MyMovies
3,6/5 ComingSoon
7/10 Everyeye Cinema

 

IL BOSS: 5 COSE CHE (FORSE) NON SAPPIAMO DI LUI

Anche un rocker “operaio”, come spesso è stato definito Bruce Springsteen, nasconde curiosità e piccoli aneddoti!

Al culmine della sua carriera, tra gli anni 70 e 80 Bruce Springsteen ha ottenuto lusinghieri risultati di vendite ma non ha mai raggiunto il numero 1 con un singolo. Cosa invece riuscita ai Manfred Mann con “Blinded by the Light”, brano scritto proprio da lui per il suo album di debutto del 1973, Greetings from Asbury Park, N.J., di cui la band avrebbe pubblicato la cover quattro anni dopo. Lo stesso Springsteen ha considerato che era piuttosto curioso che l’unico numero uno della sua carriera fosse arrivato grazie alla versione di qualcun altro della sua canzone.

 

 

 

Durante gli anni 80 non è stato facile avere a che fare con lui. Il divorzio dalla prima moglie, Julianne Phillips, gli ispirò parecchi contenuti del suo album Tunnel of Love, in cui descriveva quanto fosse infelice nel rapporto, e gli lasciò in eredità svariati problemi relazionali che si manifestavano con reazioni divistiche piuttosto insolite in un artista la cui immagine era spesso identificata con quella di un rocker working class. Si racconta per esempio di un comportamento non proprio esemplare quella volta che, nel corso di un tour con la sua band, il cibo che doveva essere loro recapitato non arrivò in tempo. O di un certo atteggiamento irritabile ed eccentrico rispetto ai suoi stessi musicisti. Insomma, si può affermare che quello è stato un periodo davvero difficile per il Boss.

 

 

La chitarra usata da Springsteen nel disco Letter To You gli è stata regalata da un fan, che il Boss crede di origini italiane, a Broadway. “Ho ringraziato, poi ho dato un’occhiata allo strumento, sembrava una bella chitarra, l’ho portata con me in auto». Per mesi Bruce non ha toccato quello strumento, salvo poi sentire un’energia unica provenire da quella sei corde con cui ha registrato tutte le canzoni dell’album. “Nel giro di una decina di giorni sono nate tutte le canzoni dell’album. Passavo da una stanza all’altra scrivendo una canzone al giorno. Una l’ho scritta in camera dal letto, una nel nostro bar, un’altra in soggiorno» ha detto il Boss. La prima di queste nuove composizioni è stata Last Man Standing.

 

È un grande sostenitore dei matrimoni gay e dei diritti civili delle comunità LGBT. In un post sul suo sito web ha dichiarato che ha sempre creduto che l’uguaglianza nel matrimonio deve essere riconosciuta come una questione riguardante i diritti civili di tutti e che ogni cittadino deve essere trattato allo stesso modo e rispettato dalla legge. A conferma delle sue affermazioni nell’aprile del 2016 ha annullato un concerto in North Carolina per protestare contro una legge di quello Stato che prevede che l’uso dei bagni sia legato al
sesso registrato sui certificati di nascita. E ricordando che la stessa legge impedisce ai membri della comunità LGBT di ricorrere in giudizio per la difesa dei loro diritti sul posto di lavoro.

 

Fu arruolato nell’esercito quando aveva 19 anni e la guerra in Vietnam infuriava ancora. Cercando di evitare la partenza per il fronte tentò di far fallire le prove fisiche standosene fuori tutta la notte con un amico.
Inoltre aveva avuto una commozione cerebrale a 17 anni per un incidente motociclistico e un comportamento che nelle certificazioni fu definito “folle”. L’operazione gli riuscì: inabile al servizio!

 

 

 

Manuela De Vito-Capital.it

 

MGF

 

 

Regia di Christopher McQuarrie – USA, 2025 – 165′
con Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames

 

 

 

 

 

 

 

DOPO AVER SALVATO IL CINEMA, TOM CRUISE SALVA IL MONDO

La fine del mondo è vicina ma Ethan Hunt non è lontano e riparte da dove aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il ‘codice sorgente’ dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e ‘cosciente’, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa. Il tempo stringe, non resta che correre. Ancora e ancora.
L’Entità vuole spingere l’umanità e i governi del mondo verso un’apocalisse nucleare, l’ultima linea di difesa sono naturalmente Ethan Hunt e il suo team. Dopo un’introduzione che ripercorre in montaggio parallelo i fondamentali della saga lanciata trent’anni fa, a partire dalla serie televisiva di Bruce Geller, Mission: Impossible – The Final Reckoning assume il peso della gravità, intesa come condizione e come forza che tiene il film incollato a terra. Per i primi cinquanta minuti, almeno, in cui respiriamo un’atmosfera da fine del mondo, che fa rima con la possibile fine della saga. La nota è funebre e in risonanza con gli eventi attuali: pericolo nucleare, democrazia minacciata…
Poi la musica cambia e il film decolla letteralmente col nostro eroe, preso in consegna da un elicottero militare e portato laddove si deciderà il suo destino e quello del mondo. Tom Cruise non rallenta e rilancia obbedendo alla logica collaudata e irrealistica dei film d’azione.
Una tenacia pavloviana eretta a sistema da un attore che sfida ancora la morte e alza la posta in gioco, narrativa ed emozionale, convocando i precedenti capitoli ed esplorando a fondo il suo legame con Ethan Hunt.
Perché mai come in Mission: Impossible personaggio e uomo coincidono. Isolati dal sistema, è a loro che i servizi segreti come Hollywood ricorrono per garantire la longevità del pianeta o del cinema. E alla chiamata nessuna delle due star può resistere, offrendo lo struggente spettacolo di sé in due movimenti prodigiosi che rendono obbligatorio vedere The Final Reckoning sul grande schermo.
Autore e attore si immergono in profondità per raggiungere il relitto di un sottomarino e per concludere il loro progetto ‘in silenzio’ e lontano dal fracasso dei blockbuster. Venti minuti di cinema muto, di geometrie sofisticate, di suspense e di sospensione dove lavora una forma di azione quasi astratta, una sorta di logica onirica che culla Hunt e insinua la monumentalità del film.
Se Hunt va alla sorgente dell’IA, McQuarrie va all’origine del suo agente, spogliato della muta e con il corpo come unica dotazione. E quello di Cruise è sempre stato un corpo da ammirare, ieri e oggi mentre risale in superficie e conclude una ‘corsa indietro’, rannicchiandosi in posizione fetale, nudo, separato, forse morto ma di nuovo vivo nella sequenza aerea. Un inseguimento in biplano che segna una sorta di punto limite dello stunt di Cruise, dove i riferimenti spaziali si dissolvono gradualmente e lo sguardo dello spettatore non riesce più a comprendere la logica spaziale se non ancorandosi alla presenza del divo al centro dell’inquadratura.
Il mondo oppone la sua resistenza al corpo dell’attore che non solo salta, corre, si batte, fa degli ostacoli un’arma e degli oggetti ordinari qualunque cosa ma salta sempre più in alto, corre ancora più forte, cade da un cielo ancora più grande per dire il suo sogno folle: prima degli algoritmi, dei droni, dell’IA, un uomo aveva già esplorato tutto e in tutte le direzioni, conquistato l’intero mondo avanzando, l’azione più pura all’origine del cinema.
Correndo, Tom Cruise ci riporta ogni volta al mondo dell’infanzia, quando sentivamo il corpo più cinegetico di un magma blu. Affamato di analogico, e in linea con un metodo promozionale che ha dato i suoi frutti con le acrobazie dell’attore, The Final Reckoning torna all’essenziale. Quello che conta, che è sempre contato, è la gravità e il fatto di trascrivere le sue conseguenze sulla silhouette di Ethan Hunt, negli abissi o tra le nuvole.

Marzia Gandolfi – Mymovies

Tematiche: spionaggio, servizi segreti, sacrificio, eroismo, conflitti etici e politici, umanità, giustizia, memoria


Ethan Hunt corre, Ethan Hunt fa il volto corrucciato, sorride. Ethan Hunt si libera dalle catene, uccide i nemici, salva gli amici (quasi tutti). Ethan Hunt s’immerge nelle profondità oscure dell’oceano artico, lotta con Gabriel appeso alle ali di un biplano. Ethan Hunt contro Gabriel, l’Entità, la CIA e l’IMF, Ethan Hunt sostenuto dal presidente – nero e donna – degli USA. Ethan Hunt da solo, solo col suo team, per salvare il mondo da un’apocalisse nucleare.


Qui si fa il finale epico, definitivo, quasi messianico.
E “finale” non si intende per forza nel senso di chiudere definitivamente una storia, ma nel senso di portarla nell’ultimo posto in cui abbia senso che vada. L’ultima sfida possibile: salvare l’intero pianeta dalla distruzione totale da parte di una tecnologia autonoma fuori controllo (“l’Entità”), e farlo da solo.


Mission: Impossibile – The Final Reckoning è una continua corsa contro il tempo, contro i limiti dell’umano, contro le storture di un mondo che, secondo McQuarrie e Cruise, si sta affidando troppo all’artificiale dimenticando le potenzialità – fisiche sì, ma prima di tutto morali e sentimentali – della natura umana.


Recensioni
3,8/5 MYmovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Movieplayer

 

PAPA LEONE XIV E L’IA:
PUÒ APRIRE NUOVI ORIZZONTI DI UGUAGLIANZA O FOMENTARE CONFLITTI

 

L’Intelligenza Artificiale e “l’autentica saggezza”: non mero accumulo di “dati”, ma sguardo capace di cogliere “il vero significato della vita”. Un intelletto che nessuna macchina può imitare, un dono da valorizzare anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie; “strumento” al servizio dell’uomo, come ricordava Papa Francesco, in grado di aprire orizzonti di scoperte benefiche nella scienza e della medicina, e di promuovere autentica “uguaglianza”. A patto, però, che non si pieghino a un uso “egoistico”, capace di “fomentare conflitti e aggressioni”. L’IA – considerata tanto per le sue opportunità quanto per i suoi rischi – è al centro del messaggio inviato da Papa Leone XIV ai partecipanti alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa.

 

Il simposio si è aperto il 19 giugno tra Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), e la Sala Regia del Palazzo Apostolico vaticano.
Proprio la scelta di tenere l’evento in Vaticano rappresenta per il Pontefice una “chiara indicazione” della volontà della Chiesa di partecipare attivamente alle riflessioni su un tema che investe direttamente “il presente e il futuro della famiglia umana”. È “urgente”, sottolinea Leone XIV, avviare “serie riflessioni” e mantenere “continue discussioni” sulla dimensione etica dello sviluppo tecnologico, senza trascurare la necessità di una governance “responsabile”.
Accanto allo “straordinario potenziale” che le nuove tecnologie offrono per il bene dell’umanità, il Papa invita a non eludere le “domande profonde” che il rapido progresso dell’IA pone, a favore di uno sviluppo realmente “giusto e umano”. La tecnologia, ricorda ancora Leone XIV citando il predecessore Francesco, è innanzitutto uno “strumento” che, per definizione, si riferisce all’intelligenza, quella “umana”, da cui trae origine e la cui forza etica dipende dalle “intenzioni” di chi la usa.
Per questo la Chiesa intende offrire il proprio contributo a una riflessione “serena e informata”, soffermandosi in particolare sulla necessità di valutare le “ramificazioni” dell’IA alla luce dello “sviluppo integrale della persona e della società”, come scrive la recente nota Antiqua et Nova. Il benessere, ammonisce il Papa, non può essere considerato soltanto dal punto di vista materiale, ma anche nella sua dimensione “intellettuale” e “spirituale”.
L’umano e il suo “senso”, quindi. Un concetto che “tristemente” – come già notato da Papa Francesco – si sta perdendo, o perlomeno eclissando, nella società odierna. Leone XIV invita, al contrario, a riscoprire la “vera natura”, l’unicità “della nostra, condivisa, dignità umana”.
Mai, osserva Leone XIV, l’umanità ha avuto accesso a una tale quantità d’informazioni come oggi grazie all’IA. Tuttavia, questa disponibilità di dati — per quanto estesa — non coincide con la vera “intelligenza”, che “implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono”, come ricorda ancora Antiqua et Nova.
L’auspicio finale di Papa Leone è che ogni decisione sull’IA si inserisca nel contesto di un necessario “apprendistato intergenerazionale”, che aiuti i giovani a integrare la verità nella propria “vita morale e spirituale”, preparandoli a “decisioni mature” e a costruire un mondo di maggiore solidarietà e unità. Un compito, riconosce il Papa, tutt’altro che facile, ma “di vitale importanza”.
Inoltre – sottolinea il Pontefice – la riflessione sulle tecnologie emergenti non può prescindere dall’impatto che esse avranno sulle generazioni future, sempre più immerse in mondi digitali, con effetti possibili sul loro sviluppo “intellettuale e neurologico”.

Fonte: Vaticannews.va

 

 

MGF